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Full text of "Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane"

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BIBLIOTECA 



DELLB 



TRADIZIONI POPOLARI SICILIANE 



VOL. XIII. 



GIUOCHI 

FMCIIULESCHI SICILIANI 



RACCOLTI B DESCRITTI 



DA 



GIUSEPPE PITRÉ 

Oon dieoi tavole a fbtotipia, q.'oattro a litosva&a 

ed runa a ataxnipa 



VOLUME UNICO 



PALERMO 

LUIGI PEDONE LAURIEL, Editori. 
• 1889 



Tipografia del Giornale di Sicilia. 



AD 

EUSA ED IRBNB 

DI TOMMASO CANNIZZARO 

MATILDE, GIUSEPPE E PAOLO 

DI ALESSANDRO D'ANCONA 

CORDELIA ED ALESSANDRO 

DI ANGELO DE GUBERNATIS 

VINCENZO, ALESSIO ED ISIDORO 

DI GAETANO DI GIOVANNI 

GERARDO 

DI MATTIA DI MARTINO 

CARLOTTA 

DI VITTORIO IMBRUNI 

OFFRE L'AUTORE QUESTO LIBRO 

PERCHÈ 

VOLENDO UN GRAN BENE AI LORO GENITORI 

VUOLE EGUALMENTE BENE 

A LORO. 



AVVERTENZA 



La presente Raccolta comprende trecentosedici giuo- 
chi fanciulleschi siciliani: de' quali dugentotrentatrè son 
veri e propri GiìwcM, trentanove Divertimenti, Pas- 
satempi, Esercizi, e quarantatre Oiocatioli e Balocchi. 

Noto questo numero con un certo compiacimento, 
perchè è questa la prima volta che in Italia da un solo 
e con intendimento scientifico si mettano insieme tanti 
trastulli popolari della infanzia e della fanciullezza quan- 
ti mi è, per avventura, concesso di darne ora alla luce. 

L'ordine col quale gli ho distribuiti è, a creder mio, 
strettamente razionale : avendo io guardato allo spi- 
rito umano in relazione con lo sviluppo delle sue fa- 
coltà nei primi anni della vita. Cosi cominciando dai 
canti, che impropriamente chiamiamo infantili, e che 
dovremmo dir meglio materni, ho finito con quei pas- 
satempi ricreativi che servono ad acuire la mente ed a 
sviluppare le forze fisiche, passaggio dalla fanciullezza 
air adolescenza. 

Certo, la mia classificazione non è senza difetti. Per 
tre quattro volte in tutto il corso de' giuochi vi è, 
tra giuoco e giuoco, un notevole distacco in ragione 
della diversità dei gruppi; ed il lettore se ne avvedrà 
passando dal n. 86 all' 87, dal 141 al 142, dal 203 al 
204 ecc., e giudicherà se , pur seguendo altri criteri 



vili AVVERTENZA 

di ordinazione, possa, senza trovar prima de' giuochi 
intermedi che servano di anello, ottenersi miglior ri- 
sultaraento. 

Uno di questi gruppi per tipi fondamentali di giuochi 
non può sottrarsi a qualche osservazione; perchè, a- 
vendo tenuto d'occhio la prima età, e dovendo per essa 
cominciare con la descrizione de' giuochi d' indovina- 
zione, di sorte ecc., che s'affacciano al n. 19, io non 
dovevo, sempre gradatamente salendo, lasciarli se non 
dopo aver finito questo grande e proteiforme gruppo, 
che pure accoglie (nn. 28-32) giuochi à^'azzardo, più 
presto fanciulleschi che infantili. Le classificazioni di 
tradizioni le facciamo noi : il popolo non le intende, o 
Je fa a modo suo; né pei giuochi troviamo criteri si- 
curi di base nel popolo; ì fanciulli son troppo piccoli 
perchè ne abbiano uno; gli adulti son troppo seri per- 
chè facciano attenzione a siffatte cose. 

Malgrado queste inevitabili sconvenienze, io posso 
guardar senza pentimenti all' ordine da me tenuto; e 
credo di aver indovinato gli occulti legami che esi- 
stono tra molti de' giuochi, sia per l'analogia, sia per 
la somiglianza, e sia fter l'identità di fondo o di forma 
che tra loro esiste. Se un giuoco riappare sott' altra 
forma, il far di due o più forme un giuoco solo, non era 
in facoltà mia, quando esse rappresentano due o più 
giuochi diversi in un medesimo posto e presso una stessa 
comitiva di fanciulli ^. Bensì, descritta per un giuoco 

' Il sig. E. Rolland nel suo recentissimo libro Rimes et 3eux de 
VEnfance (Paris, 1883) a pp. 154, n. ^ e, porta una variante del 
giuoco 29, p. 155. 1 giuochi 30, 31, 32, 33 sono in fondo uno stesso 
giuoco. 



AVVERTENZA ' IX 

la forma più comune in Sicilia, ho subito fatto se- 
guire le differenze e le varianti che esso qua e là 
presenta, notando il nome del comune, specialmente 
per il dialetto delle formole tradizionali. Palermo , 
col suo quarto di milione d'abitanti, è sempre la 
città più ricca di giuochi in tutta V Isola; e dair uso 
palermitano son tratte, per lo più, le descrizioni dei 
giuochi siciliani che nel libro non hanno indicazione 
particolare. Se il giuoco non è stato raccolto in Pa- 
lermo , la indicazione topografica finale ne dichiara 
la provenienza. 
I titoli de' più noti tra questi giuochi sono intesi 
in tutta la Sicilia, e fanno parte del dialetto generale; 
m ve ne sono anche di speciali, che ho avuto cura 
di raccogliere e notare a capo di ciascun giuoco. Dalla 
tavola di pp. 17-18 si rileverà, che tutte e sette le pro- 
vince siciliane, quale per molto quale per poco, por- 
tano il loro contingente al nostro Folk-Lore fanciul- 
lesco. Di sessantanove comuni air uopo esplorati, 
cinque sono della provincia di Caltanissetta, sette di 
quella di Catania, nove di Messina, dieci di quella di 
^irgenti , dieci di Siracusa , altrettanti di quella di 
Trapani , diciotto della provincia di Palermo. Né vi 
Mancano le colonie dette lombarde : Piazza Armerina 
(prov. di Caltanissetta), Nicosia (Catania)^ S. Fratello 
(Messina), e le albanesi^ importantissima tra le quali 
Kana dei Greci (prov. di Palermo). La pronunzia dei 
vari dialetti è stata scrupolosamente conservata nella 
trascrizione de' testi, dei diàloghi e fino delle singole 
^oci isolate. 



X AVVERTENZA 

Persone amiche, non meno gentili che dotte,mi hanno 
amorosamente aiutato fornendomi giuochi a me poco 
noti ignoti affatto. Ricordo, a ragion di gratitudine, 
tra' primi lo storico di Casteltermini comm. Gaetano 
Di Giovanni ed il latinista prof. Raffaele Castelli , i 
quali mi mandarono, l'uno i giuochi che potè racco- 
gliere in Cianciana sua residenza, e in Casteltermini 
sua città natale; e l'altro quelli (e non son pochi) della 
sua Mazzara , di S. Ninfa, Calatafimi, Castelvetrano , 
Marsala e Poggioreale. Pel circondario di Modica : 
Chiaramente , Comiso , Palazzolo Acreide e Spacca- 
forno , e poi per Alessandria della Rocca (prov. di 
Girgenti) il barone S. A. Guastella mi ha fornito no- 
tizie e descrizioni non meno diligenti di quelle che 
per Borgetto e Partinico mi ha apprestate il sempre 
a me diletto dott. Salvatore Salomone-Marino. Debbo i 
giuochi di Avola al valente agronomo Giuseppe Bianca, 
quelli di Noto al caro prof. Mattia Di Martino, alcune 
canzonette infantili di Ragusa Inferiore allo storico 
della Contea di Modica dott. Raffaele Solarino, i giuo- 
chi di Polizzi al sig. Vincenzo Gialongo, di Prizzi al 
sig. Salvatore Tortorici, di Alimena e Riesi alla me- 
diazione del prof. M. Messina-Faulisi e del cav. M. 
Siciliano. 

Nell'attestar pubblicamente a questi egregi il mio 
grato animo, io vo' si sappia come le descrizioni de' giuo- 
chi che portano in fine un nome di paese son tratte 
dai mss. favoritimi da codesti amabili cooperatori. 

Da tredici anni le mie ricerche in questo campo sono 
state continue e indefesse. Per esse non ho rispar- 



AVVERTENZA XI 

miato a spese, a viaggi per la Sicilia, a fatiche d'ogni 
maniera. Visti o uditi e raccolti da me sono i giuochi 
di ben 47 comuni di tutte le province delllsola: di Col- 
ianissetta, Niscemi, Piazza, Riesi, Vallelunga ; di Ca- 
tania, Acireale, Caltagirone, Catenanuova, Etna, Giarre, 
Nicosia; di Girgenti, con Porto Empedocle , Licata , 
Menfl, Regalmuto, S. Margherita di Belice, Sciacca; 
di Messina, Barcellona, Gioiosa, Milazzo , Roccella , 
S. Fratello, S. Lucia di Mela, Taormina, Torre di.F^o; 
ài. Palermo, Caccamo, Castronuovo, Cefalù, Ciminna, 
Ficarazzi, Isnello, Monreale, Piana de' Greci \ S. Giu- 
seppe Jato, Termini, Valledolmo, Ventimiglia, Vicari; 
di Siracitsa; di Trapani, Erico, Marsala (in parte) e 
Salaparuta. 

Tutti questi giuochi son popolari nel pieno signifi- 
cato della parola, e cosi li ho fedelmente descritti come 
vanno naturalmente eseguiti. Ho quindi escluso ogni 
giuoco che sappia di scuola e di pedagogia, come ad e- 
sempio la palla {tvainc.balle), il dar alla palla con maglio 
a bastone {balle à la Grosse), la pallacorda (longìie 
paume), il paramaglio [le mail), la corda [la corde), 
il cerchio {le cerceau), il volante (le volani), ed altri 
siffatti, che escono da' nostri limiti. €osi ho anche es- 
cluso quei divertimenti e passatempi che vanno sotto 
il titolo generico di giuochi di conversazione: -roba da 
adulti e, che è più, da gente per bene, o che la pre- 
tende a tale., Basta aprire un libro qualunque di que- 

^ Con le indicaziom deirillustre grecista siculo-albanese can. Giu- 
seppe Montalbano. 



XII AVYENTENZA 

sto genei'e per trovarvene qualche centinaio. Noi ab- 
biamo suir argomento un antico libro , non originale 
certamente, ma che ha dovuto servire a molti altri 
posteriori al sec. XVI, il Dialogo de* giuochi che nelle 
vegghie sanesi si icsan di farCy del Materiale Intro- 
nato, cioè di Girolamo Bargagli (Venezia, per Alessan- 
dro Gardane 1581); dal quale G. Gherardini trasse i 135 
giuochi da lui registrati nel voi. II, p. 267 e seg. delle 
sue Voci e Maniere di dire additate a* futuri voca- 
bolaristi (Milano, per G. B. Bianchi e C.<> 1838). * 

Ho anche escluso i giuochi che vanno sotto i titoli 
di jocu di lu Gaddu, di la Padedda^ di lu Chiuppu, 
di lu Tauru, di VOca ed altri tali, che sono de' veri 
spettacoli-giucchi popolareschi , con tutto V apparato 
di scene popolari, alle quali prendon parte giovani , 
non gik fanciulli, attori, ed una folla di spettatori d'ogni 
grado. Questa terza classe di giuochi, di cui qualcuno 
venne descritto nel passato secolo dal marchese Vil- 
labianca, e da me pubblicato \ esce dalla cerchia dei 
giuochi e passatempi fanciulleschi. 

Se io sia riuscito, nella descrizione di questi inno- 
centi trastulli, ad una forma chiara, semplice ed evi- 
dente, non so; questo so bene : che chiarezza , sem- 
plicità ed evidenza vagheggiai sempre nel ritrarli: pur 
non dissimulandomi la difficoltà di far comprendere 

« Nuove Effemeridi siciliane, serie III, v. I, pp. 114-122, 217-229. 
Palermo, 1875. Vedi anche per la Sicilia i miei Spettacoli e Feste pop, 
p. 265. Per la Terra d'Otranto, De Simone, nella Rivista Europea^ 
an. VII, V. II, fase. 3% pp. 566 e seg. Firenze 1866. Per gli Abruzzi, 
De Nino, Vsi e Costumi, voi. II, p. 15. 



AVVERTENZA XHI 

gesti e movimenti d'una mimica tutta particolare, e gio- 
cattoli che pel lor meccanismo primitivo mal si pre- 
stano ad un linguaggio tecnico. 

Il valoroso demologo castigliano D. Antonio Machado 
y Alvarez consigliava testé Y applicazione delia foto- 
grafia a' giuochi *; io son venuto nella determinazione di 
applicare, come più economica, la fototipia *. Dieci ta- 
vole che rappresentano altrettanti giuochi del libro di- 
mostrano qual vantaggio possano da quest'applicazione 
tirare i nostri studi, oggi che non si rimane più contenti 
delle nude descrizioni, ed il Folh-Lore si fa operoso 
aiuto dell'etnografia e della storia. I piccoli giocatori 
de' miei quadretti, come si vedrà di leggieri, vengon 
tutti dalla più modesta classe sociale; ma, tipi pu- 
ramente siciliani delle varie province, non sono degli 
straccioni ributtanti, né agghindati ragazzi della bor- 
ghesia. Come io sia riuscito a mettere insieme i tren- 
tasei birichini e monelli che coqapongono questi dieci 
gruppi, è una storia un po' lunghetta, che non vai la 
pena di raccontare. Non taccio però che senza l'effi- 
cace concorso dell'ottimo signor Giuseppe Barrila e 
del signor Costantino Lombardo, l'uno Direttore, l'altro 
Censore dell'Ospizio di Beneficenza in Palermo, questa 
parte illustrativa del libro sarebbe stata mal rappre- 
sentata. 

Fedele al mio programma, ho fatto seguire a ciascun 

1 El FolkrLore andaluz, p. 96, Sevilla, 1882 à 1883.— (RoUand) Al- 
manach des traditions pop. !.• an., p. 118; Paris, 1882. — Archivio 
per lo Studio delle Tradiz, pop.^ voi. I, fase. HI, p. 491, Pai., 1882. 

• Archivio^ ecc. voi. I, f. IV, p. 620. 



XIV AVVERTENZA 

giuoco alcune indicazioni dei riscontri editi e qualche 
volta inediti che esso ha in Italia. Non giustifico la limi- 
tazione degli studi comparativi, perchè Tho gik fatto 
altrove *, e perchè mal saprei fare per tanti e tanti 
popoli quello che posso appena per l'italiano. 

La Bibliografia , che per più ragioni ho voluto 
premettere alla Raccolta, non registra se non i prin- 
cipali tra' libri ed opuscoli che io tenni sott'occhio nello 
istituirei confronti. Questo lavoro è stato penoso per me. 
Il dovere, non gìk sfogliare, ma bensì scorrere da cima 
a fondo grandi vocabolari in dialetto come quelli, p. e., 
del Boerio, del Sant* Albino, del Malaspina , solo per 
pescarvi qualche somiglianza da rilevare, è fatica cosi 
improba che nulla dì più per un raccoglitore. Né io 
trovavo materia accumulata da altri; perchè, lo sgob- 
bare su libri vecchi e polverosi , lo studiar vocabo- 
lari solo per il gusto di cercarvi de* giuochi, è una 
ingrata occupazione, ptr la quale non tutti si sente 
una grande simpatia. Ma chi ha avuto la debolezza di 
amar questi studi tanto da rimettervi e salute e tempo 
e quattrini, può bene permettersi simili ricerche, non 
inutili forse, ma certo ingloriose. — Tra le cose inedite 
vi sono canzonette, giuochi e voci dì Bisceglie * e di 
Foggia per le Puglie, di Napoli, di Cagliari per la Sar- 
degna 3, del Chietino per gli Abruzzi *, di Firenze, 

» Fiabe , Novelle e Racconti pop. sicil., v. I , p. XXXV; Pro^^ 
verbi siciliani^ v. I, p. XXXVI; Spettacoli e Feste pop. sic., p. X. 

* Li ho raccolti io steoM dalla bocca dèi prof. Donato Ventara. 
' Li devo al prof. Francesco Randacio. 

* Mi vennero favoriti dal dott. Gennaro Finatnore. 



AVVERTENZA XV 

Pratovecchio, Garfagnana Estense per la Toscana *, di 
Tortona pel Piemonte * ecc. 

Per chi non abbia molta familiarità con queste 
discipline, nuove del tutto tra noi, non saranno dis- 
care, credo, le poche osservazioni sopra / Giuochi 
fanciulleschi che premetto alla Raccolta. Nessuno, che 
io conosca, ha trattato finora in Italia, sotto l'aspetto 
demo-etnografico , questo curioso argomento ; ed io 
invoco la indulgenza di quanti hanno preso a cuore 
la mia collezione per queste pagine, che son frutto di 
pazienti ed amorose ricerche. È stato mio intendimento 
illustrare il valore e V importanza de' giuochi e di- 
vertimenti , la loro genesi , quel phe in certi giuochi 
sia più da vedere; quali i tipi fondamentali de' giuochi 
e da che cosa siano da ripetere le somiglianze e le 
diversità, e come molti di essi nell'Europa in generale, 
in Sicilia in particolare, ci abbiano conservato reliquie 
di antiche usanze, cerimonie, riti ed avvenimenti. Se io 
non son riuscito a svolgere come si deve questo as- 
Mmto, mi si tenga conto dell'onesto desiderio, per il 
(jiiale ho tenuto dietro, fino al presente giorno, a' lavori 
contemporanei aventi più o meno relazione con il Folh- 
Lore fanciullesco. 

I tempi e gli avvenimenti incalzano, e le memorie 
del passato che non ebbe storia si vengono ogni di 
obliterando. Son più di trent'anni che il buon Pietro 
Thouar lamentava che in Toscana « quelle innocenti ri- 



' Me li raccolse Tavv. Giovanni Siciliano. 

> Li Ilo scritti come me gli ha dettati la egr. signora C. Tacconi. 



XVI AVVERTENZA 

creazioni che facevano la delizia dei nostri vecchi e 
dei fanciulli sono passate di moda. » Di qualche giuoco 
siciliano menzionato da antichi scrittori delllsola non 
si ha più conoscenza oggigiorno: ed ignoriamo che cosa 
fosse il Tafara e tamìnuì^ citato dal cinquecentista 
Alessandro Dionisio S che cosa il Tafara^ tafaruni 
e pizzinnongulUy laconicamente registrato, non è più 
d'un secolo, dal vocabolarista M. Pasqualino *. 

Affrettiamoci a salvare dalle ingiurie del tempo 
questi preziosi documenti della storia intima del po- 
polo! 

Palermo, 7 Luglio 1883. 

G. PiTRÈ. 



» Amorosi Sospiri, at. IV, se. 7 : 

Vulemu fari 'na cosa di meghiu ? 
Jucamundila a Tafara e Tamburo. 

« Vocabolario siciliano etimol., voi. V, p, 171; « Voci che alle 
tre prime dita nel giuoco di questo nome (Tafara^ tafaruni e piz~ 
zinnonguhi) i fanciulli danno alle dita stesse. » Più laconicamente 
il Traina, Nuovo Vocabolario siciliano : « Giuoco anticamente usato 
dai ragazzi. » Ma che era questo giuoco ? Certo, cosa ben diversa 
dal nostro n. 109. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 



Des simples jeux de son enfance 
Heureux qui se souvient longtemps ! 

Chant pop. frang. 

Die Kindheit ist die goldene Zeit der 
harmlosen Freude , des fròtilichen 
Spieles. 

I. V. ZlNOERLB. 



G. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi II 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 



A^rgomento di non lieve importanza fra le tradizioni 
popolari, i Giuochi fanciulleschi offrono un campo spa- 
zioso di ricerche e di osservazioni a quanti studiano 
r uomo nella sua vita intima e domestica , nelle sue 
relazioni con gli uomini, nelle sue inclinazioni e co- 
stumanze ; e però non solo a' cultori della demopsi- 
cologia, anzi del Folk-Lore, ma anche agli etnografi 
ed a' pedagogisti *. 

Dotti d' ogni ragione presso le varie nazioni civili 
^i occuparono, in ogni tempo, de' giuochi; ed è*fama 
che Svetonio Tranquillo , oltre le Vite de' dodici Ce- 
sari, avesse lasciato un libro sui giuochi de' Greci *, 
che per una semplice mistificazione si continua a ri- 
tenere cosa ben diversa da un preteso trattato De 
ymrorum Lusibus, È noto come Giulio Polluce , re- 

* Mentre rivedo le bozze di questo scritto mi capita Le programme 
^ la Maitenance languedocienne du Félibrige pel 1884, nel quale 
tra sette premi se ne assegna uno, il terzo, « à Tetude de quelquesuns 
<^e8 jeux et des dìvertissements populaires du bas Languedoc e«c ». 
V- Uevue des langues roman.^ pp. 252-253, ser. HI, t. IX, maggio 1883. 

' Jo. TzETZEs, Hist^, Chiliade, VI, 85, 877. 



XX DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

tore del II secolo , tutto un capitolo del suo celebre 
Onomasticum avesse conssicr aio a' ludi puerili dei Greci 
e de' Latini * : pagine preziose, alle quali attinsero 
eruditi vecchi e critici nuovi. Si citano le opere 
di Meursio De Ludis Graecorum^ di Soutero De 
Ludis veterum , e di Boulengero, con lo stesso ti- 
tolo, ma io non so quanto ci abbiano da fare coi 
nostri studi. Men noto, se non ignoto del tutto, è un 
libro, che, quando verrà alla luce, vorrà essere pre- 
zioso, del benemerito Rodrigo Caro, scrittore spagnuolo 
del sec. XVII, Dias geniales ò ludricos, dell'anno 1626, 
dove i giuochi più antichi , tuttavia in uso presso i 
muchachos de' suoi giorni ed anche d'oggi, sono lar- 
gamente illustrati *. Ricordi passeggieri di giuochi 
medievali troviamo in tutte le letterature. Il bibliofilo 
Jacob (P. Lacroix) die una li$ta di giuochi francesi *, 

* JuLii PoLLUcis Onomasticum grasce et latine , lib. IX , e. VII , 
nn. 101^129, pp. 1087-1115. Amstelaedami, Ex officina Wetsste- 
niana, Ciò Io COVI. 

• Di quest' opera inedita una copia si conserva nella Biblioteca 
Colombina di Siviglia, segn. VVV, tav. 421, n. 12. La rivista sivi- 
gliana La Enciclopedia del 1879 ne avea cominciata la stampa a 
foglietti, ma la lasciò in tronco alle prime 100 pagine in 16», col 
titolo: Dias geniales ò lùdricos de Rodrigo Caro. Libro eoapòsito 
dedicado à D. Fadrique Enrigicez Afan de Rivera^ Marqués de 
Tarifa. Par Juan Caro, Rector de el Collegio ecc. de Bomos y su 

capellan. Libreria medica. Imprenta y Lytografla de Carlos M. 
Santigosa, Constitucion 7. — Sevilla 1879. 

L'indice ed un capitolo pubblicò F. R. Marin, Cantos papulares 
e5p.t.I,pp. 17-39. Sevilla, Fr. AlvarezyC.%Edit. M.DCCC.LXXXII. 

' P. Lacroix, Moeurs^ Usages et Costumes au moyen dge et à 
l'epoqtee de la Renaissance; Paris, Firmin-Didot 1877. Nel cap. JetiX 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI XXI 

e Viollet le Due un' altra , tolta del poema V amant 
rendu cordelier, del sec. XV \ In Ispagna cinquanta 
sene trovano indicati da Alonso de Ledesma (1552-1623) 
ne* suoi Juegos de noches bitenas a lo divino, editi 
nel 1605 * . Perlone Zipoli (Filippo Lippi) in Italia, non 
pochi veramente infantili ne ricordò nel suo Malman- 
tue racquistato, e tredici iii sole quattro ottave *, tutti 
con molta grazia se non con pari esattezza comen- 

et JHvertissements accenna al Doigt moitillé, Aux Billes^AtixLttet" 
tes, À la toupie o À la ronfle, Au palety Au fouquet ecc. pei ma- 
cchi; À la briche, Aux Martiaus, Aux poupées, Au loup^ Au re^ 
nord, A cache-cache, À cache-mouchel o Colin~Maillard^ À cligne 
musette ecc. per le ragazze. 

' ViOLLBT LE Due , DictUmnoire raisonné du Mobiiier fì'angais, 
t n, p. 462: 

Item, et si ne jouerez 

Au stron, ne à clignetes; 

Au jeu de mon amour aura, 

A la queulenlen, au billettea, 

Au tiera, au perier, au bickettes; 

A getter au sain, et au dos l'herbe; 

Au propos pour dire sornettes; 

Ne qui paist-on ? ne qui paiat hebbè f 

• Barcelona, por Sebastian Cormellas. Furono riprodotti nel Ro' 
mancero y Cancionero sagrados , pp. 151-181 ; Madrid , Rivade- 
neira, 1875, ediz. daUa quale li ha ripubblicati A. Machado y Al- 
varez n'JSZ Parvenir, nn. 9769-70-71; 17 e 24 Genn. e 7 Febbr. 1881, 
ed in parte Th. Braga nell'JSra nova, an. I, n. 8; Porto febbr. 1881. 

• H Malmantile racquistato di Perlone Zipou colle note di Puc- 
cio Lamoni (cfr. Biblioffrafia, n. 2) e. II, ott. 45-48, voi. Ili, p. 33. In 
Prato MDCCCXV, Vannini. 

Quattordici ne novera G. Borrello, Poesie siciliane, p. 49. Ca- 
tania, Giuntini 1855. 



XXII DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

tati da Puccio Lamoni, anagramma di. Paolo Minucci *• 
Ma un lavoro come quello che pe' giuochi medievali 
tedeschi diede I. V. Zingerle non l'ha forse nessuno *. 
Da libri e mss. d*ogni genere egli raccolse quanti potè 
ricordi de' giuochi fanciulleschi in Germania : e questo 
suo saggio potrebb' essere imitato da noi ed altrove- 
In gran numero sono adesso, dappertutto, raccolte 
di giuochi; e poiché più d'una mi toccherà di citarne 
in questo ragionamento, mi astengo, dal fame qui men- 
zione evitando di dar nel catalogo e di cadere in o- 
missioni colpevoli sempre agli occhi di chi legge un 
libro solo. 



I. 



Il fanciullo è un piccolo uomo, e noi fanciulli d'una 
volta possiamo ne' suoi atti scomposti e meccanici 
d'oggi vedere o prevedere i suoi atti razionali di do- 
mani, come nel breve, ahi I troppo breve I perìodo della 
sua età spensierata, studiare quelli nien brevi dell'agi- 
tata adolescenza e della non lieta maturità: 

* Per dirne una, nel v. I, p. 202 del McUmantile egli scrive: « li 
Brueghel, pittore insigne , espresse parimente molti giuochi dei 
ragazzi in un iqtuadro »; e cita « Baldinucci, sec. IV, J>ecennali V^ 
p. 337 ». Ora il Baldinucci, Notizie de* Professori del Disegno da 
Cimabue in qua^ voi. VII, p. 3i3 (Milano, Società tippg. de* Clae» 
sici ital. 1811), parlando di Pieter Brueghel di Bueghel, nel Bra» 
bante, fiorito verso il 155Ò, disse che « fece molti quadri di schern 
e giuochi, che ftinno sulle veglie nei balli i contadini ». 

* Dos deutsche Kinderspiel in Mittelcdter, Ztceite vermehrte 
Auflage, Innsbruck. Verlag der ^agner'schen CJniversitats-Buch- 
handlung 1873. La 1. ediz. usci in Vienna n^l 1867. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI XXIII 

Lo spirito d'imitazione è il primo e principale ca- 
rattere della fanciullezza, e questo spirito è cosi innato 
in essa come lo è il bisogno di mangiare e di bere. 
CSò che il fanciullo vede fare, fa egli stesso parodiando; 
e molti de' suoi giuochi e passatempi, per chi ne cer- 
chi le ragioni, sono ripetizione, contraffazione di atti, 
dì pratiche, di abitudini degli uomini. L'uomo cavalca, 
ed ù bambino ya a cavallo alla canna o al babbo; 
la &miglia fa un pranzetto, ed i beunbini fanno le me- 
renducce; voi sposate, ovvero tenete al fonte un bam- 
bino , ed una nidiata di fanciulli vi celebra alla sua 
maniera le nozze, o fa alle comari; e se si mena in 
giro, nelle processioni, il simulacro d'un santo, eccoti 
li il divertimento di portaxei a predellticce, 1 suoi stessi 
balocchi e giocattoli che cosa sono se non riproduzioni 
rudimentali ed imperfette di oggetti e strumenti della 
vita comune? Nel ripiglino egli vuol rafiSgurare la 
culla, lo specchio, il candeliere, il pesce, il lupo; nella 
girandola il mulino a vento; nello schizzetto Tantico 
arcbìbuso ; con la carta piegata in molte fogge di- 
verse la bi^rca,/il cavalluccio,, il cappello, le bisacce, 
la spola, il cassetto ed altre cose simili *. E se questo 
fgmnp i nostri fanciulli, il medesimo, mwte*t5 mwton- 
eto, fanno i fanciulli di tribù più o meno selvagge ; 
il medesimo facevano i fanciulli greci e latini, il me- 
desimo devono aver fatto quelli de' tempi più antichi. 
Neil' isola Giava « un'arme assai originale è il sum- 
ffiian^ specie di cerbgttaiia, attraverso alla quale si 
soflSano .piccole e leggiere li?eccie di bambù , avvele- 

' Cfr. i ip. 12, 17, 18, 241, 27ÌB, 284, 293, 316. 



XXIV DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

nate. » Ebbene : « un piccolo sumpitan è adoperato dai 
t&g^73i giavanesi per lanciare Treccie non avvelenate 
e* palle di argilla contro uccelletti » ^ Nella Malesia i 
bambini Mincopai sin dall'età di tre anni si baloccano 
c'èn piccoli archi e ft*ecce ^. I bambini eschinike^i haaao 
iln gusto matto di fabbricar capannucee di neve e iì 
illuminarle con moccoli di lampade che ottengono dalle 
loro mamme *, come i bambini della Nigrizia in Africa 
si divertono a costruire Kraal nella sabbia *. L'uso 
primitivo degli uomini dell'Australia di allevare in altre 
tiibù le ftociulliiìe che essi vogliono sposare , è in 
quelle contrade uh passatempo dei fanciulli d'ambo i 
sessi , che traggono sommo diletto da questo matri* 
monio alla sabina *. Pei tempi antichi, Orazio, ih una 
dèlie sue satire ^ ci fece indirettamente sapere come 
fra i trastulli infantili romani ci fossero anche quelli di 

Aediflcare casas> plostello adiungere mures 
Ludere par inpar, equitare in arundine longa 
Siquem delectet barbatum ...... 

. 1 E. HiLLYER Oiouou, Vioffgio intomo al Globo della R, Piro" 
corvetta italiana Magenta negli ahHi t865-^&'-ùf-68 sotto il co^ 
numdo del cap. di fregata V. F, Armiì^on» Relazione desprUtiwi 
e scientifica, p. 126. Milano, V. Maisner « Compagnia, edit 1875. 

• Lo STESSO, op. cit., p. 251. 

8 Klemm, Culturgeschiòhte^ v. II, p. 209. 

* R. Hartmann, Les pettples de TAfìHqise, e. VI, § 1. Paris, Bal- 
lile, 1880. 

s D. D*Ubviulb, Vopage de VAstrolaibe, v> I, p. 4I1{'0u»fibu>, 2V. 
Eth. Soc. V. Ili, p. 266. ' 

® Q. HoRATU Flacci Carmina, Iterum recensuit L. Muellar. Lip- 
siae Teubneri, MDOXI^SXXI. Sat. Ub. Ut «at IH, vv. 247-JN&. 



DEI GIUOCHI FAIfCIULLESCHI XXV 

V'è anche di più : i suoni imitativi de' versi degli 
animali, che tutti i fanciulli del mondo, fino a quelli 
della Nuova Zelanda % riproducono (e più son essi 
selvaggi , e più lo fanno) , nella loro sorgente dimo- 
strano Telemento imitativo si importante nella forma- 
zione de' suoni *. 

Non è quindi a maravigliare che molti de' giuochi 
tradizionali siano avanzi di riti, cerimonie ed usanze 
antichissime perdute o scomparse dalla memoria dei 
volghi, ma che, in generale, si rapportano a' tre fatti 
più grandi della vita, la nascita, il matrimonio e la 
morte. Non è sempre agevole, anzi è talvolta estre- 
mamente difficile il saper leggere dentro a codesti 
latti, e lo indovinarne il senso recondito per ripor- 
tarli aj lor significato primitivo. Vi si oppongono le 
modificazioni incontrate dalla tradizione passando da 
popolo a popolo, e le mistificazioni che le parole con- 
sacrate nei giuoco han dovuto subire dopo tanti se- 
coli; onde la più parte delle canzonette tradizionali 
son cose incomprensibili agli stessi savi che a questi 
graditi trattenimenti volgon Tattenzione ^. Ma è certo 
che di vere e reali allusioni storiche in certune di 

> PoLACK, New ZelanderSt v. HI, p. 171. 

* E. B. Tylor, Primitive Culture: Researches into the Develop' 
ment of Mytìwlogy^ Philo$ophy, Religione Art and Custom^ o. HI: 
Survival in Culture, LoDdon. John Murray 1871. 

* Cfr. De Simone, La vita della Terra d* Otranto, nella Riv. Eur, 
an. Vn, V.. n, fase. UI, p. 568 ^maggio 1876);— A. Machado y Al- 
VABEz, Juegos infantHes esp,, nel Qiorn, di Fiìolog, roman, n, 8 
(itoma» ISS^i-r^Fol^^Lere Andaluz, p.158-171 (SeYÌlla.l882 a 1883);— 
Demorlo (AJtfachadQ y Alvarez) Poesia jpopular^ p« 78» SevUla: 1883. 



XXVI . DEI* GIUOCHI FANCIULLESCHI 

codeste canzonette e formolo popolari esistono; ed il 
negarle, solo perchè non si riesce a vederne, sarebbe 
stoltezza. Veniamo a qualche prova. » 

Abbiamo in Italia una filastrocca , che incomincia: 
Pisa piscila, o Pise piselle ecc. Questa filastrocca, ri- 
petendosi in Romagna, ha, tra gli altri, questi versi : 

La bela Pulisena 

La baia in si la sela {sala) 

Sei e salò 

La scatula de mer *; 

ne' quali il latinista Crisostomo Ferrucci, d'accordo 
con uno storico romagnolo, il march. Broli, ha veduta 
una ipotiposi di Polisena, figlia del celebre capitano di 
ventura Erasmo di Gattamelata (1370 ? - 1443), andata 
sposa a Brandolino *. La spiegazione non è senza fon- 
damento, e se non vera è verisimile. Riferendo que- 
st'altra filastrocca per sorteggio ne' giuochi : 

La bota la gianda 
La furca ti s'tranga, 
La nicia bornicia, 
La furca t'impica, 
Romp e rorap 
Derandera derandara, 
Pecatora pecatara, 
Lana, lost, e frost, 
Bót, dent, fora e vada; 

lo storico Gabriele Rosa ci sente il giudizio, la con- 

* Cfr. a pp. 38-3a 

' G. Bbou, Erasmo di CkOtameiata da Nomi, stioi numumenH 
e sua famiglia^ p. 296. Roma, Salviuocr 1876. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI XXVII 

danna e rappiccamento d'un malfattore per mano d'un 
carnefice tedesco ^ 
Corre nel Languedoc la canzonetta seguente : 

Lous enfans de Mountpeliò 
Fan de barcas de papié; 
E lous de Marselha 
Je tirou l'aurelha, 
E lous de Pezenas 
Je tirou lou nas. 

Ebbene: gli editori Montel e Lambert vi notarono una 
evidente allusione ad una lunga questione che avrebbe 
avuto luogo, negli anni 1249 e 1257, tra' marinai di 
Marsiglia e quelli di Montpellier, e nella quale questi 
ultimi , che oggi ^on messi in. canzone dai fanciulli , 
avFebbero avuto la peggio *. Eug, RoUand riporta una 
canzonetta infantile Bolognese, che fino a' primi del 
corrente secolo era una formola scongiuratoria; donde 
è indotto a credere anche lui « que beaucoup de for- 
mulettes enfantines sont d'ancieimes incantacions » •. 



' G. Rosa, Costumi e Tradizioni nelle provincie di Bei^gamo e 
di Brescia^ 3' ediz., p. 275. Vedi anche 6ai9btti e Imbriani, Canti 
pop. delle prov. merid., v. Il, p. 194 e aeg., iX canto Jesce, jesce^ 
sole sante, che G. Polluce trovò usato dai Maciulli greci; e la fi- 
lastrocca sicil. che comincia Te ren fan sin ze len ca, e con la 
quale i nostri fanciulU contano 20 o altri numeri (p. 41 della pre* 
sente Raccolta). 

** Montel et LJLktfER:^, Chants poptd, àu Languedoc, nella Bewm 
des Langues rom., t VU, p. 29&-97 (MontpeUier, MDCCCLXXV). 

8 Rollano, Rimes et Jeux de VEnfance, p. 242, ti. 4, nota 1. Pa- 
ris, Bfàlsonnéttve et C**, Éktit. 1883. Veggafii pure la formola 16 di 
Boulogne-fiur-Mer, a p. 247, dove è ricordato Bnrieo IV «sur le 

pont Neuf ». 



XXVIII DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

Nel giuoco portoghese Vassourinha, la formola 

Vassourinha, vassourinha 

Varre-me està casinha 

Com un raminho de alecrim....; 

parrebbe un'oziosità inconcludente, se il Braga non lo 
spiegasse con un fatto storico del 1484, in cui il Re, 
secondo un repertorio dei libri della Camera munici- 
pale di Lisbona , vedendo la città travagliata dalla 
peste , decretò che la Camera stessa comperasse del 
rosmarino {alecrim),^ lo facesse vendere per le strade; 
di che le case appestate ne tenevano un ramoscello 
sulla porta *. 

Gli esempi possono moltiplicarsi all' infinito , tanti 
e cosi frequenti sono nella poesia popolare della pri- 
ma età ; ma a me preme notare un fatto abbastanza 
interessante, ed è che un buon numero di canzonette 
ricreative de' fanciulli dioggi, in un tempo lontano fu- 
rono poterono essere patrimonio d' adulti: canti, cioè, 
d'una certa estensione, forse contrasti e storie di vario 
genere. I fanciulli non hanno memoria per ritenere e 
conservar lunghi canti, ne' quali per essi molte cose 
tornano insignificanti od inintelligibili, e si rimangono 
a frammenti scomposti, slegati, e peggio. La canzo- 
netta del Bombabà (per citare un esempio paesano)^ 
che da un capo all'altro d'Italia s'è acconciata a ral- 
legrare i giuochi de' bambini, fu nei secoli andati un 
vero contrasto, una tenzone de' beoni, accompagnata 

1 Th. Braga, Ethnologia portufftieza: Os Jogos pop, e infantis , 
in Era Nova, an, I, n. 8, p. 354 (Lisboa, ISSI); -^ R. Guimarabs, Su^ 
mario de varia Mistoria, IV, 124. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI XXIX 

dalla mimica, e costituiva un canto rappresentato *, 
Simigliante origine bacchica avrebbe anche l'altra fi- 
lastrocca fanciullesca: 

Pian, pian, che se romp i veder. 

Pian, pian, eh' i veder i va, 

che bella lira d'Italia, 

che bel quarantacinq : gin gin gin I ' 

E se allarghiamo il nostro orizzonte con vedute meno 
ristrette , troviamo , che non solo le canzonette , ma 
altresì quelli che son divenuti balocchi e giocattoli da 
bambini furono una volta utensili ed armi da uomini 
fatti; anzi alcuni lo son tuttavia presso popoli selvaggi. 
Il selvaggio , secondo qualche naturalista , è parago- 
nabile al fanciullo ; la condizione primitiva dell' in- 
dividuo indica quella della razza, e la miglior prova 
dell'affinità di una specie sono gli stadi per cui essa 
è passata; onde la vita di ciascun individuo è un ca- 
pitolo della storia della razza, e il graduato sviluppo 
d'un fanciullo illustra quello della specie ^. Ma questa 
teoria non è da accettare senza grandi riserve, e con • 

« F. NovATi, Ancóra sulla canzone del Bombabà. Estr. dall*Ar- 
chimo storico per Trieste , Vlstria ed il Trentino , pp. 2 e 7. 
Roma, 1881. Alle varianti notate aggiungasi V abruzzese raccolta 
e pubblicata da G. Savini, Sul Dialetto teramano , p. 3^7 , n. 7. 
Ancona, Civelli, 1879. 

* Lo STESSO, loc. cit,, p. 2, nota 2. 

^ LuBBocK, / tempi preistorici e V origine dell* incivilimento. Ver- 
sione ital. di MicH. Lessona, con un cap. intomo ali* uomo pre- 
istorico in Italia del prof. A. Issel. cap. XVI, p. 407. Torino, Unione 
tipogr.-editr. 1875. 



XXX DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

le debite osservazioni di Max Miiller circa la somi- 
glianza de' selvaggi coi fanciulli *. 

Sin dalla più remota antichità la freccia fu arme 
di tutti i popoli del globo , riassumendo quasi essa 
sola la tattica militare offensiva e difensiva. Fu ado- 
perata nel medio evo, e lo è ancora nelle odierne tribù 
più barbare del Brasile , di Giava , di Borneo, della 
Malesia, delFAnnam, della Cina, dell' Australia, della 
Terra del Fuoco , della Patagonia occidentale ecc. *. 
Se Aster ventitré secoli fa, neir assedio di Metone, 

* E. Max Moller. Lectures on the Origin and Grovoth ofReligion 
OS illt^strcOedby the Religions of India (New- York: Char. Scribner's 
Sons. 1879) sotto il § Are savages like children ì scrive: 

« Se c'è un fondo di verità nell* assomigliare il bambino al sel- 
vaggio, e viceversa, bisogna fare qualche differenza. Il selvaggio 
è fanciullo sotto alcuni rispetti , non in tutto. Non * e' è selvaggio 
che crescendo non impari a distinguere tra gli oggetti animati e 
gli oggetti inanimati, p. e., tra una corda e un serpente. Dire che 
egli resta fanciulla sopra questo punto è un abusare con le nostre 
proprie metafore. D'altra parte, il fanciullo de' nostri giorni rara- 
mente ci dà un' idea esatta del pensiero del selvaggio primitivo. 
*Dal primo svegliarsi della sua vita intellettuale, egli è avvolto in 
un' atmosfera satura di tutti i pensieri d'una civiltà avanzata. Un 
bambino che non si lascia prendere alla vista d'una bambola ben 
abbigliata, e assai padrone di sé perchè non dia pedate alla seg- 
giola contro la quale egli ha dato la testa, sarebbe un piccolo fi- 
losofo. I mezzi son così differenti che un paragone tra^ il bambino 
ed il selvaggio dev'esser condotto con molta circospezione perchè 
riesca ad avere un valore scientifico reale », (p. 120). 

* E. HiLLYER GiouoLi, op. cit., pp. 4041, 126, 251, 306, 423, 560, 
782, 916, 947. La freccia è detta panah fì*a le tribù dell'arcipelago 
di Giava; ladgia nel Borneo. In Cina fu adoperata nella campagna 
del 1860 dalla cavalleria San-ho-lin-sln. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI XXXI 

scagliò (UVocchio destro di Filippo la sua freccia; ai 
di nostri un circasso, al galoppo sul suo cavallo, col- 
pisce ed abbatte un cappello in cima ad un'asta. Eb- 
bene : la freccia è diventata un balocco da fanciulli 
cosi in Europa come in Australia e presso gli Eschi- 
mesi ^ La balestra, come perfezionamento deir arco, 
è sparita in Europa, ma come giocattolo esiste ancora 
e, ad avviso dell'ingegnoso Tylor, forse si perpetuerà. 
In questa classe va annoverata la fionda, arme potente. 
David uccide con essa il gigante Golia; frombolieri in 
gran numero sono negli eserciti persiani , greci, ro- 
mani, cartaginesi. Quinto Curzio ci mostra i frombo- 
lieri asiani portanti la frombola a guisa d'ornamento 
sul capo. Un fromboliere è figurato nella Colonna Tra- 
jana; e di frombole parla la storia degli antichi popoli. 
I Bretoni, sotto Filippo di Valois combatterono ancora 
a colpi di fionda, e frombolieri figurano nel rac- 
conto deirassedio di Sancerre in Francia. Oggidì s'a- 
dopera dai pastori dell'America spagnuola*, da uomini 
e donne del Perù, che in quichua la dicono huicopa, 
e di Giava, che la chiamano ali-ali ecc. ^; ma la fionda 
è un giocattolo come un altro. Il sumpitan , innanzi 
citato , de' selvaggi giavanesi, è lo fchia col quale i 
fanciulli del Giappone si divertono a prendere uccel- 
letti *. La raganella è discesa oggi sino a' fanciulli , 
che ci si divertono tanto; ma essa fu, com' è tuttora 

^ Klemm, loc. cit. 

* T-TLOR, loc. cit. 

^ E. HiLLYEB Giouou, op. cìt., p. 879, 126 ed anche 915. 

' Lo STESSO, op. cit., p. 423. 



XXXII DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

fra i Pelle-rossi della Siberia ed alcune tribù brasi- 
liane *, strumento sacro e misterioso.! negri del Congo 
avevano, dice Astley, una grande raganella di legno, 
sulla quale prestavano i loro giuramenti *. Fra glln- 
diani delFAmerica settentrionale la raganella è articolo 
molto importante. Quando una persona è ammalata, 
il mago medico porta la raganella sacra e la scuote 
sulla testa dell' infermo. Questo è « lo specifico prin- 
cipale per ogni sorta di mali» ». Catlin *, Klemm ^ 
ed altri scrittori trovarono come oggetto di grande 
importanza la raganella in America, e Staad crede che 
persino le si renda un culto come a divinità. School- 
craft dà una figura di oshkabaiwis, il mago dei Pelle- 
rossi , « che tiene in mano la raganella magica, » la 
quale invero è il consueto emblema dell' autorità in 
America •. Sir Lubbock non conosce un esempio di 
un selvaggio che usi la raganella come trastullo '. 
Il ripiglino di tutti i nostri fanciulli è sempre un pas- 
satempo di giovani e uomini d'età presso gli Eschimesi. 
I Nechillik, compresi gli adulti ed i vecchi, « tengono 
sempre seco un gomitolo di tendini di renna, coi quali, 
variamente annodandoli fra le dita, formano varie fi- 
gure rappresentative , alle quali, lavorando molto di 

' Martins, Von dem Rectszt^tande unter den Vspr, BrasilienSy 
p. 34. 

* Collection of voyages^ v. III, p. 233. • 

» Prescott nelle Indiati Tribes dello Schoolcraft, y. II, pp. 179»180^ 

* American Indians^ v. I, pp. 37, 40, 163 ecc. 
5 Op. cit., V. II, p. 172. 

« Moeurs des sauvages américains, v. II, p. 297. 
' Op. cit., pp. 726-727. 



DEI GICOCHI FANCIULLESCHI XXXIII 

fantasia, danno il nome di un animale »: tuktuk (la 
renna) , amau (il lupo) , kakbik (il maiale). « Tutti 
vantio a gara di rapidità nell'eseguire quegrintreccia- 
menti, e cosi ingannano innocuamente il tempo, e cosi 
si divertono » *. 

Frattanto interessa il vedere come non già questi 
passatempi e trastulli, ma veri e propri giuochi sieno, 
etnograficamente parlando, sopravvivenze, e sopravvi- 
venze notabili di antiche usanze *. 

Primo tra tutti , come anello tra' passatempi fan- 
ciulleschi d'oggi, che in origine appartennero agli adul- 
ti, ed i giuochi che riconoscono un'antichissima usan- 
za, è quello, in generale, di gettare in aria i denari 
alla sorte, * e che diciamo Croce o testa, o Croce o 
lettera *. Questo giuoco, con nomi più o meno simili, 
lo troviamo dappertutto : in Ispagna , Crux o cara , 
ed in antico C astuta a Leon (ricordo della riunione 

1 E. Klutsghak, Da eschimese fra gli Eschimesi, Racconto della 
^spedizione' schtoatka alla ricerca di Franklin negli anni 1878-79. 
Cap. Vili, p. 143. Milano, frateUi Treves, edit. 1888. 

« La superstizione (scrive Tylor , loc. cit.) è « ciò che persiste 
degli anticliì usi; ma essa non esprime ciò che raccoglie in sé la 
voce sopravvivenza^ etnograficamente parlando: le vecchie abitu- 
dini che han preso altre forme». 

' «Non è di piccolo interesse rapprendere che certi mezzi divi- 
natori servivano e servon tuttavia presso i non civilizzati a sem- 
plici giuochi d* azzardo. Il sig. Tylor ha ragione di rilevare Tiden- 
tità frequente degli strumenti impiegati per la divinazione e pel 
giuoco. Noi lo veggiamo ancora tra noi nell'uso che le mostre di- 
vinatrici fanno delle carte da giuoco. A. Rév^le , Les Religions 
des non-^vilisés, t. II, e. VI. Paris, Fischbacher, 1883. 

* Cfr. n. 33. 

O. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi. HI 



XXXIV DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

de* regni di Leone e Castiglia, per la quale i castelli 
ed i leoni furon posti per sostegni alle armi de' re 
di Spagna); in Francia Croix ou pile, in Inghilterra 
Heads or tails o Heads or wors*, in Germania Ge- 
rad und Unger ad *, in Isvezia e Finlandia Krona 
ock klafve ^\ in Russia Orljanka orlik orel *; e lo si 
fa sino in Giava ^. Esso era comunissimo al tempo dei 
Romani col titolo Caput aut navis, dalle parole che i 
giocatori dicevano lanciando in aria una moneta, origi- 
nariamente con la testa di Giano da un lato ed il ro- 
stro d'una nave dall' altro ^. L'usavano anche i Greci 
sotto il nome dgxKiCetv. Lubbock nota opportunamente 
chQ Croce o testa fu in origine un mezzo sacro e solenne 
di consultare gli oracoli \ 

^ « Quest'ultima espressione, ad avviso del mio egr. amico H. Oh. 
CJoote, è forse interessante, perchè allude alla figura di Britannia, 
che si vede sui pezzi di rame o di bronzo, co' quali si giuoca. La 
figura di Britann'a è copiata dalla moneta romana dell'Isola >. 

•RocHHOLz, Alemannisches Kinderlied und Kinderspiel atcs der 
Schweiz., p. 424. Leipzig, 1857.— Zinoerle, op. cit., p. 43. 

• NoRMANN, Vngdomens bok, v. 1,. n. 282. 

* Teresoenko, Vita del popolo russo (in russo) IV, 75-76. Questo 
giuoco (ini scrive il dotto prof. A. Wesselofsky da Pietroburgo) è 
conosciutissimo in Russia e, come giuoco d'azzardo, è proibito daUa 
polizia. Il grido è Aquila (o lancia) o gratella ì donde il titolo, dal 
russo orel, aquila. 

*^E HiLLYER GlGUOLI, Op. Cit., p. 177. , 

« Macrob. Satur.^ 1. 1, 7. — Plin, Hist. nat. XXXIII. — Ovm. Fast, 
1. f. Vedi«jiche A., Geixio citato a p. 94 del presente volume, e 
PiTisco, Lexicoìn Aniiquitatum romanarum, v. I, p. 360, Venetìis, 
MDCCXIX. 

'Lubbock, op. cit.,'p. 727. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI XXXV 

Da questo giuoco si ha un punto di partenza per 
lo studio dei giuochi d'azzardo, che a preferenza di 
quelli di destrezza e di calcolo si citano come « casi 
di atavismo o di per^^istenza degl'impulsi fondamentali 
dello spirito umano in seno alle società più civili » *; 
ma che in fondo hanno il loro addentellato nei sacri 
processi della divinazione. Quest' arte o scienza mi- 
steriosa de' Greci, de' Germani , degr Italiani antichi 
cosi come de' moderni Maori, de' Negri della Guinea, 
degrindiahi ecc. ha , è vero , un numero di credenti 
e di proseliti nella gente più inculta de' popoli civili, 
iDQa si perpetua e sopravvive in una serie di atti e di 
fonnole fanciullesche , le quali nella sola Sicilia tra- 
duconsi in una sessantina di giuochi. Anzi , per chi 
bene osservi , un terzo de' giuochi fanciulleschi non 
sono altrove da classificare se non in questa grande 
famiglia, dove si complettono la sorte, la divinazione, 
il meccanismo ed altri processi che rientrano nel cam- 
po, della magia. Se non che, alcuni di questi perdet- 

' A. Révillb, op. cit., t. I, p. 32, osserva : « Due cose appassio- 
nano il selvaggio: la caccia e la guerra. In questa doppia propen- 
sione noi possiamo discernere il desiderio d'affrontare l'ignoto ecc. 
L'uomo — vorrei dire — è un animale bellicoso e cacciatore, e non 
^sfuggirà a nessuno che la nostra civiltà non ha fatto altro se non 
restringere, senza sopprimerla, questa doppia tendenza. Ecco per- 
chè il non incivilito è giocatore; giacché il giuoco altro non è, per 
se siesso, se non una lotta con l'ignòto, una lotta ingaggiata con 
ciò che non può prevedersi con certezza, un accesso di confidenza 
che nessuna ragione giustifica nel risultato. E però più che quelli 
<ii destrezza o di calcolo attento generano la fìrenesia di giocare i 
giuochi di puro azzardo >. Si cfr. pure E. Hillyer Giouou, op. cit., 
P. 177. 



XXXVI DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

tero il loro senso e scopo primitivo , e si eseguono 
tuttodì senza segreta o palese intenzione; tale è, p. e., 
lo scoppio delle foglie del rosolaccio, o del papavero, 
della rosa, il quale diverte non meno i fanciulli di 
Sicilia * che quelli del Portogallo * e della Grecia 
moderna, come divertiva i giovani della Grecia an- 
tica, secondo un'evidente allusione di Teocrito ^. Da 
questo giuoco, chiamato Schalka o Khlapouschha in 
Russia, * traggono risposta di buona o mala fortuna 
in amore gli amanti. 

La reminiscenza del giogo, tremenda consuetudine 
militare presso gli antichi popoli, è uno de' castighi 
che si danno a chi ha perduto.Tipo de' giuochi ne' quali 
esso ricomparisce è in Sicilia il Peppi e 'Ntoni Vivi- 

» Cfr. n. 261. 

^ Th. Braga, loc. cit., p. 358. 

^ Idill., ni, vers. di G. M. Pagnini. 

. * . . Io me ne avvidi allora, 
Che, cercando se m'ami, non fé' scoppio 
La foglia dei papavero scliiacciata 
Ma sul morbido gomito appassita 
Invan restonimi .... 

Idilli di Teocrito siracusano tradotti da varii^ p. 73, n. 12. Venezia, 
AntonelliM.DCCC.XLI.— G. Polluce, Onomast., IX, VU, 127, paria di 
questa superstizione che aveano gli antichi di esplorare se fossero a- 
qiati no, col fare scoppiare sulla mano o sul braccio o sulla spaUa 
una foglia d'un fiore, o un giglio rigonfio sulla fronte. Mad. Dacier 
vide questo stesso costume in una delle varie odi d' Anacreonte 
sulla Rosa, Altri credettero di vederlo del pari; ma confesso che, per 
quanto abbia letto e riletto Anacreonte, io non vi ho trovato om- 
bra di ciò. 
* GuTHRiE, Les Antiquités de Russie, p. 109. Ap. Braga, loc. cit. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI XXXVII 

ranza «, uno spaccamontagne, che minaccia d'inghiot- 
tire il mondo, e poi come vigliacco è per ludibrio con- 
dannato a quella punizione. 

Il giuoco della Campana^ o del Mondo, o del Pa- 
radiso, come si voglia dire *, che si fa segnando sul 
lastrico da sette a dodici scompartimenti, è certo sim- 
bolico , e forse ha radice nelle pratiche astrologiche 
degli antichi. Siccome nel Bergamasco esso è appellato 
mond (mondo) ed anche mont (monte), e ^i scompar- 
timenti son dodici ', cosi è da credere che questi rap- 
presentino i dodici segni o case dello zodiaco , e la 
piastrella rotonda figuri il sole, che, quando tocca re- 
golarmente dalla prima air ultima nicchia, muore. Il 
giuoco è assai diffuso in Europa , dove pe' fanciulli 
spagnuoli è il Juego del pico *, pei francesi La ma- 
relle *, per gì* inglesi Hof scotsch •, per gli svedesi 
Soppa hage ^ , pe' finlandesi di Raumo Hoppa mor- 
sgryia *. * 

Il giuoco deìVAmì)asciatorey cosi ovvio in Italia *, 

» Cfr. n. 130. 
» Cfr. n. 83. 

* Rosa, op. cit., p. 290. 

* A. Machado t Alvabez, nel Mttseo Canario^ t. III, n. 28, p. UL 
Las Palmas, 1881. 

* Beleze, Las Jeux des Adolescente, p. 107. Paris, Hachette 1879. 

• Comunicazione del sig. H. Ch. Coote. 

^ Falk Yttek, Kroppsafningar ock lekar, p. 58. — Norman, Vng^ 
domens bok, I, 56. 

• Comunicazione del Dott. Axel Ramm, prof, nel Seminario Fi- 
k)Iogico di Lund in Isvezia; al quale devo le notizie della penisola 
scandinava. 

• Ferr'aro, Cinquanta Giuochi, n. VI, vers. piemontese del Mon- 



XXXVIII DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

• 

in Albania «, Spagna *, Portogallo ^, Frància e al- 
trove , ritrae da un antico uso nuziale celtico , che 
dura pur sempre tra i Bretoni , e che probabilmente 
fu in Italia. Esso riproduce, al vivo, tutta una chiesta 
nuziale alla maniera celtica per la gran parte che nelle 
nozze assume V ambasciatore, sebbene la chiesta stes- 
sa, in genere , e le danze che la conchiudono siano 
conformi a tutto il rito europeo *. 

Quando verrà la volta dei giuochi in Sicilia , dirò 
come non pochi altri conservino reminiscenze storiche 
e allusioni simboliche. Ora vengo alle prove dell'argo- 
mento con un esempio citato anche da Tylor. 

Vari fanciulli disposti in fila o a circolo si passano 
Tun Taltro alle mani un moccolo acceso, pronunziando, 
nel consegnarlo, una formola press'a poco come que- 
sta : « Vivo te lo do, vivo lo mantieni. » Colui, nelle 
cui mani il moccolo si spegne, è messo fuori giuoco, e 
dovrà fare una penitenza ^. Questo divertimento si 
riscontra non solo neir Europa meridionale e nella 
centrale , ma anche nella settentrionale fino alla Si- 



ferrato. — Beknoni, Giuochi, n, 42, vera, veneziana. — G. Sa vini , 
La Grammatica e il Lessico del dial, teramano, p. 145, e A. De 
Nino, Usi e Costumi, v. II, n. XXXV, Versioni abruzzesi. 

* BiDERi, Passeggiata per Napoli, P- 85. 

' A. Machado y Alvarez, nel Folk-Lore Andaluz, an. I, pp. 217- 
220 e 313-315. 
8 J. DE Araujo, nei FolhrLore and,, pp. 215-217. 

* De Gubebnatis, Storia com^parata degli tesi nuziali in Italia ecc. 
lib. I, e. II. L'A. cita altri fatti che avvalorano questa teoria. 

' Cfr. la versione siciliana, toscana, parmigiana, milanese,£^l n. 205. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI XXXIX 

beria. Dalla forinola che si dice nel porgere il lumi- 
cino, esso , nella Spagna , prende il titolo : Soplo, y 
vivo te lo doy^ che si chiude con V altra metà della 
formola : y si muerto lo das^ la pagaràs *; nel Por- 
togallo : Don-che lo vivo * ; in Francia : Je vous vends 
man allumette ', ovvero : Petit Bonhomme vit en- 
core *. Un giuoco simile fu da G. Grimm raccolto in 
Germania, nel quale si usa una bacchetta accesa K In 
Inghilterra v'è una canzonetta che suona press'a poco: 
« Jack vive, in buona salute •; s'egli muore nelle vostre 
mani, badate a voi » Mn Russia nello jio jiv hurilha 
(il tizzone vive ancora), chi riceve il tizzone canta: « Il 
tizzone vive ancora !» e se il tizzone si spegne prima 
della fine del canto, si paga un pegno *. Ad Irkoutsk, 
in Siberia, la canzonetta della KourilUa o Kurulha 
dice cosi : 

Egli è vissuto, è stato kourulka (tizzone), 
* Dalle gambe sottili, 
Dall'anima corta; 
Non muore, kurulka. 
Non lascia duolo; 
Né fa danzare; 

• A. Machado y Alvarez, nel Folk^Lore and,^ an. I, p. 316 e seg. 

• Th. Braga, loc. cit., p. 346. 

' Laisnel de la Salle, Croyances et Légendes du centre de la 
Prance, t. II, p. 135. Paris, 1875. 

• E. Landrol, nella Mélìisine^ n. 7, col. ITO. Paris, 1878. 
5 J. Grimm, Deutsche Mythologie; Zweite Aufl.y p. 812. 

• Haluwel, Popular Rhymes, p. 112. 
' Tylor, op. cit., loc. cit. 

• GuTHRiB, op. cit., pp. 40-41. 



XL DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

e chi si lascia spegnere il lumicino, ha da fare, per 
penitenza, un balletto innanzi a* compagni ^ 

Edward Tylor riporta la conoscenza di questo giuoco 
al sec. Vili in Europa, e vi annette una superstizione 
della quale vennero accusati i manichei. Il Patriarca 
d'Armenia, Giovanni d'Osun, scrisse contro questa setta 
una diatriba piena di tutte le accuse familiari a' ne- 
mici del manicheismo; dove, tra le altre, cose era4etto 
che i manichei facevano il giuoco del Petit Bonhomme 
con una creaturina ferita, che passava di mano in 
mano, rimanendo come prima dignità della setta colui 
nelle cui mani il povero bimbo morisse. La medesima 
accusa fecero i politeisti a* giudei, i giudei a' cristiani, 
i cristiani a' manichei chiamandoli, forse con un' al- 
lusione al giuoco del quale si calunniavano, i huoni 
uomini *. Il giuoco sarebbe, pertanto, più che storico; 
tuttavia è possibile, se non probabile, che ricordi la 
corsa delle fiaccole degli antichi Ateniesi. Erodoto *, 
Pausania * ed altri ci fanno sapere che i giovani oc- 
cupando in linea lo spazio compreso Ira le porte del 
giardino dell'Accademia e le mura d'Atene, accesa una 
fiaccola innanzi 1' ara di Prometeo , se la passavano 
da mano a mano, e chi se la lasciava spegnere, ve- 
niva li per li escluso dal divertente spettacolo. 

Le citazioni fin qua addotte bastano a dimostrare che 
un giuoco è può esser comune a più popoli ed a 

1 J. BoLAKOF, nella Mélusine^ coU. 245-246. 
« Tylor, op. cit. — Braga, loc. cit. 
» Erod. lib. Vin, e. 98. 
* Paus., lib. I, e. XXX. 



DEI GroOCHI FANCIULLESCHI XLI 

più razze. Questo fatto ha un grande significato , ed 
acquista valore etnografico a misura che non uno ma 
dieci, venti o più giuochi ricompariscono in paesi lon- 
tanissimi tra loro, sotto forme medesime, o simili, o 
analoghe o, al contrario, differenti. Certo, si ha molto 
da pensare quando il nostro A Sivaleri, consistente 
nell'indovinare il numero de' fagiuoli, o ceci, o avel- 
lane, o sassolini tenuti in una mano chiusa *, lo in- 
contriamo comunissimo sotto il nome di Telàga-tàrt 
presso i Griavanesi'; e il giuoco deir^n^^^o, o del sas- 
solino che si nasconde nelle mani chiuse d' uno di 
molti giocatori messi in fila o a cerchio ^, lo ricono- 
sciamo nel Furon di Francia *, n^W Aneli picapadreU 
di Catalogna ^, nel Huron di tutta la Spagna, nel Jogo 
do anel del Portogallo ^, nel Ringelchen eintheilen 
della Slesia ', neUo Steinli-gà della Svizzera tedesca * 
ed in altri nomi, più o meno analoghi anche di signi- 
ficato, in Russia ®, in Ungheria, in Rumenia, in Grecia, 
in Turchia, dove il giuoco esiste come da noi, e come 
esisteva presso gli antichi col nome di Birae; quando 

» Gfr. n. 2L 

* E. HiLLTBR GiouoLi, op. cit., p. 177. 

* Gfr. n. 40. 

* Laisnel de la Salle, op. cit., II, 135. 

^ Maspons y Labrós, Jochs de la Infcmcia^ pp. 86-87. Barcelona, 
Marci Y Cantò, 1874. 

•Bbaoa, loc. cit., p. 357. 

' LiEBSECHT, Zur Volkskunde. Alte und neue Aufsòètze, p. S9Z, 
D 12. Heilbronn, Henniger, 1870. 

* HocHHOLz, op. cit., p. 428, n. 48. 

• GUTHRIE, op. cit., p. 96. 



XLII DBI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

nella francese Toupie à ficelle *, nel tedesco Kreisel, 
neiringlese Top, nella berbera Tahoudicfit de' Kabili *, 
veggiamo ricomparire la trottola ed il paleo greco-lati- 
no-italiano *, che pure usano i fanciulli giapponesi *, e 
nelle forme più graziose ^. Quando vediamo tutto que- 
sto; e attraverso la forma più o meno drammatica e 
mimica riconosciamo il giuoco A gatta cieca « nella 
Gallina ciega spagnuola del sec. XVI e d'oggi ^ nella 
*Caì)ra cega portoghese ®, nel Colin maillard fran- 
cese », al quale Beleze ebbe la malinconia di attribuire 
una origine storica del 999 d. C. *®, nell'inglese Blind 
man's huff , nel tedesco BUndeìiuhspiel o semplice- 
mente Blinde ^w^**, nello svedese 5^m6? &ocAr*', nel 

1 Beleze, op. cit., p. 104. — B. Pipteau, Grande Encyclopedie ge- 
nerale des Jeicx, p. 821. Paris, Fayard. 

• Bictionnaire fìrangois-berbère^ p. 598. Paris Imprimerie roy- 
aie MDCCCXLIV. 

» Cfr. n. 86. 

• AiMÈ HuMBERT , Lc Japon i llustré^ t. I , e. VII , p. 107. Paris, 
Hachette, 1870. 

• E. HiLLYER GioLiou, op. cìt.,. p. 398. 

• Cfr. n. 100. 

' El Porrenir, SivigUa, 7 febbr. 1881. 

• J. Leite de Vasconcellos , Trad, pop. de Portugal^ p. 181, g. 
Porto, Clavel 1882. — Braga, loc. cit., p. 356. 

• Pipteau, 6r. EncycL, p. 365-366. — I^olland, JeiM), p. 153, n. 28- 
^ Beleze, op. cit., pp. 31-32. 

«* Grimm, Worterbuch, V, 2,550. — Rochholz, p. 431. — Zinobrle, 
p. 44.— Rolland , Faune pop, de la France^ V, 115. — Frishher, 
Preussische Volksreime^ a proposito di questo giuoco dà molti ri- 
scontri. 

» Norman, Vngd, bok, II, n. 5; I, n. 40. — Arwidsson, Svenska 
fomsangery p. 417. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI XLIII 

finlandese Olla sokkosilla *, nel russo Sijon posifon*, 
e lo sappiamo gradito a' fanciulli giapponesi ^ ed ai 
greci d'oggi come lo fu col nome di x^'^p^vòa * a' fanciulli 
dell'antica Grecia, mentre in Nutka, nelF America, esso 
fu ragion di Stato ^; pensiamo a qualche cosa di più 
serio, elle non è il semplice fatto isolato: pensiamo a 
un fondo comune di tradizioni, e insieme a comunica- 
zioni, a passaggi, ad imprestiti che i popoli si fanno tra 
loro. 

Non v'è cosa di tanto pericolo per chi studia usi e 
tradizioni popolari quanto il voler determinare la ge- 
nesi d'un giuoco, che a prima vista sembra o nato in 
nn solo paese, o importato da un paese all'altro, an- 
che quando si abbiano dati sufficienti per venire ad 
una affermazione. Chi più dice, meno dice: e bisogna 
esser riguardosi e circospetti per non aver la disil- 
lusione di fatti a noi ignoti, che potranno , presto o 
tardi, venire in luce. 

In ossequio a codesto principio., io mal saprei di- 
chiarare in quali de' divertimenti fanciulleschi sopra 
cennati sia da ripetere una sola ed unica origine, ed 
in quali tante origini spontanee e naturali quanti sono 

* Arwidsson, op. cit., p. 417. 

' GUTHRIE, op. cit., p. 96. 

^ AiMÉ HUUBERT, op. Cit., loC. Clt. 

* PoLLucis Onomast,^ 1. IX, e. VU, nn. 113-114. U Braga, loc. cit., 
P* 356, vi fa corrispondere il giuoco greco {lutvda, ma stando a Pol- 
luce, Onomast. 113, questo ci ha ben poco da vedere, poiché è un 
^to di vari giuochi, senz^essere però nessuno di essi. 

^ Marcoaldi, Le Usanze e Pregiudizi del pop, Fabrianesey p. 109, 
n. 50. Fabriano, Crocetti, 1875. 



XLIV DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

i paesi che li hanno e ripetono più a meno tradizional- 
mente. Certo, in ogni raccolta di giuochi, e in questa 
siciliana soprattutto , ve n' è , sotto il punto di vista 
delle origini, dell' uno e dell' altro genere ; e se non 
fosse soverchio ardire io mi deciderei a favore d' un 
genesi unica per quei giuochi, i quali, con le debite 
modificazioni di aggiunte, di soppressioni e di varianti 
di atti, gesti e parole, si usano presso popoli d'una 
stessa razza o anche di razze differenti quando i giuo- 
chi risultano di atti e formolo abbastanza particolari 
perchè non possano prendersi come portato spontaneo 
dell'umana natura. Il giuoco A càncara e della o Ad 
anca ed ancona^ in cui uno fa da mastro, che tura gli 
occhi ad un compagno che fa da cavallo, ed un terzo 
salta addosso a costui , che deve indovinare quante 
dita mostri il cavaliere, e se non s'appone rimane sot- 
to, forse non può esser nato due volte, o per lo meno 
tante volte quanti sono i popoli che lo fanno. Abbiamo 
una testimonianza non dubbia che ne prova la esistenza 
appo i Latini, a' quali potè ben passare, per la Grecia, 
per altro paese , dall' Egitto , o probabilmente dal- 
l'Asia. Petronio Arbitro nel suo Satyricon ha questo 
aneddoto: « Trimalchio,,, hasiavit puerum^ acjitssit 
supra dorsum ascendere suum. Non moratur ille, 
usus equo^ manuque piena scapulas ejus suMnde 
vèrberavit, Inter que risum proclamavit Bue e a e! 
bue e a e ! quot sunt hi e ? ^. ^à io propendo 



* Tm Petronh, equitis romani, Satyricon^ g LXV, p. 36. Paris, 
edit. F. Didot fr. 



DEI GIUOCHI FANGIULLSSCm XLT 

per una trasmissione orale non solo per la mìmica, 
ma anche per la formola con la quale il giuoco s*ac- 
compagna. 
I nostri fanciulli in Sicilia dicono: 

Càncara e beUa 

Si' bona e si* beUa, 

Si* bedda maritata. 

Quanta corna porta 'a crapa? 

e se il cavallo, bendato, non s*appone, il mastro ri- 
piglia, p. e.: 

Si tri avissi dittu, 

Lu tò nasu fora fritta ecc. 

ovvero: 

Quattru dicisti, 
Lu jocu pirdisti, 
Si tri dicievi 
Lu jocu vincievi. 

E cosi, press'a poco , in Calabria , Napoli , Toscana, 
Romagna, Lombardia, Veneto *. I Francesi delBear- 
nese nello stesso giuoco dicono questa formola: 

De coutin, de coutan, 

De las craben d'Aleman; 

De cisèl, 

De pourròl, 

Quoant de cornes has darre ? 

E nella correzione: 

Minye cibade ! 
Si habes dit quate, 

' Cfr n. 87 con le Varianti e riscontri^ di p. 172-175, e a p. 445. 



XLVI DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

Nou patires pas autant 

Coum haras d'aci en dabantl *. 

In Andalusia: 

Recotin-Recotàn 

De la vera vera van, 

Del palacio a la cocina 

Quantos deos {dita) tienes encima? 

e s'aggiunge rettificando il nu^^^^o sbagliato dal ca- 
vallo : 

Si cinco digeras 

No me mintieras, 

Los golpes que Uevastes 

Tu me los dieras; 

come in Béam : 

No pasaras tanto mal ^ 

Como tienes que pasar *. 

In Portogallo, secondo la versione edita che abbiamo 
sottocchio, manca forse qualche verso da principio ^ 
ma il giuoco è lo stesso: 

Se dissesses que eram {tantos) 
Nào perdias nem ganhavas, 
Nem levavas cutilada, 
CutbHnho, cutelào; 
Qùantòs dedos estao n'esta mào? *. 

' V. Lespy, Proverbes du pays de Béamt Énigmes et ContespO'^ 
puL p. 87, n. XX; MontpeUier, MDCCCLXXVI. 

• FI R Marin, Cdntos 'pop, esp», t. I< nn. 81, 82, 83 e nota 41, di 
p. 120. — Maspons y Labrós, op. cit., p. 43, ne diede una variante 
catalana col titolo Pim pam cunillam, — Demofilo (A. M. y Alv.) 
nella Enciclopedia, ep. 2% a. 4, p. 30^^17 (SeviUa, 1880) illustrò 
con la sua solita diligenza questo Juego de Recotin-Recotàn, 

' Braga, loc. cit., p. 347. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI XLVII 

E lo stesso è altresì in Inghilterra, come attesta Tjr. 
lor, alla cui formola è preferibile quest'altra, che mi 
viene dal valente demologo sig. Coote: 

Buck buck how many in band 
do I bold up ? 

Nel Bvlta bochhom , o Bulleri bulleri bockhotm , 
usato come da noi dagli Svedesi, un giocatore dice : 

Bulta bulta bock 

Hur mànga bom star dot opp ? 

e si canta, a mo' d'esempio: 

Tre du sa', 

Fyra det va' 

Bulta bulta bock ecc. *. 

Potrei andare avanti con altre citazioni; ma queste 
son sufficienti a dimostrare la popol£|rità del giuoco. 

L'origine del Cancara e bella io non sarei lontano 
dall' ammettere anche pei giuochi A pari e caffo , 
Alla campana, e soprattutto per il siciliano A spum- 
^mta, che si fa con cinque sassolini o noccioli come 
dai fanciulli greci si faceva quello detto nsvxdXtea *. 
La tradizione greco-latina se non sempre è il più 
delle volte indizio di questa fonte o luogo di passaggio 
d'un giuoco; ed i popoli di Grecia e del Lazio furono 
i veicoli pei quali, come molti usi, credenze e prati- 
che, alcuni ludi infantili poterono dall'Oriente passare 
in Occidente. In Roma, grande emporio del mondo an- 

* NoRMANN, I, n. 44; II, 181. 

* PoLLucis Qnom. n. 126. Cfr. più innanzi il giuoco degli astragali 
dagli aliossi. 



XliVIII DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

tiijo, dovettero metter capo molti passatempi e diver- 
timenti fanciullesclii di popoli stranieri , e diventar 
patrimonio del popolo. Svetonio , come si dice, ne 
fece oggetto d'un libro; ed è sempre vera la sentenza 
di Rodrigo Caro nella introduzione edita della sua o- 
pera inedita; « Todos estos juegos estàn encadenados 
con la antigiiedad.... sin la qual todas las artes son 
inperfectas y sin gusto.» Un attento studio compara- 
tivo potrebbe portare alla conclusione che una cin- 
quantina e forse più de' giuochi attuali, con più di ag- 
giunte e meno di sottrazioni di circostanze e partico- 
lari, si trovano, rimontando indietro nei secoli, presso 
i Greci ed i Latini. 

Tuttavia non bisogna esagerare nei suoi riultati que- 
sti punti di partenza e di passaggio, né battezzar per 
greci romani divertimenti ed esercizi che possono 
nascere, e nascon difatti , spontanei in ogni tempo e 
in ogni luogo senza trasmissione di sorta. Molti giuo- 
chi, importa ripeterlo, come manifestazione d'un fondo 
comune di razza, anzi di razze, si scontrano infinite 
volte senza comunicazione storica in popoli diversi *. 
Se i Greci, quindi, avevano T aiépa ed i Latini Voscil- 
lum e r oscillatio^ mancherebbe delle più elementari 
conoscenze di fisiologia e di etnografia chi credesse di 
scoprire (grande scopeJrta,inveroI) aella nostra altalena 
un'importazione greco-romana.L'altalena, il fare a rim- 
balzello, che i fanciulli greci chiamavano enooxpaxtopLòg*, 
l'andare a cavallo alla canna, il ripiglino, il fare alla 

* Vedi H. Gaidoz, J>eux parallèles: Rome et Congo.» pp. 1-2. RC' 
vue de Vhistoire des religions. Paris, Leroux 1883. 
« PoLLuas Onomastìcum, VUI. 91, 38; e IX, VU, 119. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI XLIX 

palla ^ ed altri divertimenti son naturali , e tanto si 
fanno spontanei presso popoli civili come presso tribù 
selvagge '. I dilettanti non mancano mai: e negli stu- 
di di tradizioni popolari ve ne sono a dovizia. Niente 
per essi è più facile che sentenziare sulla nascita e 
sulla provenienza d'un uso o d'una jSaba. Mentre scrivo, 
uno di questi dilettanti non perita di dire che il giuoco 
a CapinnasGondere ' sia proveniente dalle isole della 
Polinesia, solo perchè in Matera (Basilicata) i rimpiat- 
tati, facendo questo giuoco, chiamano il compagno che 
è sotto con la voce fabù^ voce che da uno dei soliti 
Dizionari di cognizioni utili risulterebbe appartenen- 
te ad una cerimonia di quella remota parte dell'Ocea- 
nia *. Eppure chi non vede che la voce materana è 
un composto di due parole? la seconda delle quali 
tronca da un verbo, che può significare vieni^ o vedi^ 
cerca, o qualcosa di simile. Il Guys nel suo Voyage 
littéraire én Grece con egual leggerezza dichiarò come 
originari della Grecia moderna giuochi che egli vide 
^ iaggiando. L'Ampère , rilevando \ errore , notò che 
i Ula Grecia d'oggi vi sono giuochi propri come quello 
della Testuggine citato dal medesimo Guys, e quello 
<Ie>gli Astragali * trovato da Ulrichs « nel villaggio 

» 0. fr. nn. 244, 256, 12, 278, 82. 

s Cfir. Hall, Life xoiih the Esquimaus, v. II, p. 316; Lubbock, 
op. cit., p. 327 e 341. 

5 Cfr. n. 91. 

* V. Giambattista Basile, an. I, n. 6, p. 44. Napoli, 15 Giugno 
1883. 

^ Cfr. i nn. 55 e 56: ^ spumposta e A cincu. 

« Reisen und Forschungen. 

Q. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi. IV 



L DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

focese di Arachova. E appunto sollazzandosi a que- 
sto giuoco nella sua infanzia Patroclo uccise il figlia 
d'Anfidamonte, onde fu costretto a cercarsi un rifugiò 
presso Peleo. E qui l'Ampère esclama : « Vedi destina 
delle grandi cose I Vedi potenza delle piccole ! Se Pa- 
troclo non avesse da bambino giocato . agli astragali, 
come oggi fanno i giovani montanari d' Arachova , 
Achille, che non sarebbe mai stato l'amico ed il ven- 
dicatore di lui, se ne sarebbe rimasto nel suo padi- 
glione, e i Greci avrebber fatto ritorno senza impadro- 
nirsi di Troia , e... noi non avremmo la maraviglia 
della Iliade ^). 

Parlando di somiglianze che un giuoco ha in varie 
e differenti contrade, conviene cercare, più che altro, 
gli elementi semplici costitutivi di esso. Con questa 
intendimento molti sono tra' nostri giuochi quelli che 
diversamente combinati possono riscontrarsi tra po- 
poli ben diversi tra loro. Il Càncara e della citato , 
in Inghilterra non è un giuoco da fanciulli , ma da 
bambini, e la domanda che ordinariamente suol fare 
uno de' giocatori la fa la madre. In Russia il Cmicara e 
tella richiama al giuoco A Two^cac^'eca fondendosi in* 
questo tipo tanto noto e tanto comune.In alcuni paesi si 
fanno da adulti certi giuochi che in altri sono da fan- 
ciulli; in alcuni altri non si conoscono affatto giuochi 
che son passatempo ordinario ì\\ regioni da essi lontane, 
si conoscono sotto forme molto diverse. Un'occhiata 
a' giuochi greci antichi farebbe ragione a questa as- 
servazione. La penitenza che nel giuoco alla Cam- 

' J. G. Ampere, La poesie greque en Grece § 6. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI LI 

pana ha il perditore di portare a cavalluccio con gli 
occhi turati il vincitore, e di andare ad abbattere coi 
piedi il coccio ritto allo scompartimento ultimo, facea 
parte deirecpsòptap-òg, giuoco consistente nel tirar con un 
pallino sopra una pietra. Il giuoco nevxdXiea sopra con- 
nato usavasi dalle donne. Erano le ragazze quelle che 
giocavano alla testuggine, xsXi x^Xév^ *, fusione di vari 
nostri divertimenti, tra' quali la Moscacieca^ i Quattro 
cantoni * ecc; e fusione de' due nostri giuochi AUa 
palla e Alla lippa » è un giuoco usato dai Bongos, po- 
poli dell'interno dell'Africa *. Il Mangala de' Nubiani, 
Own de' Peuli, divertimento comune a' Niam-Niam, ai 
Fonlhi, ai Yolofi,a' Mandigui e ad altri popoli africani ^, 
ritrae dai giuochi Alle 'buche, Alla freccetta ^, I popol, 
delle isole Figi nell'Oceano pacìfico, di razza tra la ne- 
grità e la polinesa, hanno il nostro giuoco a' birilli, ma 
lo fanno in una loro maniera \ Da frutta, da sassolinii 
da bastoncini coverti di penne ritraggono i passatempi 
dei bambini della Nigrizia *. 

Di tutto questo le ragioni sono etniche e psichiche. 
L'uomo-fanciullo non può sottrarsi all'ambiente che lo 
circonda: e da esso ritrae le sue idee, su di esso acquista 

1 PoLLucis Onomast., Ice. cit. mi. 119 e 125. 
» Cfr. im. 100, 146. 
' Cfr. nn. 82, 83. 

« 6. ScHWEiNFURTH, AU cocur de VAfHqvje^ 18S8-1871, 1. 1, e. VII. 
Paiia, iiachette, 180(5. 
' 6. Sghwexnfdrth, t. Il, e. XIII. 
* Cfr. nn. 53,54; Mabcqaldj, p. 97, n. 15. 
' LUBBOCH, op. cit., p. 326. 
' R. Haictmann, op. cit. e. VI, § 1. 



LII DEI aiUOCHI FANCIULLESCHI 

le prime nozioni della vita domestica, ad esso acconcia 
le sue abitudini ed i suoi costumi. Alimenti, vestire, 
abitazioni, occupazioni giornaliere di lui, tutto s'informa 
alle condizioni telluriche e climatiche in mezzo le quali 
egli respira, si agita e muove. Se la cosa manca al pic- 
colo mondo che al fanciullo si presenta, Tidea di questa 
cosa deve egualmente mancare, perchè non ha ragione 
d'affacciarsi; e se la cosa esiste in una àata forma e 
maniera, sotto di quella s'apprenderà dal piccolo es-. 
sere. Queste forme e maniere son la causa prima delle 
differenze più o meno notabili , e delle più spiccate 
rassomiglianze de' giuochi, i quali, come s'è già detto, 
ripetono e contraffanno atti, fatti e parole della vita 
comune domestica e sociale. Uno sguardo ad alcuni 
de' giuochi e divertimenti finora ricordati basterebbe 
ad avvalorare codesta teoria. 

Una conseguenza di questo fatto etnografico può 
tirarsi dal numero de' giuochi e de' divertimenti fan- 
ciulleschi; il quale, checché si possa pensare in con- 
trariò, là è maggiore dove i fanciulli di popoli civili 
si mantengono ancora vergini d'istruzione, per dirla 
con una frase del Montaigne, e di educazione. La vita 
più meno eulta delle città in comunicazione e con- 
tatto di gente esterna può bensì accrescere questo 
numero, anzi, quanto a balocchi, lo porta all'infiiiito, 
ma concorre, in molti casi, a far perder loro la sem- 
plicità; e, ad ogni modo, dee lasciare de' gravi dubbi 
sulla provenienza popolare di essi; perchè è sempre a 
temere che a misura che ' l'ambiente artificiato d'una 
sala si sostituisce all'aria libera ed aperta delle vìe e 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI LUI 

delle piazze, giuochi e trastulli barattino le lor forme 
rozze e sbrigliate ma sempre eguali con forme ripu- 
lite e regolari che sanno d'arte e di società. D'altronde, 
per quanto svariati e molteplici vogliano supporsi 
i passatempi e le distrazioni de' popoli di coltura pri- 
mitiva, non saranno mai tanti da paragonarsi a quelli 
de' nostri fanciulli. Mancano gli oggetti da contraf- 
fare, gli usi da parodiare perchè giuochi e balocchi 
attingano ad un numero elevato. Da noi un giuoco è 
proteiforme, e non sempre è agevole riconoscerne l'e- 
lemento primitivo. Presso popoli non civili, non lo è, 
uè può esserlo : il tipo si riconosce subito , perchè 
spiccato, semplicissimo , caratteristico, e quindi non 
facile a confondersi con elementi che il modo di vi- 
vere d'un popolo, i contatti con altri popoli, le com- 
mistioni loro , e molte circostanze esterne possono 
avervi aggiunti e confusi. 

Di questi tipi nessuno presumerà per ora di deter- 
minare il numero anche probabile, non dico in Europa 
ma che in uno stato di essa , in Italia, per esempio ; 
né lo presumerà fino a tanto che per tutti i popoli 
non si facciano le raccolte che per molti bì son fatte : 
raccolte copiose, sulle quali possa formarsi una base 
di criterio , che sul piccoli saggi non è possibile ; 
sincere ed oneste , perchè gli studiosi non vengano 
mistificati ricevendo come merce d' un paese quella 
che è d'un altro, e per tradizionale e popolare ciò che 
nacque o fa importato Ieri da persone a modo. Però 
io non so quanto debba farsi a fidanza con certe pub- 
blicazioni di giuochi, i cui autori ebber di mira solo 



LIV DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

il numero , e riuscirono mostruosamente ricche, ma 
scientificamente inaccettabili. Valga per tutte quella 
svedese in due volumi, che porta il titolo Ungdornens 
ì>ok, e comprende un paio di migliaia di giuochi, pas- 
satempi, trastulli, esercizi, balocchi, presi qua e là da 
libri tedeschi e rimaneggiati in Isvezia da un compila- 
tore editore che sia. Questo Wander svedese dei 
giuochi (i paremiografi spassionati non troveranno in- 
giusto questo richiamo opportunissimo) ^ non può esser 
preso a guida ed autorità sicura. 

Por me i tipi principali de' giuochi fanciulleschi sono 
meno numerosi di quello che comunemente si crede, 
se per giuoco s' ha a intendere non già la contraffa- 
zione individuale, occasionale, capricciosa di qualsi- 
voglia atto della vita, ma bensì un dato divertimento 
tramandato da generazione a generazione, da tutti am- 
messo, da tutti inteso; un processo prestabilito di atti, 
formolo e condizioni, la infrazione, alterazione o sba- 
glio delle quali porta con sé una perdita o una peni- 
tenza. E qui troviamo riscontro nelle Fiabe e ne' Pro- 
verbi, che, come altrove notai *, non hanno il gran 
numero di tipi che ad essi da qualcuno si attribuisce. 

Se la economia del presente lavoro il comportasse, 
ed i limiti non fossero quelli che io mi sono volon- 
tariamente segnati negli studi comparativi di ciascuna 
delle mie raccolte di tradizioni popolari, io potrei con 



1 



Le mie couvinzioni intorno al J)eutsches Sprichworter-Lea^ikon 
del Wander sono quali erano nel 1880. Veggasi Proverbi siciliani, 
V. I, p. CLII e seg. 
• Proverbi siciliani^ v. I, p. CLHI. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI LV 

argomenti di fatto dimostrare come un terzo de' giuo- 
chi finora conosciuti d' Italia sia patrimonio de' fan- 
ciulli e degli adulti di gran parte d'Europa; e come, 
qualche cosa di più, probabilmente una metà, lo sia 
de' fanciulli latini, degli inglesi, de' tedeschi meridionali, 
salvo sempre le inevitabili differenze. Molto più oltre 
che la metà vanno le identità, rassomiglianze e ana- 
logie de' giuochi di Sicilia con quelli di tutta Italia; ma 
forse questo calcolo guadagnerà nella somma de' giuo- 
chi quando s' avrà più larga copia di documenti. I 
giuochi tipici, pe' loro caratteri, si riconoscono tanta 
a Palermo quanto a Torino, cosi a Girgenti come a 
Venezia, e ritraggono quale dal monte, quale dal mare 
e tutti dalla vita agricola e dalla pastorale. 

La Sicilia però, bagnata da più mari, allietata dal 
sorriso perpetuo del suo cielo, e a dispetto della na- 
tura e de' suoi abitanti , in ogni tempo dominata da 
gente d' ogni razza e d' ogni contrada , non può non 
cflfrire qualche nota particolare degna di chiamar la 
attenzione dello studioso di demopsicologia etnica. Io 
dovrei, meglio che sulle note comuni a' giuochi de' po- 
poli d'Italia, fermarmi sulle note diflTerenziali di essi in 
Sicilia; ma i fatti raccolti fino a questo punto bastano ad 
una esatta statistica ? non sarebbe più acconcio rile- 
vare sopra la non iscarsa mèsse mietuta nell'isola ì ca- 
ratteri principali che il giuoco potrà presentare in Italia 
di fronte al giuoco d'oltremonti e d'oltremare ? 

Attenendomi a questo concetto, ecco ciò che risulta 
dal giuoco tra noi. 



LVr DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 



IL 



Evidenti sono ne' nostri giuochi i ricordi e le allu- 
sioni agricole e pastorali nel più lato senso della pa- 
rola *, come le marinaresche *. La zoologia è rappre- 
sentata ora dal cane '*, ora dal lupo *, ora dal gallo 
e dalla gallina ^, ora dal cavallo ^, o dal gatto ' , o 
dal topo ®, e men di frequente da altri mammiferi e 
volatili domestici ®. Due volte è messa in iscena la 
scimia; due, in forma vaga e generica, il serpente *•: 
e non si va oltre di questi animali selvaggi, che quasi 
nelle medesime proporzioni di ricordo sono nella pa- 
remiografla siciliana. 

Meno importanti pel numero sono gli accenni me- 
teorologici. In un giuoco " un fanciullo raffigura il 
vento, che muove la girandola piantata in mezzo ai 

> Nn. 89, 90, 154, 181, 182, 210, 273, e 7, 114, 135, 151, 152, 179, 
209, 247. 

» Nn. 4, 113, 223, 242. 

^ Nn. 99, 132, 134, 135. 136, 177, 179, 188, '249^ 

« Nn. 96, 134, 136, 167, 178, 179, 184, 185. 

8 Nn. 55, 69, 88, 94, 136, 137, 140, 144. 145, 168. 

« Nn. 12, 86, 214, 253. 

^ Nn. 14, 162, 163 180. 

8 Nn. 91, 105, 144, 2^, 

® Raffigurano o ricordano U coniglio il n. 173; il corvo, 181; lo 
strillozzo, 182; la lucertola, 91; la volpe, 91; il gheppio, 155; il car- 
dellino, 160; la rana, 249; il rospo, 240; la civetta, 104; la rondine, 
113; rasino, 113; il maiale, 108, 164 ecc. 

'0 Nn. 169, 170 e 117, 136. Di passaggio è ricordato il leone, n. 113. 

»» N. 182. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI LVII 

seminati, e caccia via gli uccelli che vanno a beccare 
il grano. Più d'una volta è invocata la luna di sera 
come di giorno il sole, là dond'osso spunta *. Due gnippi 
di ricordi si soverchiano Tun V altro per numero : il 
monarchico ed il religioso; il che non farà maraviglia 
a chi conosce la nostra storia ed il nostro popolo. 

Se io bene mi appongo, ricordo di aver letto, non 
so in qual libro di Heine, questa osservazione: se due 
tedeschi s'incontrassero soli in un'isola deserta, l'uno 
farebbe dell'altro il suo sovrano. Questo che, secondo 
il celebre poeta alemanno, proverebbe lo spirito mo- 
narchico de' suoi connazionali , è una specie di bi- 
sogno istintivo di tutti gli uomini. Si chiami re, im- 
peratore, presidente, capo, che o governi personalmente 
mediatamente regga uno Siato, dove è umano con- 
sorzio è sempre un uomo nelle cui mani s'accentra la 
potestà suprema. Le genti primitive l'ebbero, le tribù 
selvagge odierne l'hanno come noi, benché"* in vari tem- 
pi, come oggidì, la monto umana abbia farneticato fino a 
sognare una comunione acefala, uno Stato anarchico. 
Nel suo piccolo mondo l'uomo-fanciullo non è diverso 
dall'uomo adulto, ed eccolo inconscientemente crearsi 
un capo che a' suoi giuochi sovraintenda. Maestro , 
giudice e re, il capo-giuoco deve egli il primo osser- 
vare, e fare osservare agli altri le leggi che gover- 
nano i giuochi in generale , il giuoco in particolai^. 
Egli modera, comanda, sentenzia; né vi è alcuno, che, 
pure espulso per infrazioni vere o presunte di leggi, 
si ribelli alla sua sentenza o pensi a richiamarsene 

» Nn. 140, 186, 159. 



LVIII DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

ad altro giudice. E come i Cincinnati ed i Washington 
non s'arrivano a contare sulle dita d'una mano, cosi 
l'ufficio del mastro, nella sua effimera potenza, viene 
ambito e contrastato. La stessa maniera primitiva di 
eleggerlo, il sorteggio, è una prova che la sua ele- 
zione, per le arabizioncelle che ne nascono, non pro- 
cederebbe senza contrasti, che altrimenti sorgono nella 
scelta per acclamazione. Giusto per questa naturale 
tendenza dello spirito umano, gli Spartani, per legge 
di Licurgo, a' fanciulli di più di sett'anni preponevano 
come principe il più pinidente e coraggioso tra loro, 
che sovraintendesse ai loro giuochi ed esercizi \ 

Negli studi moderni di pedagogia questo fatto non 
è stato, a creder mio, considerato abbastanza; e gio- 
verebbe considerarlo,affin di trarne partito per la scien- 
za della educazione. Questo spirito di obbedienza, di 
subordinazione, che procede alla pari con quello di os- 
servanza delle fogge e de' modi tradizionali del giuoco 
intesi comunemente dai fanciulli col nome comples- 
sivo di legge *, ha un significato profondo. Si pensi 

* Plutarco, Ftte, scrive: « Non si tosto compiuti aveano sett'anni, 
ch'ei (Licurgo) li distribuiva tutti in compagnie , e facendo che 
unitamente e colle medesime regole nodriti fossero ed educati, li 
accostumava ad intertenersi ed a giuocare insieme tra loro. Fa- 
ceva poi capo della compagnia chi più si distingueva in prudenza, 
e più coraggioso mostravasi ne* loro combattimenti. Oli altri aveano 
sempre gli occhi volti a costui e ne ascoltavano le commissioni e 
si assoggettavano a' .castighi, che loro dava ». {Volgariz, del conte 
Pompei). 

• Veggasi a pp. 23-25 del presente volume; per la Spagna, Mabin, 
Cantos pop. esp,, I, 178-182; per la Francia, Rollano, Jeux^ p. 178« 
n. 58. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI LIX 

comunque di tanti scapigliati esercizi da piazza ; ma 
si consenta che tutto questo,.ed insieme il giuramento 
di fedeltà, e i patti di pace, e la reintegrazione di chi, 
già messo fuori di giuoco, torna resipiscente, la somma, 
infine , delle pratiche e delle regole che costitui- 
scono il codice fanciullesco, codice non discusso mai 
.da nessuna assemblea, non emanato da nessun prin- 
cipe, eppure non contrastato e non violato mai senza 
grave ammenda, ha del grazioso e deiristruttivo. 

Tornando a noi, canti da bambini e giuochi da fan- 
ciulli parlane» di re , di regina e di viceré. In certe 
maniere di sorteggiarsi, i nostri ragazzi hanno per r^ 
colui sul quale cade primamente il conto ; regina il 
secondo, e via di seguito, degradando sempre tino al 
cameriere, al cuoco e al guattero della cucina. Que- 
sto re fanciullesco siciliano non è quello degli antichi 
fanciulli romani, pe* quali era in ogni lor giuoco il 
vincitore come asino era il perditore ^ In alcune 

* HoRAT. E'pist. I, L I, vv. 60-64 (ediz. cit.) : 

. . . At pueri ludents « Rex eris » uiuntt 
«Si recte facies.*» Hic murus aheneus esto etc 
Roscia, die sodes, melior lex an puerorumat 
Nenia, quae regnum recte facientibus offert 
Et raaribus CuriLs et decantata Camillis ? 

Polluce n^lX' Onomast, IX, VII, 107, scrive ; Et victus quidem a- 
sinus vocabatur (mmeqvne peragebat injunctum UH officium, Victor 
vero Rex erat^ et injungébat. Al n. 112 aggiunge: Quicunique an- 
tera fugientiutn captus fiieritf asinus erat. 

Veggasi pure A. Vannucci, Proverbi latini illustratiy voi. Ili, p. 18, 
(Milano, Brigola, 1883). Si ricordi il proverbio latino Rex aut a- 
sinus. 



LX DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

formole il nome del re vien messo avanti per ottener 
cosa non facile ad esser concessa : ed in altre è au- 
torità sacra e potente \ Spagna e J?e è il motto che 
impone tregua , sospensione parziale o generale del 
giuoco ne' momenti più pericolosi per uno de' gioca- 
tori; e v'è chi dice: StagghiOrRè^. Nulla, invece, di 
simile è in Ispagna e in Francia ^.11 re della tradizione 
ha potestà indiscutibile sulla vita de' suoi sudditi; ed 
il fanciullo che abbia dato qualche cosa e pretenda 
riaverla o accampi in avvenire diritti su quella, avrà 
tronco il capo dal re *, cosi come Bio condannerà 
all'inferno colui che non sarà leale nel giuoco ». Il 
mancar di fede e -lealtà giocando si considera come 
offesa a Dìo ; e Dio saprà punire lo sconsigliato ri- 
gettandolo da sé, e mandandolo all'inferno «; dove 
pur va chi nel giuoco a 8. Catarina di Siena ' non 

* 

saprà serbar la voluta serietà, e chi non ha avuto la 
bella ventura di far parte degli eletti dell'angelo, ma 
de' reprobi del diavolo, nel giuoco A li culura *. 11 

* Cfr. pp. 28, e. IV; 31, e. V; 85, e. IX , e nn. 4, 10, 58, 77, 78, 
130, ,135, 136, 137, 168. 

« Cfr. pp. 2^23. ' 

5 Nella Lorena si dice Fourchettel ne' dintorni di Parigi Ponce: 
a Baiona Fendits. Rollano, Jeucc, p. 178, n. 57, a, e, d. 

« La formola fanciullesca è : Veni *u re, e ti tagghia *a testa; e 
non si vede chiaro se tagli la testa direttamente, o comandandolo 
ad altri. 

» Cfr. pp. 23-25. 

« Cfr. p. 24. 

' Cfr. n. 137. 

• Cfr. n. 139. 



DEI aiUOCHI FANCIULLESCHI LXI 

diavolo è pietra di scandalo, attizzatore di liti, fomen- 
tator di discordie, cercatore instancabile di anime, che 
però nell'Arcangelo Michele trovano protezione e di- 
fesa \ L'elemento religioso spicca particolarmente nelle 
canzonette infantili, pòche delle quali ne vanno sen- 
za >. Il nome ed il segno della croce è usalo ed in- 
vocato ». Protagonisti e personaggi di giuochi sono spe- 
cialmente S. Giuseppe, S. Giovanni Battista, S. Antonio, 
S. Caterina da Siena *, e persino S. Vito, di cui si fa 
un paraninfo ed un protettore delle ragazze da marito *. 
Ho già parlato delle allusioni storiche nel canto e. 
nel giuoco. Chi ne cerchi delle aitre, ne troverà qua 
eia nella presente raccolta. Singolare, nel suo genere, 
è il Vola vola lumortu ^, che è un avanzo delle arti 
negromantiche de' tempi preistorici , modificate nel 
medio-evo, ed esercitate di contrabbando a' di nostri 
in Sicilia. Non ci vuol molto per iscoprire il carattere 
orientale che in esso predomina dal principio alla fine. 
I negromanti avean la pretesa di risuscitare i morti, 
di far alzare a volo : ed il Lazio, ove le arti occulte 
erano comunissimo sin -dai primi tempi, s' invigori in 
quella credenza quando venne introdotto il culto di Se- 
rapide. Né airantichità del nostro giuoco faccia specie 
lo scongiuro in versi rimati, perchè il popolo, mas- 

» Cfr. p. 24 e n. 176. 
« Cfr. mi. I, 2, 7, Il ecc. 
* Cfr. nn. 92, 151. 
*Cfr..nn. U9, 120, 131, 151. 
5 Cfr. pp. 26, 37, 68. 
' Cfr. n. 140. 



LXII DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

simamente fanciullesco, ama racchiudere in rima ciò 
che crede scienza, utilità domestica, credenza, storia. 
Sotto quella forma, certo non molto antica, e quelle 
voci onomatopeiche frlscu-friscu e piu-phi , c'è il 
parallelogismo delle idee che, secondo gì* intendenti» 
forma l'essenza della poesìa orientale. E come in questa 
campo immenso di usi e costumanze le analogie sal- 
tano agli occhi di ogni studioso, cosi accade qui ri- 
cordare l'altro giuoco A morsi Sanzuni S che parte- 
cipa del cennato giuoco e, parodiando un uso funebre, 
s' avvicina al Mataccinu , ludo carnevalesco , la cui 
esistenza, indubbiamente antichissima, fu storicamente 
accertata nel sec. XVn. Nel Mataccinu^ uno facea da 
morto, per terra; altri intorno a lui saltavano e can- 
ticchiavano lamentosamente, con gesti dinoccolati con- 
traffacendo i movimenti ed atti che il capo-giuoco mi- 
micamente ordinava ora sollevando un braccio , ora 
scotendo una gamba ed ora palpando varie parti del 
corpo; finché, levandolo di terra, se lo buttavano ad- 
dosso l'un l'altro *. I fatti poi e le credenze simboleg- 
giate nei giuochi A li caseddi , A li CìMura , A lu 
raloggiu, A lu tempiu , A 8, Micheli * son di tanta 
evidenza che qualunque parola di schiarimento è su- 



> Cfr. n. 141. 

« Pasqualino, op. cit., v. III, p. 126. 

' Cfr. nn. 75, 139, 174, 175, 176. Pel giuoco 139 vedi Rollavd, 
Jettx, p. 133, nn. 10, 11; Beleze, op. cit., p. 40; Demofilo, El Por^ 
venir, 7 febbr. 1881, g. XLVIII; Maspons y Labbós, p. 91; Libbrecht, 
Zur VolkskundCy p. 392 , n. 12 ; Rochholz , Alemann , Kinderlied 
ecc., p. 423, n. 40, e 43S, n. 60. 



J 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI LXIII 

perflua. Nella canzonetta ragusana Spmguli spinguli 
s'ammina * non è fuori del probabile la ricordanza 
di Simone Chiaramonte, che volle assediare la regina 
spagnuola Bianca, e poi fu appiccato alla finestra di 
una torre; ma non oserei affermarlo. A nessuno sfug- 
girà, però, il significato che può avere la voce Franza 
che oggi in Vicari, come trecent'anni addietro in Pa- 
lermo * e forse in tutta V isola, dicesi per imporre o 
domandar sospensione di giuoco ^, e che si piglia a 
titolo di giuoco difficilissimo ad eseguire e pieno di 
ostacoli *; e si vedrà come siasi perpetuata la memoria 
del Vespro siciliano in quella Ven^a (guerra), che i 
fanciulli chiaramontani ingaggiavano , sino a pochi 
anni or sono , tra loro sotto due schiere nemiche di 
Siciliani e di Francesi ^, I passatempi congeneri a 
questi racchiudono un certo significato storico. L' A 
latri e sbirri e Y Arrnmccciativi li testi * sono re- 
miniscenze degli antichi asili nelle chiese e nelle case 
de' feudatari, asili trasmodati in abusi appena credi- 
gli oggidì : e chiesa è detto nell'uno il mastro, nel- 
l'altro la meta , toccando i quali , come nel Rmnè \ 
l'inseguito è al sicuro, e non può esser più molestato 
dall'inseguitore. Il titolo A chiesa óùrriri , che in 
Casteltermini è sinonimo del giuoco A tocca micru », 

' Cfr, p. 28, n. IV, 

* A Dionisio, Amorosi Sospiri, at. IV, se. VII. 
' Cfr. p. 22. 

* Cfr. n. 76. 

' Cfr. n. 201. 

• Cfr. nn. 192, 188. 
' Cfr. n. 154. 

• V. a p. 269. 



LXIV DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

è reminiscenza.pur esso di questo privilegio della ira- 
munita ecclesiastica, e richiama al modo proverbiale 
Pigghiari la chiesa di pettu^ che noi Siciliani, . sen- 
za discorrerne il senso oggi poco comprensibile, ab- 
biamo iì\ bocca quando vogliamo diro che, non facendo 
economie, abbandonandoci a spese inconsiderate, cor- 
riamo rischio di fallire, e possiamo salvarci da futuri 
danni e vergogne S rifugiandoci in una chiesa. 

Degna di considerazione è la moltiplicità di for- 
me *, sotto le quali riappare il concetto di facinorosi 
che scorrazzano per le campagne, di persone della 
Giustizia che gli inseguono e catturano , di aguzzini 
che strappano loro di bocca una confessione qualsisia, 
di procedimenti penali a' quali vengon sottoposti. Que- 
sta è storia vecchia e nuova; ma, per le ch*costanze che 
racQompagnano, più vecchia che nuova. Come esercizi 
ginnastici di agilità e forza vanno qui legati i giuochi A 
lucasteddu e A li palazzi ^, finzioni o reminiscenze o 
imitazioni di assalti a castelli ed a palazzi di signor 
e A tu 'Mmasciaturi e A li Paladini * , vera con- 
traffazione di giostre e duelli paladineschi, ùon molto 
facili a trovarsi nel Folk-Lore fanciullesco d'Italia. Né 
vanno dimenticate le allusioni a Mori , a pirati bar- 
bareschi e, in generale, a Turchi. In Siracusa , città 
aperta al mare, il giuoco ó turcu è sinonimo del giuoco 

1 Tra le quali è memorabile quella di dover dare del sedere in 
sul lastrone, Dari lu e... a la balata, 

• Cfr. nn. 192, 193, 194, 195, 196, 197. 
» Cfr. nn. 198, 199. 

♦ Cfr. nn. 202, 203. 



D£l (GIUOCHI FANCIULLESCHI LXV 

• 

A li sarvi di Licata, che suona quasi: chi si può sal- 
vare si salvi; ed A toccamuru.—Turcu è chi va sotto , 
il quale stando nel mezzo sforzasi di chiappare, come i 
pirati d' una volta i pacifici cittadini, i compagni po- 
stati a un muro. In Mazzara, lungo la cui spiaggia o- 
pientale è un seno di mare tuttavia detto Cala di li 
Turchi, giocandosi A lu Marinaru il mastro con 
un bastone in mano imita il marinaio che voga per 
ì scampare a' corsari inseguitori , e dice: Voca^ voca 
lu marinaru^ ajatàmunni, chi vennu li Turchi ^ ; e 
come in quel di Modica, nelF-^ primera, che fa parte 
del noto tipo rappresentato in Francia dal Saut de 
rnouton, in Ispagna dal Salta de la comba *, in In- 
ghilterra dal Leap-frog ecc., c'è un salto chiamato 
'Urre ri Maroccu (i,l Re di Marocco), cosi corre nella 
costa del Trapanese, che guarda airAfrica, un giuoco 
di fuggitori e d'inseguenti, che vuoisi addirittura mo- 
resco, e, ad avviso di qualcuno, da' Mori primamente 
introdotto nella Spagna '. 

Il giuoco A lu *Mmasciaturi dianzi citato non devo 
confondersi col giuoco omonimo diffuso in buona parte 
della penisola dal Monferrato a Napoli. V Ambascia- 
tore dell'alta Italia (e non dico anche della Italia cen- 
trale, perchè esso mi pare più acclimato in quella che 
in questa), per ricerche che io n'abbia fatte, non l'ho 

1 Cflr. n. 207. 

' Cfr, n. 124, Belezk, op. cit., p. 6; Marin, v. I, p. 104-106, nn. 244 
e 245; pp. 173-174, note 220 e 222; Maspons y Labrós, Jochs, p. 85; 
folk'Lore andai, an. I, p. 198, n. XII. 

5 Cfr. n. 153. 

> « 

0. PiTRè. — Giuochi fanciulleschi, V 



LXVI DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

trovato finora tra noi. Manca esso del tutto ? Non lo 
affermo; penso però che, pur ritrovandolo, come tra- 
dizione di origine probabilmente celtica a parere del 
De Gubernatis, non può essersi tanto naturalizzato 
da prender veste schiettamente ^italiana. E si che lo 
Ambasciatore è il giuoco favorito in molte scuole 
private di bambine in Palermo ! Le romanze popolari 
che scesero dall'Italia settentrionale fino a Chieti e a 
Napoli, e qualcuna fino a Palermo \ nella forma che 
han presa nell'Italia meridionale, sono un bastardume 
di dettato. 

Quest 'assenza dell' Ambasciatore, se si guardi al 
dialogo poetico de' personaggi che figurano nel giuo- 
co, ha le sue buone ragioni. Nel nostro 'Mmasciaturi 
ci sono, è vero, messaggi e richieste di regie nozze, 
ma la lor fonte è ne' romanzi cavallereschi del ciclo 
di Caiiomagno, che col racconto e col teatro popolare 
si son tramandati di generazione in generazione fino 
a noi. ì^éiV Ambasciatore, messaggi e richieste sono 
ben differenti e nella sostanza e nella fojnna , e non 
hanno fra noi tradizione a cui ravvicinarsi. Niente di 
maraviglia dunque se mancano. È bensì da far le ma- 
raviglie come mai un giuoco popolarissimo in tutta 
Italia , il quale non ha nulla di estraneo a certi ele- 
menti che concorrono in altri giuochi usitati in Sici- 
lia, non si conosca né punto né poco tra' fanciulli 
siciliani. Com'è, p. e., che il passatempo infantile Stiac- 

« V. FiNAMORE, Storie pop. abruzz.^ neir Arch. per lo studio 
delle trad. pop., v. I. — Salomone-Marino, Leggende pop. sicil. in 
poesia, nn. IX.— Pitrè, Studi di poesia pop. pp. 294-^5. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI LXVII 

m-buroMa ^ non si fa delle nostre mamme uè dalle 
nostre nudrici ? Com' è che il giuoco AUe Porte del 
'paradiso *, e l'altro A CruschereUa *, ch'è appunto il 
Liùdere furfure de' Latini, non giunsero, dopo tanti 
secoli , in Sicilia, o se vi giunsero non vi rimasero : 
quando canzonette e filastrocche non siciliane vi son 
tuttavia popolari nella lor forma esotica? *. 

Né soltanto questi sono i dubbi che si affacciano 
alla mente dello studioso; che altri moltissimi ve ne 
sono, i quali ci fanno accorgere del bmgo cammino che 

1 Una versione montalese ne diedero Casetti e Imbioani , v. II, 
p. 404; una toscana Fanfani, p. 937; altre di Toscana, Urbino, Bo- 
logna, Verona, Corazzini, Comp. minori, p. 53 e seg.; di Venezia, 
Dalmedico, Ninne^nannei p. 28-29 e Bernoni, n. 4; delle Marche, 
GiANANDREA, Sogffio di giuocht ecc., p. 28-24, nn. 1-5. Questo giuoco 
è figurato nel .fregio posto in fronte al I* cantare del Malmantile 
racq. ediz. citata in questa raccolta. 

' Versioni napolitano ne diedero Oauani, Del dialetto napolita- 
no^ pp. 117-118; BiDERi, Passeggiata per Napoli t p. 85; Mounaro 
DKL Chiaro, Canti del pop, nap,, p. 18, n. 4;— abruzzese Finamork, 
Toc. dell'uso abr., p. 326; — toscana, Corazzini, Comp, minori, 
p. 90; — bergamasca. Rosa, sec. ediz. p. 188; terza ediz. p. 301, e 
Co&Azzna, p. 91. 

' Ne lessi una descrizione, anni fa, nella Gazzetta d* Italia, col 
titolo, se bene ricordo: Vonor. Lonza e il giuoco a cruscherella. 
Lo ha il Lippi, Mahn, racq,, e. Ili; e lo descrive il Minucci, v. II, 
p. 3, ed il Fanfani, p. 316. NeUe Marche è detto Semmolello (Qian- 
ANDREA} p. 27); ma in Fabriano Semolella (Marcoau)i, p. 119, n. 79); 
in Parma Romlétt o romlen (Malaspina) ; in Mirandola Remulett 
(Mbschieri, 181); in Bologna Remlett (Ferrari, p. 439); in Brescia) 
Cruscheta (Melchiori); in Padova Semole (Patriarchi); in Venezia 
Semola (Boerio). Corrisponde al tedesco Das Hdufelspiel, 

« Vedi a p. 27, n. II; 33, VI; 33, Vili; 63, 14. 



LXVIII DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

dobbiamo ancora percorrere prima di poter veder chia- 
ro in un argomento di tanta importanza'. L'etnografia, 
che devolve a sé gran parte degli studi sui giuochi, 
è scienza di Mti, e solo con questi alla mano le sarà 
dato affermare per quale concorso di circostanze un 
giuoco abbia avuto le tali o tali altre vicende. Io mi 
guarderò bene da spiegazioni e risposte precipitose. 

Qui dovrei dar fine al mio studio; ma lascerei cosa 
molto interessante tacendo del 'canto popolare dei 
fanciulli e della parte che esso, al pari che il giuoco, 
ha potrebbe avere nella educazione fisica e morale 
della tenera età. Lascio bensì ad antropologi come il 
Ploss * qualunque altra osservazione relativa alla vita 
del bambino e del fanciullo. 

Meritano particolare attenzione le formolo con le 
quali s' accompagnano ed imparano dai bambini i 
giuochi rappresentativi di dita , le canzonette ed il 
girotondo. Queste formolo misurate, cadenzate, tihe 
cosi mirabilmente rispondono ad un bisogno dello spi- 
rito infantile, sono efficacissime nello svolgere nei 
suoi primi momenti le facoltà e ftmzioni di esso, nello 
sviluppare le sue idee, nello snodare la lingua del 
piccolo essere. V'è qualche cosa di previggente nelle 
giovani madri che di cantilene lo confortano al sonno 
e lo allietano quand'egli è desto. 

Il canto è il linguaggio gradito di lui; il canto ejgli ri- 

* Dos Kind in Brcaich und Sitte dar Volchsr, Anthropologische 
Studien. Di quest'opera importantissiina, anche pel Folk-Lore fan- 
ciullesco genei'ale, ho sott'occMo la 2* edizione, della quale si at- 
tende la seconda metà della p. Il* (Berlin, Auerbach 1882, in gr. 8^. 



DBI GIUOCHI FANCIULLESCHI LXIX 

pete istintivamente con una monotc*nia, senza la quale 
il bambino non è bambino, o la cantilena non s*im- 
para. L'insistenza è una necessità imperiosa, e insieme 
un carattere de* canti infantili numerativi , riprodu- 
zioni indefinite d' uno stesso motto, d' una medesima 
nota, d' una sola e medesima idea. I giuochi di dita 
e di mano, che ogni madre fa al suo bambino, e ogni 
bambino ripete alla madre , formano una grande fa- 
miglia, di cui non è raccolta di divertimenti e canti 
popolari che non offra qualche saggio. Il giuoco di 
dita d'oggi sarà conto domani : e nel conto infantile 
delle dita è un primo passo verso la nozione della 
numerazione e del calcolo in embrione. 

Le danze a forma di ruote o di girotondo ci tra- 
sportano a tempi remoti, ed alla prima infanzia della 
umanità. Molti popoli selvaggi usano questi giuochi 
circolari. Rodrigo Caro rilevò nel XVIII della Iliade 
r Anda la rueda spagnuolo *, e noi riconosciamo il 
nostro Rota rutedda nella chorea dipinta sulle terme 
di Tito a Roma e della quale è fatto ricordo in qualche 
scrittore latino ♦. SiiTatti giuochi di cadenze mono- 
tone, ne' quali col ballo si fondono poesia e musica, 
sono, pel Fròbel le prime manifestazioni rudimentali 
dell'istinto della poesia, ed elementi primi dell' arte 
drammatica; pel Mila avanzo della poesia tradizio- 



iMachado y Alvabez, nel Museo Canario ^ Bevista quincenal , 
t. Ili, p. 81 e seg. Las Palmas, 1881. 

* Vittoiui Culex» V. 19; •»- Qvip, ifytamn 1. Vili, v, $S1;--Claud. De 
Bello GUcUmico, v, 448, 



LXX DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 

naie, poiché gli ultimi a perdere la ingenuità saranno 
certamente i fanciulli *. 

Da tutti questi fatti e da altri assai, che non è qui 
luogo d'enumerare,Federico Fròbel, studiosissimo della 
vita psichica e fisica dei bambini,trasse partito per quei 
Giardini d'infanzia, che la nuova scienza educativa 
ha trovati conformi alla umana natura. Il giuoco è 
la espressione del carattere dell'infanzia, l'atto spon- 
taneo onde il bambino più completamente si rivela. 
Ogni bambino gioca perchè ha da giocare , essendo 
questa la sola attività spontanea a lui concessa; dove 
egli non giochi, o è malato, o è un bambino troppo 
vecchio di senno, che è quanto dire un mostro. In 
quest'attività è la libera manifestazione degli stimoli 
istintivi, delle naturali tendenze del fanciullo. L'edu- 
catore non deve trascurare, deve anzi indirizzare in 
guisa questi giuochi da renderli buoni a sviluppare 
il corpo e lo spirito, ed ottenere il compimento della 
massima educativa: mens sana in corpore sano. Su 
questo principio è fondata la teoria del benemerito 
pedagogista tedesco, che la più intelligente tra le sue 
allieve, la baronessa di Marenholtz-Biilów, con l' in- 
telletto d'amore del maestro seppe chiarire e popo- 
larizzare *; e con queste vedute furono rimaneggiati 
i giuochi e i divertimenti che egli trovò nel popolo. 



* Mila y Fontanals , Danzas infant. castell, , nel Jahrbuch f. 
rom. u. eingl, Lit,y VII, II, p. 181. Leipzig, 1866. 

• H. GoLDAMMER, Méthode FroebeL Le Jardin cT Enfants, Dons 
et Occupations à Vusage des rnères de famil le, ecc» Avec une in 
trodvction de Mme la haromie de Marenholtz-Buelow ecc. 1. 1: Les 
dons du Jardin cTenfants. Préface (pp. XI-XLVlI).Berlin, S. W. 1877. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI LXXI 

Ma i seguaci d' una teoria son quelli che primi la 
esagerano: e questa del Fròbel è stata esagerata fino 
alle ultime conseguenze. Un malinteso principio d'e- 
ducazione fisica viene oggidì soppiantando in Italia le 
pratiche finora credute proficue alla educazione dello 
spirito. Tutto, si vuol ridurre a giuochi ed esercizi 
ginnici; e di ginnastica chiacchierano e scrivono sco- 
laretti, maestrucoli ed igienisti, che non videro mai un 
trattato di anatomia né di fisiologiarcome se questo pro- 
blema dello sviluppo fisico non fosse stato risoluto 
a priori daììsi natura, la quale ci mise addosso fuoco, 
agilità ed energia per saltare, arrampicarci, fare, in- 
somma, tutti quei movimenti che contano per monel- 
lerie solo perchè non hanno la raccomandazione d'un 
programma scolastico o d'un libro stampato. Certo, la 
vita sta nel moto ; e quando i giuochi. , pedagogica- 
mente parlando, sieno informati a giusti principi fisio- 
igienici, grandi servigi potranno rendere alla educa- 
zione. In questo chi dissentirà da ciò che pel miglio- 
ramento degli scolari si consiglia: Tarmonico sviluppo 
del morale e del fisico, e i giuochi allaria aperta ? * . 
Ma non esageriamo, perdio ! se non vogliamo portare 
il discredito a discipline, che, quando si mantengano 
nei giusti limiti, hanno diritto alla nostra riconoscenza. 

La sobrietà anzitutto ! 

* Non senza profitto potrà leggersi il recentissimo lavoro del 
liott. Augusto Behaghel, prof, al R. Ginnasio di Mannheim: Der 
T-urn-und Spielplatz des Gymnasiums und der Reulschute, Pdda' 
gogische Trdumereien, Mannheim, 1883. 



BIBLIOGRAFIA 



DBI 



OXTJOOHI Fu^IS^OIULLESOEII 



IN ITALIA 



BIBLIOGRAFIA 

DEI 

GIUOCHI FANCIULLESCHI 

IN ITALIA * 



1. Vocabolario veneziano e padovano co* termini 
e modi corrispondenti toscani, in questa seconda edi- 
zione ricorretto, e notabilmente accresciuto dallo 
Autore. In Padova MD€CXCVI. Nella stamperia Con- 
zatti)( a S. Lorenzo. Con licenza de' superiori. (In-4*, 
p. 16-361). 

Alla voce Zugare sono notati coi corrispondenti 
toscani, non sempre esattamente però, cinquanta 
giuochi e divertimenti infantili. La prima edizione 
è del MDCCLXXV. Una terza edizione se ne fece 
nel MDCCCXXI. Autore ne è Gaspare Patriarchi. 

2. Il MaXmantUe r acquistato di Perlonb Zipoli colle 
note di Puccio Lamoni e d'altri; conforme alV edizione 
fiorentina del 1750. In Prato, MDCCCXV. Nella Stam- 



* Contiene solamente i titoli delle principali pubblicazioni 
e le edizioni che io ho potuto avere sottocchio e mettere 
a profitto pei riscontri. Altre ne saranno citate nel corso 
dell'opera. 



4 BIBLIOGRAFIA 

perla di Luigi Vannini, con licenza de* superiori. (In-8") 
T. I, pp. XXXXVIII.235; T. Il, 232; T. m, 259; T. IV, 249. 

Le note del Minucci (Puccio Lamoni) al Malman- 
tile di Lorenzo Lippi (Perlone Zipoli) contengono 
i seguenti giuochi: nel voi. I: Paleo, p. 174; Birri 
e ladri, 182; Bruschette, 189; Civetta, 190; Guan- 
cial d^oro, 196; Capo a nascondere, 198; ecc. Nel 
voi. II, a' Nocciuoli, 70-73. Nel voi. Ili, p. 22-23; 
la 7 rottola, il Sussi, le Piastrelle, p. 35. Nel vo- 
lume IV, p. 35, 47, ecc., altri giuochi. 

3. Vocabolario bresciano-italiano compilato da Gio- 
VAN Battista Melchiori. In tenui labor. Virg. Tomo I. 
A-L. Brescia, dalla tipografia Franzoni e socio 1817. 
{In-8** gr., pp. 342 e una di correzioni). Tomo II. M-Z 
1817; (pp. 328). 

Segue un'Appendice e << Rettificazioni al Dizio> j 
nario bresciano-italiano aggiuntivi i nomi propri 
de* paesi della provincia bresciana e quelli delle 
persone col loro corrispondente italiano di Giovan- i 
Battista Melchiori. Brescia per Foresti e Cristiani 
rappr. la Soc. tip. Vescovi, 1820 ». In-8*» gr., pp. IV, 
innumerate, e 58. 

Nel tomo II, p. 323-326, è una lista delle voci re- 
lative a giuochi fanciulleschi in quel di Brescia. 

4. Vocabolario milanese-italiano di Francesco Che- 
rubini. Milano, dair imp. reg. Stamperia. Voi. primo 
A-C, 1839, (in-8« gr., pp. LII-388); voL sec. D-L, 1840, 
(pp. IV-418) ; vói. terzo M-Q, 1841 , (pp. IV-448); vo- 
lume quarto R-Z, 1843; (pp. IV-556-140). 

Nel voi. 11, pp. 234-238 , alla voce Qiugà, sono 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 5 

indicati e poi qua e là, ne' luoghi propri, descritti 
molti giuochi infantili, fanciulleschi e di conversa- 
zione. 

5. Usi e Costumi di Napoli e contorni descritti e 
dipinti. Opera diretta da Francesco de Bourcard. 
Voi. primo. Napoli, Stab. tipografico di G. Nobile, 1853. 
(In-8* gr., p.XX-324). Voi. secondo, ivi, 1858, (pp. 340). 

Nel cap. I, Guagliune (pp. 289-322) vi è un pa- 
ragrafo sui giuochi Guagliuneschi napoletani (pa- 
gine 297-303), e se ne descrivono diciannove dei 
più comuni. Il giuoco dello Strommolo è illustrato 
con ima tavola disegnata da Filippo Palizzi ed in- 
cisa e colorata al pari delle molte altre di tutta 
l'opera. L'art, è scritto da Enrico Cossovich. 

6. Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe 
BoERio. Seconda edizione aumentata e corretta, ag- 
giuntovi Vindice italiano-veneto già promesso dallo 
Autore nella prima edizione. Venezia, premiata tip. 
di Giovanni Cecchini edit., 1856. (In-4*, pp. 824-152). 

La prima ediz. fu fatta per cura di Daniele Manin 
nel MDCCCXXXIX. 

Tra' vocabolari de' dialetti italiani da me con- 
sultati e spogliati per questi studi è quello che in 
maggior numero e più largamente descrive i giuo- 
chi infantili, la più parte de' quali non sono nella 
raccolta del Bernoni. (Cfr. n. 23 di questa Biblio- 
grafia). Veggasi alla voce Zogàr, pp. 815-819. 

7. Vocabolario parmigiano-italiano accresciuto da 
più che cinquanta mila voci compilato con nuovo 
metodo da Carlo Malaspina. Volume primo. Parma 



6 BIBLIOGRAFIA 

Tìpogr. Carmignani 1856, (in-8«, pp. 516); volume se- 
condo, 1857, (pp. 407); voi. terzo, 1858, (pp. 453); voi. 
quarto, 1859, (pp. 472-40). — Prezzo L. 23, 60. 

Alla solita voce Zugar, voi. IV, pp. 463-470, son 
brevemente descritti quasi cinquanta giuochi e di- 
vertimenti, de* quali una quarantina hanno riscon- 
tro coi nostri di Sicilia. Sotto parecchi di essi son 
riferite le voci di uso in tutto il giuoco : ciò che 
non si trova in nessun vocabolario consultato per 
questa Raccolta. 

8. Oran Dizionario piemontese-italiano compilato 
dal cav. Vittorio di Sant* Albino. Torino dalla Società 
rUnionetipograflco-editrice, 1859. (In-4% pp. XVI-1237). 

Alla voce Giughè sono descritti in parte, in par- 
te richiamati e descritti sotto altre voci, i giuochi 
fanciulleschi più in uso. 

9. Vocabolario delVuso toscano compilato da Pie- 
tro Fanfani. Firenze, Barbèra 1863. Voi. uno diviso 
in due parti; (in-16^ pp. XII-1036). 

Vi si trovano, oltre molti giuochi di pegno, al- 
cuni giuochi e trastulli fanciulleschi a pp. 45, 56, 
69, 123, 125, 145, 224, 256, 488 della par. I; e a pa- 
gine 605, 669, 961, 1002 della p. II. I giuochi di noc- 
ciuoli descritti a pag. 619 son tolti dalle note del 
Mlnucci al Malmantile. Vedi al n. 2 di questa Bi- 
bliografia, 

10. Utile diilei. Libro di Letture per la FanciiU- 
lezza. Torino, Tommaso Vaccarino 1866. (In-16'*, pa- 
gine 152). Prezzo L. 1, 50. 

Autore di questo libretto è L., iniziale nella quale 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 7 

mal si può indovinare un nome. I3a p. 3 a 55 sono 
venticinque Giuochi per i fanciulli , alcuni popo- 
lari, altri tio; venti di essi figurati. 
Pubblicazione di carattere didattico. 

11. Canzoni popolari comasche, raccolte e pub- 
Uleute colle melodie dal Dott. G. B. Bolza. Vienna 
dein. R. Tipografia di Corte e di Stato ecc. 1867 {In-8^, 
carte 29). 

Nella seconda pagina di questa raccolta si legge: 
« Tirati a parte dai Rendiconti delle tornate dell' i. 
r. accademia delle scienze, classe filosofico-storica, 
voi. LUI, p. 637 ». I primi canti (pp. 640-643) sono 
canzonette infantili, come gli altri segnati 6, 7, 8, 
9, 10 sono giuochi. 

12. Màrchen und Sagen aì4S Wàlschtirol. Ein Bei'- 
trag zur deutschen Sagenkunde gesamnnelt von Chri- 
stian Schneller JT.X. Gymna^ial-Profess, Innsbnick. 
Vwrlag der Wagner' schen Universitats-Buchliandlung, 
1867. (In-8», pp. vni-25a, oltre 2 d'indice). 

A pp. 250-252 sono vari Scherz-und Kinderspru' 
che, tutti in dialetto tirolese italiano. 

13. Dialetti, Costumai e Tradizioni nelle Provincie 
di Bergami e di Brescia studiati da Gabriele Rosa. 
Terza edizione aumentata e corretta. Brescia, Sta- 
bilimento tip. Ut. di F. Fiori e Comp. MDCCCLXX. 
(In-g», pp. 389). 

Nella'quarta pagina della copertina si legge: Ere- 
scia Stab. Tipografico di G, B. Starli 1872. 

Parla de' seguenti giuochi: Testa e corona, p. 263, 
aliossi, p. 269; cip-alala, p. 275; canzonette per con- 



8 BIBLIOGRAFIA 

tarsi, pp. 275-276, 299-300; d'altro genere, pp. 289- 
290; il giuoco del mondo, p. 290; il motto foc nal 
giuoco a mosca cieca, p. 297; Apri, apri le porte, 
p. 301; e Et visto 7 mio galeto, p. 302. 

La prima edizione usci col titolo: Documenti sto- 
rici posti ne' dialetti, nei costumi, nelle tradizioni 
d^ paesi sul lago d^Iseo. Bergamo Mazzoleni 1850. 
Fu ristampata poi sotto quest'altro: Dialetti, costumi 
e tradizioni delle provincie di Bergamo e di Bre- 
scia. Seconda edizione aumentata e corretta. Ber- 
gamo dalla Tipografia Pagnoncelli MDCCCLVIL 
(In-8<», pp. 253 oltre 6 altre innumerate ed una di 
errata corrige). Prezzo 1. 4. 

14. Canti popolari siciliani raccolti ed iUustrati da 
Giuseppe Pitrè preceduti da uno Studio critico dello 
stesso Autore. Voi. primo. Palermo. Luigi Pedone- 
Lauriel, Editore. 1871. (In-16% pp. XII-452). Volume 
secondo, ivi, 1871 (pp. XII-500). L. 9. 

Formano i voli. I e II della Biblioteca delle Tra- 
dizioni popolari siciliane dello stesso autore. 

Nel voi. Il, pp. 16-36, i nn. 758-793 sono Jòcura, 
cioè giuochi infantili in canzonette e formolo. 

15. Ninne-nanne e Giuochi infantili veneziani rac- 
colti da Angelo Dalmedico e raffrontati ai toscani 
e ai francesi. Venezia, Stabilimento tipografico Anto- 
nelli 1871. (In-16^ picc, pp. 53). 

Nella copertina: Un libro per le mammine, pub- 
blicato per la nascita d'una nipotina del Dalmedico. 
I Giuochi infantili, sedici tra canti e varianti, vanno 
da p. 28 a p. 50 con diciotto raffronti: 11 toscani, 
5 francesi ed 1 romano. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 9 

16. Canti popolari delle province meridionali rac- 
colti da Antonio Casetti e Vittorio Imbriani. Volume 
primo. Torino , Via Carlo Alberto , 5. Ermanno Loe- 
scher, 1871. (In-8« picc, pp. XVI-332). Voi. secondo, 
ivi 1872, (pp., XI-447). L. 9. 

Formano i voi. II e III de' Canti e Racconti del 
popolo italiano pubblicati per cura di D. Compa- 
retti ed A. D'Ancona. 

Nel voi. II, « Canti di Falena » (Abruzzo), pp. 185- 
202, è una raccoltina di canzonette infantili e fan- 
ciullesche per giuochi. 

17. Centuria di Canti popolari siciliani ora per la 
prima volta pubUicati da Giuseppe Pitrè. (Senz'al- 
tro. In-8°, pp. 43). 

Tiratura a parte dall'eco dei Giovani , voi. II , 
fase. I, 2 e 3, pagine 71-86, 121-131 , 166-179. Pa- 
dova. A Morelli Editore, 1873. 

I nn. 81-86 sono Ninne-nanne e canti fanciulle- 
schi. 

18. Almanacco dei fanciulli per Vanno 1873, Anno 
secondo. Venezia, Nuova Libreria di C. Coen. (In-16**, 
pp. Vni-102). 

Da p. 18 a 46 sono descritti i seguenti 17 « giuo- 
chi dei fanciulli »: / quattro cantoni, Scaldamano, 
Moscacieca, Le bolle di sapone. Il colombo vola, 
Guancialin d*oro. Capo nascondere. Cerca ! cerca ! 
La fune. Il cerchio, Il desinaretto. La bambola , 
La coda romana, Il furetto o Sbricchi quanti. Il 
dominò e i fantaccini, La sfinge , Il ballo tondo 
la ridda. 



10 BIBLIOGRAFIA 

19. Giuochi, Uccelli e Fiori, Libro di ricreazione 
per le fanciulle compilato da Pietro Fornari. Milano, 
Giovanni Gnocchi di Giacomo , editore, 18T3. (In- 16*, 
pp. 104). 

Fino a p. 57 sono trenta giuochi, dei quali al- 
cuni popolarissimi, sebbene scritti e presentati con 
intendimento educativo e letterario. Manca qua- 
lunque indicazione topografica interessante per gli 
studi di tradizioni ; ma si riconoscono per la loro 
natura indubbiamente popolare i seguenti: l, VII , 
Vili, Xll, XIII, XV, XVII, ecc. tutti figurati. 

20. Raccolta di Giuochi fanciulleschi monferrini. 
(E a p. 3) : Giuochi fanciulleschi monferrini e di 
altre parti d* Italia fra loro com/parati raccolti da 
Giuseppe Ferraro. Firenze, Tip. deirAssociazionel873. 
(In-8«, pp. 18). 

Estratto dalla Rivista Europea di Firenze, an. V,. 
voi. I, fase. I, lo Die. 1873, pp. 77-92. 

Contiene dodici Giuochi infantili Monferrini , 
sette « Giuochi infantili monferrini paragonati coi 
toscani »; due altri giuochi calabresi dei quali non 
si sanno i confronti, un altro toscano id. ; quindici 
altri monferrini, id. Da p. 16 a 18 sono parecchi 
Usi e costumi monferrini. Una ristampa, che può 
considerarsi come una nuova raccolta, usci col ti- 
tolo : 

21. Cinquanta Giuochi fanciulleschi monferrini. 

Pubblicazione dello stesso autore nelY Archivio 
per lo studio delle Tradizioni popolari , voi. I, 
pp. 126-131 e 243-257. Palermo, Luigi Pedone-Lau- 
riel, 1882. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 11 

22. Opere di . , . VoL IL Catania, Stabilimento ti- 
pografico di C. Galatola nel R. Ospizio di Beneficen- 
za 1870 1874. (Ed a p. 3) : Raccolta amplissima di 
Canti Popolari Siciliani. Edizione seconda. (In-8*, 
pp. 751). L. 10. 

La categoria XXVIT, Canti e Giuochi fanciulle- 
schi, pp. 405-412, comprende 57 di queste canzo- 
nette e formole, ristampate in parte dalla Raccolta 
siciliana del Pitrè. Mancano quasi sempre le illu- 
strazioni. 

23. Giuochi popolari veneziani raccolti e descritti 
da DoM. Giuseppe Bernoni. Venezia, Tipografia Mel- 
chiorre Fontana, 1874. (In-16° gr., pp. 94). Prezzo L. 2. 

Da p. 9 a p. 89 sono 96 giuochi, trastulli , pas- 
satempi bambineschi e fanciulleschi. È la raccolta 
italiana più ricca in questo genere. 

24. La vita della Terra d* Otranto per L. G. De 
Simone. 

Vari articoli pubblicati nella Rivista Europea di 
Firenze del 1876. Nel fascic. del 1° maggio (an. VII, 
voi. II, fase. Ili, pp. 365-372) è un art. intitolato II 
Giuoco , e vi sono raccolti venticinque giuochi di 
fanciulli e di adulti nelle città e nelle campagne 
della Terra d'Otranto. 

25. Saggio di Giuochi fanciulleschi siciliani ora 
per la prima volta raccolti ed illicstrati da Giuseppe 
PiTRÈ. {Tirato a soli 25 esemplari). Palermo , Tipo- 
grafia di Pietro Montàina e Comp., 1877, (In-8*', pa- 
gine 29). 

Estratto dalle Nuove Effemeridi Siciliane di Pa- 
lermo, serie III, voi. IV, an, 1876. 



12 BIBLIOGRAFIA 

Contiene venti giuochi e divertimenti de' fanciulli 
in Sicilia raffrontati con alcuni d'Italia. 

26. Francesco Corazzini. / Componimenti minori 
della Letteratura popolare italiana nei principali 
dialetti, Saggio di Letteratura dialettale com^pa- 
rata. Benevento, Stabilimento tipografico di Francesco 
de Gennaro 1877. (In-16^ pp. XII-504 oltre un'Errata- 
corrige). L. 5 italiane. 

Ne' capitoli II (61-72) e IV (Th^O) sono Giuochi 
fanciulleschi, ossia canti infantili, e Canti fanciul- 
leschi. Divertimenti, cioè canti e giuochi de' fan- 
ciulli nelle varie province e dialetti d' Italia , con 
qualche rara citazione francese, inglese e tedesca. 
Sono divisi e suddivisi secondo le varie età ed il 
sesso de' bambini. 

27. Canti popolari istriani raccolti a Rovigno ed 
annotati da Antonio Ive. Torino, Ermanno Loescher, 
1877. (In-8° picc, XXXVI-383, con tre pag. di musi- 
ca). L. 5. 

Il cap. XXI (pp. 283-294): Giuochi fanciulleschi , 
ha diciassette canzonette e divertimenti infantili. 

28. Canti popolari di Ferrara , Cento e Pontela- 
g oscuro raccolti per cura del prof, Giuseppe Ferraro. 
In Ferrara, per Domenico Taddei e figli, 1877. (In-8* 
picc, pp. 145). L. 2, 50. 

A pp. 140-143 sono 6 giuochi di Pontelagoscuro in 
quel di Ferrara. Questi stessi furono stampati nel 

— Saggio di canti popolari raccolti a Pontelago- 
scuro (Provincia di Ferrara a. 1875). 

Inserito nella Rivista di Filologia romanza, voi. II, 



"laiB ■ r 11 — ' 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 13 

f. II-III, p. 193-220 e di là tirato a parte con la me- 
desima numerazione di pagine del periodico. 

29. L. Canzonette infantili pomiglianesi illustrate da 
V. I. Bologna, Tip Fava e Garagnani, MDCCCLXXVn. 
(In-8% pp. 32). 

Estratto dal Periodico bolognese: Il Propugna- 
tore, studi filologici^ storici e bibliografici^ voi. X. 
Questa raccoltina fatta in Pomigliano d'Arco (pro- 
vincia di Napoli), annotata e pubblicata per cura 
di Vittorio Imbriani, contiene parecchie canzonette, 
che sono veri divertimenti e giuochi infantili, come 
i seguenti: IX, XIV, XVII, XXII , XXX , XXXIV , 
XXXVII, XXXVIII, XLI. 

30. Saggio di Giiu>chi fanciulleschi delle Marche 
raccolti e annotati da Antonio Gianandrea. Roma , 
Tipografia Tiberina, Piazza Borghese, 89, 1878. (In-8«, 
pp. 40). 

Nella copertina si legge: « Presso E. Loescher, 
Lire Due ». Estratto dalla Rivista di Letteratura 
pop,, an. I, fase. II, pp. 137-144; fase. III, pp. 222- 
227; fase. IV, pp. 269-287. 

I Giuochi son trentadue (pp. 2-23): i Canti, trenta 
(pp. 23-30). 

Nella stessa Rivista di Lett. pop., fase. IV, pa- 
gine 307-309 (Roma, E. Loescher, 1879, in-S**) sono 
tre giuochi fanciulleschi sorrentini raccolti da Ales- 
sandro Parisotti col titolo: 

31. Costuìni e Giuochi popolari di Sorrento, 

32. Nomenclaiura italiana figurata corredata di 
un'appendice di oltre 1200 nomi comuni di esercenti 
arti e mestieri ad teso della gioventù e delle scuole 



14 BIBLIOGRAFIA 

primarie d* Italia per Massimiliano Barbieri ecc. Un- 
decima edizione , 1879, Stamperia reale di Torino di 
G. B. Paravia e Comp. Editori-Librai. Prezzo L. una. 
(In-8* picc, pp. 147). 

Il cap. X Giuochi e divertimenti fanciulleschi, 
p. 67-72, contiene una lista di voci italiane di giuo- 
chi e passatempi italiani e toscani con 16 piccoli 
disegnini marginali. 

33. Canti del popolo napoletano raccolti ed anno- 
tati da Luigi Molinaro Del Chiaro. Napoli, Tipografia 
di Gabriele Argenio, 1880. (In-8% pp. XII-312 oltre 1 
d'indice e 2 di Associaci alla presente opera). 

Le parti II e IV (pp. 15-56, e 71-98) contengono 
ricche raccoltine di Giuochi fanciulleschi e di Canti 
fanciulleschi, 

34. Usi e Costumi abruzzesi descritti da Antonio 
De Nino. Volume secondo. Firenze, Tipografia di Ga- 
spare Barbèra, 1881. (In-16* pp. X-251) Prezzo L. 3. 

A p. 66 sono notati cinque divertimenti , e da 
p. 81 a 118 sono descritti quattordici giuochi , al 
terzo de' quali: Esci e cova (n. XXV , p. 89) leg- 
gonsi varie filastrocche pel conto de' giocatori. 

Col titolo di Usi abruzzesi il voi. I usci nel 1879. 

25. Cinquanta Canti popolari napolitani raccolti 
ed annotati da G. Amalfi e L. Correrà MDCCCLXXXI. 
Milano, Tip. Italiana di G. Ambrosoli, via S. Simpli- 
ciano, 2, 1881. (In-16% pp. 31). 

Estratto daMsi Rivista Minima di Milano, an. 1881. 
Vi son compresi parecchi Canti da fanciulli. 



DEI GIUOCHI FANCIULLESCHI 15 

36. Nazareno Angeletti. Saggio di Giuochi e Canti 
fanciulleschi raccolti e annotati 4a Antonio Gianan- 
drea con uno studio di Antonio Machado y Alyarez. 
Cupramontana, Tipografia Achille Umani, 1882. In-S**, 
pp. 34. 

Tutto questo è nella copertina, che fa anche da 
frontespizio. A p. 1 si legge: « Questo articolo fu 
già pubblicato, meno qualche parte , nel Corriere 
delle Marche dell'B, 9 e 10 novembre 1881 ». 

È una serie di Appunti bibliografici sul citato 
libretto del Gianandrea, e vi è ristampato in buona 
parte e tradotto (pp. 7-25) un importante scritto del 
Machado y Alvarez sulla stessa raccoltina inserito 
nel Museo Canario di Las Palmas, t. Ili, nn. 27 , 
28, 29 (7 e 22 aprile e 7 maggio 1881). 

37. Poesia popolare infantile in Calabria {Canti , 
Ninne-Nanne, Giuochi, Leggende, Indovinelli), 

Raccoltina pubblicata dal prof. Fr. Mango nello 
Archivio per lo studio delle Tradizioni popolari, 
voi. I, fase. II, pp. 234-242, e III, pp. 389-396. Pa- 
lermo, L. Pedone-Lauriel, edit. 1882. 

38. Saggio di Stiutii sulla poesia popolare infan- 
tile in Calabria. 

Dello stesso autore. 'SeWArchivio, voi. II, fase. I- 
II. I Giuochi sono descritti nel IL Palermo, 1883. 

39. A tila tila tila, giuoco fanciullesco siciliano (con 
tavola in fototipia). 

Sotto questo titolo è illustrato un gruppo di giuo- 
chi, varianti V uno dell' altro secondo la maniera 
onde son fatti in Palermo, Cianciana, Mazzara, Po- 
lizzi. 



16 BIBLIOGRAFIA DEI GIUOCHI 

Di G. Pitrè. Appunti inseriti nélY Archivio, 1883, 
V. II, pp. 107-112. 

40. Il giuoco fanciullesco A la tortula nella pro- 
vincia di Trapani (Sicilia). 

Di Raffaele Castelli. Neil' Archivio, 1883, voi. II, 
pp. 113-116. 

Minuta descrizione della trottola e de' giuochi 
che con essa si fanno in quel di Mazzara, in ag- 
giunta a quanto sullo stesso giuoco fu scritto nel 
Saggio, n. 28 di questa Bibliografia. 



PAESI NEI QUALI SONO STATI RACCOLTI I GIUOCHI 



(Prov. di; Caltanissetta 



Messina 



Caltanissetta 


Barcellona 


Niscemi 


Gioiosa 


Piazza 


Messina 


Riesi 


Milazzo 


Vallelunga 


Roccella 




• Sanfratello 


Catania 


Santa Lucia 
Taormina 




Torre di Faro 


Acireale 
Caltagirone 


Palermo 


Catania 


Alimena 


Catenanuova 


Borgetto 


Etna 


Caccamo 


Giarre 


' Castronuovo 


Nicosia 


Cefalù 




Ciminna 


Girgenti 


Ficarazzi 




Isnello 


Alessandria della Rocca 


Monreale 


Casteltermini 


Palermo 


Cianciana 


Piana de' Greci 


Girgenti 


Polizzi 


Licata 


Prizzi 


Menfì 


S. Giuseppe Jato 


Porlo Empedocle 


Termini 


Regalinuto 


Valledolmo 


S. Margherita di Belice 


Ventimiglia 


Sciacca 


Vicari 



G. PiTBÈ. — Giuochi fanciulleschi. 



18 PAESI NEI QUALI SONO STATI RACCOLTI I GIUOCHI 



Siracusa 



Avola 


Alcamo 


Cliiaramonte 


Calatafìmi 


Comiso 


Castelvetrano 


Modica 


Erice 


Noto 


Marsala 


Palazzolo 


Mazzara 


Ragusa 
Siracusa 
Spaccaforno 
Vittoria 


Poggioreale 
Salaparuta 
Santa Ninfa 
Trapani 



Trapani 



•• k 



REGOLE E ATTERTENZE «EWERAU SDÌ GIUOCHI 



Innanzi di cominciare un giuoco si designa chi deve 
far da mastru o da mmnniay ossia da capo-giuoco , 
chi deve giocar prima, chi dopo, chijvH'n capUj e chi 
mita appuzzari *, cioè andar sotto; e si va *n capu 
sutta non solo fisicamente con la persona , ma an- 
che con l'oggetto o balocco col quale si gioca: trot- 
tola, monete, bocce, nocciuoli od altro. Sutta e 'n capu 
sono entrambi designati dalla sorte , come anche* il 
mastro, che però qualche volta viene eletto per ac- 
clamazione. 

Il sorteggio è vario e differente secondo le età, il 
sesso ed il giuoco: ma, in generale, si riduce a con- 
tarsi. Passiaino a rassegna i principali e più comuni 
modi di fare al conto, riserbando alla fine delle pre- 
senti Regole le filastrocche con le quali i giocatori 
sogliono tirar la sorte e contarsi. 

1. Nella prima età, specialmente tra bambine, il conto 
si fa sillabando canzonette e filastrocche, e per ogni 
sillaba accentata dall'uso toccando in giro sul petto 

^ Appuzare, dicono anche in Napoli, e il D* Ambra lo spiega così: 
« Appuzare, poggiare i piedi a terra ed incurvare tanto innanzi 
la persona, quanto basti a far angolo col podice. Chinai*e la testa 
e il dorso davanti verso le gambe da fare angolo simile ». Voca- 
bolario Napolitano-toscano domestico di arti e mestieri. Napoli , 
Tipi Chiurazzi, 1873; alla voce. 



20 REGOLE GENERALI 

ciascuno dei giocatori o delle giocatrici, cosi che colui 
(o colei) sul quale cade V ultima sillaba, va sopra, o 
sotto, ovvero fuori i pericoli del giuoco, secondo è stato 
stabilito innanzi. Alcune di queste filastrocche son dei 
giuochi, o meglio, de' passatempi per se stessi, e tante- 
volte si ripetono quante volte si vuol rifare il giuoco; 
altre servono solo per contarsi, e si conta sempre da 
destra a sinistra cominciando da chi tocca, che è quello 
da cui si comincia à contare *. Contare altrimenti 
sarebbe contro regola, e quindi ragione di nullità del 
conto, come il finire con cadenze, p. e., quadrisillabe 
una filastrocca cominciata con cadenze trisillabe, giac- 
ché ne verrebbero a variare i risultati della scelta del 
primo a dover giocare, o del *n capu, o del sutta. 

Vi son passatempi, vorrei dire aritmetici. Il più co- 
mune tra essi è in questa Raccolta col titolo Quinnici 
quinnici vògghiu fari, 

2. Tra fanciulli , quando si gioca in due, si fa A 
pam e sparu, o A pam e schicam, o A paru e zi- 
parv, (Marsala). Chi sorte inesci) ha il vantaggio di 
giocare il primo, di prendere primo la tal cosa. Si fa 
anche A paru e sparu quando, rimanendo in un giuoco 
due soli di molti giocatori, decidasi, p. e., delle ul- 
time mele o noci o dell' ultimo quattrinello rimasto, 
con questo mezzo. I Toscani dicono Fare apari e caffo; 
i Piemontesi Giughè a la muta, 

« Un modo proverbiale fanciullesco dice: Lo pasta si mancia oc- 
cussi; e si fa con la mano desti*a aperta im movimento di rotazione 
da destra a sinistra; volendo significarsi che i maccheroni si rac- 
colgono e mangiano facendo con la mano quel movimento. 



SUI GIUOCHI 21 

3. Quando si gioca in molti si s^mci o spaisci, Spà- 
Mri spatri (Palermo), o sfàciri (Catania), o sciacìri 

(Cianciana), o spari (Termini), è lo stesso che tuccari, 
o fari 6 toccu, o atticccari (Siracusa), o cuntari (Taor- 
mina). [Fare la conta in Roma, Faì^e al tocco in To- 
scana , Far all' amor del conto nelle Marche, Fare 
4il toco in Venezia e in quasi tutta Talta Italia). E si 
fa cosi : 

Si pongono in gii^o i ragazzi, e dettosi da uno di loro: 
Toccu io, o Tocca (p. e.) Ninu, (in Roma , per me) 
•che è quello da cui si deve cominciare a contare, tutti 
nello stesso moménto stendendo Tun braccio col pugno 
«hiuso, e abbassandolo, aprono uno, due, o più o tutte 
le dita della mano. (Questo si dice jiccàri o jittàri , 
doè gittar le mani). Si contano le dita aperte; e fin- 
giamo che il numero complessivo sia dodici. Quindi, 
«ominciando da quello che si stabili dover essere il 
primo, il ragazzo che conta, rivolto a lui, dice: uno, 
« seguitando a destra di questo sino a dodici; il ra- 
dazzo, cui tocca per sorte quest'ultimo numero, è quegli 
«he deve principiare il giuoco * sia andando sotto, sia 
facendo da capo, sia in altra maniera. 

4. A passa iridici cu la ^nanu , è un altro giuoco 
per tirar la sorte de* giocatori. Si cfr. 

5. In certi giuochi però, specialmente tra bambine, 
invece che A spatri, si fa A sim^ulidda, che è un giuoco 
per sé stesso, descritto nel corso del libro. 

6. Il giuoco AlVUschidda serve anche al sorteggio 
<lel sotto, o del capo-giuoco, o del primo a giocare. 

' Pico Luw di Vassano, Modi di dire proverbiai e Motti popò» 
^^i italiani, n. 681. Roma, Tip. Tiberina 1875. 



22 REGOLE GENERALI 

7. In alcuni giuochi, p.e., alle noci, al canneddu ecc. 
si accosta, cioè dal posto delle noci, dal canneddu si 
gettano verso la meta (singa) le piastrelle di cocci, le 
monete, i pallini, ed ha il primo posto nel giocare chi 
più s'accosta (accosta) alla meta, ed in ordine gli altri 
che fanno più vicino. 

Alcuni invece accostano gettando la palla quanto più 
presso, non già alla meta, ma alla filiera delle noci^ 
delle mele, al canneddu, 

8. Nei giuochi A baccarà baccaredda, A saturi ecc. 
l'altro giuoco A tavula vecchia, tavula nova serve alla 
scelta de' compagni. 

Il giocare A cumpagni [A compagnon in Milano,. 
An parila in Piemonte) consiste nello scegliersi ed 
unirsi i giocatori tra loro per parti o partite. Tra due 
che fanno ó toccu, o ax^costanu ecc., imo sceglie i fan- 
ciulli che vuole e gli ispirano fiducia, e se li fa com- 
pagni nel giuoco, e cosi fa l'altro. I compagni son suoi 
consorti e condividono gli stessi punti di vincita o di 
perdita, gli stessi vantaggi o svantaggi. 

Molti giuochi si aprono col motto Scurùnala! o 
Scurunella! o Sarva! (Licata) (nelle Marche Fuoco ! in 
Bergamo Foeug !): e per tutti o per uno de' giocatori 
sì sospendono con le parole quasi sacre Spagna ó Re ! 
(Spagna al Re), o Spagna e Re, o Stagghia Re! (Fica- 
razzi), ovvero Franza ! (Vicari) come dicevasi al cin- 
quecento *; Tefò ! in Trapani; Sculicènzia! con licenza, 
in Catania; Scerra ! in Comiso; Scièrralu! in Spacca- 

• e. Alessandro Dionisio, Amorosi sospiriySit, IV, se. VIL In Pa- 
lermo, per Gio. Antonio de Franceschi 1599. 



SUI GIUOCHI 23 

forno; Mezzafrancu ! in Mazzara; Za morta! zia morta 
in Marsala; Basta ! in Modica, Casteltermini, S. Mar* 
gherita di Belice; Moviti pir mia! in Licata; Alta pi 
wia! in Monreale. In Toscana spiga spiga e, secondo il 
MalmantUe^ IX, 35, spida; nelle Marche , secondo il 
GiXNANDREA, p. 4, nota 1, zuppa). Con lo scurùnala 
rompesi ogni indugio, con lo Spagna 6 Re si fa aHo-là, 
s'impone tregua, armistizio, necessitato da un accidente 
individuale o da trasgressione delle regole del giuoco *. 

La buona fede e V onestà sono condizioni necessa- 
rie in ogni buon giocatore: e i fanciulli si obbligano 
per giuramento a mantener le promesse, ad eseguire 
i patti stabiliti e le regole tutte del giuoco, a sobbar- 
carsi alle penitenze nelle quali incorreranno. 

Questo giuramento si fa in più modi. Eccone uno : 

Si segna in terra una croce, e ciascun giocatore la 
tocca coir indice e la bacia. 

Eccone un altro : 

Un giocatore tocca e mostra i propri panni al com- 
pagno e gli domanda : 

* « AUorchè qualche fanciullo , giocando co' suoi compagni , si 
trova ridotto a mal partito, e sta per esser sopraffatto, incomincia 
a strillare: Spagna^Be^ Spagna-Re, senza capirne il significato, che 
vai quanto dire, alto pel Re di Spagna; e con questa parola, il di 
cui vero senso nemmeno è compreso dagli altri, ma il di cui suono 
« rispettato da loro tutti, si fa alto alla puerile persecuzione, si dà 
tregua al vinto e si cerca di non molestarlo. La stessa parola Spagna^ 
He dimostra, che quest'uso ebbe origine nel tempo che la Sicilia 
era sotto il dominio spagnuolo ». 

P. Cacioppo, Cenni statistici sulla popolazione palermitana, pa- 
gine 107-108. Palermo, presso Salv. Barcellona 1832, in-8'. 



24 REGOLE GENERALI 

— Chistu chi è ? 
Risponde Taltro : 

— Cuttuni. 
E il primo : 

— Senza buffuniari a lu Signuri I 

ritenendosi offesa fatta a Dio il mancar di fede nel 
giuoco. 

Eccone un terzo : 

Si mostra e tocca un bottone del proprio vestito, e 
si chiede al compagno : 

— Chistu chi è ? 
Risponde il compagno : 

— Ferru. 
E il primo : 

— Lu Signuri ti manna a lu 'Nfernu! 

che vale: Il Signore ti manderà alllnferno se tu non 
giocherai onestamente. 

Queste forme comunissime variano per paesi. In Spac- 
caforno ognuno de* giocatori si strappa un capello; 
il mastro domanda a ciascuno :'U tò unni *u inanni * ? 
Le risposte son varie , ma press' a poco son queste : 
Sutta 'a varva W ó SignwH, o 'N Paradisu, o 'N Pa- 
lermu, cioè in luoghi ov'è impossibile rintracciare il 
capello. In Ragusa : Sputamu lichiii '; in Modica : 
Sputamu 'a facci ò dimoniu, ovvero : Sputamu; e 
cu* fa 'ngannarìi nun è flggiu d' 6 Signuri *. 

* n tuo (capello) dove lo mandi. 

« Lichitit metatesi, per litichi, liti, litigi. 

s Sputiamo; e chi fa inganni non è Aglio di Dio. 



SUI GIUOCHI 25 

Il giuramento, del resto , non si fa sempre , e più 
comunemente si fa nel corso del giuoco quando sor- 
gono certe quistioni; allora il mastro grida : Facemu 
cruci! e tutti giurano baciandola, o ripetendo una delle 
formole citate. 

Quando e' è un' infrazione delle regole del giuoco, 
i compagni chiamano all'ordine gridando: A la Uggii o 
S'kavi a ghiri a Uggì, o Secunnu laregula di lujocu: 
fatto importante della vita fanciullesca di strada, pel 
significato che potrebbe darsi a queste formole ed alla 
coscienza che le ispira. Il giuoco ha il suo codice, che 
a nessuno è permesso" mai di violare impunemente. 
Oringanni, le segrete intelligenze non si ammettono: 
bisogna sottoporsi a ciò che il codice pi'escrive , se 
non vuoisi incorrere nella pena che esso infigge. E 
una delle pene, la più comune, che i giocatori, costi- 
tuiti li per li in giudicato, decretano è la esclusione 
dell'ingannatore sia dalla partita, sia da tutto il giuoco. 



CANZONETTE E FILASTROCCHE DEI FANCIULU 

per contarsi. 



I. 

Trizzi trizzi tri maruzzì; 
Tri surelli stannu 'n casa, 
Una prega a Santu Vitu 
Pri pigghiàrisi un buonu zitu, 
Buonu zitu cucurucùl • 
Nesci fora e vattinni tu ! 

PiTRÉ, Centurie, n. 84. Una variante avellinese è in 1m- 
BRiANi, Canti popolari avellinesi; Bologna, Tipi, Fava e 
Garagnani 1874, p. 72; una pomiglianese nello Stesso, n. XVI, 
ma più lunga, e « si canta per divertire i ragazzi dimenan- 
doli sulle ginocchia. » Questa qui è nelle Poesie pop, cala- 
bresi (Livorno, Tip. P. Vannini e F. 1881) pubblicate dal prof. 
F. Corazzini per nozze Chiarini-Mazzoni; ed ha qualche dif- 
ferenza : 

Tre ragazze a *na fontana 

Una strica e n'atra lava 

Una prega a Santu Vitu, 

Ma noe bianda 'nu bonu maritu, 

Biancu, russu e culoritu 

Comu la 5^accia de Santu Vitu. 

II nome di 5. Vito nel presente canto in Sicilia , in Ca- 
labria e più in là ancora non è, come potrebbe parere, una 
necessità della rima, ma un vero fatto mitologico, che si ri- 
scontra anche nelle credenze francesi e germaniche. Vedi 
D. MoNNiER, Tradii, popul, p. 792 ; Maury, La Magie et 



CANZONETTE E FILASTROCCHE PER CONTARSI 27 

T Astrologie, p 159, nota; Dorsa, La tradizione greco-la- 
tina negli usi e nelle credenze pop, della Calabria Cite- 
riore, p. 30-31. Cosenza, Migliaccio, 1879. 

IL 

Una, dui, li tri cancelli 
Ciciri cotti e campanelli. 
Mentri scontra Taceddu papà 
Quantu pinui mi voli purtà' ? 
Mi nni porta vintitri : 
Una, dui e tri. 

Una canzonetta analoga calabrese è in Mango, n. XXV. 
In Biceglie, nel Barese, si contano le dita, e quello su cui 
cade la voce fora si chiude: 

Una, la dua, la ti*e cannella. 
Addò 8^ vèffliene ve belle mtnenne? 
A la porta de San Nicola: 
Scite palumme e cacci fora. (Inedita) ^ 

Il Rosa, 3" ediz. p. 276, ha questa de' fanciulli bresciani : 

Ona, le dò, le tre canele. 
Che sonava le campanele. 
Che sonava loril, lorillo," 
Che sonava le ventitré: 
Ona, dò e tré. 

A' Bresciani e Bergamaschi è comune quest* altra pella 
sorte al giuoco di rapirsi le poste al Paradiso : 

Ona, le dò, le tre canele, 
Tìchete, tachete, campanele, 
Useli che sta sol mar, 
Quate pene ghio portat? 
Ho portat dna masòla, 
Questa det, e questa fora; 

' Le lettere corsive ne* canti di Biceglie son mute. 



28 CANZONETTE E FILASTROCCHE 

Variante di un'altra canzonetta bresciaìia pubblicata dallo 
Stesso nella 2* ediz. p. 187. Variante è anche la seguente 
tirolese raccolta da Chr. Schxeller, p. 252: 

OseUin che va per mar, 
Quante penne poi portar, 
Poi portar *na penna sola 
Questa *n dentro e questa 'n fora. 



III. 



Una, dui e tri cannelli 
Fa satàri lu pummatelli, 
Pummatelli è 'n galera; 
Scinni, cani chi t'afferra, 
E t' afferra pi lu schinu, 
Lu nnimòniu t' è parrinu, 
Parrineddu cu 'u zuzzù, 
Nesci fora e vattinni tu ! 

Una Tariante palermitana è in Pitrè 
n. 775. Un canto simile per contarsi: 



[Alìmoia) 
Canti pop. sic. 



IV. 

Splnguli spinguli s'arrimina 
'N capu 'u lettu d' a rigina, 
Rigina spagnola; 
Tiritàppiti, nesci fora ! 
Fora quaranta, 
Tuttu lu munnu canta, 
Canta lu jaddu 
Appisu a la finèscia 
Cu tri palummi 'n testa: 
Jaddu, jaddina, 
Palermu e Missina. 



{Ragv^a) 



PER CONTARSI 29 

Qaesta canzonetta, di cui è variante appena riconoscibile 
la seguente , corre in quesf altra forma , egualmente im- 
portante, in Alcamo: 

Pingula pingula maistina 
Di Palermu la Rigina, 
Centu quaranta 
Tuttu lu munnu canta; 
Canta la gaddu; 
Rispunni la gaddina; 
Manna la Francischina 
Affacciata a la finestra 
Cu tri palummi 'n testa, 
Bianca bianchina 
Palermu e Missina. 

Nelle Marche ricomparisce la stessa canzonetta più lunga, 
ma anche poco intelligibile: 

Staccia minaccia, 
Buttalo giù la piazza, 
La piazza de le sdre 
Le mammolette d'ore. 
D'oro e d'argento. 
Che pesa cinquecento; 
Cento cinquanta 
E la gallina canta, 
Canta la gallina. 
Risponde Serafina; 
Serafina sta in finestra 
Con tre corone in testa; 
Passa tre fanti 
Con tre cavalli bianchi, 
Bianca la sella 
E la padrona bella; 
Bella la padrona, 
Brutta, brutta la garzona. 



80 CANZONETTE E FILASTROCCHE 

E si canta dondolando i bambini sulle ginocchia. (Gian- 
ANDKfiA, p. 23 e 24, nn. 1-5). 

In Tortona, prov. di Alessandria, fors) si fondono due 
canzonette nella seguente filastrocca: 

Trenta quaranta 
Tùtt ar mond u canta; 
Canta lu gali, 
Risponda la gallina; 
Madama Tomasina 
S*è fatta alla finestra 
Con tre corone in testa, 
Bianca ha la sella; 
Bundì, Madamisella ! 
Madamisella in sar castell 
Dà ar bun di ar sur Curunnell; 

— Sur Curunnell dia gamba rutta, 
Dlmm un po' quanta av custa? 

— Am custa un carantàn 
Sutta ra porta ad' Milan. 
Sutta ra porta ad' Turtona, 

Duva as poasta l'erba bona, (/inocchio) 

L'erba bona l'è ben pista 

Quatter donn in su la strà. 

Una 'a fila, l'attra 'a taja, 

L'attra 'a fa cappell ad fiur 

Ra più bella fa l'amur. 

Fa l'amur cun Catarèna 

Leva su ca l'è mattèna, 

L'è mattèna mattina 

Leva sii ca l'è fiucà, 

L'è fiucà su 'na muntagna 

Viva viva 'u re d"a Spagna; 

'U re d"a Spagna e l'Imperatur, 

Viva 'u sur Duttur. 

'U sur Duttur, u s'è fa ra ssiìppa, 



PER CONTARSI 31 

So mvijè SLg Tha mangia tutta, 

E lù por fagli dispett 

Gh'ha fatt 'na cacat nel lett. (Lied.) 



V. 



Pingula, plngula maistina; 
'Na paletta di rigina 
Cu Taneddu piscaturi 
Chi ti vegna 'u bon amuri ! 
Bon amuri e tricchitrà: 
Unu, dui, tri e qua. {Palermo) 

Questo canto, inserito in Pitrè, Canti pop. sic, n. 775, 
cfr. col XXIV de* Cinquanta canti pop. nap. di Amalfi e 
Correrà: 

Spìncula spìncula San Martino; 
cappelletto ra regina, 
cappelletto re spade, 
L'ainiello va Jettanne, 
Va jettanne e tricche tracche 
Una, roie, tre e quatte; 

col seguente abruzzese (De Nino, p. 91): 

Pinguija, pinguija. San Martino, 
La cavalla de la regine. 
É menùte Ju spaccaterre 
Pi sparti* la robba bella; 

e con La Corsa di Pontelagoscuro, in Ferraro, Canti pop. 
di Ferrara, Cento ecc. p. 142: 

Mlngula màngula 
Per matina 
Sun la fUa 
Dia regina. 



32 CANZONETTE E FILASTROCCHE 



VI. 



Lina lina zoppa zoppa, 
Quantu pinni leni 'n coppa ? . 
E nni teni vintitri: 
Una, dui e tri. {Palermo) 

Veggasi in Pitrè, Canti pop. sic, n. 779. Una variante 
avellinese è in Imbriani, p. 78: 

Gallina zoppa zoppa, 
Quanta penne puorti *n coppa t 
Ne puorti ventitré: 
Una, due e tre. 

Una poraiglianese nello Stesso, L, Canzonette ecc., n. IV: 

Rallina zoppa zoppa. 
Quanta penne tiene 'n coppa? 
Ne tengo ventiquatte: 
Una, doie, treie e quatte. 
Quatte e belle e cucherecù 
Jesce ^a fere, apochia tu. 

Una di Napoli in Cashtti e Imbriani, voi. II, p. 402; una 
altra beneventana in Cor azzini, Comp. min., p. 105; una 
abruzzese in De Nino, p. 74: 

Tina tina toppa 
Quante penne stiàne 'n coppa! 
Ce ne. stiàne ventiquattre. 
Una e due e tre e quattro: 

Un'altra romana in Sabatini, Canti pop. rom., n. 89. (Ro- 
ma 1878): 

Gallina zòppa zòppa. 

Quante penne pòrti in gròppa f 

Ce né tièngo ventiquàtto: 

Una, dùa, tré e quattro. 



PER CONTARSI 33 

Come si vede il nostro canto è un'importazione. Veggasi 
coi suoi riscontri la canzonetta n. II: Una, dui, li tri can- 

-cellL 

VII. 

Pala, palidda, signura cummari, 
Haju 'na figlia chi sapi jucari, 
Sapi jucari a lu trentatri : 
Unu, dui e tri. [Riesi) 

L'Imbriani ha questa di Avellino, p. 78: 

Paletta, paletta signora commara. 
Tengo 'na figlia, non sape jocare; 
Non sape jocà' 11 vintiquatto, 
Una, dui, tre e quatto ! 

Vili. 

Sutta 'a prièula nesci luna 
Prima ciàura e puoi matura, 
Veni 'u vientu ca ziculia, 
Pumu, cannedda, jalofru e giunia *. (iJa^i^m) 

Ci vuol poco a vedere che anche questa canzonetta è stata 
iniportata in Sicilia, dove la parola uva delle versioni con- 
tinentali non esiste, e trovasi indebitamente sostituita dalla 
voce luna del primo verso. Versione avellinese è questa 
<ieiriMBRiANi, p. 77: 

'Ncoppa a *na prevola esce Tuva, 
Quanno j amino noe ammatura, 
'Noe ammatura a vennegnà'. 
Tira, molla, carofanà. 

* Giunta, forse da Juniper, messo come conviene , ti'a le piante 
aromatiche anziché tra le funebri. 

G. PiTBÀ. — Giuochi fanciulleschi. 3 



34 CANZONETTE E FILASTROCCHE 

Amalfi e Correrà, n. XLVII, hanno questa napoletanar 

Tengo 'na prevula d'uva 
Meza acerva e mez'ammatura. 
Vene o viente e a teculea, 
Zuffarà, zuffarà, 
Pepe, cannella, carofenà. 

Pomiglianese d'Arco quest'altra (Imbriani, L. Canzonette^ 
n. Ili): 

*Ncoppa 'a prevola nce sta Tuva; 

Primme acèvera e pò* ammatura: 

Mene 'nu viento *e tuchelià' 

'Nzurfarà 1 'nzurfarà' 1 

Pepe, cannella, carofanà ! 

Abruzzese un'altra del De Nino, p. 90: 

Sotto la pergola nasce l'uva 
Prima cerva e po' matura: 
Chest'è l'uva de Sanbastià' 
Pepe, canella, carufalà. 

Toscana quest'altra della Garfagnana Estense: 

Sotto la pergola nasce l'uva, 
Prima acerba e poi matura. 
Cenci cenci riattoppati, 
Rivenduti, ricomprati. 
Rivenduti in Barberia, 
Salti fuori bella Maria. {Ined.) 

Marchigiana quest'altra d)l Gianandrea, n. 13: 

Ah, ah, ah, ah ! 
Sotto la brocca nasce Tua, 
Prima nasce e po' matura 
Prima nasce '1 zaffarà': 
Pizzica, mozzica, roffolà'. 



PER CONTARSI 35 



IX. 



E sutta Mazzarinu 
Cc'è 'nu bellu musulinu, 
A tri tari la canna 
E si vesti Marianna, 
E si vesti cu palòri 
Marianna or' ora mori. 
E tolla pizzichettolla 
E la cruna di lu re; 
Quantu fanu ? cincu e se*, 
Gincu e sei fanu cutella 
A cu' nesci la cciù bella. 
Bella billina, 
Stòcchiti 'n Cina, 
'N Cina, *ncinanti, 
Mastru Firranti 
Tri palummi 
Stanu 'n casa 
Curuccucù 
Trasi, nesci e vattinni tu. {Ragtùsa) 

B Palermo corre cosi (Pitré, Canti pop. sic,, n. 778): 

Zàmmara, zàmmara, porta-quartàri; 
La curuna di li rè. 
Quantu semu ? vintisè*. 
Vintisei spizEàmu cutedda. 
A cu' nesci la cchiù bedda. 
Bedda biddina, 
Tocca la cima, 
Cima cimanti. 



36 CANZONETTE E FILASTROCCHE 

Ferra flrranti, 
Ciccu Baruni 
Nesci tu avanti» 

In Alcamo c'è questa variante: 

Zàmmata zàmmata, spe^Qza quartàri, 
E la cruna di lu re, 
Quantu semu ? vintisè\ 
Vintisè* panicuttè... 
Bedda biddina eoe. 
Ciccu Baruni 
E naticuni. 

In Castronovo: 

Giàmmara giàmmara spezza quartàra 
Di la cruna e di lu re ecc. 
Ciccu Baruni nisciutu di fora 
Sinu a Portauova. 

In Polizzi: 

Quantu semu? vintisei 
Di li sei facemu cutedda ecc. 
Cima cimanti 
Stocca flrranti 
D. Ciccu Paulu lu Baruni 
Nesci fora comu un minchiuni. 



X. 



Passa 'n vicciarieddu, 
Ca porta 'n panarieddu, 
Cinu cinu di cirasa, 
E nni duna a cu' lu vasa; 
Mancia tu, si' picciriddu, 
Va ciàmiti a Turiddu, 
Turiddu nun ni vo' 
A bo, e be, i bi, o bo. {Ragusa) 



PER CONTARSI 37 



XL 



Panareddu 
Tuttu beddu, 
Soni campana, 
Tò mamma ti chiama : 
Cci su' quattru zitidduzzi, 
Ca si vonnu maritari, 
Cu lu tuppu e. la zagaredda 
Veni tu, ca si' cchiù bedda ! 

Non poche altre son le filastrocche con le quali si con- 
tano i piedi o le mani o le dita dei fanciulli per giuoco o 
nel giuoco. Una è quest'altra, che può ravvicinarsi al Mi- 
Ha Pappàna del presente volume, e che si ripete toccando 
aU'ultima parola l'ultimo piede: 

XII. 

Pisa pisella 
A culuri di cannella, 
Cannella accussi fina 
Di santa Marina; 
Marina e mulinara 
Di 'n celu nni cala, 
Nni cala pi favuri 
'Na pinna di picciuni 
Bi bai 
Nesci fora e vola ccà. [Palermo) 

Vedi PiTRÈ, Canti pop, siCy n. 766. Una variante acitana 
è nella Raccolta amplissima, n. 2288; una pomiglianesc di 
Arco dice : 



S8 CANZONETTE E FILASTROCCHE \ 

Pise e piselle 
*E culore re cannelle; j 

E canneUe aocussisie; 
E Bantu Martine. 

*Na penna *ngurunate; ! 

E Maria sopr* *à scale; 
*£ scale 'e bavone, 

E *na felle re piccione. ! 

^Ngasa 'o pere, 'ò cavalle r' 'o figlie r* 'o Re; 
E tira pere sopra te. 

Alla quale TImbriani (L. Canzonette, n. XXXVII) fa seguire 
questa spiegazione : « Più fanciulli si seggono a terra colle 
gambe stese; uno solo starà alzato, ripetendo la canzonetta 
e toccando ad ogni parola la gamba di un fanciullo. Quello 
che tocca nel profferire l'ultima parola ritira la gamba; e 
cosi di seguito per tutti. » 

Quasi identica corre in Napoli, secondo la versione rac- 
coltane dal MoLiNARo, p. 33, n. 23. 

In Toscana si ripete : 

Pise* pisello 
L^amore è così bello ! 
Salta, Martino. 
La bella luminara 1 
Sali sulla scala. 
La scala e lo scalone, 
La penna del piccione, 
Gioca, bella. 
Tira su la tua ciantella. (Jned,) 

Parimenti corse e corre tuttavìa in Romagna ftno a Ri- 
mini questo canto fanciullesco : 

Pis pisel 
Da Toci bel, 
Da Toci fé 
Cotra marte. 



PER CONTARSI 39 

La bela Palìsena 
La baia in sì la sela 
Sei e salò 
La scatula de mer 
Vai a rinucoer. 

V. art. di Crisostomo Ferrucci nell'opera del marchese Gio- 
vanni Broli : Erasmo di Grottameìata da Narni, suoi mo- 
numenti e sua famiglia, p. 236. Roma, Salviucci 1876. 

Alla stessa maniera si fa in Pontelagoscuro per il giuoco 
detto La Regina (Ferraro, Saggio, p. 219; Canti di Fer- 
rara, Cento ecc. p. 219), i cui versi son questi: 

Pitta-pittella 
Color che sì bella, 
Color che si fina 
Per Santa Martina, 
La bela Pulinara 
La monta in sia scala. 
Scala scalon 
La penna dal Bution, 
La scatula del mar, 
La bella cittella 
Parrucca pestella, 
Tetè 

Tira quel pe\ 
Lo digh a te. 

Per questo canto vedi Fintroduzione al presente volume. 

XIÌL 

Pizzu, pizzu, pizzuluni, 
E di Napuli è baruni 
(o Va nni Napuli a buluni) 
Va nni santa Margarita, 
Ti fa' dari un pizzuddu di pani. 



40 CANZONETTE E FILASTROCCHE 

E va' guarda li funtani. 

Li funtani su' guardati. 

Vacci tu spezza-cannati. 

Sutta lu lettu di raastr*Antuninu 

Cc'era un gaddu chi cantava, 

E facia Cìicurucà! 

Sita e capizzola 

Trasi dintra e nesci fora. 

Si fa come nel napoletano: « Si uniscono più fanciulle (o 
maschietti), e ciascuna mette l'indice spiegato sul ginocchia 
d' una sola (o sul tavolo). Colei , sulle cui ginocchia sono 
spiegati gV indici , incomincia la canzonetta , toccando ad 
ogni parola successivamente una delle dita spiegate; quando 
giunge all'ultima parola, la bambina cui è toccata, allunga 
il medio e cosi poi in seguito l'anulare ed il mignolo. Colei 
che arriva prima a spiegar tutte le dita, impone alle altre 
una penitenza determinata. » (Imbriani , L. Canzonette ^ 
nota 4). 

Il 7° verso ha queste tre varianti: 

— Vacci tu spezza-cutedda. ) ,^ , 

. X ,; j^. , jj ( (Palermo) 

— Vacci tu Puddicinedda. ) 

— E p'un cozza di cuteddu. (Alcamo) 
L'8« verso ha quest'altra: 

Nna la nasca di mastra Filici. 

Variante degli ultimi tre versi: 

Sutta "u liettu r* *a zza Cicca 

C'è 'na jatta sicca sicca, 

Cu' cci va, tutta rallicca. (Ragusa). 

E degli ultimi quattro: 

'Ntra la gàrg'a di mastr'Antuninu, 
Cc'era un gaddu chi cantava ecc. 



PER COJJtARSI 41 

Facia sita e capicciola, 

Trasi dintra e nesci fora. (Alcamo) 

In Acri (Calabria) vi è un canto simile: 

Piz-pizzinguda 
Aglianguda aglianguda, 
Aglianguda tu, aglianguda iu. 

E quest'altro: 

Campaniellu e sa" Franciscu, 
Dicinniddu chi ti Tha dittu ecc. 

Mango, Archivio, v. I, p. 238 n. XXIII e 235, n. IX; e v. II, 
f. II. 

In Pomigliano d*Arco (L. Canzonette^ n. XIXJ con qual- 
che differenza: 

P<zza, pizza, pizzipogne ! 
E la morte di Sampogne 
E pipì e pipì 
Auza *a *ainma e ba accussì. 

Altra variante napoletana, con altre differenze, è nella 
stessa Raccoltina, p. 27, e a pp. 401-402 della raccolta Ca- 
SETTi e Imbriani, voi. II; e della Raccolta Mounaro, p. 34, 
n. 24. 

XIV. 

Unu, dui e tri 
Fila, fila fa, 
Fila, fila, fila. 
Fila, fila fa. 

Te ren fan sin ze len ca 
An sche, ten sche 
Anali da, {Acireale) 

Per contare venti e altri numeri. 



42 CANZONETTE E FILASTROCCHE PER CONTARSI 

XV. 

Jivi 'n Palermu a *ccattari cuttuni, 
Pici lu cuntu cu lu me patruni; 
Coi ammancava tri tari : 
Una, dui e tri. (Cefalù) 

La bimba sulla quale cade l'ultima sillaba di uno o d*ua 
altro di questi canti esce dal cerchio delle compagne e va 
sotto a subire una penitenza, o attende le altre compagne, 
eon le quali air ultima rimasta possa dar la baia , o im- 
porre una penitenza, o dar la caccia inseguendola e pic- 
chiandola. 

Per altre canzonette con le quali si fa al conto vedi Mango, 
Poesia popolare infantile in Calabria , nn. IX e XXI; Im- 
BRiANi, Canti popolari avellinesi, p. 77 e segg. e 108; lo 
Stesso: L, Canzonette, numeri IV, V,XVIII, XIX; Corazzini, 
Comp, min,, a' capitoli Giuochi e Divertimenti; De Nino, II, 
e XXV; BoLZA, p. 641, n. 6; Cherubini, v. I, p. 31, ove ce 
n'è una lucchese; Rosa, 2* ediz., pp. 172; 3* ediz., pp. 275 
276; Bernoni, n. 33; Ive, pp. 283 e 289, n. 10; Schnellbr, 
pp. 252, l canti : Rinaie ranole, — Ghinghiringa^a, — Ariy 
borari. 



GIUOCHI 



aiuocHi 



l. Varvarutteddu. 

Si tocca successivamente il mento {varvarettu)^ la 
bocca, il naso , gli occhi , la fronte , ripetendo nello 
stesso tempo verso a verso : 

Varvarutteddu; 
*Ucca d'aneddu; 
Nasu affilatu; 
Occhi di stiddi; 
' Frunti quatrata : 
E te* ccà 'na timpulata! 

E si dà per vezzo una leggiera guanciatina al bambino. 
Cosi in Palermo (Pitrè Canti, n. 758). Variante ine- 
dita di Alcamo : 

Sangulareddu, 
Vuccuzza d'aneddu, 
Cu* fa lu piditeddu ? 
Campanazzeddu ; 
Nasu radici, 
Occhi pirnici, 
Frunti balata, 
Te' cca* 'na timpulata ! 



46 GIUOCHI 

VARIANTI E RISCONTRI 

Una variante napoletana è in Casbtti e Ibibriant, voi. II, 
p. 405; di Benevento, Toscana, Bologna, Verona^in Coraz- 
ziNi, pp. 67-70; altre abruzzesi in De Nino, voi. II, p. 50; una 
sarda del Logudoro, una calabrese di Monteleone ecc. in 
PiTRÉ, Studi di poesia pop., p. 355 e seg. (Palermo 1872); 
un'altra toscana con una veneziana in Dalmbdico, p. 30-31, 
ed un' altra parimenti veneziana in Bernoni, Giuochi, n. 6. 
Ecco una versione napoletana secondo Molinaro, p. 41, n. 32: 

Varvarella; 
Musso bello; 
Naso a quacquarìello; 
Uocchie a fenestelle; 
E fronte fatte *mponte. 

In Biceglie: 

Che beli mussili:. 
Bella vucchilla: 
Bellu naaill I 
Bell'occhieU ! 
E bella chiaucarella 
Chiancarellal (Ined.) 

2. Manu modda. 

Tenendo a sedere a cavalluccio sui nostri ginocchi il 
bambino , gli si prende al polso il braccino in modo 
che la mano resti cionca, e leggermente dimenandola 
si vengono cantarellando questi versi : 

Manu modda, manu modda, 
Lu Signuri ti la 'ncodda. 
Ti la 'ncodda a pani e vinu: 
Sammartinu! Sammartinu! 



MANU MODDA 47 

Ovvero : 

Manu morta, manu morta, 
Nuddu ce' è ca ti cunorta; 
Morta, morta, morta, 
Tiritappi e pigghia ccà. 

Una variante castelterminese inedita : 

Manu modda, manu modda, 
Lu Signuri ti la 'ncodda. 
Ti la 'ncodda cu la farina. 
La Madonna t' è parrina, 
T è parrina cu lu Signuri. 
Vampuliàticci lu cori {bis) 
A priari a vu' cu tutt* amuri. 

E dicendo quest* ultimo verso si batte con la stessa 
mano sul viso del bambino, che a quell'improvvisa ma 
non inattesa guanciatina con la propria mano ride dol- 
cemente. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Una variante cefalutana è in Pitré, Canti, 761 ; il Co- 
RAzziNi, p. 62-63, ne reca versioni di Benevento, Toscana 
e Bologna; una di Venezia il Bernoni , n. 15. Questa qui 
è di Biceglie: 

Mane morte, mane morte 
E Ddìddì che la sporte 
E lu Sante Salvatore: 
Mo te daghe *nu buiTettàune. (Ined.) 

Variante napoletana (Molinaro, p. 29, n. 17): 

Mana, mana, moscia 
E che Dio V ha cumposta. 
De pane e de vino 
E de caso pecurlno. 



48 GIUOCHI 

Una simile è a p. 30, n. 18 della stessa Raccolta. 
Variante sarda di Cagliari : 

Manu morta, manu morta, 
Chi Deus ti dda porta. 
Chi Deus ti dda jada 
Manu morta cancarada. (Ined.) 

3. Manu manuzzi. 

Si prendono le due manine del bambino, e si battono 
runa contro Taltra sillabando questi versi; airultimo 
e aìVolè (alcuni tacciono questa parola) le manine si 
portano alle due guance, dolcemente stringendole. 

Manu manuzzi, 
Pani e fleuzzi, 
Veni lu tata, 
Porta la 'mprua 
*Nta la cannata, ' 
E Totò * si *mbriaca. 
Olèl 

Un' altra versione dice : 

Manu manuzzi, 
Pani e fleuzzi, 
Veni lu tata, 
Porta 'i cusuzzi, 
Nuàtri nn' a manciamu, 
E a Totò *un coi nni damu. 

Altro canto simile è in Pitrè, Centurie, n. 83, e nella 
Raccolta amplissima, n. 2284, ove dopo i primi due 
versi dicesi : 

1 altro nome del bambino. 



VOGA, VOGA, VOGA 

Bianchi dinari, 
Niuri scavuzzi; 
Ciciri 'na cannata, ecc. 

In Alcamo : 

Veni lu tata, — veni lu tata, 
Porta la *mprua — 'nta la cannata. 
Tata veni, — tata veni, 
Porta la 'mprua — 'nta lu bicchieri. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Un canto infantile del Logudoro (Corazzini, p. 23) : 

Tocca maneddas chi beni su babbu 
E du portara a ciucciu e a quaddu 
A ciucciu, a quaddu, a bingia a binnennai. 
Tocca maneddas chi beni babbai. 

4. Voca, voca, voca. 

Si siede sulle proprie ginocchia il bambino lattante, 
appena svezzato, si prende per le mani, e gli si canta 
con misurate cadenze : 

Voca, voca, voca, 
(o, Marinaru, voca voca,) 
E lu rè si mancia l'oca, 
E la mamma la gaddina, 
E lu picciriddu la minna china ! 

Ad ogni verso lo si piega supino indietro, e all'ultimo 
'^\ si solletica anche il petto. 

In Catenanuova , messo a cavalluccio, anche sulle 
ginocchia, il bambino, si canta quasi come in Acireale 
[Raccolta amplissùna, n. 2312) : 

G. PiTRÈ. ^ Giuochi faìxciulleschù 4 



50 GIUOCHI 

Voca voca, marinaru, 
Pigghia un pisci d' un cantaru, 
E lu puorti a la marina, 
Voca voca, Catarina ! 

In Riesi : 

Vochi, vocili, vochi, 
E la mamma vo' li vochi S 
E lu patri la gaddina, 
E li nuci e la minnièdda china. 

In Palermo: 

Voca, voca, ole ; 
E di lana nun cci nn'è, 
Né di lana, né di stuppa, 
E lu re ti caca 'n mucca; 
E lu re cu la rigina 
E Totò 'na minna china. 

Air ultimo verso si piega indietro due o tre volte 
il bambino. 

5. Manu manuzzi. 

Si slede, come sopra è detto, il bambino, battendo 
dolcemente palma a palma, e si ripete: 

Manu manuzzi. 
Mancia cusuzzi, 
Va' ndi la vecchia, 
Ca ti li cuosi; 

Ti li cuosi cu lu pintaluoru: 
Mamma, ca muoru! (bis), (Riesi) 

' Vochi, qui per ochi, oche. 



GRÀNCIU, GRÀNCIU, GRÀNCIU 51 

6. Grànciu, grànciu, grànciu. 

Si solletica al petto o in altra parte del corpo il 
bambino movendo progressivamente Tindice, il medio 
e le altre dita sopra un piano o sulle gambe del bam- 
bino tanto che egli si prepari ad esser solleticato dalla 
mano che lo raggiunge. L'atto è accompagnato dalla 
formola : 

Grànciu, granciu, grànciu... 
Ca ti manciù ! ca ti manciù ! ecc. 

7. Mmè, mmè, mmè. 

Si prende a cavalcioni alle proprie gambe il bam- 
bino , e agitandolo in guisa da imitare il trotto del 
cavallo si viene ripetendo : 

Mmè, mmè, mmè I 
Tutti li pecuri fannu mmè! 
E lu latti è di la crapa, 
E la mènnula atturrata, 
E r oceddu cantaturi. 
Chi canta a tutti 1' uri. 
Supra Sanciuvanni 
Su' stisi li panni, 
Li panni e li pannizzi. 
Li gioj e li trizzi, 
Li trizzi 'ncannulati: 
Viva Maria e la Tirnitati ! 
(o, Viva Maria la Piatati 1) 



52 GIUOCHI 

VARIANTI E RISCONTRI 

Vedi PiTRB, Canti pop. sic, n. 765, e Raccolta amplissi- 
ma ^ n. 2285. 

Lo stesso si fa in tutta Italia. Nella Sardegna centrale, 
cioè nel Logudoro: 

A quaddu, a quaddu a Santu Milana 
Pesadi chizzi, de bona mangianu. 
Insedaddiddu su scarafacciu 
Poni bandera de paperi stracciu, 
E si ti nanta fillu e chini sesi 
Nara chi ses fillu de concu Spinaciu. 

(Vedi CoRAzziNi, p. 24, n. 1, ed anche il n. 2). Altri canti 
per lo stesso passatempo infantile in Siena , Benevento , 
Venezia, Chioggia , Verona, Bologna , reca lo stesso Rac- 
coglitore. 
In Biceglie: 

A cavali a cavali 
E lu Re de Portugall » 

Ch^ ti port la trumett 
Bu bu cavallett... (Ined.) 

In Napoli, secondo Molinaro, p. 20, n. 5, si dice : 

Arri arri, cavalluccio, 
Ce ne iammo a Murcugliano 
Ci' accattammo nu bello ciuccio, 
Arri arri, cavalluccio. 
Arri arri, 

ZV mònaco va a cavallo, 
E lu ciuccio nun puteva, 
E zi' mònaco s' accedeva. 

E diversamente a p. 27, n. 15 ; p. 30, n. 20 (per questo 
ultimo vedi la variante del Serio nel Vernacchio , p. 43): 
p. 31, n. 21; p. 35, n. 25; p. 39, n. 30; p. 41 , n. 31. Altri 



MMÈ, MMÈ, MMÈ 53 

Arri di Napoli sono in Casbtti e Imbriani, voi. II, p. 404 
e 405; un altro avellinese in quest^ultimo, Canti pop, avelli- 
nesi, p. 108. 
In Pomigliano d'Arco: 

Arre, arre ! a Napule 1 
A truvare mastu Ghiacule. 
Mastu Ghiacule, 'o cusetore, 
Nce ha cusute 'nu bella appone; 
Nu bellu *ppone e 'na vunnella ! 
E curre Porzia e Menechella l 

(Imbriani, L. Canzonette, n. VI , ed anche nn. VII, XII 
« XIII). 
In Pratovecchio nel Casentino : 

Arri arri, cavallino, 
Piglia la soma e va al mulino, 
Il mulino è rovinato, 
n mugnaio s* è impiccato. 
S* è impiccato alla catena; 
La su* moglie la fa da cena, 
E gli ha fatto un bello mimmo. 
Che si chiama Piccerillo; 
Piccerillo è andato in Francia 
Con la spada e con la lancia 
Con il coltellino in mano 
Per ammazzare il Capitano. (Ined,) 

Cft». con una delle due canz. toscane pubblicate da Dal- 
MBDico, p. 37; con quella senese del CoRAZzmi, p. 58, e con 
altre toscane di una mia raccoltina inedita. 

Nelle Marche (Gianandrba, p. 25, n. 8) : 

Ballon ballorì. 
Sette pecore al quadri'; 
Quanno è morto 1 pecoraro. 
Ne daremo sette al denaro; 
Quanno '1 pecoraro è morto. 
Ne daremo sette a bc^occo. 



54 GIUOCHI 

Questa qui è di Milano : 

Tourutusela cavalun 
Andarèm fin a Gardun, 
Andarèm fin a la Mela, 
Tourutusela tourutusela. 

In Brescia, dal primo verso della filastrocca, questo pas- 
satempo infantile si dice : 

A somsà somlà. 

In Venezia, facendo saltellare il bambino, si ripete: (Dal- 
MBDico p. 36) : 

Tru tru, tru tru, cavalo, 
La marna vien dal baio, 
Co le tetine piene 
Per darle ai fantolini. 
Fantolini no le voi, 
La marna ghe le tol.. 
Al baio nu andarèmo, 
Un cavalin torèmo, 
Col penachieto in su. 
Faremo tru, tru, tru. 

Ed anche-: 

Andemo a la guera 
Per mare e per tera; 
E cataremo i Turchi, 
Li mazzaremo tuti; 
E co' saremo là. 
Faremo tera patata. 

Ed altri parecchi che sono nella Raccolta del Bbrnoni , 
n. 2, pp. 9-11; nei Canti pop, veneziani dello Stesso, pun- 
tata Vili, e in BoERio. 
Quest' altra è del Tirolo italiano (Schnellbr, p. 250, n. 8f: 

Trot trot cavallot 
Tre putte su 'nt' en trot 



CHISTU HAVI FAMI 55 

Una fila e V altra taja 

La terza fa '1 cappe! de paja: 

Una fila e V altra cos 

La terza fa U capei de spos. 

Si cfr. con i versi corrispondenti della filastrocca torto- 
nese di p. 30 del presente volume. 
In Piemonte (Sant' Albino, 635) : 

Girometa dia montagna 
Torna torna a tò pajis, 
Va mangè tóe castagne, 
Lassa stè nost ris. 

8. Chistu havi fami. 

Si pigliano, uno dopo V altro, i ditini del bambino 
cominciando dal mignolo, e per ciascuno di essi si dice: 

Chistu (il mignolo) voli pani; 
Chistu (r anulare) dici : 'Un cci nn'è; - 
Chistu (il medio) dici : Va 'rrobba; 
Chistu (Vindice) dici : *Un sàcciu la via. 
Chistu (il pollice) dici : Vicchiazzu, vicchiazzu, 

(camina cu mia! (bis) 
(o Chistu dici : Camina cu mia 
Ca ti 'nsignu la via!). 
(o Tutti viniti appressu di mia !). 

E nel dire queste ultime parole, si tira e dondola la 
manina del bambino. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Trastullo che si ripete con le stesse parole in tutta Italia; 
in Terra d' Otranto , Morosi , Studi , II, p. 39 ; in Napoli, 
MoLiNARO, p. 24, n. 12; negli Abruzzi, De Nino, II, 51-52, 



56 GIUOCHI 

in Benevento, Corazzini, 64 ; nelle Marche, Gianandrea^ 
pag. 25, n. 10; in Milano, col titolo IHdon, Cherubini, II ^ 
p. 39; nel Veneto coi titoli Deo Menuelo; Questo dise; Que- 
sto ga fato 7 vovo, Bernoni, nn. 1 , 2, 3 ; nel Friuli , Co- 
RAZZiNi, pp. 64-66. 

Il Morosi (Studi sul dialetti greci della Terra d'Otranto, 
Lecce, tip. edit. Salentina 1870) , offre la seguente tradu- 
zione d'una forinola greca di Solete un po' differente dalla 
forinola comune: 

Pollice : Andiamo a mangiare. 
Indice: Che cosa mangiamo? 
Medio : Prowederà Cristo. 
Anulare: Andiamo a rubare. 
Mignolo: Se io non lo rivelo 

Rimango cieco e mozzo. 
In Biceglie : 

CuBse voìe pane, 
Cuase non ten^. 
Cussi? vàie 'sci a la scole. 
Cuase non \oìe *8cì. 
Cxìsae face chichirichì (bis). 

9. Chista è la funtanella. 

Si prende la manina del bambino, e cominciando dal 
mignolo si vengono toccando le dita ripetendo per 
ognuno di essi un verso della seguente formola in 
parlata di Riesi : 

Chista (mignolo) è la funtanella: 
Gei vivi r acidduzzu; 
Chistu (anulare) V ammazza'; 
Chistu (medio) lu spinnà*; 
Chistu (indice) lu cuci' 



MANU MANUZZI OLE 57 

E chistu (pollice) si lu mancia'; 
Gnà ! gnà ! gnà ! 

fi cosi dicendo si solletica la palma del bambino. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Il CoRAzziNi , p. 63-64, reca tre formole continentali di 
questo giochetto. Eccone una di Verona : 

^ Manina bela, 
F&V a penela 
Andove si tu sta! 

— Da la marna e dal papà. 

— Cosa Vk i dà t 

— Pane e puina. 

— Gatte gattina I 
(0, — Pane e latte. 

— Gatte gatte !) 

Altre ne hanno le Raccolte del Mounaro , p. 26, n. 14, 
(similissima alla nostra e d'altri). 

10. Manu manuzzi ole! 

Vari bambini si prendono per he mani e fanno una 
catena, cantando i seguenti versi e accovacciandosi 

air ole: 

Maiiu manuzzi ole ! 
Ha vinutu lu Viciarrè; 
Ha purtatu 'na cosa nova, 
Cascavaddu fritta cu V ova. 
Ole! 

PiTRÈ, 764. Altri Ole abbiamo nella Raccolta am- 
plissifna, cap. XXVII. 
Alla stessa maniera si canta in Frizzi : 



58 GIUOCHI 

Lera, lera, bedda gulera, 
Jernmii a 'ccattari la tila a la fera; 
A la fera nun cci nn' è: 
A santu Roccu ca cci nn* è ! 
Cu cu cu cu! 

Molto simile è il seguente [Rota 7^tedda), 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Biceglie 1 fanciulli fanno lo stesso giuoco cantando : 

A la longa, a la longa, 
Ed è mòurt Pagghialuonga; 
E s'è sciate serra, 
A la Chiesa Sant Paufó; 
Paule è d*argèinte, 
E mò face bone teimpe; 
E tèimpe è cinquanta, 
E la notte canta canta; 
E canta la viola, 
E u mest woìe se a la scola; 
E scola e maistre, 
Mo passe Giesu Criste, 
E tuorce appicciate 
E cannele 'statate, 
E u lèit chine de rose, 
E u Bambine Giesù riposa. 
Posa ! (Ined.) 

11. Rota rutedda. 

In Riesi questo divertimento è detto A collari. 

Varie bambine (qualche volta anche bambini) si pren- 
dono tutte per le mani e fanno un cerchio girando 
in tondo e cantando : 



ROTA RUTEDDA 59 

Rota rutedda, 
Lu pani a fedda a fedda, 
La missa sunò, 
L'ancilu calò, 
E calò a dinucchiuni. 
Quantu è beddu lu Signuri! 
Ole! 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nella Terra d' Otranto i fanciulli canticchiano qualche 
canzonetta o ripetono rapidamente le sillabe insignificanti 
ku leu , fino a che accovacciandosi profferiscono cicileu ! 
(Di Simone, ioc. cit. p. 568). 

Simile è in Napoli (Amalfi e Correrà, L. Canti, n. I) e 
le fanciulle lo ripetono facendo un giro tondo e girando 
continuamente a meno di una, la quale , stando in mezzo 
ritta, all'ultimo verso impone ad una delle compagne d'in- 
ginocchiarsi (p. 25). In Napoli stesso '< pigliandosi per mano 
e voltando in giro più fanciulli , che col proferir V ultima 
parola dell' ultimo verso, si accovacciano, » dicono : 

Vota vota li munacelle, 
Munacelle venite cà: 
Bella pazzia vulimmo fa; 
Fècheto fritto e baccalà: 
Pepe, cannella e caruofenà. 

Imbriani, Un nmcchietto di gemme, p. 17; Molinaro, 
p. 43, n. 34, ed anche 35 e 36; Serio, Lo Vernacchio, 
cap. V, p. 42.— Casetti e Imbriani, voi. II, p. 368, ne hanno 
una variante di Pietracastagnara, in Principato Ulteriore. 
Altra è in Galiant, Del Dialetto napoletano, ediz. secon- 
da, p. 115; Napoli, MDCCLXXXIX. 
Una canzonetta della Garfagnana Estense : 



60 GIUOCHI 

Giro tondo deiramore 
Schiaccia le noci e fa *1 savore, 
Il savore della Sandrina: 
SUnginocchia la più piccina. (Ined.) 

Ed un' altra edita : 

Giro, giro tondo, 

n pane come un pan tondo. 

Un mazzo di viole. 

Per darle a chi le vuole. 

La le vuole la Sandrina, 

Caschi in terra la più piccina. i 

I 
Dalmbdigo, p. 41, e A. Traina, Nuovo Vocabolario si- , 

ciliano italiano, alla voce Rota. Lo stesso Daucbdico, pa- 
gina 40, riferisce questa versione veneziana: 

Baio, baio tondo. 
De soto la viola... i 

Bela dona mi sarò, i 

Scarpe e zocoli gavarò. I 

E quel vechio strassinà 
A magna la mia pana. 
Senza ogio e senza sai: 
Bùtilo, bùtilo in canal. 
E quesV altra : 

Bovolo, bovolo canarin 
Dèghe da beve' a sto fantolin. 
Dèghene poco, dèghene assàe. 
Per l'amor de le schiopetàe. 
Schiopetàe che va a la guera: 
Tuti col culo per tera. 

E tutti i bambini si accovacciano. Altre canzonette vene- 
ziane pel girotondo fanno i fanciulli veneziani ; Bernoni, 
nn. 29, 30. 
In Pomigliano d' Arco (Imbriani, L. Canzonette, n. I) : 



LU CAVADDU 61 

Vota, vota, Maria-Michele, 
Notte e ghiuorne sse ne vene; 
Sse ne vene pe* Santa-Maria, 
Vota, vota. Michele mmio I 

E lo stesso in Avellino (Imbriani, Canti pop, avelL, pa- 
gine 71 e 109. 

Tutto il giuoco è detto in Firenze , Girare in tondo o 
Fare il giro tondo , in Lucca Far bindolo , in Milano Bà 
bicocchin. 

12. Lu cavaddu. 

Passatempo de' fanciulli della prima età, i quali pren- 
dono un manico di granata , una canna , un bastone 
qualunque, e mettendolo tra le gambe camminano so- 
pra di esso, corrono, saltano sferzandolo con un fru- 
stino od altro come se di fatto andassero a cavallo. 
A volte le frustate le dà un altro fanciullo. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Hiceglie Fa' 'u cavadde; in Firenze Fare a andar a 
cavalcioni alla mazza; in Parma C«t?a? (Malaspina, I, 389); 
in Milano Giugà a cavalon (Cherubini, II, 265); in Venezia 
Zogàr a cavalo (Boerio, 817); in Piemonte Giughè a ande 
a cavai al baston o a cavaloto (Sant' Albino, 639). 

13. A scarfa-manu. 

In Grirgenti A maniccUla; in Riesi A manu càvudi; 
in Menfi A "inani càvuda; in Milazzo A i^asteddi fitti; 
in Messina A inani e manìtti; in Gioiosa A manu 
manuzzi; in Avola A caurla-fen^. 



62 GIUOCHI 

Vari fanciulli, da tre a quattro per lo più, posano 
ciascuno le proprie mani alternamente e ordinatamente 
r una sulFaltra, sopra la gamba d'uno di loro stando 
seduti. Indi chi 1' ha prima, cioè più in fondo, la trae 
fuori e la posa sulla mano più alta ; cosi con movi- 
mento continuo vanno facendo i giocatori riducenda 
più volte ultime e più alte le mani che erano prime 
e più basse. A misura che il giuoco progredisce si fa 
più rapido e animato, finché riscaldate le mani i gio- 
catori si bisticciano. Talora, chi non è pronto a trarre 
fuori la mano quando gli tocca, paga una penitenza. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Biceglie A mane rosse ; in Toscana e tutta Italia A 
scaldamani (Pico Luri di Vassano, Proverbi e modi di 
dire, p. 291-292; e Almanacco dei fanciulli per V a. 1873, 
p. 21) ; in Bologna Far i castagnaz; in Parma A scalda'' 
mani (Malaspina, IV, 44); in Brescia A manatola o A pu- 
gnJ^t ; in Venezia e Padova A le manatole (Bobrio e Pa- 
TRiARcm); in Piemonte A pan pugnet (Sant'Albino, p. 39). 
I bambini veneziani sovrapponendosi le mani dicono : 

Manatole, 
Fatatole; 

Sul ponte de la Guera 
Ghe giera 'na putela 
Che beveva un goto de vin 
Viva, viva San Martin 1 

14. Tuppl Tuppi. 

In tutta l'isola è chiamato cosi, ma in Noto 'A Jat- 
taredda, in S. Lucia 'U jocu a (della) cummari. 



TUPPI TUPPI 63 

Due o più fanciulli poggiano Tuno suir altro alter- 
namente i loro pugni chiusi, col pollice però disteso, 
ritto in modo da formare una colonna. Uno di essi 
va risalendo con le dita (indice e medio) della mano 
libera dal basso air alto, e scendendo ripete : 

^cchiana, acchiana, 
Ch' è longa la scala; 
Scinni, scinni, 
Cu r ali e li pinni. 

A quando a quando picchia , e ha luogo il seguente 
dialogo tra lui e quello di cui tocca il pugno : 

— Tuppi tuppi ! 

— Cu* è? 

— Sta oca 'a batissa? 

— Chi valiti? 

— L' aviti 'u criscinteddru ? 
— Apriti 'u casciuneddru. 

Il fanciullo che ha picchiato apre il pugno del com- 
pagno, e non trovando nulla dice : 

— Nun ce' è; 

e col dito torna a picchiare e a ripetere la stessa storia. 
Quando arriva airultimo pugno e s' è finito il dialogo, 
alla domanda : 

L' aviti 'u criscinteddru? 

l' altro risponde : 

— La gatta s' 'u manciau, 

e tutti rompendo la colonna si bisticciano con le mani 
fingendo di voler cacciare il gatto : 

Chissi ! chissi I chissi I 



64 GIUOCHI 

Questo giuoco si fa in Marsala , Mazzara, ecc. , ed 
accenna alFuso, frequente là dove si fa il pane in fami- 
glia, di cercare il lievito [criscinteddu) tra le vicine 
quando per qualsiasi cagione non se ne abbia. 

In Palermo i fanciulli che formano coi pugni la co- 
lonna sono sempre più di due; il capo-giuoco, nel levar 
la mano con la lentezza che vuol imitare la salita della 
chiocciola [babbaluciu), va sillabicando : 

Acchiàna, acchiana, babbalucieddu, 

e fa questo dialogo col bambino di cui picchia il pu- 
gno : 

.— Tappi tuppi ! 
-^Cu' è? 

— Sta oca Mastr' Antuninu ? 

— Cchiù 'n coppa, cchiù 'n coppa. 

Qui salisce in cerca di Mastr' Antuninu , e ripete il 
dialogo, finché, alla terza volta, il dialogo è questo : 

— Tuppi tuppi ! 
-Cu è? 

— Sta ccà Mastr Antuninu? 

— Ccà sta ! 

— Sarvatimi stu pani e pisci. 

Stati accura si s' 'u mancia 'a 'atta. 

E scende cantarellando : 

Scinni, scinni, babbalucieddu ! 

e torna a picchiare, e rifa il solito dialogo, e giunto 
air ultimo piano, dove fu consegnato il pane col pesce, 
lo richiede per ridiscendere ; ma V ultimo piano ri- 
sponde : 

— 'A 'atta s' 'u manciò. 



TUPPI TUPPI 65 

E qui il solito bisticcio per cacciar via il gatto : 
Chissi ! chissi I chissi ! 
In Noto varia cosi il dialogo : 

— Ccà chi ce' è ? 

— Pani e vinu. 

— A cu' 'u puorti ? 

— A San Martinu. 

— Chi ti duna? 

— 'U carrinieddu. 

— Leva, leva ssu martieddu ! 

E si leva un pugno; cosi si fa ricominciando il giuoco 
fino a uno. Allora si domanda : — « Cummari , din 
vistu 'na jattareddajanca e nìura ? Mentri ca facla 
'w pani , si 'piggiau 'u criscenti , e si ni 'iju, » — 
« Gnirnò, nun V haju vistu, » — « Ma pir si e pir no, 
viditi nrC è casciunedda, » Il domandato comincia ad 
aprire ad uno ad uno i diti, air ultimo de* quali dice : 
— « Ccà è ! » e si finisce con un chissi chissi ! quasi 
si cacci via il gattino o la jattaredda, che dà il nome 
al giuoco. 

In Licata il dialogo è questo : 

Scala scalidda 
Ch' è longa sta scala ! (bis) 

— Tuppi tuppi. 

— Cu' è ? 

— 'U parrinieddu. 

Chi mangiau a manziornu? 

— Maccarruna. 

— Mi nn' auzzau a mia? 

G. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi 5 



66 GIUOCHI 

— Un pratticieddu *. 

— Cu' s' 'u mangiau? 

— 'A jatta. 

— Chissi ! chissi ! 

VARIANTI E RISCONTRI 
In Biceglie A la ciminera; e il dialogo è questo : 

— Tuppè tuppè. 

— Chi è? 

— Stè meste Francisch? 

— Cchiù sièuse. 

Quando si è arrivati sopra, all' ultimo pugno, il dialogo è 
cosi: 

— Stè meste Francisch? 

— Gnursì. 

— Ce stè a fàM 

— Stè a fric«' 'u pesc«. 
»-E la capa a cci la dèf 

— caen. 

— E la spina % 

— A la gatte. 

E tutti si bisticciano gridando : 

— Scitte, gatte ! scitte, gatte ! ecc. (Ined,) 

Il giuoco evidentemente è di Napoli, dove corre cosi, se- 
condo una versione che ne ho raccolta io : 

— Tuppè tuppè. 

— Chi è ? 

1 Chi manffiau ecc. Che cosa ha ella mangiato a mezzogiorno (a 
pranzo)? — Maccheroni. — Mene ha ella conservati (per me)? — Un 
piattino. 

Notisi, cosa da me già notata altrove {Fiabe^ v. I, p. CCXXIV), che 
nel parlar popolare il tempo passato prossimo si espr me col pas- 
sato rimoto. 



A CAVULICEDDI COTTI 67 

C è masto Nicola t 
•—Chiù 'n coppa. 

— C è masto Nicola ? 

(Domanda e risposta che si ripete da cinque a sei volte). 

-.Si. 

— Ha fatto a galessa? 

— Meza si e meza no. 

— E Animinola *i scassa* I 

e dicendo i due giocatori ad una voce quest' ultimo verso 
si bisticciano. 

In Benevento si ha pure col titolo di Tuppe-tuppe , Co- 
RAzziNi, p. 72; in Firenze A pugnino; in Colle di Val d'Elsa 
A pizzichino , dal pizzicare che si fa le dita Y uno dopo 
l'altro; nelle Marche Scali scali y Gianandrea, p. 25, n. 9; 
in Ferrara A pugn-pugnetta; in Venezia A pugni pugneti; 
Bernoni, n. 17; nel Monferrato A pign-pignett, Fbrraro, 
Cinquanta Giuochi, n. XI. 

15. A Cavulieeddi cotti. 

A coddu ciareddu in Milazzo. 

Un fanciullo od anche un adulto fa da venditore di 
cavulieeddi o cavoli perfilati, si carica sulla schiena 
un bambino che raffigura questa merce, e tenencione 
le braccia attorno al collo e sorreggendogli con cia- 
scuna mano le cosce e le gambe, viene gridando : 

Cavulieeddi cuotti ! 

Chi su' càudi e chi su' cuotti ! 

E cammina. Nell'andare, un compratore ne vuole, p. e., 
un soldo, e mostra di metter nelle mani del cavulicid- 
daru la moneta. — Pigghiatvvilli, gli dice il venditore, 



68 GIUOCHI 

e gli esibisce il di dietro del suo carico; che il com- 
pratore solletica pizzica, fingendo di prender la roba 
acquistata. 

In Palermo e nella provincia si fa anche il giuoco 
a FinuccMeddi di muntagna, in cui il venditore di 
finocchi selvatici {Foeniculum vulgare) viene gridando 
verso a verso: 

Finucchieddi di muntagna! 
Mastru Minicu si 'ncagna, 
Si 'ncagna pi la zita, 
Cà la voli sapurita ! 
(o, Mastru Minicu taddarita !) 

VARIANTI E RISCONTRI 

Non so se fuori Sicilia il Portare a cavalluccio (Carena, 
Yocab, ital. dom,, e. I, § 4) prenda la forma del nostro 
giuoco; certo è che in Parma si suole Zugar a portars a 
cavai, o in gropa, o al spali; in Venezia Zogàr a portarse, 
Zogàr a cavaleto (Boerio). 

16. A lu Lattàru. 

Un bambino fa da lattaio, che conduce le sue capre 
e pecore, come comunemente si usa. Altri bambini, car- 
poni, fan da pecore e capre, e nell'andare imitano con 
mmèe prolungati e ripetuti il belato degli animali che 
rappresentano. Un avventore vuole del latte; il lattaio 
ferma una capra, e fa come per premerla. Alcuni fan- 
ciulli si lasciano mungere, altri airavvicinarsi del lat- 
taio scappano. via per non sentire il dolore che il di- 
spetto e la imprudenza del lattaio potrebbe cagionai' 
loro. 



A LA PAPPA-CUCINEDDA 09 

È giuoco di cosi tenera età che il lattaio prende per 
poppe Vuccellino de* bambini. 

17. A la Pappa-eucinedda. 

In Milazzo A gnagnaredda. 

Più che giuoco, è passatempo e trastullo delle bam- 
bine, le quali riunendosi in molte portano ciascuna 
qualcosina da mangiare, che formerà un piatto^ come 
la pasta, il cacio, il pesce, la insalata. Vi è per lo più 
una di loro che appresta la cucina, cioè gli utensili 
e le stoviglie: quelle stesse che dicono di la pupa^ 
comperate nelle fiere. Il pranzetto è chiamato Pappa- 
cucinedda, perchè le bambine cominciano sboccon- 
cellando il pane e raccogliendone i minuzzoli in una 
pentolina. Del resto fanno a cuocer la pappa, o a fin- 
gere di cuocerla, per mangiarla tutte. Una di loro fa 
coperchio alla pentolina con la m ano sinistra a coppu^ 
indi pizzicando con le dita della mano opposta il dosso 
della mano stessa viene sillabando: 

Pappa, pappa-cucinedda, 
E cucòmula bedda bedda; 
(o, Figghiau la gattaredda;) 
Siddu è cotta nn' 'a manciamu, 
Siddu è cruda la jittamu. 
Tastamu, cummari! 
Tastamu, cummarii 

E preso un minuzzolo lo assaggia come per vedere 
se sia cotto; se crede, e le compagne credono del pari, 
che sia cotto, mangia con esse; se no , butta via il 
pezzettino, e si ricomincia il divertimento. 



70 GIUOCHI 

VARIANTI E RISCONTRI 

Questo trattenimento infantile , che 1 Toscani chiamano 
Le merenduccet è ricordato dal Lippi nel Malmantile, e. II, 
st. 48, ed illustrato dal Minucci, v. I, p. 200. Nel Barese 
lo dicono A la mbrenna. Il Gianandrea lo descrisse per le 
Marche sotto il titolo di Pranzetto, n. 31 ; il Ferraro sotto 
quello di Le Famigliuole pel Monferrato, e di 'C7 gnuri e 
la gnura per le Calabrie, n. 14 della sua Raccolta; Boerio lo 
dice A le marendàe per Venezia. 

18. A li Cummari. 

In Milazzo A li cummareddi ; in Modica A lU fig- 
giaXa, 

In questo giuoco vengono riprodotti tutti gK usi che 
accompagnano la nascita d'un bambino. Una delle fan- 
ciulle si mette un guancialetto sotto la gonnella, e finge 
la donna incinta. Viene la mamma, vien fuori il neo- 
nato, che è portato al fonte battesimale; c'è il prete, 
il compare e la comare, e il ritorno dal battesimo, e 
i dolci che vanno in giro, rappresentati per lo più da 
mollica di pane. 

Per questi usi cfr. il mio voi. di Usi natalizi^ nur- 
ziall e funebri, p. 172; Pai. MDCCCLXXIX. 

VARIANTI E RISCONTRI 

« Questo giuoco, scrive il Minucci (note al Malmantile, 
V. I, p. 199), è trattenimento di fanciuUette e lo fanno cosi. 
Mettono una di loro in un letto con un bamboccio fatto di 
cenci: e fingendo, che colei abbia partorito, le fanno rice- 



A QUALI CHIUJ DI CRISTI? 71 

vere le visite da altre fanciuUette, con far quelle cerimonie 
ed accompagnature, che si costumano in occasione di vere 
partorienti». Ed aggiunge che le fanciulline toscane lo chia- 
mano Fare alte zie, — Le bresciane lo dicono A la siora 
cornar (MelchioriJ; le veneziane A la comareta (Bobrio). 
Fu usato ancora dalle fanciuUette greche, secondo Giulio 
Polluce, lib. IX, e. 7, ma invece che d'una partoriente, fin- 
gevano una sposa. 

19. A Quali chiuj di chisti ? 

Di due fanciulli che giochino insieme uno apre la 
mano e ne chiude solamente il terzo e il quarto dito; e 
chiede all'altro: Qaali chiuj di chisti '^ Se questo piega 
il mignolo, restano aperti il pollice e l'indice, e quello 
gli dà del digiuno o del povero; se piega l'indice, re- 
stando aperti il pollice ed il mignolo, gli fa il gesto 
che significa tignoso; e se il pollice, gli fa le corna. 

Per la spiegazione di questi segni vedi il mio arti- 
colo Gesti ed Insegne del popolo siciliano [Rivista di 
Letteratura pop., fase. I, p. 34; Roma, 1877). 

20. A Vivu mortu ? 

Le due mani si uniscono intrecciandosene le dita in 
modo che solo il medio della destra resti libero di muo- 
versi fra entrambe le mani che si ravvicinano. Allora si 
chiede a un compagno: Vivu o mortu ì cioè se il dito 
libero che è chiuso tra le due palme sia vivo e si muo- 
va, morto e non si muova più. Se quello dice.t?ii?w, il 

* Quale (dito) di questi tu chiudi? 



72 GIUOCHI 

giocatore aprendo le mani lascia il dito immobile; 
viceversa, se quello dice mortu; cosicché il giocatore 
vince sempre, ma non vince nulla, perchè è un sem- 
plice passatempo da bambini. 

21. A Si Valeri. 

Si dice anche Savalerl (Palazzolo); Suvaleri (Noto); 
Ciuvaleri (Avola) ; 'Nzufaleri (Acireale) ; 'Nzifaleri 
(Siracusa) ; Giuf aieri , Giufalè , Giuvaleri (Messina); 
Ciuviddu a porta (Licata). 

Un fanciullo chiude in una mano avellane , o ceci 
abbrustoliti, o nocciuoli d'albicocche o altro, e chie- 
de ad un compagno che ne indovini il numero, fa- 
cendo questo dialogo : 

— Sivaleri. 

— Chi manteni ? 

— Quanta lanzi? ' 

Se nella risposta il secondo si appone, vince; se no, 
deve rifar tante avellane o nocciuoli quanti ce ne vuole 
al numero in più o in meno nel pugno. Cosi se ri- 
sponde, p. e., dioe, e nel pugno ve n' è cinque, dee 
rifarne tre. 

In Palazzolo il Quantu lanzi ^ diviene Quanta va- 
lanzi? ed il Chi mantenil Quantu minteriì in Sira- 
cusa Fummanteni? in Avola Frammanteri ? in Cata- 
nia Suppatteri? altrove Tripateri? 

Questo dialogo ha delle varianti in tutta V isola. 
In Santa Lucia : 

— Ammentè. 
Quantu lanzi ce' è ? 



A SIYALERI 73 

In Alimena : 

— Nsiminti. 

— *Nsimmula pù. 

— Quantu 'mpù? 

— Tri (o altro numero). 

In Cianciana : 

— Masaù. 

— Quantu 'mpù ? 

In Ventimiglia : 

— MilicìS. 

— Me' su'. 

— Quantu su'? 

Altrove : 

— Minicù 

— Quantu su' ? 

In Niscemi e Caltagirone : 

— Nzàghira porta? 

— Miseria di... 

— Quantu porta? 

— Miseria tri... 

In Polizzì : 

— 'Nsimma porta. 

— Nsimintina. 

— Quantu 'mporta? 



In Riesi 



— Cicirimigna la porta. 

— Simintorta. 

— Quantu 'mporta? 

— Tri ecc. 



74 


GIUOCHI 


In Comiso : 






— 'Nzaja porta? 




— Lassatimi 'ntrari. 




— Quantu *mporta ? 




— Miseria di tri. 



In Ragusa Inferiore : 

— 'Nzertami *a porta. 

— Quantu spisa porta ? 

— Porta (un numero qualunque) 

— No; tri (o altro numero). 

In Chiaramonte chi serra le avellane in pugno dice: 

— *Nzaredda e porta ? 

L'altro volendo giocare un grano (cent. 2 di lira) ri- 
sponde : 

— Mittièmuci un granu. 
Il primo ripiglia: 

— Quantu zicca e porta ? 
Ed il secondo : 

— Robba (o Cosa) di tri (o altro numero). 

Legame tra il presente giuoco, che serve a indovi- 
nare il quanto, ed il seguente A tamcla vecchia, che 
serve a indovinare il dove, è il Siminzè palermitano, 
in cui uno domanda : 

— Siminzè, siminzè, 
*Nzerta unn' è. 

Il Sivaleri in Messina fu raccolto, e poi nel 1759 
descritto dal protopapa siculo-albanese Gr. Vinci: 
« Giufalè : puerilis ludus ita expressus: duo pueri 



A SIVALERI 75 

nucibus avellanis sic jocantur, ut unus pugno clauso 
quot voluerit avellanas occultet et socio suo dicat Giù- 
fole, cui hic respondeat: Che sporte ì Tum ille subjun- 
gat : Quantu lanzi ? Hic vero divinando dicat : sei, 
odo ecc.... Jocus iste ex verborum accentu videtur 
esse e gallicis vocibus conflatus, ut GiufcUè sit Giù 
vcUlet, idest Joca ptùer; che sporte? denotet quid 
portcUis ? Alter dicit quantu lanzi ?ì^qsX quantas lan- 
ceas? Scimus pueros, seu servìentes armorum por- 
tasse dominorum lanceas. [Etymologicum siculum, 
alla voce GiufaXè), » 

L' Avolio, nella forma comune a tutta l'isola, lo ri- 
tiene « portato dai Romani; i quali lo dicevano in que- 
sto modo : Si voler is ì — Quid tenetì — Quantum latetì 
— quinque, ecc. Il popolo siciliano ignora il signifi- 
cato della voce SuvaXeri o Sivaleri, e Tadopera mec- 
canicamente. Però dovea comprenderlo con certezza 
al tempo in cui fu introdotto in Sicilia dai legiona- 
ri romani. Esso dovea sapere cbe su voleri o si vo- 
leri significa se volessi, o se vuoi, o non so se vor- 
resti ». {Canti pop. di Noto., pp. 67-68. Noto, 1877). 

Né diversamente nota il Traina , Nuovo Voc. sic, 
ital., pag. 662. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Calabria corrono questi versi : 

— > Zipparu cucchiaru ? 

— Canu appriessu; 

— Quantu cani 
Ci ha sta madu ? 

Negli Abruzzi, le fanciulle di Cittaducale lo dicono Piglia 



70 GIUOCHI 

metti (De Nino, voi. II, n. XXVII). In Toscana Sbricchi 
quanti? In Venezia corrisponde al Puntichiò (Boerio), o 
Punti punti ciò! (Bernoni n. 20), ed eccone la domanda: 

Punti punti, ciò 1 
Quanti ani gà el mio bò f 
Quanti glie ne vusto ì 
Quanti ghe ne tusto? 

Lo stesso giuoco descrive V Utile dulci , n. XVIII : Le 
uova nel cespuglio. Chi presenta la mano chiusa colla pal- 
lottolina domanda : Quante uova nel cespuglio ? 

22. A Tavula vecchia. 

Altro titolo non palermitano è Avvisami oca 1 In 
Cianciana Baccarà ì)axicaredda, 

Traendoli di tasca, uno di due giocatori, chiude in 
un pugno pochi acini di calia (ceci abbrustoliti) , o 
fondelli, o una monetina, o avellane; e passandoseli di 
dietro, che nessuno li vegga, da mano a mano, pre- 
senta all'altro giocatore i due pugni chiusi accostan- 
doli alternamente alla propria bocca e sillabando que- 
ste parole : 

Tà-vula vè-cchia, tà-vula nova, 
Unni si à-scia e ù-nni si trò-va? 
(o, Si 'un è ccà, ccà si trova) 
Ccà ccà? 

e nel dire ccà o ccà, accosta prima il pugno destro, 
poi il sinistro alla bocca chiusa. Se quello si appone 
nell'indicare il pugno che racchiude i ceci, le avellane 
o altro, vince i ceci stessi, o ciò che è stato pattuito. 
In Cianciana chi chiude i pugni ripete al compagno: 



A TAVULA VECCHIA 77 

— Baccarà 
Baccaredda. 

— S' 'un è Luca, 
È sangisuca. 

Ed il compagno, indicando uno de' pugni per farli 
aprire : 

— S' *un è ccà, 
Aprimi ccà. 

In Mazzara : 

— Calu calicchiu, 
Lu beddu spicchiu. 

(o, Ticchiu ticchiu, 
Caricaticchiu. 

— Si nun è chistu, 
Apritimi chistu. 

In Riesi : 

Isca sani* isca 
S' *un è echi, (sic) 
Mi grapi chista. 

. In Valledolmo : 

— Caricaricci 
Portamicci. 

— Caricarà, 
Gràpimi ccà. 



Altrove 



■ — Varivaredda 
Triccannedda. 
— Si 'un è chista, 
Gràpimi chista. 



78 GICOCHI 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Acri (Calabria) una formoletta simile corre per que- 
sto stesso giuoco (Mango, Arch,, v. I, p. 240, n. XXVIII e 
V. II, fase. II) : 

0-ri-o-ra-ra 
Mastra 'Ndria, 
Apriri là. 

Nella prov. di Bari (Biceglie) : A cuccovèint. 
In Napoli (MoLiNARO, p. 18, n. 2) chi chiude in una delle 
due mani la moneta od altro dice : 

Anduvina 'nduvinella 
A do' sta la mia sorella, 
'A cà 'a là? 
Anduvinece a do' sta. 

A Firenze è detto A mano chiusa, ed anche A mano rota 
(Barbieri, 72), e si dice : 

— Gira gira, rota ; 

QuaF è p ena e qual* è vota t 

— Grilli grilli cantano : 

In questa mano ce n' ho tanti. 

(Vedi Letture di famiglia, an. XXX, n. 2. Firenze , gen- 
naio 1878). 
Nelle Marche dicesi Galota, e le parole sono : 

Galota, galota : 
Qual' è piena e qual' è vota? 

In Romagna (Gian Andrea, n. 16) : 

Panirina, panirina: 
Quale è vud e quale è pina? 

In Ferrara Roda la roda, o Piss in cóa-trentadó ; in 
Brescia A quagg en cua; in Venezia Bada roda roda (Bbr- 
NONi, n. 19), del quale ecco i versi: 



all' uschidda 79 

Roda roda roda : 
Quala piena, quala vodat 

In Piemonte , Pinpin cavalin, e chi nasconde in una delle 
due mani i nocciuoli di pesca, o le noci, o il danaro dice: 

— Pin pin cavalin 
Aqua caoda, aqua freida. 
— Ten ti cost 
E dame mi cost. 

Nel Tortonese è detto A pignatèin; e le parole son queste : 

Pìgnatèin pignatèin : 
Cust r è voeuj e cust V è pèin. (Jned,) 

Nel Monferrato Róua, e le parole sono: 

Róua rouin-na, 
Quala eh' e' è voja 
Quala oh' ne' pin-na I 

(Ferraro, Cinquanta Giuochi, n. XIV ; Archivio^ voi. I, 
p. 131). 

23. All' Uschidda. 

Si fa prendendo due fuscelli o due fili di paglia dis- 
uguali in lunghezza, e tenendoli accomodati entro un 
pugno in guisa che non si veda se non una delle due 
estremità. Chi toglie il maggiore o minore dì essi, 
secondo i patti, vince. 

Si ricorre a questo giuoco quando vuoisi far deci- 
fiere dalla sorte a chi debba lasciarsi un oggetto con- 
l^rastato, donde la fraise Far isilla o Sfarisilla alVaschid- 
(ia (Avola), o A la vicsca (Palermo), o A li vicscag- 
Ohi, (Catania), o A li bruschi, o A li busi, o Tràri 
^fi vusca (Riesi), secondo i nomi che i fuscelli pren- 



80 GIUOCHI 

dono nel paese del giuoco. Talora si premette ai giuo- 
chi ne' quali bisogna tirar la sorte; di che cfr. a pa- 
gina 21 del volume. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Anche in Toscana usasi Fare alle bruschette o buschette, 
come si legge in Minucci, note al Malmantile, v. I, p. 189, 
il quale ne diede una descrizione ; in Parma Tirar su il 
buschi (Malaspina, I, 268); in Piemonte Tire le buschero 
A le brusche. Nel giuoco A f aguce, detto anche A f uje 
e Al piciocù, nascondesi entro un pugno uno spillo facendo 
indovinare al compagno da qual parte sia la punta (picio), 
e da quale la capocchia (cui); e chi indovina guadagna Io 
spillo (vedi Sant'Albino, pp. 291 e 891). In Brescia si usa 
anche Zoegà a le boschète; in Venezia Zogar a la pagieta 

(BOERIO). 

24. A Simulidda. 

Una nidiata di fanciulli e di fanciulle sceglie il ma- 
stro. Questi apre la mano e la solleva all'altezza della 
sua testa. Ciascuno de' compagni appunta Tindice teso 
sotto la palma, ed il mastro passando sul dosso, come 
strofinandolo, la palma della mano opposta ripete per 
tre volte la formola di avvertimento : 

Ccà sutta 'un cci chiovi; 

(Cioè, qui, sotto la mano, non ci piove: ci si sta al ri- 
paro); ed una volta sola i versi: 

Simulidda cu lu sali 
Si la mancia me cummari; 
Simulidda cu 1' acitu, 
Si la mancia me maritu; 



A SIMULIDDA 81 

questi altri (Modica) : 

E la flggia r* ò marinaru 
Vo' ghiucari a vintitri : 
Una, dui e tri ! 

e con Tultima parola, alle tre, chiude improvvisamente 
la mano ghermendo un dito. Chi rimane preso paga 
la penitenza del giuoco, o va sotto se questo giuoco 
è un mezzo di tirar la sorte. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Lo stesso giuoco si fa in Reggio di Calabria (Mandalari, 
Canti del popolo reggino, p. 244, nota 1'. Napoli, 1881). 
In Acri (Calabria) i versi corrono in questo modo: 

Dima dima, 
Pitta *a sajma, 
Pitta a lu furnu, 
'Nchiappa padumma; 

e dal primo verso il giuoco si dice A dima a dima (Mango,, 
archivio, V. II, fase. II). 

I fanciulli di Bice glie : 

A la lamp, a la lampa, 
E chi mora e chi campa, 
E chi campa a la fortuna 
Acciaff una ! (Ined,) 

In Pomigliano d'Arco (Imbriani, n. XXI), i versi sono: 

Lampa, lampa, Saveratorel 
E chi ahgappa, angappa 'a core. 
E lu rucche re Maria 
E chi angappa, angappa 'o pile. 

G. PiTRÈ. — Giuochi fcuiciulleschù 6 



82 GIUOCHI 

In Benevento (Corazzini, p. 108) si fa col titolo La Lam- 
pa, coi versi : 

A la lampa, a la lampa, 
Chi ce more e chi ce campa; 
'A Parrocchia 'u Salvatore 
Chi ce resta va in prigione. ^ 

Nelle Marche {Gianandrea, n. 2) : 

La lampa. 
La stimpa e la stampa 
A le mia. 

In Brescia lo dicono A ghinghiringaia; in quel di Como 
Gringraja, e secondo P.MoNTi,p. 106: « Un fanciullo tiene e- 
levata e distesaunaraano verso altri fanciulli disposti in giro 
intorno di essa, e che ne toccano il palmo nel mezzo colla 
punta d*un dito. Quello intanto dice una breve frottola, che 
comincia Gringa gringràja, e nel dirla frega un dito della 
altra mano sul dosso di quella che tiene sospesa... Appena 
finita di dirla , i fanciulli si sbandano di volo in qua e in 
là. Egli insegueli di slancio, finché ne abbia colto alcuno. » 

Nel Tirolo italiano i versi son questi, ma lo Schnellbr> 
p. 252, non dice nulla del loro uso : 

Ghinghiringaja 
Sotto la paja, 
Sotto '1 pajom 
Scappa chi poi. 

25. A Quinnioi quinnici vogghiu fari. 

Tra vari fanciulli che si mettono in giro, uno vuol 
contare quindici, e sillabando alcuni versi ed accen- 
tuando certe sillabe, che egli indica con le dita, riesce 
al conto di 15. 

I versi secondo Taccentuazione son questi : 



A QUINNICI QUINNICI VOGGHIU FARI 83 

4 f 8 4 

Quinnici quinnici vogghiu fari 

8 6 7 8 

Ca li sacciu ben cuntari; 

9 40 41 48 

Pi lu nomu di vintitri 

48 44 4S 

Unu, dui e tri. 

Chi sbaglia nel conto, sia nell'accentuazione, sia nella 
numerazione, sia nelle parole, paga un pegno. 

In Mazzara un fanciullo vuol contare tredici; dice di 
non saperlo, e fermasi al n. 5 ; ma questo numerò e 
il numero delle battute che ottiene nel pronunziare le 
altre parole formano veramente il numero 13. Egli 
conta cosi : 

18 8 A 

Tridici, tridici, vogghm fari, 

8 8 7 8 

Ma nun sacciu accuminciari : 

9 IO 44 48 43 

Unu, dui, tri, quattru, cincn..» 

Nel pronunziare queste parole con prestezza e con u- 
na certa cantilena devonsi tutte dividere in tredici 
battute, aprendo ad ogni battuta un dito e segnando 
una linea in un muro. Chi non sa farlo, o è sempli- 
cemente burlato, o perde, se giocasi per qualche cosa. 
Vedi a p. 21 del presente volume. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Lo stesso è in Venezia : Punti, punti quindese, e Cavra 
xestu 'na cavra ^ nn. 21 e 22 del Bernoni. Una delle can- 
tilene numeratorie veneziane è questa: 



84 GIUOCHI 

Punti punti quindese : 
Se questi no i xe quindese, 
Li faremo deventar quindese; 
Se quindese no i sarà : 
Uno, do, tre e va. 

Nell'altra si contano tredici. Coi canti comaschi del Bolza, 
nn. 9 e 10,. si conta tredici e sedici; coi canti istriani di 
Rovigno deirivE, p. 283, nn. 1 e 2, si conta fino a otto; col 
canto romano n. 93 del Sabatini (Canti pop. romani) sono 
quindici come col siciliano di Palermo e col seguente to- 
scano di Firenze : 

Quindici, quindici per V appunto 
Quando U diavolo fu raggiunto, 
Fu raggiunto in un cantuccio: 
Quindici, quindici per V appunto. (Ined.) 

Canto che si ripete facendo con lo spillo de' punti sulla 
carta. 

26. A Passa-tridici cu li manu. 

« 
Spesso si fa per decidere della sorte di vari fan- 
ciulli che vogliono aprire un giuoco. Uno di due gio- 
catori dice : Va pri mia, e V altro : Va pri Uà. Ac- 
cordatisi , fanno al tocco tante volte quante vuole il 
primo, contando il numero totale delle dita che ten- 
dono. Tornano a fare al tocco, calando. le mani e apren- 
do le dita e contando tante volte quante vuole il se- 
condo. Vince il primo se fa 13, e se il secondo fa più o 
me^o di 13; o se egli fa meno di 13 , p. e. , 10 , e il 
secondo fa meno di lui, p. e., 9, o sorpassa il 13. Quan- 
do entrambi fanno numero pari, non vince nessuno. 
Quando il primo sorpassa il n. 13. (ossia fa catoddru), 



A PARU E SPARU 85 

il secondo è certo di vincere, perchè fermasi al primo 
calar le mani. 

Questo passatempo ha stretta analogia con l'altro 
A passa-tridici a la fossetta , n. 6 del giuoco A la 
Gaddetta; ed è molto diffuso tra' fanciulli del territorio 
di Mazzara. Vedi a p. 21 del presente volume. 

27. A Paru e sparu. 

Uno di due giocatori prende dalla sua tasca un pu- 
gno di fondelli, o fave, o mandorle, o avellane, o ceci, 
lupini; mostra il pugno pieno e chiuso al compagno, 
e gli chiede : Paru o sparu ? Alla sua risposta, p. e., 
^paru, apre il pugno e conta; se il numero è dis- 
pari, vince lui; se pari, vince il compagno che s'ap- 
pose : e deve dargli lo stesso numero di fondelli o di 
altro che erano nel pugno. 

È giuoco non solo da fanciulli, ma anche da adulti, 
ed uno de' pochi giuochi permessi dalle antiche Con- 
suetudini di Palermo. Nella seconda metà del cinque- 
cento ne fa cenno Mario Muta : [Commentaria in an- 
tiquissimas felicis S, P. Q, P. Consuetvdines, e. LXXn 
n. 24; Panormi, MDC): « Ludus ad par et impar est 
p^rmissus », e A. Dionisio, [Amorosi sospiri, at. IV, 
se. 7): 

Si no jucamundila a fari paru 

Ad unu ad unu, a chiddu chi vuliti. 

Nel settecento lo registrò M. Pasqualino (Vocab, si- 
ciliano, I, 112). 
La frase putirisilla jucari a paru o sparu vale : 



86 GIUOCHI 

tra due cose non buone non esservi differenza, e non 
sapersi quale proferire. 

Questo ed il seguente giuoco sono i medesimi; ma 
variano per le circostanze diverse nelle quali si fanno. 

Vedi a p. 20, n. 2, del volume. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Napoli prende il titolo di Pare o spare (De Bour- 
CARD, I, 298); in Parma A para e dispar; in Piemonte A 
par e dispar; in Padova e Venezia A paro e disparo (Pa- 
triarchi). 

Nei giuoco toscano innanzi citato A sbricchi quanti, si- 
mile a pari e caffo y si domanda se il numero è pari o caffo, 
e chi s*appone vince tutti i nocciuoli occultati; se no, ne 
perde altrettanti. I Latini dissero Luderepar impar, Giulio 
Polluce e M eursio (De ludis veterum) mostrano che questo 
giuoco si facea come oggi coi denari , con le mandorle o 
con altra materia atta ad accomodarsi alle mani. Ovidio 

ne fa cenno In nuce e cosi Svetonio ed Orazio. I Greci lo 

* 

dissero Apxiov v} nepixòv. 

28. A 'Mmucciari. 

Di due giocatori , uno tiene roba da spacciare , e 
un piattello con fagiuoli, o lupini, o ceci secchi ; un 
altro ne prende alla rinfusa un pugno e dice, p. e., Lu 
miu è paru ; e sulla mano del primo li fa cadere a 
due a due, o a quattro a quattro, sempre in numero 
pari. Se airultimo ne restano due, numero pari, egli 
vince; se una, numero dispari, perde. Vince il premio 
assegnato ai due, quattro, cinque centesimi da lui di- 
chiarati innanzi; perde i centesimi. 



A LA STRUMMULIDDA 



87 



Tengono questo giuoco i caramilara, i venditori 
<ii sflnciunedda, i nivulara. Questi portano ad ar-^ 
macello un corbello con cialde ; chi vuol giocare, ne 
prende una manata, sempre alla rinfusa, e dice, p. e., 
lu miu è pa?^ , e le passa a due a due in mano al 
nivularu; se il numero è pari, egli vince quel numero 
di cialde che gli toccano in prezzo de' due o più cen- 
tesimi pei quali avea dichiarato di giocare. 

29. A la Strummulidda. 



La Strummulidda o Strummulicchia è un dado 
con sei facce e coi punti in ciascuna, di esse, 



■ • 



• • • • 

• • ■ 

• • • • 



dado che in alto e in basso ha due punte sporgenti 
le quali gli danno la forma di una piccola trottola ; 
e si gira sur un piattello col pollice e 1' indice della 
mano destra. 

Alla Strum^mulidda va unita una tavoletta , sulla 
quale, stampati o manoscritti, sono i sei numeri della 
trottolina. Giocandosi in due, chi tiene il giuoco, appre- 
sta runa e Taltra; il ragazzo punta, p. e., un grano sul 
n. •.• e gira la trottolina. Se, cessata di girare, que- 
sta presenta il '.', il giocatore ripiglia il suo grano e 
riceve il premio della vincita ; se presenta altro nu- 
mero, perde, e ricomincia se vuole. 

Questo giuoco è di quelli che tengono i caramilara 
palermitani, i quali gridano : A la strumm^ulidda, pic- 
ciotti! I premi che essi danno son certi piccoli dolci 



ss GIUOCHI 

del costo di 2 cent. Tuno, come vuccunetti di dama, 
a^nmarra-panza, carinola, zuccaru, cazzilli di Mtia, 
Mancu "inanciari, carameli, muscardini, rmcstazzu- 
leddi ed altra roba simile, non molto nota ai nostri 
vocabolaristi. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Secondo il traduttore italiano de* JeiLX des adolescents 
di Beleze, (Giuochi degli adolescenti; Milano, Sonzogno), 
p. 136, questo giuoco sarebbe ì\Biribisso;mSk io dubito forte 
non si tratti di un altro giuoco. 

30. A lu Firrialoru. 

Il Firrialoru o Biancu-e-ricssu è un disco di legno 
dipinto , nel quale convergono al centro varie linee 
di scompartimenti, i cui spazi sono dipinti altri a sole, 
altri a luna, altri a bianco, altri a rosso, altri a nero 
detti turcu, ecc. Nel centro del disco è impiantato uno 
stilo da tre, quattro centimetri, e su di esso, imper- 
natavi dentro, un'asta orizzontale, di cui una estremità 
ha un foro con un tubicino verticale. 

Il fanciullo che va a giocare punta un centesimo o 
due sur uno di questi segni, p. e., su sole, e imprime 
un leggiero movimento di rotazione all'asta. Quando 
questa si ferma, e l'estremità col tubicino risponde allo 
scompartimento sole, il giocatore vince; in caso dubbio, 
cioè quando non si è sicuri se la estremità dell'asta 
col tubicino risponda ad uno o ad un altro scompar- 
timento , si fa calare dal tubicino stesso un sottile e 
diritto ferruzzo da calza, e dove questo posa, là e lo 






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A LA NANNA PIGGHIA-CINCU 80 

scompartimento segnato dall'asta. Questa verificazione 
fatta dal caramilaru che tiene il giuoco non è priva 
di frode. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana Giocare o Fare alla Venturina o alla rossa 

$ alla nera; in Piemonte Giughè a la rossa e alaneira, 

|A al trenta e quaranta; in Venezia Zugar al zurlo (Boerio). 

Jel Parmigiano (Malaspina, III, 296) dicono Pirla un « ar- 

ìse noto che consta di un'asta bilicata, che si fa girare 

)ra un perno, e che si segna il premio di quel bericuo- 

lo posto sul raggio variamente colorato della tavola ove 

ferma il becco dell'asta. >» 

31. A la Nanna pigghia-cincu. 

(Con tavola) 

Jesi Nanna pi ffffhia-cincunnai stampa popolarissi- 
[ulla quale coirordine seguente sono impresse ven- 
lue figure che i fanciulli chiamano: 1, Suli (sole); 
]avintatu (spaventato) ; 3, Campana ; 4 , Spaia 

t; 5, Luna; 6, Stanga 'n coddu (stanga in collo); 

imina e ta^ta (mesta e assaggia); 8, Funtana; 9, 
(mondo); 10, Liuni (leone); 11, Ucchiali; 12, 

ìu e vinu (tabacco e vino); 13, Gaggia di surci 

da topi); 14, Lanterna; 15, Stenni-muccatura 

* 

^moccichini); 16, Sirena d"u mari (sirena del 

17, Quartara (brocca); 18, Casina; 19, Stidda, 

20, BastiTnentu; 21, Pinna e ca/ama^ (penna 

laio); 22, Acuta (aquila) ; 23, Nanna pigghia- 

(nonna, o vecchia piglia cinque); 24, Casteddu 

Ilo); 25, Cori (cuore). 



% GIUOCHI 

Queste venticinque figure son ripetute sotto in pic- 
colo, le quali si ritagliano una per una, si avvolgono 
in forma di pulisicchi (polizzine), come vengono dette, 
e, raccolte in un sacchetto, o in un berretto, o in una 
pezzuola, si agitano per essere sorteggiate. 
. Chi ha la stampa e possiede un certo capitale di 
fondelli, o di nocciuoli d'albicocche, o d'altro, può bene 
aprire il giuoco. Un ragazzo punta un fondello o un 
nocciuolo sopra una figura, p. e., su stidda , e cava 
fuori dal sacchetto un polizzino; se questo, nello svol- 
gersi, rappresenta la stella, egli vince più fondelli o 
nocciuoli, che il capo-giuoco dovrà subito sborsare; se 
no, perde il ionàélìo puntato. Quando ripunta sulla fi- 
gura della iVanwa, al n. 23, e vien fuori il polizzino della 
Nanna, si vince il doppio. I giocatori son sempre più 
d'uno, spesso molti; e ciascuno punta dove gli pare e 
piace; ma non per questo i pericoli della perdita cre- 
scono pel capo-giuoco; perchè, più sono i giocatori, e 
più egli guadagna. 

Dal numero dei giocatori e dal vocio che essi fanno 
è nato il modo proverbiale Fari la Nanna pigghia- 
cincu, che significa far confusione, far chiasso, e ta- 
lora anche tagliar corto e romperla; e l'altro simile: 
Éssirici la Nanna ecc. Per ischerzo, poi , di chi è 
celebrato in forma ridicola si dice che è 'Nnuminatu 
'nta la Nanna pigghia-cincu. 

La stampa che va unita alla presente descrizione è 
proprio quella che i monelli comperano (centesimi 2 
di lira) ed usano , e che si è avuto cura di fare ri- 
stampare su carta del presente volume dagli stessi 



A LA BADDUZZA 91 

stampa-santi che ne fanno spaccio in Palermo. Come 
si vede, l'inchiostro di stampa e l'incisione in legno 
sono abbastanza meschini perchè si dubiti della pro- 
venienza e dell'antichità del giuoco, il quale era già 
proverbiale nel secolo passato. 

Chi abbia sott'occhio la cosiddetta Smorfia romana 
troverà qualche attinenza e identità tra parecchie fi- 
gure di essa e la nostra Nanna^ le quali ultime però 
sono molto informi e primitive rispetto a quelle, e pre- 
sentano tipi e costumi siciliani. Questi riscontri son 
sedici sopra venticinque, ma nella positura e nei con- 
torni delle figure vi sono differenze notevoli. Eccoli 
secondo T ordine progressivo della Nanna: 1 (della 
Nanna) •=2 (della Smorfia romana), suli; 2=43, cam- 
pana; 5=3, luna;9=l, munnu; 10=40, liuni; 11:^61, 
ucchiali; 14i=15, lanterna; 16=32, sirena; YI=VÒ , 
quartàra; 18=14, Casina; 19=60, stidda; 20=31, da- 
stimeìitu; 21=34,pmna e calamaio; 24zzz47, casteddu; 
25=35, cori. Delle altre nove figure, tutte di perso- 
naggi della Nanna, non ve n'è nessuna nella Smor- 
fia, (Vedi Archivioper lo studio delle trad. pop., v. I, 
p. 594-595). 

32. A la Badduzza. 

La Badduzza è un disco concavo, avente buche con- 
centriche , tutte numerate. Un ragazzo vi punta una 
monetina, p. e., un centesimo, e vi fa rotolare una 
palla {badduzza) con la intenzione di mandarla sul nu- 
mero puntato. Se vi riesce, fa buon giuoco, vincendo, 
non già un centesimo, ma cinque o dieci centesimi, 



92 GIUOCHI 

quanto è stato pattuito, o quanto suol dare di vincita 
il caramilaru che tiene quel giuoco. I cinque o dieci 
centesimi, però, non sono in effettivo, ma in quei tali 
dolciumi che egli ha in vendita sul suo deschetto. 

Anche qui gringanni non mancano , e perciò è la 
frase Jucàrisi ad unu a la badduzza, cioè abbindo- 
larlo, aggirarlo, ecc. 

33.' Ad Acuta cruci. 

In Termini, Vicari, Cefalù A Testa e cruna, in Mes- 
sina A Jàcula scudu, in Milazzo A Jàcula, in Gir- 
genti e Trapani A Testa o scrittu , in Casteltermini 
A testa e littra, in Noto A Littra o facciuni, in Avola 
A Acuta e scutu, secondo che nella moneta si guardi 
alla j3gura o alla leggenda con le armi. Il titolo prin- 
cipale è uno de' più antichi. In Caltanissetta A bota 
e sbóta, o A bota e nun sbota. 

Due giocatori fanno a pari e caffo , e chi ne ha il 
diritto chiama dicendo, p. e., 'U miu è acuta, e Tal- 
tro: E 'u miu è cruci. Questo secondo lancia in aria 
due monete e, dal cader di esse dal lato detto da lui o 
da quello detto dal compagno, fa buon giuoco o no. Il 
premio della vincita è una moneta dianzi stabilita, od 
altro che sia. 

Questo giuoco in forma più semplice viene modificato 
in alcuni luoghi sostituendosi alle monete fondelli, e 
scommettendo a chi de' due giocatori indovini la dritta 
o la riversa del fondello che si lancia in aria (V. il 
giuoco A 'Ggibbari, n. 37), il che in Noto dicesi A 
sguazzare 



AD ACULA O CRUCI 93 

Una ottava siciliana politica ha questi versi, che ri- 
cordano il giuoco : 

Medici tirau a ertici e fici jàcula: 

Lu re 'un pò fari echiù vòcular'nzicula. * 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Terra d' Otranto Cruce-lettera o Capo-croce , (De jSi- 
MONE, Rivista Europea, Firenze, a. VII, voi. II, p. 566; Epi- 
FANi, Messapogr, I, VI, 34); nella Calabria Citeriore Cruce- 
nuce, (DoRSA, p.9);in Napoli Capo o croce, (De Bourcard, I 
p. 297-198); negli Abruzzi Testa e croce y (Finamore, Voc. del- 
ì^uso abruzzese, p. 145); in Roma Santi o cappelletto, come 
pure a Firenze, dov'è anche chiamato Giglio o santo, (Bor- 
GHiNi, Bella moneta fiorentina, Monosini, p. 92) e Palle a 
Santi, derivato dalle sei palle (impresa dei Medici), che si 
veggono nel rovescio de* quattrini, mentre nel ritto sta la 
effigie di S. Giovanni; ed è ancor proverbiale il grido de' 
partigiani di Casa Medici : 

Tal grida palle palle^ 

Che farebbe dalle dalle. • 

Negli Appennini Croce o testa; in Bologna A caplètt, o A 
lettra o lion, (Coronbdi-Berti); in Reggio d'Emilia A lion 
e lettra; in Parma A caplètt, o A caroliss, e le voci di uso 
sono : bultar, trarre la sorte; ciamàr, chiamare; liss e liss, 
palle e palle; testa e liss, santo e palle; testa e testa, santi; 
testa e liss, santo e palle, (Malaspina); in Mirandola Tesf o 
eros; in Ferrara Arma e lettra; in Piemonte Cros e pila; 
nel Monferrato' Crus e griff; in Brescia A crùz e Madona, 
A Sanmarch e Madona; in Milano Cros o lettera, (Cheru- 

1 Intendi che il Ministro di Napoli Luigi de' Medici (1759-1830) 
sbagliò nel giuoeo, ed il re Borbone non può più altalenarsi. 



94 GIUOCHI 

BINI, I, 215 e 369); in Venezia Testa o Madona, o Marco o 
Madona^ dalla effigie di S. Marco e quella di Maria , che 
era nei due lati. In generale Testa o arme^ o Riscontra 
quattrini. 

Vedi anche per questo giuoco in Italia: Mayne Reid, lì 
Dito del destino , vers. dall' inglese di G. Siciliano , cap. 
XXVII; Firenze, Tip. Successori Le Monnier, 1876. 

Il giuoco fu già in uso pressoi Romani, i quali dicevano 
Caput aut navimy gettando in aria una moneta con la testa 
di Giano da un lato ed il rostro d'una nave dall'altro (Plinio, 
H. N. XXXIII). Di qui la testimonianza di Aulo : Aes ita 
fuisse signatum hodieque intelligitur in aleae lusu, cum 
pueri denarios in sublime jactantes capita aut navim lusu 
teste vetustatis exclamant, 

34. A 'Rriminari. 

Dicesi pure A la coppula e A cappidduzzu. 
Quattro o cinque si contano; chi sorte agita entro 
le due mani chiuse palma a palma tante monete quante 
ne hanno messe fuori i giocatori; indi le butta per aria 
o per terra. Quelle di esse che presentano il capo o la 
effigie son guadagnate dal giocatore , il che si dice 
fariy e gli altri chiedono : Quantu nnì facisti ì Le mo- 
nete che non presentano la figura , restano per dar 
luogo alla stessa gettata a chi per ordine ne abbia il di- 
ritto. Se rimane una sola moneta, il giuoco non si ripete, 
ma la prende chi dovrebbe giocare immediatamente 
dopo. 

Del resto, Paitu vinci liggiy dice il proverbio; e le 
condizioni che si stabiliscono prima possono mutare 
queste regole. 



A LISCIU RUCCIULUSU ? 95 



VARIANTI E RISCONTRI 



Si confronti col giuoco marchigiano A brugia, Gianan- 
DREA, pag. 16. 

35. A Lisciu rucciulusu? 

Due giocatori mettono egual quantità di fondelli; 
uno di essi li agita nelle mani, in un sacchetto, o in 
un berretto, e domanda all'altro : Chipigghi: lisciu o 
rucciulusu ? (altrove rapaccivsu ; in Cianciana : Chi 
vigli: serra o lisciu?) Alla risposta, p. e., lisciu, butta 
per terra i fondelli, e se i lati lisci superano gli sca- 
brosi, vince chi disse lisci; se no, l'altro. 

Una variante da non trascurarsi è il seguente giuoco. 

36. A Puntar!. 

Si prende un fondello e si agita entro le maniche 
aperte ; indi si depone sul taVolo o sopra un gra- 
dino tendendolo ben coperto. Il giocatore chiede : Chi 
è: serra o lisciu? L' altro risponde , p. e., serra, e 
vince o perde secondo che venga il lato liscio o il lato 
scabroso. 

37. A 'Ggibbari. 

Questo giuoco si fa in due coi fondelli d'osso, che 
hanno quale tre, quale quattro, e quale cinque foreK 
lini. Un fanciullo nasconde tra' polpastrelli del pollice 
e dell'indice il fondello, e chiede al compagno : Ag- 



96 GIUOCHI 

gibbami ccà: quantu pirticsa havi ? Se quegli s'ap- 
pone, vince. 

Altri ancora lo fanno con una moneta tirando a in- 
dovinare Fanno della coniazione di essa. Questo giuoco 
non si conosce dappertutto, ed ha analogia col Giu- 
falè e col giuoco Lisciu o rucciulv^u? (n. 35). 

Altri giocano anche a indovinare in quale tra vari 
fichidindia messi in fila sia nascosto uno spillo; quanti 
nocciuoli siano in una nespola, quanti spicchi in una 
melarancia, il che dicesi: 

38. A Tagghiari. 

Uno di duegiocatoripattuisce, senza pagarlo, un muc- 
chietto di melarance o limoni dolci ecc., ne prende una, 
e prima di tagliarla per lo mezzo chiede all'altro quanti 
spicchi crede che essa abbia. Se quegli si appone, vince, 
non solo la melarancia tagliata, ma anche le altre, che 
toccherà al perditore.il pagare; se no, pagherà. 

39. A lu Lazzu. 

Il caramilaru intreccia un filo , annodato alle due 
estremità, in guisa che non si possa sapere se, met- 
tendo in i;no de' suoi interspazi un dito, si sia dentro 
fuori la matassa; per lo più si è fuori: ed il cara- 
milaru vince la monetina che il fanciullo inesperto è 
andato a giocare. 



A l'aneddu 97 

40. A r Aneddu. 

Si dice anche A la pitrudda; in Polizzi A la pitro- 
nella; in Riesi A lujitali; in Licata A la badduzza; al- 
trove A la chiavi. 

Un certo numero di fanciulli o fanciuUine siedono 
per terra accostando palma palma e^tutti serrandole 
in mezzo le gambe. Il capo-giuoco ha in mano un 
sassolino, o una nocciuola, o un lupino, o un anello, 
un ditale, o un chiavino, e passa successivamente 
dall'uno all'altro giocatore per deporre nelle mani di 
essi l'oggetto che egli serra nelle sue; ma di fatto noi 
lascia se non ad un solo, pur continuando, anche dopo 
lasciatolo, il giuoco. Quando il turno è compiuto, tutti 
stanno in silenzio ed aspettazione. Allora il capo-giuoco 
chiede a uno di loro che indovini chi abbia l'oggetto. 
Se questi si appone, diventa capo-giuoco, se no, apre la 
mano e riceve colpi di rumè (vedi il giuoco A rumè). 

In alcuni luoghi il mastro dice : Cu* havi 'a chia- 
vuzza, (o pitrudda ecc.) si fissi a 'mmucciari, e chi 
l'ha avuta, alzandosi, va a nasconderla. Chi poi la tro- 
va, al ripetersi del giuoco fa da mastro. 

Col titolo A la chiavuzza si fa con qualche modi- 
ficazione. Invece del sassolino si depone tra le mani 
dei giocatori una chiave o un fuscellino che ne prenda 
le veci ed il nome. Il capo-giuoco dimanda a uno: Cui 
V havi la chiavuzza ì Se T interrogato si appone , si 
ricomincia il giuoco; se no, paga un pegno, per il quale 
dovrà, con altri che abbiano egualmente sbagliato e 
pagato pegni, fare una penitenza. 

G. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi 7 



98 GIUOCHI 

VARIANTI E BISCONTRI 

Con lievi differenze è descritto per la Toscana dal Fan- 
FANi, Yocab. delV uso tose, , p. 56 , ed anche a pag. 256: 
n Cerchio; per le Marche dal Gian Andrea, n. 14: Il gioco 
dello anello, e n. 18: Il gioco della chiave; per Parma dal 
Malaspina : Zugar al didàl, in cui la fanciulla capo-giuoco 
mette un anello nelle mani d'una delle compagne. 

4L A la Pitrudda. 

Si posa in terra una piccola moneta di rame, e sta- 
bilito il valore in denaro o in fondelli pel quale si 
gioca, uno de' due, cui nel fare a pari e caffo sia toc- 
cato in sorte, vi lascia cader sopra , dall' altezza del 
suo petto anche più da vicino, un sassolino. Se nel 
colpirla la fa capovolgere, egli fa buon giuoco, e vince 
il pattuito; se no, lascia la mano al compagno. 

Vedi qui sotto il giuoco A sbutareddu. 

varianti e riscontri 

In Toscana Fare a rivoltino; in Parma Zugar a sasslètt, 
(Malaspina). 

42. A Sbutareddu. 

Chiamasi anche A la pib'^udda. 

Si colloca una moneta sopra un piano, e con un'altra 
moneta o con una ciampedda si tira per colpirla nel 
mezzo e farla svoltare. Se vi si riesce , la partita è 
vinta; se no, il compagno piglia il posto. 



A CIUSCIUNI 09 

43. A Ciusciuni. 

Sopra un tavolo si posano vari fondelli, e chi gioca 
dee farli voltare soffiandovi sopra. Soffia primo chi 
vince a pari e caffo. Ai fondelli si sostituiva una volta 
il tirdinari, ed ora il centesimo di lira. 

Richiama subito ai giuochi A lu granu ecc. e al Can- 
neddu. 

VARIANTI E RISCONTRI 
In Toscana Soffino (Rigutini e Fanfani, p. 1458). 

44. A li Cannuzzi. 

Si fa un numero determinato di stecchini , per lo 
più di canna, (donde il titolo di cannuzzi) : trenta, 
trentacinque, o più. Due giocatori fanno al tocco per 
istabilire il 'n capu ed il suUa, cioè il primo ed il se- 
condo. Il sutta posa un pugno chiuso sul terreno ; il 
'n capu lascia cadere o getta in una volta sul pugno 
gli stecchini, in guisa però che essi cadendo fuori del 
pugno si spargano intorno ad esso senza troppo ac- 
cavalcarsi gli uni sugli altri; se qualcuno ne rimane 
sul pugno , il sutta si affretta a farlo cadere sugli 
altri, e ritira la mano. Allora il primo con uno stec- 
chino più lungo dei comuni comincia a rimuovere e 
fare saltar fuori uno per uno gli stecchini , mandan- 
doli con un leggiero movimento di leva fuori del limite 
stabilito : e tanti punti fa quanti ne manda fuori, come 
tanti ne perde quanti stecchini non riesce a far saltare 
di netto a un colpo. 



100 GIUOCHI 

Dopo prende mano il secondo, al quale il primo pre- 
senta, come innanzi, il pugno chiuso. Ripete lo stesso 
giuoco, gettando gli stecchini, facendoli uno per volta 
schizzar fuori e contando. A giuoco finito, chi avrà 
fatto maggiori punti vincerà la partita. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana, a' tempi del Minucci, si usava e forse anche 
oggidì si usa Giocare a te te, che vale « Giocare con due 
spilli o due filetti di paglia facendoli saltar colle dita per 
vedere quale cavalchi gli altri. » Malmantile, v. Ili, p. 37. 

45. A Lasagnedda. 

Si gioca in molti, e ciascuno di essi fa due castelline 
di avellane, le scompone, e poi a forza di 'mmiddari, 
cioè di dar buffetti col pollice e colFindice, ravvicina 
le avellane facendole però toccare in due V una con 
Taltra; se se ne toccano più di due o non si toccano 
punto, si fa cattivo giuoco. 

Giocasi specialmente in Messina per Natale. 

Sull'uso di 'mmiddari veggasi il giuoco n. 50. 

46. A Truzzareddu. 

Si fa in due , mettendo ciascuno un fondello sul 
piano. Uno de' due con un buffetto dee col proprio 
truzzari il fondello del compagno.Quando il tiro riesce, 
guadagnasi il fondello colpito. 

Talvolta si gioca con avellane, come nel Senghetiello 
napoletano. In Casteltermini è detto A hjuscmni (a 



A LU SPANGU 101 

Ximciuni ?); ma i due fondelli [Capitini) o le due mo- 
nete, invece che col sassolino, si sogliono scomporre 
col soffio. 
Vedi A la Gaddetta, n. 53. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Napoli A senghetiello, e si fa con nocciuole (Db Bour- 
CARD, I, p. 299). Un giuoco molto simile corre in Venezia 
col titolo ^Z casèlo, (Bernoni, n. 93). 

47. A lu Spangu. 

In Polizzi A lu Spanghiteddu; in Licata A 'ntaxìciari; 
in Noto A lu Sinnu; in Messina 6 Palmu; in Gian- 
ciana A batti-muru; in Avola A 'ncuccia-muru; in 
Catania A 'ncugna-muru; in Cefalù A tocca-muru, 
da non confondersi col noto giuoco di questo nome. 

Dicesi spangu spanna , o i^itsca (Cianciana) bru- 
schettà, un fuscello poco più lungo di una spanna, pie- 
cola misura stabilita dai giocatori. 

Due , tre, quattro o più fanciulli si accostano a un 
muro o ad altro corpo elevato , tirano a quasi due 
metri da esso una linea, che segna la meta, il tocco, il 
limite del giuoco, e scavano una buca, fussiteddu. Indi 
uno di loro batte sul muro una moneta; batte l'altro, 
e deve accostarsi tanto alla moneta del primo quanto 
è la spanna, se non meno. Lo spazio entro quella mi- 
sura vince. Se coglie la buca e vi resta , stravince, 
cioè riporta il doppio del pattuito ; se oltrepassa la 
linea, ha la pena, e paga : e la sua moneta va a be- 
neficio di chi giuoca dopo di lui. 

La perdita è di fondelli o di monete. 



102 GIUOCHI 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Napoli è conosciuto col nome di Azzecca-muro; negli 
Abruzzi e nelle Marche (Db Nino, II, Gianandrea, n. 20) A 
battimuro; in Toscana Far meglio al muro; in Parma A la 
murajoèula o Ala ^jjana (Malaspina, IV,* 164); a Ferrara 
A batt-mur; in Milano A spanna, A spannetta; in Brescia 
A spana; nel Monferrato A baie (^Fbrraro, Cinquanta 
Giuochi, Y); m Piemonte A' baie, o Ala branca. Un giuoco 
simile, detto coglilo o resta li, descrive 1' Utile dulci, 
n. IX (XIX). 

48. A la boccia, a cu' va cchìù luntanu. 

Due più giocatori tirano successivamente una stessa 
palla boccia di legno al muro, e lo fanno più forte- 
mente che possono. Dove la palla rimbalza e si ferma 
si segna una linea.La palla che va più lontana dal muro 
vince. 

49. A la Sìnga. 

In alcuni comuni è detto A mmirdazza. Si uniscono 
vari, segnano uno piccolissimo spazio di terra, e si 
contano; Tultimo getta in alto una moneta, e la lascia 
ov' essa cade ; cosi fa il secondo , cosi il terzo ecc. 
Quanto più si scosta la moneta dal limite segnato, 
tanto più si ha probabilità di vincere; e vince quella 
moneta che più si avvicina al centro ; quella invece 
che tocca il margine fa mmirdazza, o m/merda (Mes- 
sina e Catania), cioè, non fa nulla. In Catania è detto 



A ZICCHITTARI 103 

A megghiu visula, perchè chi s'accosta alla miglior 
vìsiUa vince ; e visula siguilìca mattone. In Messina 
i giocatori son due, e fanno due colpi per ciascuno. 
Misura son le dita: e riesce a miglior giuoco chi gua- 
dagna più dita di visula o sHula. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana Fare a verga; in Piemonte Giughè a brasa; 
in alcuni altri paesi A la pianela (Sant'Albano). 

50. A Zìcchittari. 

In Catania son varietà del giuoco A tuccari, A Vaz^ 
zicca, A la fossetta ccu V azzicca ; in Riesi A zie- 
chiettu. 

Zicchittari, in Avola zicculari, in Messina 'mmid- 
dari, vale dare zicchittati, cioè buffetti, ed è, a quanto 
pare, voce onomatopeica. (Cfr. i giuochi 45, 46, 51, 52 
e 56 § 3). 

Si gioca in due spingendo a buffetti entro una buca 
per terra otto fondelli e partendo da un punto pre- 
stabilito. Chi non vi riesce con un sol colpo per cia- 
scun fondello o avellana od altro, cede al compagno^ 
che continua alla volta sua il giuoco. 

In Cianciana si dice a zicchittari quando si gioca 
con una pallina di piombo o d'altro, che, dopo buttata 
senza risultamento nella buca, vi si spinge per via di 
zicchittati. 

In Casteltermini la palla è una ghianda, ovvero un 
impasto di marna bianca {trubbu); e il giuoco è detto 
A zicchittari cu la badda. 

Nella variante di Mazzara A ziccareddru, il fon- 



104 GIUOCHI 

dello bottone è uno, ed il giocatore può darvi sopra 
un solo colpicino per volta accostandolo sempre più 
alla buca. Quando il bottone giunge fino ad essa e vi 
rimane quasi in bilico, la partita è vinta. 

Vedi A lu Spangu e A Sbatureddu, nn. 47 e 42. 

Sul valore dei fondelli veggasi il giuoco A la Gad- 
detta, n. 53. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Mirandola si fa sotto il titolo Pidinna, « voce usata 
nel modo 

Pidinna pidanna, 
Dentr' in tanna, 

usato dai ragazzetti in certo lor giuoco, che consiste nel 
procurare di spingere entro certe buche o circoli, apposta 
preparati, una moneta, un'animella (anma) o simile, spin- 
gendola coU'indice un numero di volte convenuto. A Lucca 
dicono : 

Bedina, bedana, 

Va in la tana. » 

(Mbschieri, p. 164). Il buffetto, cioè il « colpo che si dà con 
un dito accomodato in guisa di molle al dito pollice, la- 
sciandolo scoppiar con violenza al luogo dove si vuol col- 
pire », nel Parmigiano è detto pinghela, o rana (Malaspi- 
NA, III, 291). 

Un giuoco simile, fatto con le monete, in Milano dicesi: 
Giugà a bon spili (Cherubini, IV. 276). 

51. A la Fussetta. 

Il giuoco della Fussetta o del fussettu si fa colle a- 
vellane in tempo delle feste natalizie, e prende il nome 
anche di Jocu a li nuciddi. 



A LA FUSSETTA 105 

Si fa ordinariamente con otto avellane, alcune volte 
con sedici, di rado con sole quattro, e di queste una 
metà vien posta da chi tira, Taltra metà da chi duna. 
Vince chi ne introduce nella fossetta (buca) un numero 
pari, ed allora ripone in tasca la metà e prende dal 
compagno la nuova puntata. Se il numero è dispari, 
egli perde, e vanno al compagno tutte le nocciuole, e 
questi prende mano nel gettare. Nel caso che le noc- 
ciuole entrino tutte nella buca, o che non ve n' entri 
nessuna [fari tutta, o fari vacanti) si stabiliscono patti 
speciali, che per ordinario si riducono a considerare 
come non fatta Funa e l'altra gittata [nun si fa valiri). 

Alle volte questo giuoco si fa A la ziccula; e in que- 
sto il giocatore dopo avere introdotto colla gittata 
nella buca quante nocciuole ha potuto, ha il diritto, 
se il numero è pari, di cacciarvi dentro le altre ri- 
maste fuori, spingendovele per via di zicchittati (buf- 
fetti). Chi non riesce alla prova cede la mano al com- 
pagno, e se anche lui incespica, torna il primo, e cosi 
a vicenda di seguito. Vince finalmente chi riesce a 
compiere la introduzione nella buca. 

Quando il numero delle nocciuole gettate riesce dis- 
pari , la precedenza nel dare zicchittati o nello zie- 
culari (Avola), spetta alla parte contraria. 

Ordinariamente si gioca alla Ficssetta coi fondelli, 
coi bottoni altro, industriandosi a farli entrare per 
buffetti nella buca. 

Un canto popolare di corruccio contro la donna ha 
questa chiusura: 

Si' comu la fossetta di Natali: 
Cu' junci prima, joca a li nuciddi. 



lOC GIUOCHI 

52. A la Badda. 

V è pure il giuoco A la badda, che si fa con una 
sola pallina di legno, la quale lanciata contro un muro 
deve introdursi di rimbalzo in una buca scavata a 
qualche distanza, o di primo acchito , o mediante la 
ziccula. Chi tira è il primo a tentar la prova dello 
ziccvliaìH: non riuscendo, cede il luogo al compagno, 
e cosi alternatamente sino a vincere chi riesca ad in- 
trodurla. 

53. A la Gaddetta. 

Dicesi pure A li baddi, A la badduzza; in Cata- 
nia A lu traccajolu. 

Due giocatori fanno una buca per terra, che chia- 
mano 'ddetta, addetta, gaddetta, agghietta, prendono 
otto pallottoline di legno o di cocci arrotondati, od otto 
avellane, e si contano. Il giuoco consiste nel far en- 
trare quanto più si può di esse pallottoline entro la 
buca, lanciandovele tutte insieme o alla spicciolata, da 
un certo tiro (detto mercu) , che non superi i tre 
passi. 

Prima di cominciare il giuoco si stabilisce la maniera 
di giocare e di lanciare le palle, la quale varia nelle 
forme che seguono e che sono altrettanti sotto-giuochi 
d*uno stesso giuoco : 

!•* A tutti ottu, a cu' fa unu. Consiste nel gettarle 
tutte otto in un colpo , facendone entrare solo una 
nella buca. 

2° A prima sei e dipo* dui, o Prima cineu e dipoi 



A LA GADDETTA 107 

tri, ecc. a cui faparu (o spam). Consiste nel gettarne 
prima sei e poi due, o prima cinque e poi tre, per fare 
un numero pari o dispari. 

3* A dui a dui, o A una a una, a cu* fa cchiù 
assai. Consiste nel gettare a due a due o ad una le 
palle, vincendo quello de' due giocatori che ne faccia 
entrare di più nella buca. 

4** A dui a dui, o A quattru a quattru, o A tutti 
ottu, a sei n' palazzu. Si gettano a due o a quattro 
per volta o tutte insieme le palline , badando a non 
farne entrare più di cinque se si vuol fare buon giuoco e 
non ceder la mano al compagno. Jiri 'n palazzu, in- 
fatti, in Marsala tracuddari, fari tracoddu, frasi pas- 
sate in altri usi della vita, significano uscir di numero, 
eccedere, e quindi perdere. 

5* A passa-tridici a la fussetta. Si tira due o tre 
volte le palle, delle quali solo tredici devono entrarne 
nella buca. Chi per tre volte di seguito o interrotta- 
mente fa 13, vince. Vale per 13 un numero inferiore, 
come 9, 10, 11, quando Taltro giocatore non lo supera 
quando fa più di 13. 

Quando i due giocatori sorpassano il 13 o fanno en- 
trambi un numero pari, non vince nessuno. Essendo 8 
le palline, non può farsi 13 se non in due o tre tiri, 
ma non è lecito farlo in quattro. Chi nel secondo tiro 
fa un numero a cui gli convenga fermarsi , gitta le 
palline in terra senza mandarle nella buca. 

Si ravvicini al giuoco A passa-tridici cu li manu 
(n. 26). 

6* A Milazzu. Gettando a due a due le palle, se ne 



108 GIUOCHI 

devono fare entrare sette nella buca. Perde chi lo 
oltrepassa, vince chi più si avvicina al sette, se chi 
ha giocato prima ha sorpassato il sette o ha fatto meno 
del sette. 

Questi giuochi 5 e 6 si fanno particolarmente a Maz- 
zara. 

7° A spam o pam. Chi tira le palle domanda al 
compagno: Spam o pam? E quello, p. e.: Sparu;— 
E io pam, risponde il tiratore ; e getta tutte otto le 
palle nella buca. Se le palle che entrano nella buca 
sono dispari di numero, vince il compagno; se pari, 
vince lui. 

Qualche volta, per una modificazione del giuoco, chi 
non ha fatto entrar tutte nella buca le pallottole, deve 
farvele entrare per via di buffetti [zicchittati) una alla 
volta. Ma per questo vedi A zicchittari. 

Qualche altra volta si giuoca non già con palline ma 
con nocciuoli d'albicocche {alV ossa). Da ciò il modo 
proverbiale siciliano: Va joca all'ossa, ca la 'ddetta 
sedi (va' a giocare agli ossi, che la buca è in riposo), 
col quale cerchiamo di liberarci d'un importuno, d'uno 
sciocco, d'uno sfaccendato, il quale ne sballi delle mar- 
chiane o ci rompa le scatole. (Vedi i due giuochi A 
un ossu pigghia deci e A lu granu supra la rmci, nn. 
61 e 65. 

Quando il giuoco delle pallottoline si fa in molti, va 
cosi. V'è un capo-giuoco che arma la Jìicata o lu 
Jocu; costui si chiama, in generale. Casa (forse cor- 
rotto da cassa), ma talora Mamma (Chiaramonte), ed 
invita qualcuno a pigghiari baddi. Costui dee avere 



A LA GADDETTA 109 

un certo capitale sia in centesimi, sia in fondelli o 
bottoni di calzoni, capitale tradizionale ne' fanciulli , 
che non perde mai valore né passa di moda o di 
pregio. Notisi che i cosiddetti funnedda o Capitini 
(fondelli), vengono computati cosi: uno, un granu; due, 
du* grana o un bajoccu; cinque un tariolu, I fon- 
delli con un solo foro, che servono di anima a' botto- 
ni, son considerati come falsi di fronte a quelli più pic- 
coli con tre o cinque fori. I fondelli di metallo non 
valgono. I compagni puntano ciascuno una somma: un 
grano, p.e., un bajocco, un tari; tutto computato, la Ca- 
sa è liberissima di far tirare quanto vuole, sia più, sia 
meno di quanto si trova depositato, sicura di aver a 
vincere. Dice dunque a chi ha prese le palle, quasi am- 
monendolo: Ce* è cincu grana; e gli chiede se vuol 
tirare. Il compagno accetta e tira colle condizioni pre- 
stabilite sul numero delle palline da dover far entrare 
nella buca. Questo si chiama A parari; perciò basta 
mandar dentro un numero pari di palline per fare buo n 
giuoco. 

Se egli vince, tira a tutti, (tira tutti) , e riceve la 
somma puntata, rilasciando alla Casa il tanto per 
unza; se perde, pagherà, e lascia la mano; e cosi la 
Casa darà a ciascuno il doppio di quello che han pun- 
tato. Qualche giocatore s'accorda con la Casa in que- 
sto: che nessuno dei due debba esigere l'uno dall'altro 
il prezzo della vincita: e ciò si dice Jucari a guarda- 
cumpagnu. 

Può accadere che la somma puntata o rivelata dalla 
Casa sia esorbitante per chi tira, e allora questi si ri- 



110 GIUOCHI 

fiuta a tirare, od accetta a patto che gli si ribassi, 
tanto che non lo si impoverisca d'un colpo. Avviene che 
in queste smozzicature la Casa guadagni anche più 
di chi tira, ovvero, se è arrischiata, perda sino a fal- 
lire. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Corrisponde a' seguenti giuochi delle varie province ita- 
liane: Alla fossa di Napoli; Alle buche di Toscana; A gù 
nagianna di Milano (Cherubini, II, 220); A buza, o A buz- 
zèla^ o A buzele, o A predèla di Brescia; Al biisi o AUa 
busa del Parmigiano; Al dot del Piemonte; A le buse di 
Venezia (Bobrio) e di Padova (Patriarchi); ma si fa con 
più buche, nelle quali si mette del danaro, che vince colui 
che vi manda dentro nocciuoli di pesca. 

54. A li Pìsuli. 

Sempre che sia fatto con le pisulU il giuoco è detto 
in Acireale A pigghialu, in Catania A la pìgghiula^ 
in Caltanissetta, Riesi e CQ,^ÌQ[\^vxmm A petr a pigliari, 
in Avola A plggiari (a pigliare), in Messina A pitrtid- 
duli^ in Chiaramente A li pitrèdduli, in Girgenti A 
pitranta, in Comiso A petrannàm (a pietra in aria), 
in Modica A scaggia all'aittu (a scaglia in alto) , in 
Marsala e Mazzara A 'u baddi^,in Cianciana A li vasti 
{vasta, sassolino), in Noto É picei (id.) , in Siracusa 
É novi a mam7na, e si giuoca in quattro con nove 
cuticchineddi , cioè sassolini . Diconsi pisuli otto o 
sedici pezzettini di mattoni arrotondati , ovvero noc- 
ciuoli di pesche od altri corpi consimili. Due fanciulli 
fanno a pari e caffo , e chi vince prende le pisiUi , 



A LI PISULI 111 

le mette tutte nel cavo delle mani insieme , e le 
getta in alto capovolgendo le mani per raccoglier- 
le, al loro cadere, sul dosso. Quelle che raccoglie tor- 
na a gettai;:le per tornarle a ricevere nel cavo. La 
valentia sta nel farne cadere il meno possibile la 
prima volta , e nel non farne cadere nessuna , la 
seconda. Quando il giocatore è riuscito a questo, 
prende tutte le pisuli rimastegli e le mette in ser- 
bo. Per ricuperare quelle cadute ne prende una 
delle conservate, la getta in alto, ed intanto che afferra 
l'una, prende le due che giacciono per terra, e con 
esse alla mano coglie al balzo quella già lanciata in 
alto. Tutto questo , fatto colla massima agilità e de- 
strezza, è detto in Marsala la Sarda. Quando le, pi- 
suli, nel capovolger delle mani, cadono l'una sull'altra 
e voglionsi separare , debbono prendersi non con la 
mano ma coi denti o con le labbra. Sarà la partita 
compromessa se egli toccherà le pisuli senza tòrle su 
di netto, e perduta se le sue pisuli saranno in minor 
numero di quelle che ricupererà il compagno quando 
verrà la sua volta. La perdita potrà essere di quel 
che si è stabilito avanti; ma per lo più si riduce a una 
delle tre seguenti penitenze da farsi dal perditore : 

1* Il perditore rigonfia la bocca, ed il vincitore gli 
dà un numero determinato di leggieri sgrugnoni, che 
si dicono gargiuna, 

2° Dei colpetti a un lato del naso, detti pipati (Pa- 
lermo) , o nasali (Chiaramente). Questi si danno col 
secondo e col terzo dito uniti insieme. 

S*» Qualche zicchitlata sul pomo d'Adamo. Zicchit- 



112 GIUOCHI 

tata è già detto, è il colpo d'un dito che scocchi di 
sotto un altro dito, e si dà con l'unghia {buffetto, biscot- 
tino de' Toscani. Cfr. n. 50). 

4® Il perditore posa la mano in terra ; il vincitore 
gettando in aria una pisula, dà tanti colpi su di quella 
quante sono le pisulz che egli ha vinte, o qualche piz- 
zicotto. Il colpo dev'esser dato prima che cada ìàpi- 
siUa, che il vincitore deve afferrare in tempo. Questa 
varietà in Messina è detta É basisi. 

Del giuoco A li pisuli lasciò un breve cenno nel se- 
colo XVni Fr. Pasqualino. (M. Pasqualino, Voc. sic. 
IV, 124). Pei Riscontri veggasi il seguente giuoca. 

55. A Spumposta. 

. Modificazione del giuoco delle psiuli, la Spumposta 
si fa in tutta l'isola con soli cinque sassolini. Il gio- 
catore li getta tutti e cinque a terra, e presone uno e 
dicendo spundunu, lo lancia quattro volte in aria, 
prendendo ad uno ad uno tutti gli altri rimasti pria 
che questo gli ricada nella mano. Nuovamente li getta 
tutti a terra, e dicendo spundui, e lanciandone uno 
per due volte in alto , prende a due a due i quattro 
rimasti simultaneamente alla ripresa del sassolino lan- 
ciato.Replica il getto per la seconda volta dicendo spun- 
tH, e lanciando, al solito, V unico sassolino per due 
volte , deve prendere dei quattro di terra dapprima 
uno, poi gli altri tre ad un colpo. Finalmente dicendo 
spumposta, deve prendere in unica volta con F uno 
lanciato tutti e quattro i rimanenti. Se non riesce a 



A SPUMPOSTA 113 

compire esattamente la quadruplice prova, egli perde, 
e prende mano il compagno. Ove però vi riesca, sot- 
topone Taltro alla seguente penitenza. 

Fattagli posare sopra un piano la mano aperta, di- 
stribuisce i cinque sassolini sulle estremità delle cin- 
que dita, aventi ciascuno un proprio nome; poi pren- 
dendo quello del pollice e lanciandolo cinque volte in 
aria e cinque volte ripigliandolo nella caduta va bat- 
tendo col dosso della sua mano sul dosso di quella 
del compagno, e intanto per ciascuna volta che lo getta 

ripete : 

Ciocca cacata, 

Nun cacari ova 

Sina ca veni 

Lu nunnu di fora. 

'Mprestami un pani 

Quantu vaju fora. 

Poi prende il sassolino dell'indice, e replicando lo stesso 
getto e la stessa ripresa, batte cinque volte sulla mano- 
dei vinto con la palma della sua, dicendo : 

Murtaru unu, 
Murtaru dui ecc. 
Murtaru cincu, 
'N jucari cchiui, 
Cà sempri si' vinta. 

Segue la slessa cosa col sassolino del dito medio, bat- 
tendo sulla mano del compagno col pugno chiuso , e 

ripetendo : 

Pistuni unu, 

Pistuni dui ecc. 

'N jucari cchiui ecc. 

G. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi 8 



114 GIUOCHI 

Fa lo stesso col sassolino del dito anulare grattando 
la mano del paziente e dicendo : 

Grattalora una, 
Grattalora dui, ecc. 
'N jucari echini ecc. 

Finalmente facendo lo stesso col sassolino del mi- 
gnolo e lisciando ripetutamente, coll'indice della sua, 
la mano del compagno come per rinfrescarla, dice : 

Rifrischeddu unu, 
Rifrischeddu dui ecc. 
'N jucari cchiui 
Cà sempri si' vintu. 

Questa è la forma comune raccolta in Avola, e con- 
fermata nelle varie province della Sicilia. 

Più semplice è la variante di questa penitenza in 
Noto e in molti altri luoghi compreso Palermo. 

Le parole di Noto son queste : puntaluor^ unu ecc. 
pel primo sassolino lanciato e per la prima puntura 
data; carragghiau unu ecc. pel secondo sassolino, col 
pizzicotto ; lattarula unu pel terzo, col grattamento 
della vddinoi x^istuni unu pel quarto, con un colpo; ar- 
rifrischeddu unu]^é[ quinto, con l'accarezzamento della 
mano. In CsLstelievmini: Acidduzzu, carcarazzajocca 
arraggiata, arrifì^iscu pistuni. 

Si comprende che la penitenza cominciata con le 
punture e coi pizzicotti , si fa più mite fino alla ca- 
rezza (Noto). 

Nella Contea di Modica la penitenza più in uso è 
questa: il perditore posata la mano in terra riceve 
cinque manate [scattioli) dal vincitore, il quale canta: 



A SPUMPOSTA 115 

Pirripizziu 
Mi lu manciù iu, 
Pirripipianciu, 
Tu t' 'a 'ggiutti. 
E iu m' 'u manciù. 

In Cianciana il perdente riceve le scaffati , cioè 
raette il braccio teso e la mano aperta, ed il vincitore 
gliela batte con ambe le mani distese. Bisogna osser- 
vare che nel cominciare il giuoco in Casteltermini si 
^faci dando il dosso o la palma di una mano, mentre 
in Cianciana si scidci col dosso di una mano, o colla 
palma di ambedue. 

Nella stessa Cianciana poi ed in molti altri comuni 
dell'isola si fa il seguente giuoco chiamato A Cincu. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Terra d'Otranto A cuntrice, o Pàllice , o Rùnchiulo 
(Lat. Aruncolus), tutte varietà dello stesso giuoco (Db Simone, 
loc. cit.); in Biceglie *U sciàuch de la rugne; in Toscana 
A' cinque sassi a ripigliare y varietà dell'altro più generale 
A ripiglino e A sbrescia (Malmantile, II, p. 72); nelle Mar- 
che A breccetta Gianandrea, n.28); in Parma A garén (Ma- 
iaspina); in Brescia alcune varietà A brùz , A pasadigg, 
A broesch ; in Milano A bagnetta e A pedinna (Cheru- 
bini, II, 200); in Venezia A galina porta in ca (Bernoni, 
n. 73), ed una varietà A maneta (Boerio); in Piemonte A 
ùraman (Sant' Albino). 

Il Ripiglino era usitatissimo tra' fanciulli greci , che Io 
dicevano TcevxdXtSa, perchè si eseguiva con cinque sassolini, 
allessi (Giulio Polluce, lib. 9, e. 7). Presso i Latini Occel- 
lata, come dicono Varrone e Svetonio. 

Una bella descrizione del giuoco diede nel sec. XVII Ro- 
drigo Caro e testé Rodriguez Marin, Cant, pop, esp., t. IL 



116 GIUOCHI 

56. A Cincu. 

Si gettano cinque vasti (sassolini) in terra: il gioca- 
tore ne prende una, la lancia in aria, e deve tòr su 
una di quelle che sono in terra per ricevere con essa 
nel cavo della mano quella lanciata in aria ; questa 
operazione la ripete per le altre tre vasti che sono in 
terra. 

Nella seconda operazione , in quello che lancia la 
va^ta in aria, deve prendere a due a due le quattro 
rimaste in terra; nella terza, deve prenderne prima 
tre, poi una; nella quarta, tutte e quattro ad un tem- 
po ; nella quinta , il giocatore col polljice e V indice 
della sinistra forma un arco poggiato a terra; lancia 
la vasta , intanto che con la destra fa passare sotto 
l'arco una o più Valter e tante volte finché il terreno 
non rimanga sgombro. Nella sesta, il giocatore, lan- 
ciata in aria la vasta , prima di ricever questa, dee 
lanciarne una terza mentre riceve la prima, e ricever 
la seconda mandando la quarta : prova di molta agi- 
lità e destrezza. Lanciando la prima i;a,yte egli 'dice: 

Ogliu cata ogliUy 
Va' 'ccàttami un granu d' ogliu. 

Lanciando la seconda : 

Ogliu cata ogliu, 
Va 'ccàttami durana d' ogliu. 

E cosi tri grana, quatturrana. Questa sesta ma- 
niera di giuoco è detta Ad ogliu cata ogliu^ (parlata 
di Cianciana). 



A CINCU 117 

Nella settima operazione, manda in alto per quattro 
volte la vasta , striscia a terra coir indice e ripete 
ciascuna volta : Pisci unUy pisci du\ pisci tri, pisci 
quoMru, 

Nella ottava manda in alto per le stesse quattro 
volte la va^tay e ciascuna volta striscia per terra Tin- 
dice ed il medio e dice: Sarda una, sarda du*, sarda 
tri, sarda quattru. 

Nella nona, lanciata la va^ta in aria , dee raccat- 
tarne una per terra e mandarla nella pitturina, cioè 
tra il petto e la camicia che si tiene aperta. Cosi si 
fa per la seconda, terza e quarta vasta. 

Ciascuna di queste nove parti del giuoco devesi ri- 
petere [incredibile dictu !) cinque volte per una, sic- 
ché ogni operazione si esegue cinque volte di seguito. 
Se il giocatore ha avuto la fortuna di compiere felice- 
mente queste nove operazioni, passa alla decima: la pe- 
nitenza al compagno, che consiste nel lancare una alla 
volta le cinque vaste, e dando per ognuna alla mano 
di quello aperta a terra un pizzuluni , pizzicotto.: 
penitenza mite pel perditore, di poca soddisfazione pel 
vincitore , ma pericolosa per costui , giacché se egli 
lascia ricadere per terra, senza poterla cogliere al volo, 
\^vasta; se egli stanco, ^caca, paga lui, cioè dee metter 
lui la mano sotto, e ricevere i pizzicotti che a lui rimane 
a dare il perditore; donde accade che di tante diffìcili 
operazioni ben riuscite altri colga il frutto , siccome 
avviene spesso nella vita. 

Il lettore s'accorge facilmente che di tutti* i giuochi 
fanciulleschi questo è il più lungo e forse il più dif- 
ficile e delicato. 



118 GIUOCHI 

57. A lu Truzzu. 

In Trapani A truzzari. 

Si fa con uova molto sode, ed ecco come lo descrive 
l'accurato F. Mondello [Spettacoli e feste popol. in 
Trapani, p. 23; Trapani, 1882) : 

I giocatori « convengono in prima a provarsi scam- 
bievolmente le uova tra' denti, per saggiarne la con- 
sistenza della scorza o la fragilità. Convenute te parti, 
non senza qualche passeggiero scalpore si provano in 
questa maniera : Uno di essi stringe in pugno l'uovo, 
e Faltro vi batte su, con una delle estremità del pro- 
prio uovo , detta o di punta o di culu. Se uno dei 
due si rompe , 1' uovo rotto diviene proprietà di chi 
ha vinto al giuoco... Alcuni giovani mettono entro il 
sale delle uova per indurarle e superare gli emuli. » 

II fondo di questo giuoco è il medesimo del se- 
guente. 

VARIANTI E RISCONTRI 

L' annotatore delle Satire di Settano, alla Vili» del lib. II, 
p. 332, voi. 2°, cosi ricorda questo giuoco: « Eadera plebs 
ludum hunc vocat peculiari suo idiotismo giocare a scoc- 
cietta. Sic autem luditur ut ovum ovo supponatur, et ex 
pacto invicem collidantur, cui ovum durius minime fran- 
gitur Victor remanet. Indo ex Victoria lucrum ovum ipsum». 
Settano, come si sa, fu Ludovico Sergardi (1660-1726), che 
descrisse i costumi specialmente di Roma al suo secolo. 

Su questo stesso giuoco vedi Seb. Pauli, Modi di dire 
toscani ricercati nella loro origine, p. 291, n. CLXXXIX. 
In Venezia MDCCLXI. 



A RUE 119 

In Toscana A scoccetto o A scoccino (Barbieri, 70); in 
Colle di Val d'Elsa A rampino ; in Parma A scozzet o A 
j oèuv; in Milano Ai oeuv (Cherubini, III, 139); in Brescia 
A S'Cepi; in Venezia Ai vovi, A cvtca o A far cuca (Boe- 
Rio); in Padova A cuvare, A colpare; in Piemonte A f oeuv. 

58. A Ruè. 

In Borgetto e Partinico A ruinè; e anche in Palermo 
da qualcuno si dice pure cosi, come può rilevarsi dalla 
favola dell'ALCozER: La lupa vecchiu, 

C\n vuol fare questo giuoco bisogna che abbia una 
noce ben dura e forte; e se sia tale può provarla bat- 
tendola più volte sur un ciotto molto piatto e liscio 
(petra di ruè) , che ad un buon giocatore non suole 
mancar mai. 

I venditori di noci buone a questo giuoco le gri- 
dano: Nuci di ruè, picciotti! e le vendono più care che 
le altre. La noce che i fanciulli presumono resistente 
^' colpi suol esser piccoìina e, battuta sul ciotto, dà 
un suono ^impm (limpido) e acuto: in Borgetto si chiama 
nuci rumisa o nicci stigghiusa (nodosa). 

Per intostire una noce da ruè la si tiene immersa 
in aceto per molte ore; l'aceto forte, dicono i fanciulli^ 
dà fortezza. Un fanciullo che vuol giocare vocia : 

Ruè 
Cu cu' è ggliè *, 
Macàri e' 'u flgghiu d"u Re ! 

Trovato un altro che voglia fare a vwé, e accordatisi 
entrambi , dopo esaminate e provate reciprocamente 

■ Ruè con chi è è (chicchessia). 



120 GIUOCHI 

le noci, fanno a pari e caffo. Chi perde, adatta tra il suo 
pollice e l'indice e posa sur un piano sodo e duro la 
propria noce che va sutta. Chi vince vi posa 'n cairn 
la sua con la mano sinistra, e con la destra armata 
d'un ciottolo vi dà sopra tre colpi fermandosi ad ogni 
colpo per vederne i risultati. Se nessuna delle noci 
s' è schiacciata , prende mano Taltro , e ripete i tre 
colpi, e cosi di seguito finché una non ne resti, per 
lo meno, fessa. In dubbio, la prova sulla petra di ruè 
decide. La noce fessa o schiacciata va al vincitore. 

Le frodi sono di due modi : presentando una noce 
di legno con tutte le apparenze d'una noce naturale; 
posando la noce in guisa tale che possa eludere il 
colpo proprio o del compagno. 

Questo giuoco si fa esclusivamente nella provincia dì 
Palermo, dove è comunissimo in tempo di noci fresche. 

Sotto forma allegorica descrisselo C. Piola, Poesie 
siciliane, p. 537 (Palermo, 1872). Il Mortillaro, Nuoto 
Dizionario 'Siciliano-italiano, 2* ediz. (Palermo, 1853), 
p . 739, scrive : 

« Ruè , voce recente inventata dai fanciulli per si- 
gnificare un giuoco che si fa con due noci tenute dai 
giocatori una sull'altra, e percotendo dall'alto la su- 
periore, quella che non si frange vince. » 

È bensì vero che i vocabolaristi siciliani anteriori 
al M. non registrano la voce (e quante altre migliaia 
e migliaia non ne omettono !); ma è certo che al secolo 
passato cosi la voce come il giuoco eran comunissimi. 

VARIANTI E RISCONTRI 

I guagliuni napoletani lo chiamano A Rio (De Bour- 
CARD. I, 300). 



A LA SCIDDICALORA 121 

59. A la Sciddicalora. 

■ 

In Riesi e Vallelunga è conosciuto col nome di A 
truzzarieddu; in Borgetto A ruz zuliuneddu; aAtroYe 
A ruzzulari. 

Due fanciulli scelgono un lieve rialzo a forma in- 
clinata , e dair alto di esso lasciano ruzzolare alter- 
natamente una noce, o mandorla, o avellana per cia- 
scuno, fino a tanto che -una di queste non vada ad 
urtarne una delle altre che sono per terra. 

Quando la inclinazione per la quale scorron le noci è 
sensibile, allora cadendo con furia ed allontanandosi dal 
punto di partenza, si scostano molto tra di loro, ed il 
giuoco dura con sempre crescente trepidazione per le 
noci che si giocano e che andranno a chi avrà la for- 
tuna di fare buon giuoco. 

Alla fine del turno, chi non ha più noci da mandar' 
giù se ne piglia alcuna di terra ^ e così- pro.se^ue il . 
giuoco fino a tanto che uno vinca. 

In alcuni siti la prima noce che si manda giù è detta 
Mastra^ e lasciasi dove va a fermarsi. Indi, per or- 
dine, ciascuno getta la sua, e si guadagnano tutte quelle 
che sono cadute, quando si tocca la mastra. 

Usa anche sostituire alle noci fondelli, fave secche, 
e semi di carrube. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Terra d' Otranto è detto Li nuci; nelle Marche Alle 
noci (GiANANDREA, 20); in Parma A la uòsa; in Brescia A 
cantagal e A cochèt. 



122 GIUOCHI 

Menziona questo giuoco Ovidio, iVi^ 77,0 Valerio Marziale, 
come in uso presso i fanciulli romani al tempo de' Satur- 
nali, ed un bassorilievo della collezione Ince Brundel. 1 La- 
tini lo dicevano Tabula^ perchè facevano scorrer le noci 
dall'alto d'una tavoletta obliquamente messa. 

60. Ad Annasar!. 

Uno di due giocatori getta per terra una noce, 
che l'altro da un dato posto deve colpire con la sua. 
Se la colpisce, fa buon giuoco- se no, lascia che il com- 
pagno riprenda la sua e tiri lui su quella. Cosi si fa 
sino a tanto che una delle noci dia nel segno. Se però, 
non cogliendo, le due noci distino una spanna, allora 
chi è più prossimo a tirare, tira ad annasari , cioè 
mette la noce al naso, ed acconciandosi perpendicolar- 
mente a quella per terra , ve la lascia cadere. Se la 
colpisce, vince; altrimenti deve cedere la stessa ma- 
niera di giuoco al compagno. 

Questa ultima pratica è particolarmente in uso a 
Cianciana e Casteltermini. Vedi A lu granu supra la 
nuciy n. 67. 

VARIANTI E RISCONTRI 

I Toscani lo dicono A Truccino; i Milanesi A Tocchetla: 
i Piemontesi ed i Veneziani A rafa (Sant' Aitino e Boerio): 
ed è simile ad un giuoco che facevano i Greci. 

61. A 'Nzirtari li nuci. 

Tra due giocatori , uno lancia in aria una noce, e 
l'altro, tenendo tra la commersura di due dita altra 
noce, vuole e deve su questa ricevere il colpo della 



A BANCU APERTU 123 

noce che ricade. Se fa buon giuoco, guadagna la noce 
caduta; se no, perde la sua. 
In Mazzara si dice A truzzarU 

62. A Bancu apertu. 

Quando si fa questo giuoco, un fanciullo che tiene 
banco siede per terra, e tra le gambe distese ed a- 
perte pone un certo numero di noci, mandorle, o noc- 
ciuole, in modo che si tocchino , ed una stia sopra 
tutte. A queste da una distanza che si conviene d'ac- 
cordo tirano successivamente altri fanciulli con una 
noce mandorla. Chi le investe e ne altera la dis- 
posizione , guadagna quelle che il banco promette in 
premio. Chi fa banco guadagna tutte le noci lanciate 
di mano in mano da' giocatori che sbagliano. 

Molto usato in Mazzara. 

63. A un Ossu pigghia deci. 

Si fa al conto, ed il primo sorteggiato fa da banco 
e colloca in terra un nocciuolo piombato d'albicocca. 
11 secondo, il terzo, il quarto ecc. de' giocatori tirano 
il loro nocciuolo, e chi lo colpisce è vincitore di dieci 
altri nocciuoli, che il banco paga di suo. 

64. A Murari. 

In Messina A sparari; a Torre di Faro A pedi vanni; 
in Bor getto e altrove A la filerà. 
Sopra un lieve rialzo di terra, in fila s'impiantano 



124 GIUOCHI 

tante noci, o mandorle , o mele , o nocciuoli di albi- 
cocche quanti sono i giocatori, o il doppio o il triplo 
del loro numero ; e vi si tira sopì'a dalla distanza 
concordata tra tutti con una noce, o mandorla, o mela 
od altro. Chi colpisce e fa saltar fuori dal filare le noci 
ecc., che però non tocchino più la terra ov'eran po- 
sate, le prende lasciando che uno per volta tirino gli 
altri giocatori. 

Talora il filare invece che per largo, come si suole, 
è fatto per lungo, in modo che a chi tira non si pre- 
sentano 10, 12, o più noci, quante ne mettono i gio- 
catori, ma una sola; quindi maggiore la difQcoltà di 
cogliere nel segno, ma, còlto, maggiore il vantaggio 
di portar via di netto tutte o quasi tutte le noci, che, 
urtando V una contro V altra, facilmente si scompon- 
gono. 

Questa è la forma più semplice del giuoco , ma vi 
sono differenze e regole che meritano di esser de- 
scritte; né saprei farlo meglio delFamico prof. Castelli, 
che me le ha comunicate. 

A li nuci 'n prima o *n secunna. Quando questo 
questo giuoco si fa 'n prima , ciascuno mette una o 
più noci, e tutte si pongono ritte entro un po' di pol- 
vere in linea retta, col vertice in su. Da questo punto 
ove sorgono le noci ne getta ciascuno un' altra, che 
dicesi baddu o mastra, a quella distanza che vuole, 
e tira poi Tuno prima dell'altro, secondo che è andato 
più lontano, da quel punto dove la m^astra si ferma, 
e che segnasi con una linea, a quelle che sorgono da 
terra, e ne guadagna tante quante ne abbatte, se pur 



A MURARI 125 

gli riesce, eccetto quelle che non cadono, ma si pie- 
gano in modo che possa starvi sul vertice un cente- 
simo. Terminato il turno, se nessuna noce è caduta, si 
ricomincia a tirare per ordine dal punto medesimo 
che si è segnato in terra con una linea ; se ne sono 
cadute, il primo a cui spetta di giocare può ad ar- 
bitrio obbligare gli altri ad aggiungervene una o più 
per ciascuno , dicendo : Mittemuci supra. Ciò fatto, 
5i stabilisce nuovamente il turno nel modo che si è 
detto, e il giuoco ricomincia. 

Quando si fa 'n secunna, disposte le noci in assetto 
nel modo di sopra descritto, gettano tutti la mastra 
ad un muro che sorge dirimpetto a gran distanza, ov- 
vero ad una riga di pietre che dispongono di rincontro 
a tale scopo, e chi va più vicino tira prima d'un altro 
che è rimasto più indietro. Ciò fatto, dal muro o dalle 
pietre può ciascuno per ordine tirare direttamente alle 
noci messe su ; ma per ordinario i primi , non ispe- 
rando di fare un buon colpo per la troppa distanza, 
vi si accostano quanto più possano, per tirare poi da 
questo punto più vicino, dove la mastra si ferma, una 
seconda volta, a suo tempo. Gli altri però , che non 
hanno speranza di guadagno, quando i primi si sono 
abbastanza avvicinati, vi tirano direttamente. L'ultimo 
e non altri, quando nel corso del giuoco è caduta qual- 
che noce, essendo egli molto lontano, e molto vicino 
vedendo chi gli succede, o prima di tirare patteggia 
con costui di partecipare al suo guadagno , o di di- 
vidersi in tutto in parte il guadagno comune; o tira, 
se cosi gli piace, per conto suo; od obbliga tutti gli 



126 , GIUOCHI 

altri ad aggiungere alle rimaste altre noci, dicendo: 
Mittemicci supra ; nel quale caso ciascuno mette la 
sua parte, si stabilisce nuovamente il turno, e il giuoco 
ricomincia. Quando l'ultimo tira, e non abbatte tutte 
le noci, ciascuno per ordine tira a quelle che riman- 
gono, una seconda volta dal punto dove la mastra si 
è fermata, come si è detto avanti, e guadagna quelle 
noci che fa cadere. 

In Calataflmi si gioca in due modi: A mettiri o A 
passari. 

Quando si gioca nel primo modo un ragazzo qual- 
siasi pone la mastra in terra a quella distanza che 
vuole , ed indi ciascuno getta la sua dal punto dove 
sorgono le noci. Chi va più lungi, tira poi alle noQÌ 
dal punto dove la TYiastra si ferma prima di quell'altro 
che è rimasto più indietro. L'ultimo rinunzia, se vuole^ 
al vantaggio di potere oltrepassare i compagni e di 
essere il primo, dicendo : Facìtivilli tutti, a patto cioè 
di aver diritto a quelle che rimangono , ed anche a 
tutte, se tutti sbagliano. Quando il patto ò accettato, 
egli non gioca , ma con 1' animo sospeso tra timore 
e speranza aspetta che tirino tutti gli altri, per rac- 
cogliere tutte quelle che la fortuna gli concede che 
restino. Quando il patto non è accettato , gli restano 
due partiti : o di tentare , come si è detto , di oltre- 
passare i compagni, gettando la mastra alla maggior 
distanza, o di restare anche più indietro di tutti, un 
passo almeno lungi dal punto dove sorgono le noci , 
a cui tira a suo tempo da vicino , facendo un passo 
avanti; oltre un terzo partito meno rischioso, quello 



A MURARI 127 

cioè di oltrepassare alcuni o non tutti i compagni, e 
di non esser né primo né ultimo. Quando preferisce 
il secondo partito , dopoché hanno tirato tutti quelli 
che Io precedono , ha egli il vantaggio • di unire le 
noci, se cadute le intermedie restino le altre separate, 
e di poterle guadagnar tutte ad un colpo. Terminato 
il turno, se ne rimangano ancora, o di accordo 'vi se 
ne aggiungono dell'altre, o vi si tira di nuovo, rico- 
minciando il giuoco tanto nel primo quanto nel se- 
condo caso, ed ha l'obbligo di mettere la mastra a di- 
stanza, chi é rimasto l'ultimo. 

Quando si giucca A j^assari, gettano dapprima la 
mastra ad un termine stabilito, che dicesi jìossatera, 
e r uno poi tira da questa meta alle noci prima di 
quell'altro che ne è rimasto più lontano. Tira ciascuno 
alle noci e per guadagnare quelle che abbatte, e per 
oltrepassarle , imperocché chi vi resta innanti perde 
il diritto di tirarvi la seconda volta. Quando termina 
il turno, e restano noci, se l'ultimo non obbliga i com- 
pagni ad aggiungervene delle altre ed a ricominciare 
il giuoco, vi si tira di nuovo dal punto dove la ma- 
stra é fermata, per ordine inverso alla vicinanza, ossia 
l'uno prima di queir altro, a cui é riuscito di restar 
più vicino alle noci, ed eccetto coloro, che, come si 
è detto, vi rimasero avanti. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Dalla figura che i giiagliuni danno alle noci il nostro giuo- 
co è detto in Napoli La Ripa (De Bourcard, I, 299); in To- 
scana Alla serpe ^ per la forma 'tortuosa onde son quelle 



128 GIUOCHI 

disposte {Malmantile, II, 70-71); in Milano AlcobbiSy oA 
pientà (Cherubini, II, 200); in Venezia A chi fa un fa do 
(BoERio). Un giuoco .simile, secondo Bulengero (e. 8), fa- 
cevano i Greci ed i Latini. 

- 

65. A Tirar! a lu munzeddu. 

In Riesi ed altri comuni della provincia di Galtanis- 
setta si conosce col titolo di *A nicci a castieddu. 

Il Munzeddu, o Munzidduzzu.o Casteddu, è un muc- 
chietto formato di quattro noci, di cui una si sovrap- 
pone a tre, che ne formano la base. Talora il Casteddu 
è di avellane o di nocciuoli d'albicocche {Casteddu 
d'ossa in Siracusa). 

Uno de' due giocatori, a cui, dopo aver tutti accU' 
statu, tocchi di tirare pel primo, tira, dalla distanza 
concordata, con la sua noce detta pallinu o Mdda; 
se coglie il mucchietto e lo scompone vince. 

Vedi il seguente' giuoco A bancu apertu, n. 62, che 
offre qualche differenza. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Napoli Le ccastella (De Bourcard, I, 299); in Toscana 
Alle caselle, o All^capannelle, o Alle castelline (vedi note 
al Malmantile, v. Ili, 57); nelle Marche A castelletto ^ oAUe 
catastelle (Gianandrea, n. 20); in Parma A parèn; in Bo- 
logna e Mirandola A castelett (Ferrari , Vocab, bologn. 
ital., 2* ediz. p. 217, e MEScmERi) ; A cdstlet (Coronedi- 
Bbrti, V. I, 285); in Reggio d'Emilia Al pèine; in Milano A 
gaslin o Ai pignoeu (Cherubini, II, 200); in Venezia A ca- 
steleto (BoERio); in Piemente Al castlet, Neil' Utile dulci, 
n. XX, è descritto col titolo di Piramidi. 



A LI CASTEDDA 129 

La noce con la quale si tira a guastare il castelletto di- 
cono pallone i Napoletani, coccio o Gocciolo i Lucchesi , 
òocco o cacciar i Toscani, butt i Milanesi. 

Secondo Bulengero i Latini usavano lo stesso giuoco di- 
cendo Ludere castello nucum; ed Ovidio avrebbe descritto 
questo castellino in Nuce coi seguenti versi: 

Quatuor in nucibus, non amplius, alea tota est: 
Cum sibi suppositis additur una tribus. 

66. A li Castedda. 

A li pupuluna in Casteltermini , dove si usa spe- 
cialmente per la fiera della Grazia, innanzi la chiesa 
suburbana di questo nome; in Borgetto A castidduzzu. 

Si fanno in linea retta tanti mucchietti di noci quanti 
sono i giocatori, e chi è primo a giocare lancia la 
noce; se non vengono tutti scomposti, tira un secondo, 
poi un terzo; però ogni giocatore, scomposti i primi 
mucchi col motto Mittiemu, ha diritto di far sospendere 
la giocata, far aggiungere tanti altri mucchi quanti 
sono i giocatori, e torna al conto per ricominciare. 

67. A lu Granu supra la nud. 

Un fanciullo che fa da banco cava un poco la terra 
e vi accomoda una noce dalla sua base, in modo che 
resti ferma e ritta, e vi colloca sopra una moneta da 
due centesimi. Vari altri fanciulli tirano successiva- 
mente a questa noce una lor noce da una distanza 
convenuta. Chi tira guadagna la moneta quando al 
colpo la noce che fa da bersaglio balza o piegasi 
in modo che la moneta non possa più starvi in cima. 

6. PiTRÌt. — Giuochi fanciulleschi 9 



130 GIUOCHI 

Chi fa banco guadagna la noce del giocatore quando 
il colpo va intieramente in fallo. Ma se cade la sola 
moneta, e questa può stare in cima alla noce, la vi si 
rimette lasciando la noce nel proprio sito, ancorché 
siasi un pochino spostata , e tira quegli a cui tocca. 
La noce con cui si tira per colpire dicesi la mastra. 

Talvòlta la moneta si colloca ritta dinanzi ad una 
buca. Molti fanciulli tirano uno dopo Taltro alla mo- 
neta con una noce o nocciuola, la quale va a beneficio 
di chi fa banco quando si sbaglia. Chi fa cadere la 
moneta , guadagna questa , o un numero equivalente 
di noci o nocciuole. 

Chi fa banco non conserva le nocciuole che gua- 
dagna, ma le raccoglie e ripone in buca quasi a si- 
curtà. Fa sempre banco colui che offre al tiro una 
distanza minore di tutti gli altri. 

Nel giuoco A tu granu di Riesi incastrasi in una pic- 
cola buca un granu (cent. 2), in modo che venga livel- 
lato col piano del suolo. I giocatori tirano uno dopo l'al- 
tro con un nocciuole piombato d'albicocca, e chi lo 
colpisce lo fa suo. 

Due varietà del giuoco sono Lu^ Ccippu di Castel- 
termini , pezzetto di legno come un piccolo agoraio, 
che alla base ha quattro piedi, e in alto è pari e li- 
scio per posarvi una moneta, sulla quale si tira con 
le noci; e Lu Tràri a tu soldu (un tempo a lu granu) 
di Casteltermini e Cianciana, che consiste nel tirare 
con le noci sopra una moneta da una certa distanza per 
colpirla. E questo è un anello che lega i precedenti 
col seguente giuoco A lu canneddu. 



A LU CANNEDDU 131 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Padova Al bezze in su la nosa; in Venezia A paletto 
(BoERio) con le monete sul nocciuolo di pesca. 

^^ A lu Canneddu. 

Canneddu, in Borgetto cannedda, è un piccolissimo 
bocciuolo di canna o un pezzettino di legno o di mat- 
tone arrotondato che si pone ritto in terra con sopra- 
ni le monete o i fondelli puntati dai giocatori. 

Da esso prende nome il giuoco, che è detto ó mmoCr 
ciu in Messina ; ó Mgghiu in Milazzo ; A piripiddu 
in Siracusa; A pirripilu in Riesi; A piriddu in Avola; 
A mastru di ciappedda in Catania; A marUdduzzu in 
Cianciana e Casteltermini; A tollu in Girgenti; A tollu 
pipitollu in Licata; A suzzi (secondo il Traina ^ 
Nuovo Vacai), sic, p. 1007) e A zzozzu altrove. 

Vari giocatori accostanu (vedi la voce accitstari a 
p. 22, n. 7 di questo volume). Il primo giocatore lancia 
sul canneddu una lastra , o piastrella , o moneta , o 
palla , chiamata ciampedda (Palermo) ; mmocciu o 
mmuccinu (Messina), mastru (Girgenti, Catania, Sira- 
cusa ecc.). Fa lo stesso il secondo e, dove nessuno dia 
nel segno, un terzo, un quarto. Colpito, le monete che 
vanno a terra toccano alla piastrella o, palla che tro- 
vasi più vicina, sempre che il Canneddu non lo sia 
esso, perchè allora nessuno fa buon giuoco. 

Essendo più d'una le monete possono sparpagliarsi, 
e toccarne al canneddu ed a qualcuna delle piastrelle 
che sono più o meno da presso. 



1 32 GIUOCHI 

Secondo le varie maniere di tirare nascono i modi: 
A ^ntì^mmari, tir^wido a colpire direttamente il segno; 
A 'lliscicari, A sciddicari tirando a strisciare con la 
piastrella li terreno. Questi modi sono comuni agli al- 
tri giuochi nei quali si tira o getta qualche cosa per 
colpire noci, murielle ecc. 

Vedi i giuochi A lu granu supra la nuci ed il se- 
guente A gaddu e gaddina, 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nel Barese A masi ; in Napoli Maste, catenella e ppa- 
store (Db Bourcard , I, 301) ; in Toscana Al mattonello, 
(Barbieri, 70), Al suasiy (Fanfani, 965), Gitioco delle mo- 
riellCy (Fanfani, Voc. della lingua ital, p. 979), e lo ricorda 
il LiPPi nel Malmantile, e. VI; nelle Marche a La Cilecca 
(GiANANDRBA, Ti, 17); in Bologna A zacagn (Coronedi-Berti); 
in Mirandola A santin (Meschieri, 193); in Parma A Tnatt o 
Al maton (Malaspina, III, 68); in Milano Al tanghen (Che- 
rubini, IV, 357); in Brescia A mistro o A càvreta; in Pa- 
dova Al quarèlo; in Venezia Al madi (Boerio) ; in Pie- 
monte Al Udo o Al monet (Sant'Albino); nel Monferrato 
A rollino o òrollino (Ferraro, n. 20). 

69. A lu Gaddu e la gaddina. 

Questo giuoco, molto simile a quello del Cannedd% 
si fa cosi. Quattro si contano; chi sorte prima si chiama 
giaddu; chi secondo, gaddina; gli altri due vengono 
in ordine. 

Il gaddu getta la palla in direzione del pallinu, una 
palla più piccola delle altre, e dice : Jocu tri grana, 
La gallina getta la palla anch' essa e dice : Joou dm 



A LU TORNU 133 

grana. Il terzo giocatore o il quarto se avrà Tabi- 
lità di far a(5Costare la sua palla al pallino più di 
quanto abbian fatto i primi due ne prende, in ragione 
di vicinanza, il titolo ed il diritto, chiamandosi perciò 
gaddu o gaddina, e pigliandosi, se quello i tre grani, 
se questa i due. S'intende bene che uno non può vincere 
più di tre grani, non ostante che la somma del giuoco 
sia di cinque. 

70. A lu Tornu. 

Segnato in terra un cerchio alquanto largo, che è 
detto tornu o turneddru (Marsala), vi si colloca nel 
centro una palla di legno e sopra questa le monete 
bottoni per cui si gioca. 

Indi con una specie di mestola, detta |?a;a, dassi 
ad un' altra palla di legno della medesima grandezza 
posta fuori del cerchio ad una distanza convenuta. 
Quando la prima è colpita , se le monete o i bottoni 
balzano fuori della linea circolare, si guadagnano; se 
vi cadono dentro o sopra, non si perdono , ma vi si 
rimettono su, e gioca un altro. Se balzano parte fuori 
e parte dentro o sopra la linea circolare , questi ul- 
timi non si guadagnano , e chi deve tirare appresso 
può rinunziarvi se cosi è stato convenuto, ed obbligare 
i compagni ad aggiungere altre monete o bottoni; nel 
qual caso il gioco ricomincia. 

Molto usato nella prov. di Trapani, e specialmente 
in Marsala e in Mazzara. 

La palla e la pala o palisa sono proprio quelle del 
giuoco A Bocci e ravogghia. 



134 GIUOCHI 

71. A li Ciampeddi, o A li Bocci. 

È precisamente il giuoco delle palle o di li bocci; 
e si gioca con cocci di mattoni o di tegoli arroton- 
dati, detti, secondo le varie parlate dell'isola, ciam- 
peddi, chiampeddi, chiappeddi, ciappeddi, ciappi, 
cciappi, cciappuli, ciampuli, ciampali, chiampari. 

Si gioca in due o in quattro: ali cumpagni. Colui al 
quale è toccato in sorte, lancia il mastru o paZlinu , 
una muriella più piccola delle altre, e la sua muriella, 
procurando di accostarsi con essa al pallinu per quanto 
è possibile. L'altro o glialtri giocatori, l'uno dopo l'altro, 
lanciano la loro, sempre con lo stesso fine; e chi più 
avvicinasi al pallino vince. È notevole 1' uso di non 
contare la muriella che si rompa nel gettarsi, perchè 
un proverbio dice : Ciampedda rutta né tira né paga. 
Ed in questo, meglio che in altri passatempi, chi perde 
alla prima partita suol dire che La prima 'un é di 

m 

nuddu. 

Questo giuoco è troppo comune e noto presso gli 
adulti perchè abbia bisogno d' esser largamente de- 
scritto in tutte le sue parti. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana ììGiocare alle murielle dee avere molta ana- 
logia col nostro giuoco; in Mirandola Zugar al piastarli; 
in Parma Zugar al piastri; in Brescia Zoegà a le piate , 
o A le sgaie , o A sghible ; in Padova A le piastrèle ; in 
Piemonte Giughè ai palei. 



A LU CASCAVADDU 135 

72. A lu Cascavaddu. 

È un giuoco alle ciampeddi fatto coi piedi invece 
che colle mani, e vi prendon parte vari adagiando cia- 
scuno sul dorso d'un piede una giammarita (Riesi), 
cioè un pezzo di mattone arrotondato, od anche due 
legati con un laccio, e lanciandoli col piede stesso ad 
una certa distanza. Vince colui che fa andare la sua 
giammarita quanto più lontano può, o chi si accosti, 
come nel giuoco delle ciampeddi o delle ì)occi, alla 
pietra mastra o pallinu. 

Il giuoco è detto A lu cascavaddu, perchè gli adulti 
e quelli che hanno da spendere qualche soldo nel gio- 
care lo fanno con un pezzo cilindrico di caciocavallo, 
e rimane vincitore chi lo mandi più avanti degli altri. 
Questa forma di giuoco si fa particolarmente in Cal- 
tanissetta il lunedi dopo Pasqua nel piano di S. Spi- 
rito, chiesetta a tre chilometri dalla città, tra giovani 
agili e vigorosi (vedi i miei Spettacoli e Feste, p. 227); 
l'altra forma, la prima, in Riesi ed altri comuni della 
suddetta provincia, 

VARIANTI E RISCONTRI 

Molto simile è La pezza di casUy giuoco greco-romano, 
che si fa tuttavia in Terra d'Otranto (Db Simone, p. 566). 

73. A li Brigghia. 

Si fa con 9 cilindretti di legno [surdati) in Toscana 
rulli, rocchetti, rizzati a tre a tre a distanze eguali 
in quadrato: quel di mezzo, con scanalature circolari 
in punta, dicesi re (in Tose, "inatto, in Piem. Mon). 



136 GIUOCHI 

Il giuoco si fa tra due o quattro ragazzi. Si comincia 
ponendo in distanza il re e lanciando ciascuno contro 
di esso un rullo. Quello o quelli, il rullo de* quali si è 
più accostato al re, son primi; i rimasti più indiètro 
sono ultimi y e l'ultimo degli ultimi fìssa il punto da 
cui deve tirarsi. Quando il giuoco è tra due, Tuliimo 
tira dopo del primo, e cosi successivamente. Essendo 
tra quattro, comincia a tirare il primo dei primi; poi 
il primo de' secondi ; poi il secondo dei primi ; poi 
Tultimo degli ultimi, e cosi a vicenda sino alla fine: 
e tanto i primi quanto gli ultimi son separati com- 
pagni. Il giuoco ordinario consiste nel far cadere in 
più volte con una grossa palla di legno 24 rulli pre- 
cisi : oltrepassando quel numero si tracolla [si va *n 
palazzu, si fa tracoddu); i punti fatti si accorciano 
a 18, ed è permesso tentar di nuovo la sorte per gua- 
dagnare gli otto mancanti, a meno che la parte con- 
traria non giunga prima a compiere il numero. Lan- 
ciata la palla, sia che essa tocchi i rulli, sia che si fermi 
a distanza , è permesso lanciarla una seconda volta 
dal punto ove fermossi, ciò che dicesi ribàttiri. Chi 
riesce a far cadere esclusivamente il re al primo tiro, 
vince la partita. (Mazzara). 

In Messina e altrove si gioca A brigghiu paraiu o 
A lu brigghiaru^ mettendo sopra un rullo solo tante 
monete quanti sono i giocatori, e tirandovi sopra col 
ntmocciu. 

Modificazione dello stesso giuoco è quello che di- 
cesi A faddu (Avola) , e che consiste nel non esser 
lecita ribatter la palla , se il tiro da lontano vada 
a vuoto. 



A LA MORTI O A QUARTUCCIU 137 

Altra modificazione è il giuoco A sbricciàri (Avola)^ 
che si fa con 6 rulli, invece che con 9, disposti in due 
linee ad eguale distanza come nei precedenti. Gli altri 
si adoprano in luogo della palla per lanciarli contro 
i 6. Anche in questo non è permesso ribattere; però 
la distanza del tiro suole stabilirsi più breve. 

Questo giuoco ha dato origine alla qualificazione di Re 
di hrigghia, solita applicarsi a persona da nulla, come 
in Toscana si dice : Tu sei senza numero nei birilli 
(Lippi, cant. 4). Scunzari o Guastari li brigghia, figu- 
ratamente vale sconciare, guastar le uova nel paniere. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Imbrillus n^I dial. merid. sardo, ònzuliis in Ogiiastro; 
in Roma Ai billi; in Lucca Ai birolli; in Toscana Ai rulli, 
Ai rocchetti; in Brescia Zoegà ai su\ in Padova, Venezia 
(PATRiARcm) Ai zoni; in Parma Zugarj omèn; in Piemonte 
Giughè a f ometto Ai bis (Sant'Albino, p. 245) nel Monfer- 
rato Giuoco del birilli {YEKKAKOy Cinquanta giuochi, ^'^NW. 

Notisi che i rulli o rocchetti sono d'ordinario più alti e 
più grossi. 

Se l'antico giuoco siciliano detto Rundolo o rullo è pro- 
prio questo de' brigghia , le Consuetudini netine, n.^53, 
proibivano che codesto giuoco si facesse nella città di Noto. 

74. A la Morti o A Quartucciu. 

Si gioca in due, in tre, in quattro, secondo le cir- 
costanze, nel seguente modo : 

Si fa capo a un posto dove sia una di quelle grosse 
lastre forate, che nelle pubbliche vie coprono i bot- 
tini ricettacoli d' acque o d'altre sozzure ; lastre a 



138 GIUOCHI 



fori tondi (stelline) che si dicono comunemente morti 
(morte). I fori per lo più son cinque: quattro in qua- 
drato, uno nel mezzo, press'a poco in questa forma: 



Quando la lastra ha due o tre specie di feritoie del- 
la presente figura: 




allora si stabilisce per quarticcciu una delle aperture 
convenuta tra' giocatori. Il fanciullo, a cui è toccato 
in sorte di giocare primo, dalla meta lancia verso la 
morte una palla o una melarancia;, se questa non va 
a fermarsi ad uno dei buchi, fa cattivo giuoco; se si, 
vince. Vince la parte sua, cioè si affranca, se va ad 
uno dei fori esterni, ed allora dice : 'CTmm, cioè : Ho 
vinto il mio. Vince tutti se va nel foro di mezzo. E 
questo è far quartucciu, altro nome che il giuoco 
prende in Palermo. 

75. A li Caseddi. 

Dicesi anche A li gaddetti; in Mazzara A Varanà- 
teddu, perchè si gioca con una melarancia; in Frizzi 
A lu mazzuni. 

Vari ragazzi fanno tante buche (caseddi o gaddetti) 
per terra quanti sono essi di numero; e prendono cia- 
scuno per sé quella nella quale fanno entrare una palla 



A U CASEDDI 139 

di cenci o di borra , una melarancia verde od altro 
corpo rotondo ed elastico. Fatto al tocco , chi sorte, 
alla presenza di tutti i giocatori jQno ad uno, altrimenti 
il giuoco non va, manda dalla meta la palla in una delle 
buche: ed il giocatore a cui appartiene la buca nella 
quale entra la palla afferrandola subito lo scaglia ad- 
dosso ad uno de* compagni , che fuggono. Se lo col- 
pisce, fa buon giuoco, e nella buca del colpito va messo 
un sassolino, o un nocciuolo di carruba o altro come 
segno e punto di demerito. QuesttD segno è detto annu 
(anno). Se non colpisce nessuno fa mal giuoco, ed il 
sassolino va messo nella sua. buca pel colpo a vuoto 
('n vox^antt)^ come può esser messo nella buca di quel 
fuggitivo che si nasconde affatto e non mostra almeno 
un braccio a' colpi del tiratore. Chi è più sollecito a 
raccoglier la palla , ne diventa padrone, e» va a get- 
tarla lui nelle buche. 

Quando i sassolini deposti in una buca sommano da 
cinque a dieci secondo i paesi i quali si gioca, quel 
giocatore mori (muore) , e la sua buca si copre di 
terra. Cosi si fa ad una per volta con le buche degli 
altri; finché, rimasto vivo un solo, il più destro, agile 
e fortunato, costui dà a tutti, uno per uno , la peni- 
tenza. E la penitenza è questa. Ciascuno de* perditori 
lancia ad una certa distanza la palla , e' appoggia il 
dosso della mano al muro ; il vincitore raccoglie la 
palla, la getta tre volte per terra, e accostatosi cosi 
al muro , la tira per tre volte di seguito con tutta 
forza sulla mano stessa, a la merca^ mirando a col- 
pirla. Il paziente, quando vede la mala parata, la sot- 
trae al colpo. 



140 ^ GIUOCHI 

La medesima pena subiscono gli altri perditori. 

In Frizzi , per far la penitenza, tutti i giocatori si 
tolgono il berretto e lo mettono sulla mano del per- 
ditore, il quale stende il braccio e poggia la mano cosi 
insaccata al muro. Chi ha più punti tira con la palla 
un certo numero di volte sulla mano, ed a misura 
che si tira, ciascuno riprende il suo berretto; di guisa 
che tirando l'ultimo, rimane sulla mano del paziente il 
solo berretto dell'ultimo tiratore. 

In questo giuoco non è mai troppa la destrezza e 
l'accorgimento; perchè, se un giocatore, per paura di 
esser colpito, fugge innanzi tempo, chi getta la palla, la 
fa andare sulla buca di quello, cosi che non solo gli 
altri ma anche il tiratore ha il tempo di fuggire e andar 
fuori tiro. Parimenti, chi getta la palla e riesce a farla 
entrare nella propria buca, è sollecito a lanciarla e se 
abile a colpire uno de' compagni , non corre nessun 
pericolo, e provoca risentimenti e recriminazioni. 

A nessuno sfuggirà la parte simbolica di questo 
giuoco. 

È superflua la descrizione del giuoco al ^alluni, nel 
quale i vari giocatori si palleggiano Y un 1' altro una 
palla bonciana, e la colgono al balzo adoperandosi a 
non lasciarla cadere mai per terra. 

Veggasi, del resto, il giuoco A la Balluni al n. 82. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Il nostro giuoco, meno la penitenza, è stato descritto per 
Calabria e Napoli sotto il titolo di Fussetta; in Toscana 
delle Bttche, nel Monferrato deUe Fletruzze (Ferraro, Itac- 
coUa, n. 8). Un giuoco simile hanno i Pistoiesi sotto il titolo 
di Bedo (Fanfani, 125). 



A NNICCHIA Ó PÀLASU 



141 



76. A Nniccbia 6 pàlasu. 

[Con tavola) 



La N nicchia 
in Palermo. 



7 

Morti 



6 



In Licata, Aliinena ed altri co- 
muni A paradisu; in Mazzara 
A Franza; in Girgenti A strit- 
tuia; in S.Giuseppe Jato A scian- 
carella; in Piana dei Greci a Ni- 
chi o Nichìn. 

Si segnano sopra un impian- 
tito due linee longitudinali, un 
paio di metri distanti Tuna dal- 
l'altra, e poi si chiudono e di- 
vidono con linee trasversali , 
tanto da formarne da 7 a 9 nic- 
chie. Due ragazzi preparano un 
piccolo disco come una muriel- 
la, detto pàlasu^ e in Alimena 
cciàmpula, fanno al tocco, e chi 
vince, divenuto padrone del pà- 
lasu, primo lo getta nella prima 
nicchia; salta con un piede entro 
la nicchia, tenendo V altro so- 
speso, e caccia fuori il pà^o^?/; 
lo rigetta alla seconda, e salta 
dalla prima alla seconda nicchia, donde scaccia una 
seconda volta il disco. Cosi fa alla terza, alla quarta, 
alla quinta fino all'ultima, che si chiama Morti. Fino 
alla quarta nicchia egli non può riposarsi mai, dovendo 
stare sempre sur un piede; dalla quinta in poi gode di po- 
tersi riposare, e tirarsi coi piedi il jpà^o^w nel centro, 
cosi che possa più agevolmente colpirlo. Se il pàlasu 



142 



GIUOCHI 



La Pranza 
in Mazzura 




è lanciato in luogo non proprio 
od opportuno, se esce fuori dello 
scompartimento, di lato, se va 
a toccare una delle linee che 
chiudono o dividono le nicchie, 
se il giocatore tocca egli stesso 
col piede quelle linee, o si ri- 
posa ove non deve: in tutti que- 
sti casi dee cedere il pàlasu al 
compagno, il quale farà né più 
né meno di quello che ha fatto 
il primo, guardandosi però dal 
cadere ne' suoi falli. Airultima 
nicchia si perde il diritto di ri- 
posarsi, perché venga resa più 
difficile la vittoria. 

In Mazzara, come si vede dalla 
qui unita figura, gli scomparti- 
menti sono 9, e Tultimo è a se- 
micerchio. Il quarto scompar- 
timento, largo più della larghez- 
za d'un piede, chiamasi gnaju, 
il quinto posu nicu, il sesto ca- 
racozza nica, il settimo cara- 
cozza granni , V ottavo posu 
granniy il nono coma. Si può 
riposarsi e prender lena a pom 
nicu, posu granni e corna. 
Quando il giocatore é uscito 
a salvamento, ha vinto la partita e va a cavalluccio 
al perditore, turandogli gli occhi. Il perditore, cosi ben- 
dato e carico, rientra nella nicchia, e dee andare ten- 
toni ad urtare coi piedi il pàlasu che vi ha messo ritto 



8 


Posu 
granni 


7 


Caracozza 
granni 


6 


Caracozza 
nica 


5 


Posu nicu 


4 Guaju 


3 




2 


1 



A NNICCHIA Ò PÀLASU 



143 



il compagno, airultima linea delFultima nicchia, e u- 
scime solamente dopo che lo abbia abbattuto coi piedi. 
Questo si chiama Lu cavallittu. (Cfr. il seguente giuoco 

n. 77). 

La nostra tavola in fototipia rappresenta il gioca- 
tore alla 6* nicchia (n. 1), in atto di cacciare col pie 
sinistro il pàlasu alla 5% mentre il compagno (n. 2) ac- 
chinato in avanti, ed altri tre spettatori dall'uno e dal- 
l'altro lato delle nicchie, stanno a vedere se egli faccia 
no secondo regola. 

VARIANTI E RISCONTRI 



La Campana (Marche) 




Paradiso. 



Purgatorio. 



Inferno. 




In Biceglie si gioca col titolo 
La Campana-, in Toscana A trac- 
cino; in Colle di Val d'Elsa La set- 
timana, ed i sette quadretti hanno 
ciascuno il nome d'un giorno della 
settimana ; altrove A terra del 
mio monte; nelle Marche La Cam,- 
pana (Gian Andrea, n. 32); in Reg- 
gio d'Emilia La campana; in Parma 
Al mont o m^ond, e le voci usate 
sono A pe zopett, a pie zoppo: A 
posar il pe, a posar piede: brusia, 
proda: cambra, camera:monrf, mon- 
te:jptéw^ra,piastrella: strètt, stretto; 
in Milano El mond (Cherubini, III, 
184); in Bergamo El mond (Rosa, 
p. 181,2'ediz.): in Brescia A Zmon^* 
in Venezia El campanon (Boerio e 
Bernoni, n. 92) ; nel Monferrato 
Disco (?), ma sembra nome dato 
dal Ferraro, Cinquanta Giuochi, 
n. XXI; in Piemonte Lasagna o 
Cièca. 



144 



GIUOCHI 



El Campanon (Venezia) 




Le due figure che accompagnano 
queste varianti rappresentano il 
medesimo giuoco nelle Marche ed 
in Venezia. 

Nella Campana « ciascuno scom- 
partimento vale un certo numero 
di putiti di grado in grado cre- 
scenti, e provvedutosi ciascun fan- 
ciullo di sassolini, pallottole o nòc- 
cioli ... col pugno con un piede 
ciascun giocatore alla sua volta 
spinge il proiettile scelto verso la 
campana ... con la mira di farlo 
cadere nello spazio più lontano 
che gli sia possibile ». Saltando il 
proiettile fuori della figura, o toc- 
cando qualsiasi delle linee, fa mal giuoco. 

Nel Campanon il giocatore deve mandare progressiva- 
mente il disco negli scompartimenti, osservando le mede- 
sime regole del giuoco in Sicilia, e riposandosi solo al n. 13, 
-con un sol piede e non già con due. 



12 


11 


10 


9 


8 


7 


6 . 


5 


4 


3 


2 


1 



77. A Sciancatedda. 



La SoiancaUdda 
di Messina 



Da sei ad otto giocatori si contano: 
il prhno è re , il secondo rigina, il 
terzo ministru^ il quarto cammarerij 
il quinto cocu e cosi via via fino 
all'ottavo, che è famigghiu. Distri- 
buiti gli uffici, si collocano sul ter- 
reno a distanze eguali , trasversal- 
mente , sei otto mazzettine in modo 
da fare sei, o più scompartimenti non 
chiusi allo esterno. Reggendosi so- 
pra un piede il re attraversa questi 



A SCIANCATEDDA 145 

spazi e va ad uscire dairultimo; passa allo stesso modo 
la rigina^ e successivamente il ministru, il cmnma- 
ì^eri, il cocu ecc. Colui che tocca col piede la mazza, 
falla e resta per famigghiu, il quale, se altri a fine 
(li partita avrà fallato, dovrà per penitenza 'mmuttari 
tutti. La 'mmuttata è questa : 

Il vincitore armato d' un bastoncino manda quanto 
più lontano può un'altra mazzettina che tiene con la ma- 
no sinistra; e il famigghiu deve caricarselo *n coddu 
ciareddu^ cioè a cavalluccio , e portarlo fin dove la 
mazzettina s*è fermata. Cosi la regina, il ministro e il 
resto della corte (cfr. n. 78). Questa penitenza del 
portare a cavalluccio è comune ai giuochi A li bruschi^ 
n. 78; A li zoppi, n. 79; A pani caitdu, A tiri, ecc. 

Questo giuoco è molto usitato in Siracusa ed in Mes- 
sina, ove rho raccolto. 

Col titolo A lu zoppu lo si fa anche in Palermo; ma 
i giocatori son due; i bastoncini, distanti mezzo metro 
l'uno dall'altro, sono posati sovra piccole pietre, cosi 
che tutti insieme danno la idea d'una grande graticola. 
11 giocatore dee saltare con un sol piede, senza toc- 
care i bastoncini, negli interspazi , ad uno per volta 
e, vinta questa prova, saltare, sempre con un piede, 
tutti insieme i bastoncini senza urtare in nessuno : 
prova difficile e non senza pericolo. Il seguente A 
li bruschi è molto più lungo e, per due terzi, diverso. 

VARIANTI E RISCONTRI 

È quasi lo stesso di Trase e iesce di Benevento, Coraz- 
ZINI, p. 108. 

6. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi 10 



146 GIUOCHI 



78. A li Bruschi. 



È questo un giuoco che si fa molto in Calatafimi, dove 
è stato raccolto, e tanto più piacevole riesce, quanto è 
maggiore il numero de' fanciulli che vi prendon parte. 

Ciascuno è provveduto di una verghetta, che chia- 
masi brusca, lunga mezzo metro circa. Un fanciullo le 
raccoglie tutte in fascio e le getta in terra con la punta 
in giù tante volte finché una sola tra tutte si sovrap- 
ponga e si attraversi ad un altra. Colui, la cui ver- 
ghetta finalmente si sovrappone e si attraversa a 
quella d'un altro, è il re del giuoco. Nel modo mede- 
simo si fa la regina, il figlio del re e tanti altri uf- 
fici minori, non escluso il portinaio, il ctùoco, i loro 
figli, sino al corno, che è T ultimo. Determinato cosi 
il grado e Tufficio di ciascuno , il re colloca le ver- 
ghette in terra parallelamente, a quella distanza che 
vuole: e, saltandovi dentro con un piede sospeso, per- 
corre in questa guisa tutti gli spazi interposti tra le 
verghe. Dopo di questo saltano alla stessa guisa tutti 
gli altri, eccetto il corno. 

Ciò fatto, il re dispone le verghe a coppie parallele 
distanti tra loro quanto piace a lui , in modo però 
che anche le verghe d'ogni coppia siano disgiunte. Il 
re prima, e tutti gli altri per ordine dopo di lui, ec- 
cetto il corno, saltano con un pie sospeso le verghe 
a due a due, entrando nello spazio interposto tra una 
coppia e r altra. Indi si dispongono le verghette in 
vari gruppi paralleli, ciascuno dei quali è formato di 



A LI BRUSCHI 147 

tre verghette divise tra loro; e cosi poi si dispongono 
in gruppi formati di quattro o di cinque ecc. e saltano 
tutti dietro il re, eccetto il corno, entro lo spazio in- 
terposto tra un gruppo e V altro, fino a tanto che si 
dispongono in un gruppo solo , che si sorpassa con 
un salto, tenendo sempre un pie sospeso. Quando le 
verghe non sono in tanto numero da poter formare 
molti gruppi eguali, i primi, od anche il primo son for- 
mati di un maggior numero , e gli altri d' un minor 
numero, sino a collocarvi in fine una sola verga in- 
»vece d'un gruppo. 

Dopo disposte le verghe in questo modo, si dispon- 
gono daccapo in guisa da formare la figura d'un ani- 
male, di cui, ♦com'è facile intendere, si ha piuttosto il 
nome che la figura, e Tuna successivamente più grande 
dell' altra. A tal uopo le verghette si spezzano per 
formare ora la testa, ora l'orecchio, ora la coda del- 
l'animale e via discorrendo. Entro ciascuna di queste 
figure saltano tutti di mano in mano dietro il re, ec- 
cetto il corno; e poiché qualche figura è troppo piccola, 
come quella della rana, V ultima a formarsi di tutte, 
vi si salta in punta di piede , tenendo sempre l'altro 
sospeso. In ciascuno di questi difficili salti chi tocca 
col piede una verga scende nel grado immediatamente 
inferiore, come da re a regina, da regina a figlio, sino 
al corno , cedendo il proprio luogo a colui che suc- 
cede. Cosi il re può divenire corno scendendo grada- 
tamente, e viceversa, quando gli errori sono troppo fSre- 
quenti. Allorché finiscono di saltare entro ciascuna di 
queste figure, il corno è obbligato di raccogliere pietre 



148 GIUOCHI . 

più o meno grandi e rottami di mattoni, e formarne due 
pilastri alti quanto la gamba del re sino al ginocchio. 
A questi pilastrini sovrappone il re trasversalmente 
dall'uno all'altro una verga, cui tutti saltano di mano 
in mano per ordine, con un piede sospeso, prima una, i 
poi due, e finalmente tre volte senza mai posare il piede; 
e chi vi urta e la fa cadere scende nel grado imme- 
diatamente inferiore. Quando avranno fatto tutti questi 
altri salti, il re la fa balzare in aria con un pezzo di 
legno e con quella forza che più gli piace; e cammi- 
nando a salti con un pie solo va a prenderla , e se 
nel cammino non posa a terra il piede che tiene so- 
speso , dal luogo dove la verga è caduta e ripresa, 
torna a' pilastrini addosso al corno. Il medesimo fanno 
anche tutti gli altri; e chi di loro posa il piede a terra, 
mentre va a prendere la verga, perde tosto il diritto di 
esser portato a cavalluccio dal corno. Chi voglia pren- 
der fiato lungo il corso del giuoco, mentre deve tenere 
un pie sospeso, posa questo sull'altro piede, e non a 
ierrà. 

È da notare che il giuoco non ricomincia giammai 
quando si commettono errori, ma si scende solamente 
nel grado inferiore, come si è detto. 

79. A li Zoppi. 

Si gioca in numero pari. Metà sopra un piede, 
'tenendo l'altro sospeso , inseguono gli altri, a' quali 
lanciano un fazzoletto ravvolto a palla. Chi colpisce, 
•torna indietro, al punto di partenza,a cavalluccio al col- 



A ZU ANNI A 149 

pito. L'inseguitore poi che posa il piede a terra.va sotto, 
e dee portare a cavalluccio chi prima lo ghermisca. 

Coloro che vanno saltellando innanzi agli zoppicanti 
gl'ingiuriano con le parole: Zoppu 'i Marafllici, (Zoppo 
di Maria Felice), donde il nome che lo stesso giuoco 
prende a Cianciana. 

Questa versione è di Casteltermini ; ed il giuoco è 
molto comune nella prov. di Girgenti. 

La condizione di dover saltare con un piede sospe- 
so come giuoco è ai nn. 77, 78, 79, e come penitenza 
nei giuochi A zu Annìa, A pedi zoppu, ecc. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Brescia lo si gioca coi titoli A galsop , A sopa ga- 
hntina , A soparoela ; A pie soto in Venezia (Boerio) ; 
Giughè a core ape sopet in Piemonte. 

80. A Zu Annia. 

Si fa al tocco , e chi va sotto piega le spalle ed 
Woggia al muro la testa. Tutti gli altri che giocano 
si partono , uno alla volta e di seguito, da una certa 
distanza, e saltando col solo piede destro, sospeso il 
sinistro, vanno da chi è sotto. Quando gli son pres- 
so, gli danno col ginocchio. sinistro sul sedere quanti 
colpi vogliono dicendo : 

Zu Annia * 
Quantu è bellu lu fari accussia ! * 

' Annia^ per *Nniria o Anniria, Andrea. 
* Accussia per la rima, invece di accussì, ccussì^ così. (Zio An- 
drea, quanto è bello il fare così I) 



150 GIUOCHI 

e tornano indietro, sempre sul piede destro, al punto 
donde son partiti. Chi nell'andata e nel ritorno posa 
il piede sinistro sospeso, va sotto per ordine di chi 
fa da mastro. 
Usasi in Mazzara. 

81. A li Baddi. 

Stabilite le condizioni del giuoco, nel quale chi ha 
la mano dee lanciare alternamente due melarance in 
alto senza lasciarle cadere mai per terra, due fanciulli 
fanno a pari e caffo; chi si appone ha primo la mano. 
Supponiamo che vada fino a 20; egli il giocatore deve 
lanciare per venti volte le melarance, gettandone una 
prima che nella stessa mano raccolga Taltra che cade. 
Se non falla nessuna volta, e Taltro falla, egli vince la 
partita, e con essa il premio da essi innanzi stabilito. 

82. A lu Balluni. 

Quattro giocatori fanno al conto, ed i primi due sui 
quali cade Tultimo numero si considerano come ap- 
puzzati. Gli altri due si collocano una decina di passi 
distanti V uno dall' altro, e di fronte. Gli appuzzati, 
uno di qua e uno di là, si postano dietro a loro, nel 
modo qui significato per numeri: 



r-JC^ 



So Spazio tra* giocatori |§* 



tOi^ 






A MANCIUGGHIA 151 

Ecco dunque un palleggio tra i primi due favoriti dalla 
sorte; palleggio che si fa con un pallone. Il giocatore 
1 lo lascia al compagno e consorte 1. Costui deve co- 
glierlo al balzo e ricacciarlo al compagno; se questo fa 
presumere di non potervi riuscire, il giocatore 2 che 
gli sta di dietro, tutto occhi e braccia per afferrarlo, 
alza le mani e fa di coglierlo; e se vi riesce prende 
il posto del suo compagno, e di passivo diventa at- 
tivo. Egli però sa che se il suo 1 non fa nessun atto 
di ricacciare il pallone, non iscende dal suo posto, per- 
chè non è mancanza il non muoversi per afferrare il 
pallone quando si vede di non potervi riuscire; è bensì 
mancanza il muoversi per afferrarlo e il non riuscirvi: 
solo allora è permesso alVappuzzatu di tentare un colpo 
di mano per migliorare la propria condizione. 

Passati entrambi i giocatori 2 2 ad 1 1 , hanno la 
facoltà di dare una penitenza a' nuovi appuzzati , e 
lo fanno dando a loro, mentre corrono, venti colpi di 
pallone per uno in qualunque parte del corpo capiti. 
Scontata cosi la pena, tornano a contarsi per rifare 
il giuoco. 

83. A Manciugghia. 

È detto ó ligneddu in Messina; 6 lignuzzu in Po- 
lizzi; A Ugna in S. Giuseppe Jato; A mazzi in Gir- 
genti; A firredda in Catania; A firlazzeddu in Licata; 
A ferra a mmè in Riesi; 6 boscu in Milazzo; A Va- 
citu e a pam/mu in Siracusa. 

Stabilito sino a quanti punti debba andar la partita: 
100, p. e., 200, 300 (in Messina va sino a* 24) , due 



152 GIUOCHI 

fanciulli fanno a pari e caffo, e chi sorte è il primo 
a giocare. Egli prende in mano una bacchettina, mezzo 
metro circa, e mette in bilico sopra una pietra un pez- 
zetto di legno, metà, circa, di lunghezza, detto mancm^- 
ghia, sur un'estremità del quale dà un colpo per farlo 
saltare in aria e, saltato, tornarlo a colpire mandan- 
dolo quanto più lontano può. Indi con la bacchettina 
misura la distanza che corre tra la pietra e la Tnan- 
ciugghia computando per punti e restandosi in guar- 
dia col ginocchio destro piegato in terra presso la 
pietra. Il compagno raccolta la "ìnanciugghia la manda 
alla meta procurando di farla ricadere presso la pietra: 
intanto che il primo, armato della bacchettina, si ado- 
pera ad investirla a volo e ricacciarla alla possibile 
maggiore distanza. Se la coglie, misura il tratto in tanti 
punti quante volte c'entra la bacchettina; se non la co- 
glie , il secondo fa manciugghia , e prende posto la 
bacchettina di lui. Ripete il giuoco, primo lui, secondo 
il compagno, e ritiene la bacchettina se investe la man- 
ciugghia che questo torna a gettare; la cede, se non 
la investe. La partita è vinta da cu' fa ccMù imntU 
cioè da chi primo avrà raggiunto il numero concor- 
dato di punti per una partita. 

Il perditore ha una penitenza, comune a vari altri 
giuochi : lu cavallittu. (Cfr. Nnicchia ò palasu). 

In Catania il vincitore rigetta due altre volte la fir- 
redda [inancAugghia] al perditore: la prima volta di- 
cendo: Vaceddu! (intendi: questo qui è Tuccello: pren- 
dilo al volo); la seconda: s'*a'cchiappi^ f *a sgàvitì{se 
tu r acchiappi , te la risparmii la penitenza che do- 



A MANCIUaGHIA 153 

vrai subire): e questo fa per dargli due punti di van- 
taggio; se quello la coglie in aria con le mani , non 
paga pena. 

Qualche differenza di particolari offre la seguente 
descrizione del giuoco favoritami da un amico di Po- 
lizzi. 

« Due fanciulli mettono due pietre alla distanza meno 
di un metro, e sopra vi pongono il legno, con cui si 
gioca , che chiamano lignitzzu, È necessario anche 
un legno più piccolo, della misura di un palmo, poco 
più meno, a cui un fanciullo, preso in mano il legno 
più lungo, batte con questo fortemente quel legno più 
piccolo, onde farlo andare ad una considerevole di- 
stanza, ove il compagno si reca per rilevarlo , fer- 
mandosi in quel posto, e prendendo di mira con quel 
piccolo legno il legno che giace in distanza su due pie- 
tre, guardato dal compagno, onde provarsi se col le- 
gnetto (che chiamasi busa) possa far cadere quel- 
lo che sta sospeso fra le due pietre. Se vi riesce, va 
a pigliare il posto del compagno, e rifa il giuoco col 
legno più lungo, battendo il piccolo, e facendolo in- 
^^eguire dal compagno; ma se non lo fa cadere, il cu- 
stode del maggior legno lo riprende in mano, e bat- 
tendo tre volte la busa a terra, cerca di batterla nuo- 
vamente o farla, per quanto più può, scostare. Fatta 
le terza battuta, comincia a misurare la distanza col 
legno più lungo, chinandosi e camminando fino al punto 
fli partenza, cioè fino alle due pietre che tengono so- 
speso il cosi detto lignuzzu. Quei metri che ha nu- 
merati, li tiene a memoria, per unirli poi a quegli altri 



154 GIUOCHI 

<5he farà per arrivare al numero prefisso, che è di 100 
o 200 metri, secondo la convenzione. Quando giunge 
a questo numero il compagno ha vinto, od ha diritto 
a farsi portare a cavallo sul dosso deir altro compa- 
gno, per quella distanza che è anche stata stabilita. 
Questo giuoco lo fanno nei piani o nelle strade. » 

Simile a questo è il giuoco cosi detto : 'U banca- 
reddu. La differenza sta nel mettere, invece del legno 
più lungo, il piccolo {la bitsa) sopra le due pietre. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nel continente, in generale , si fa tra due ragazzi , uno 
de' quali prende in mano una mazzettina con che fa sal- 
tarne . in aria un'altra più lunga, e ciò per quindici, diciotto 
o venti volte, secondo venga stabilito innanzi. 

In Biceglie si chiama A mazzareid; in Napoli Mazza 
e pivuzo (Db Bourcard, I, 301); in Foggia A pusHcu, dal 
posto che prende chi lo trova scoperto ; in Toscana Alla 
lippa o A mazzascudo ; a Firenze Are buse ; in Colle di 
Val d'Elsa A ghhiè; a Siena A giromuso-faso; in Parma A 
giare, e la mazzettina canèla; a Ferrara A lippa pandori: 
in Milano A la rella : e reUa è il bastoncino corto , ma- 
trigin il lungo , polenta il colpo , polenton V ultimo colpo 
decisivo (Cherubini, IV, 32): giuoco analogo a quello detto 
Scudegugn panerà (id., IV, 172) ; nel Lario Al ciangol; in 
Venezia A massa e pandolo (Bernoni, n. 89) o semplicemen- 
te Alpandolo (Boerio); in Tortona e, in generale, nel Pie- 
monte, A Girimela (Sant' Albino, 369); nel Monferrato A 
lippa sippa (Ferraro, Raccolta, 25). 



A LU LIGNU SANTU 155 

84. A lu Lignu santu. 

Quattro fanciulli si mettono ai quattro angoli di una 
stanza, e presso ciascuno di loro v'è una grossa pie- 
tra chiamata lu seggiu. Tre dei giocatori han bastoni 
in mano , un quarto ha invece un pezzetto di legno 
intitolato lu lignu santu. Costui getterà il legno contro 
uno dei tre. Se il fanciullo, cui è stato scagliato quel 
legno, lo prenderà in mano, guadagnerà dieci punti; 
se il legno tocclierà invece il seggiu, i dieci punti 
saran guadagnati dal tiratore. 

Si dà il caso, ed è anzi frequentissimo, che il fan- 
ciullo non potendo afferrare il legno, lo colpisca col 
bastone, dirigendolo a un altro angolo; ed allora colui 
cui è diretto lascia necessariamente il seggio proprio 
per afferare il legno santo ; ma facendo in tal modo 
è certo che un compagno occupi il seggio lasciato 
vuoto, e guadagni dieci punti. 

Vincitore è colui che fa cento punti. 

Si usa nella provincia di Girgenti e particolarmente 
in Alessandria della Rocca. 

85. A Bocci e ravogghia. 

{Con tavola) 

*A ravogghia in Polizzi; é còculi in Licata; A Co- 
culi e rigghiòcculu in Trapani e Marsala ; A Baddi 
e paletti o A raggioccu in Siracusa; A riccioccu al- 
trove; A Paddi e paletti in Messina, e la ravogghia 
è detta aneddu\ in Catania A turcu. 



156 GIUOCHI 

Si fa con due palle di legno e due strisciole piatte di 
legno da un quaranta centimetri circa per una, dette 
pali, imlettl, palisi^ con le quali le palle si fanno en- 
trare ed uscire da un cerchio "di ferro [ravoggìiia, 
aneddu, — Licata) che si figge in terra e che ha delle 
intaccature alla parte anteriore detta viccchi; ed è li- 
scia alla posteriore, detta nanna. 

Piantato Tanello in terra, si tira una linea trasver- 
sale a tre o più metri di distanza da esso, e così si 
ha il punto di partenza. Due ragazzi prendono una 
palla e una palisa per uno, fanno a pari e caffo, e chi 
sorte , recandosi sulla linea, getta la palla per farla 
andare poco oltre ranelle; il secondo getta la sua per 
farla andare al disopra in modo che le palle si guar- 
dino in linea retta o pure obliqua, liberamente o con 
la interposizione deiranello. Il primo giocatore, se trova 
da tirari lu capu, spinge con la palisa la sua palla 
affìn di colpire la palla del secondo e mandarla fuori 
la linea; nel qual caso egli guadagna due punti; seno, 
procura di accostarsele togliendole però Tagio, quando 
il compagno giocherà, d'imboccare ranelle, il che fa- 
rebbe a quello guadagnare un punto. Si tira lu capu 
quando tra le due palle c'è la distanza di una palisa, 
e il giocatore presume di non entrare dalla parte po- 
steriore [fari nanna): codesto sarebbe mal giuoco, e 
porterebbe la perdita d'un punto, solo riparabile rien- 
trando dalla bocca {nanna scuttata). Nel tirare, il gio- 
catore può causar V anello facendo dare un salto alla 
palla; e può fortemente investirlo da un lato pigliando 
due piccioni a una fava, facendosi, cioè, il largo per 



A BOCCI E RAVOGGHIA 157 

riuscire a trucciare la palla contraria, e svoltando la 
bocca allo anello per impedire che , fallito il colpo , 
il compagno imbocchi addirittura {ammicccàrisi). 

Se il primo non crede opportuno di tirari lu capu, 
allora accompagna con la palisa la palla in avanti o 
di lato (accosta), sempre coll'intendimento o di cacciare 
fuori la linea [tira^H] la palla contraria, o di entrare 
di netto {trasiri liscitu) nell'anello. 

11 giuoco dura un bel tratto, spesso senza vantaggio 
per nessuno, specialmente quando i due giocatori siano 
destri , e V anello prestisi alle loro mattonelle. Alla 
fine si è guadagnato o un punto imboccando , o due 
tirando. 

La partita va fino agli otto punti. 

In Polizzi si gioca con cinque palle, che, messe a 
distanza dallo anello , una dopo 1' altra e alternate, 
una del primo e una del secondo giocatore, chi gioca 
fa passau^e con le palette per ranelle. 

Nella nostra tavola in fototipia uno de' due gioca- 
tori (n. 1), al di là dell'anello, è in atto ditirari lucapit, 
cioè di mandare con la sua palisa la boccia per colpire 
la boccia del compagno e mandarla fuori la meta; l'al- 
tro giocatore, al di qua dell'anello (n. 2), con la sua 
palisa appuntata sul suolo per appoggiarsi, sta a guar- 
dare che giuoco faccia il compagno, cioè se colpisca 
bene la sua boccia, che egli procurò di condurre da- 
vanti le bocche dell'anello, in modo che se quello fa 
mal giuoco e non la colpisce, egli con la sua palisa 
fa subito imboccai'e la palla. È chiaro che se quello 
per uno sbaglio imbocca l'anello pel di dietro, fa nan- 



158 GIUOCHI 

na, e perde due punti; se questi imbocca davanti, ne 
guadagna uno. Gli altri tre in piedi (n. 3) sono un grap- 
po di spettatori. 

Una massima fanciullesca cosi parla male del pre- 
sente giuoco : 

A cu' joca a la raogghia, 
A lu 'nfernu, bonavogghia; 

A cu' joca a li palisi, 
A lu 'nfemu tisi tisi; 

quasiché il giuoco a li bocci e ravogghia sia un pe- 
ricoloso giuoco d'azzardo I 

VARIANTI E RISCONTRI 

A Napoli A lu cavo (Db Bourcard, 1, 900). Il giuoco 
detto in Toscana A palle e maglio, a Brescia A palamai, 
in Venezia Al palamagio o Ai zucòli , è quasi lo stesso 
del nostro e si fa , dice il Boerio (p. 816) : « con palle 
grossissime di legno dette palle a maglio, le quali si muo- 
vono con una specie di palo (zucòlo in Venezia) per trac- 
ciarle una contro l'altra e far passare per entro un cerchio 
di ferro mobile piantato in terra perpendicolarmente o la 
propria palla dalla buona parte , o quella dell' avversario 
dalla contraria. » 

Anche da noi in Sicilia si gioca A lu magghiu, preci- 
samente come si fa fuori; ma il giuoco non è fanciullesco, 
né volgare, giocandosi solo fra adulti nelle congregazio- 
ni di S. Filippo Neri, di S. Luigi ecc. 

86. A la Strùmmula. 

Strumento notissimo di legno, formato di una palla 
di legno nel cui centro è piantato a metà un pizzu 



A LA STRUMMULA 159^ 

(Palermo), o spuntuni (Mazzara), o muscula (Modica), 
friccia (Barcellona), ferruzzo d' acciaio, attorno al 
quale si avvolge una funicella detta rumaneddu o 
lazzu (Mazzara), o filazzata (S. Ninfa), sfilazzata (Cala- 
tafimi) lazzata, che sfilandosi dalla mano del giocatore 
serve a far roteare lo strumento stesso. Questa funi- 
cella ha un'estremità sfioccata ed una con un grosso 
nodo, o con una moneta, o un piastrino di latta o di 
pelle forata nel mezzo in forma di sonaglio (in Spac- 
caforno curittu, a foggia di cuore; in Modica auric- 
eia, in forma d'orecchia; in Palazzolo Acreide auric- 
cedda; in Ragusa pica; in Chiaramonte ciappetta, la- 
strina) ; e questa estremità, acconciata nella commes- 
sura del terzo e quarto dito, serve di presa alla forza 
nel gettare la trottola per fare svolgere la funicella. 

Larghissima è in tutta l'isola la sinonimia della ^^nim- 
mula. Questa si chiama strùmmulu in Licata, rurrnUu 
in Riesi, ìmmnmlu in Piazza e Caltagirone, ciu>uzzara 
in Cianciana, strummuluni in Casteltermini, trottula o 
tórtula in Girgenti, Marsala, Salaparuta ecc., còcula in 
Evìce^trupjyettu in Modica e Noto, tuppettu o truppeddu 
in Siracusa, Catania, Giarre e Messina, palorgiu in 
molti comuni del Messinese, panorgiit in Gioiosa, pra- 
noggiu in Barcellona, paloggiu in Taormina e Milazzo, 
saitta in Palazzolo, boccia in Caccamo, burzaditra in 
Nicosia. Ma notisi che, in generale, il paloggiu è sempre 
a forma di pera; il truppetlu^ come la funcidda di Cal- 
tagirone e Niscemi, la cicidda di Noto, il virticchiu 
d*Apollu di Palermo, finisce a cono, ov' è impiantato 
il ferro, e nella parte superiore rileva per un colletto- 



160 GIUOCHI 

riboccato (pirmghiddru in Mazzara , chirchiriddru , 
S. Ninfa). Il truppettu che ne manca» sostantivamente 
si dice tiffnusu, curcuruccia in Chiararaonte , cuci^ 
luni in Palazzolo; se grande, beccaflcu, e se a pancia 
grossa, paparedda (Chiaramonte). La grossa trottola 
è strummuluni comunemente, ma èpaparazza in Ca- 
tania, p^Yo/^w inNiscemi e Caltagirone; la piccola strum- 
muUccMa nel dialetto comune , castagnedda in Ca- 
tania. Ve poi la tabacchiera, tuppeddu a base larga 
e piana. La trottola suol ricevere sulla parte supe- 
riore, opposta al ferro, una bulletta di rame od una ri- 
levatura che ne fa le veci; per cui in alcuni paesi ò 
denominata stnmimiUa cu tu culu. 

La trottola si gira 'n supra "ìnanu quando, per gi- 
rarla, la mano si solleva in alto e indietro dal gioca- 
tore, e la punta si volge in alto; 'n sutta manu, quando 
si gira quasi a livello della mano, col ferro in sotto. 
Alcuni giocatori fanno con la mano sinistra , perchè 
son mancini. 

Nei primi momenti che si usa, una trottola non è 
molto maneggevole, né facile; è 'nzurra^ ossia maticia 
la onanu (Chiaramonte), perchè non ha pigghiatu In 
lisciu (Palermo), ed il giocatore non ci ha pigghiatu 
la manu e lu versu. Quando il ferro non è bene equi- 
librato con la palla, o perchè troppo lungo, o perchè 
non abbastanza rotondo e diritto e parallelo, la trot- 
tola /lf*ria un po' maluccio; e firriari (in Caltagi- 

* Il Meli nel Don Chisciotti, e, V, st. 46: 

Pirchì cu' è natu a fari la strùmniula 
Gira e flrria ma sempri è a 'na banna. 



A LA STRUMMULA 161 

rone ninari^ in Chiaramonte anninnari^ in Erice cu- 
Guliari (da cocula). Allora, come trottola abballarina, 
tarantella, scrivana (Licata, dove è di gen. mascol.), 
carcarazza {CaiQXiisi),varda'pecurH {A.\oìSi),porta4ittri 
(S. Ninfa), nannarina (Modica), essa saltella, abballa, 
cacciarla (Taormina), sàuta e trippia (Calatafìmi), va 
chiè Ghie (S. Ninfa), fa la nanna (Palermo), fa mazzuni 
(Spaccaforno), fa suppa (Chiaramonte), scrivi (Licata), 
pappadia, /^^^e-e-5cri*^2(Barcellona),che è quanto dire 
bàrbera, per dirla coi Toscani; arrobba, ruba, o è ar- 
robbannisi (S.Ninfa), o fa mini minassi (Chiaramonte), 
se incontra e si avvolge al ferro peli , filacciche ed 
altro; vazzò-zzó (Mazzara), o panza pariza (S. Ninfa), 
quando non gira sul ferruzzo, ma rotola per terra ; 
scoffa, quando il laccio troppo asciutto non ha presa, 
e si svolge senza farla roteare; ed affossa e tessi (S. 
Ninfa) quando, fatto un bucolino dove cade, urta gia- 
cendo qua e là, e s*am/maraggia quando cade entro 
molta polvere e fa pochi giri. Cessata di girare scaca * 
o s'attuta (Mazzara). Rotea rapidamente con giri che 
non possono distinguersi quando pare si addormenti, 
s'addurmisci; e s*appianicca (Avola) se l'equilibrio è 
perfetto. Il forte moto di rotazione impressole è talora 
cagione che essa faccia lu lapuni, cioè il ronzio dei- 
Tape, lu tonu (Taormina). È papunedda (Palermo) o 
^eYe6?rfa(Caccamo), se rapidissima nel girare; è 'na pinna 
(Palermo) o 'na sita (Modica), cioè come penna e come 

i Meli, Lu cagnolu e lu cani, favola: 

Divintirannu strùmmuli acacaii. 
G. FiTità.^^ CritMchi fanciulleschi 11 



162 GIUOCHI 

seta, se presa in mano mentre gira pare leggerissima; 
ed al contrario, è chiummu (Palermo) o mazza (Avola, 
Modica) se grave. Ma a questo i fanciulli ci rimediano 
tirando fuori il ferro, introducendo, nel foro, dell'escre- 
mento di cavallo o di mulo, o meglio, una mosca, e 
ripiantandovi il ferro stesso: cosi la diventa leggiera, ed 
essi ottengono l'equilibrio osservando da qual lato pieghi 
allorché cessa di girare, ed attaccando della cera al 
lato opposto deirorlo (Avola). La palla che abbia delle 
fenditure [ciajccaturi) non è una cattiva palla, perchè 
ciò proviene dalla furtizza di lu Ugnu; ma se le ha 
presso il ferro essa vai poco, ed è detta libbra mei !" 
(libera me !) 

Nascono dalla strum^niUa le frasi Fari firriari a 
unu com/u 'na strummula, per far girare uno come un 
arcolaio dopo un grande schiaffo od urto datogli; i^er- 
riarisi cowai *na strum^mula^ detto di chi s' affatica 
molto in un affare, o di chi abbia forti dolori fisici ecc. 

Ecco intanto i vari giuochi di strummula: 

1. A lu clrcu, o ó tornu, o ó turneddu. In questo 
giuoco si fa un circolo; ed i giocatori tutti a un colpo 
giran le loro trottole; uno de' quali domanda: 

Chi mancia 'u cavaddu? 
Un altro risponde: 

Uòriu; 
E gli altri tutti replicano e danno il colpo a coro : 

San Cai uòriu 1 
In Mazzara il primo dice: 

Chi cc'è ntra lu fucularu? 



A LA STRUMMULA 163 

Gli altri: 

Pocu. 

Il primo, da capo: 

Chi cc'è 'ntra la 'utti ? 
Gli altri: 

Vinu. 

Viva viva SanfAntuninu ! 
e cosi dicendo danno. Quella fra le trottole che cessa 
di roteare più presso al centro del circolo resta sotto 
[appuzza), I compagni la caccian fuori con le lor trot- 
tole. Dopo si continua nel seguente modo : 

1 giocatori girano uno per volta o tutti insieme la 
trottola, e devono affrettarsi a toccare col pizzu la 
trottola paziente; v'è chi riesce ad investirla a corpu^ 
cioè di primo acchito; v' è chi presa tra la commes- 
sura del secondo e del terzo dito nella palma della 
mano la trottola girante, la fa ricadere sulla trottola 
che è sotto. Chi non riesce a questo, va sotto lui, come 
ci va chi non dà entro il circolo, chi nel tirare non 
dice inuca (Cianciana), colui la cui trottola fa cappid- 
dazzu, percuote in terra di costato senza girare, ot- 
vero fa sciUazzata^ cioè rimane attaccata alla ferza: 
nel qual caso il proverbio messinese dice: ScuLazzaia 
vai sutta. Chi non sa prender nelle mani la trottola» 
la va trascinando con la sua funicella sino a toccare 
la palla stessa: ciò che dicesi in Chiaramente yt«?aW 6 
firriìwlu^ e in Taormina jucari a stranghiari (a tra- 
scinare). Questo giuoco è detto a pizzati, a pizzari^ 
a fanelli (Licata), a cuzzati (Taormina) a masculati 
(Chiaramente). 



164 GIUOCHI 

2. A cu' dura cchiu assai. Due, tre giocatori girano 
contemporaneamente le loro trottole, e quella rimane 
perdente e paga la penitenza che cessa prima delle 
altre di girare {scaca). 

3. A Calatafìmi ed a Santa Ninfa fanno girare le trot- 
tole , le pongono nel cerchio , e va sotto quella che 
ne esce fuori, quando finisce di girare; e siccome bene 
spesso accade che ne escano più d'una, così queste si 
fanno girare di nuovo, finché non ne esca se non una 
sola. 

« Chi va sotto pone la sua trottola nel centro del 
oerchio. Il mastro solo ha il diritto di giocare prima 
di tutti, il sottomastro quello di giocare immediata- 
mente dopo il mastro, e di dare agli altri il permesso 
di giocare. 

« Quando il mastro dice : Tirarmi tutti e sutta lu 
mastru I ciascuno con l'ordine che ho detto gitta la 
propria trottola, e tutta l'arte consiste nel colpire la 
paziente e farla uscire fuori del cerchio. A questo 
colpo la trottola paziente si libera dalla sua pena; chi 
lo fa diventa mastro, e va sotto colui che egli nomina, 
non escluso il mastro, con queste parole : Scula, scuLa, 
per es., Jacu! A Santa Ninfa ciascuno , prima di far 
girare la trottola , indica chi voglia che vada sotto, 
ave faccia uscire la paziente dal cerchio. Nel corso 
del giuoco va sotto anche colui che giucca prima del 
mastro o prima di aver ricevuto il permesso dal sotto- 
mastro, chi gitta fa girare la trottola fuori del cer- 
chio, e chi la fa cadere senza farla girare; ma chi va 
sotto in ciascuno di questi casi, non libera quella del 



A LA STRUMMULA 165 

compagno, sicché entro lo stesso cerchio se ne pos- 
sono trovare più d*una. Non si va sotto, quando non 
si colpisce la paziente con la propria, purché questa 
cada entro il cerchio e giri. 

•4. A passar L « Uno gitta uno sputo in terra, e tutti 
vi danno su lanciando la trottola. È mastro colui che 
si scosta meno dallo sputo; va sotto chi se ne scosta 
più ; la gitta una seconda volta colui la cui trottola 
non gira dopo di essere lanciata. 

« La trottola paziente si colloca sullo sputo, ed indi 
si porta una o più volte ad un punto stabilito, ovvero 
a due punti stabiliti, non compreso la prima volta lo 
spazio che passa dallo sputo ad un di loro, secondo 
i patti. A tal uopo ciascuno urta e spinge la paziente 
con la sua, cui, mentre gira, prende in mano tra un 
dito e l'altro ; e va sotto chi non la tocca , o chi la 
tocca quando la propria ha già cessato di girare. Sì 
va sotto anche quando si gitta la trottola , e questa 
non gira , e quando non si gitta e non si fa girare 
entro lo spazio di una spanna dalla' paziente, se questa 
si trova nel fango, nella polvere, o ha pietre o intoppi 
vicini. A Santa Ninfa fk bisogno sempre gittare la 
propria entro la distanza di poco più d* una spanna 
dalla paziente. 

« La trottola che va sotto libera quella che vi é 
stata, né deve percorrere altro spazio che quel tanto 
che rimane sino al punto stabilito , dove giunta si 
prende, e. ciascuno la colpisce una o più volte,, se- 
condo i patti e la guasta col ferruzzo della propria 
(a spuntunatl), o la mette in terra e la guasta ed an- 



166 GIUOCHI 

ehe la rompe, gittandovi sopra a tutta possa una volta 
o più una ben grossa pietra [a baiatati). È permesso 
o vietato, secondo i patti, di dare la prima delle due 
pene alla paziente con una trottola fornita di un fer- 
ruzzo tagliente come uno scarpelletto, e quando non 
si conviene altrimenti deve mettersi sotto quella stessa 
con cui si giucca , e se è un' altra , non può essere 
coverta nò di latta né di chiodi. A Santa Ninfa si con- 
viene che ciascuno , quando dà la prima delle due 
pene alla trottola paziente {li pizzunati), la lasci nel 
buco fatto in un muro dove dapprima si pianta, o ne 
Testragga. Nel primo caso, che dicesi arruccari, dopo 
di esser colpita e guasta da ciascuno sempre nel me- 
desimo posto, è il padrone medesimo che deve estrar- 
nela; la qual cosa non gli riesce troppo agevole a fare: 
tanto conficcasi addentro. Nel secondo caso, che di- 
cesi disruccari, Tuno dopo di averla colpita la estrae 
e la consegna all'altro; l'ultimo le dà la sua pena, la 
estrae finalmente e la consegna al padrone *. » 

5. Si stabilisce una distanza,e fino alle quanta t;a,cioè 
quante volte si deve percorrerla; e, fatto al conto, colui 
che sorte mette sotto una palla o un pallino, il quale 
da chi gioca dev' essere cacciato fuori la linea sta- 
bilita tante volte quanto é stato detto. Finita la par- 
tita, il vincitore (o i vincitori) deve dare tante piz- 
zinnònguli, colpi col ferro della trottola , alla palla 
presentata quante ne sono state pattuite: otto, per lo 
più. S'intende che il paziente per eludere i colpi con- 

* Castelli, H Giuoco fanc. a la tortula. Archivio, voi. II, p. 113. 



A LA STRUMMULA 167 

^egna un pallino piccolissimo: cosa che talora dà luogo 
a recriminazioni; ed il vincitore aguzza la punta della 
sua trottola, e ad ogni colpo la bagna di saliva. La 
palla è incastrata quasi metà in terreno sodo per non 
muoversi. I colpi sono ora 'n chinu^ ora 'n vacanti^ 
ora a sgangìiiari , ora a 'bhagnari *, fino a lasciar 
la boccia tutta butterata come 'na facci di trippa. Per 
condizione stabilita innanzi è permesso al vincitore di 
dare corpu supra corpu (colpo su colpo), quando 11 
pallino paziente resta attaccato al ferro della trottola; 
e cosi il vincitore appioppa altri colpi a questo pal- 
lino infilzato, fino al numero 8; ed è ben facile che lo 
spacchi in due. Bisogna vedere la pena e la rabbia 
del perditore ad ogni nuovo colpo dato alla sua palla, 
specialmente se esso cada in pieno, e la gioia del vin- 
citore. Cosi, finita la partita, tornano a contarsi, ed 
il giuoco ricomincia. 

6. A dinari. Si fa gettando la trottola nel tunnu, 
per cacciarne fuori la moneta o le monete che vi si 
trovano, messe da chi andò sotto. Descrivono i fan- 
ciulli due linee parallele in terra ad una certa distanza, 
e sopra una di esse collocano una moneta. Indi fanno 
girare la trottola a vicenda, e ciascuno la prende in 
mano e dà sulla moneta, e la vince chi prima dell' al- 
tro la porta alla linea opposta. Chi nel gittare la trot- 
tola non fa due giri, perde la volta di giocare. 

7. A corpu, A "inetti ca ti mettu (Cianciana). Un gio- 

' Ora in pieno, ora a vuoto, ora a sfiorarla appena di lato, ora 
a coglierla profondamente. 



U88 GIUOCHI 

catore dice : Metti ca ti mettu; Y altro pone a terra 
la sua trottola o palla di riserva ; il primo tira, e se 
colpisce prosegue a giocare; se no, va sotto. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Calabria la trottola è detta parrociolu ; nel Barese 
Qurrue; in Napoli strummolo (De Bourcard, I,p. 303), come 
negli Abruzzi; ruzzola^ trottola in Toscana; frullo in Lucca; 
tróttla in Parma (Malaspina, IV, 346); pisa in Ferrara; 
pretta in Bologna; zottola in Milana ; trotolo in Padova 
(Patriarchi) e Venezia;p^>?a in Tortona; «ò^o^a in Piemonte 
(Sant'Albino , 1077) ; mingia in alcuni comuni subalpini; 
bardufula in Cagliari, baddrùnfuta in Sàrdari (Sardegna). 
Il Sacchetti, NoveUe, n. CXXX, ricorda il fare alla trot- 
tola, che pure è ricordato nel Malmantiley e. IL II Minucci 
a questo proposito richiama i versi della canzonetta popò- 
lare fanciullesca : 

E il Cristian non è giudeo, 
E la trottola non è paleo 
E '1 paleo non è trottola. 

Laonde mal si appose chi confuse il turbo dei Latini, che 
corrispondo al paleo, (in Sic. Strummula di ventu) con la 
trottola, che è un po' differente. Del qual turbo fa cenno 
Virgilio nel V" canto deUa Eneide e TibuUo nella elegia 5 
del I lib. I Greci dicevanlo bembrix, rombos, strombos. 

Intorno ai vari giuochi trottole schi in Toscana leggi le note 
al Malmantile, v. III, p. 22-23. Si sa poi che il toscano roteare 
è il nostro firriari; dormire, Vaddurmiscirisi; barberare, 
Yabballari; il fari cappiddazzUj far cappellaccio (Fagiuoli, 
Rime, note, 45), andar in baia, venez. (Boerio, pag. 770). 



A GÀNQÀIU B BELLA lÌft 

87. A eàncara e bella. 

Si dice anche Sciancava e bella; in Menfi A Ginr 
quanta coma porta la crapa; altrove Ad anca ed 
ancona. 

Si gioca in tre. Uno, che fa da mastro, siede; uno 
da cavallo, e nasconde la faccia tra le gambe di lui; 
un terzo, che cavalca quest'ultimo, da capra. II ma- 
stro ricevendo il cavallo gli tura gli occhi per non 
fargli vedere i segni che farà la capra; e gli dice: 

Càncara e bella, 
Si* bona e si* bella. 
Si* bedda maritata: 
Quanta corna porta *a craps^? 

La capra fa segno colle mani, p. e., tre; il cavallo 
dirà, p. e. quattro. Dunque non si è apposto: e con- 
tinua a star sotto sentendosi ricantare dal mastro: 

Tri avissi ditta, 

Lu tò nasu fòrd fritta, 

Fritta e frittata, 

(o E di fritta arrifrittatu) 

Lu tò nasu fora cacata. 

Càncara e bella, 
Si' bona e si* bella, 
Si* bedda maritata; 
Qaanta corna porta *a crapa? 

Se il cavallo indovina i numeri indicati dalla capra, 
vince, e colui che è sopra passa sotto. 
In qualche comune il principio varia eo&i: 



1 



170 GIUOCHI 

Càncara e bona (Palermo), 
Trinchisi bedda (Polizzi). 
Scàncara e bedda (Yentimiglia), 

E in un ms. della Comunale di Palermo (sec. XVIIl): 

Anca ed ancona 
Si' bedda e si' bona ecc. 

(V. Alessi, Notizie della Sicilia; ms. Qq H 43). 

In Noto una versione dice: 

Anca e sincòna, 
Sincòna maritata 

[o Mazzittella maritata. Taormina) 
Quantu cucci porta *na crapa? 

In Comiso: 

Trinca e trincoi, 
Si* bella e si' voi ecc. 

La seconda metà della formola in Alimena è questa: 

Quattru dicisti: 
Lu jocu pirdisti; 
Si tri dicievi, 
Lu jocu vincièvi. 

Schittulidda la maritata; 

Quantu corna havi la crapa? 

In Caltagirone: 

Si tri avissi dittu, 
'U tò nomu fora scrittu, 
Fora scrittu a la Bardedda * 
Cascavaddu e ciciredda. 

1 Sito di Caltagirone. 



A CÀNCARA E BELLA 171 

In Salaparuta e Mazzara: 

Si tri voti avissi dittu, 
Lu tò nasu fora fritta, 
Pi li munti e pi li baddi (valli) 
Dàticci tri para di cascavaddi. 

E i giocatori danno col gomito e i polsi tre colpi sul 
dosso del cavallo. In Noto: 

E tri avissitu dittu, 
Pi lu munnu forra scrittu, 
Pi lu munnu e pi li vaddi. 
Quantu su' li cascavaddi ? 

In Chiaramonte e Comiso: 

E tri avissitu dittu 
Lu tò cu... fórra frittu. 
Fórra frittu n'ó tianu, 
Vasa lu cu., a màsciu Tufanu. 

In Avola uno sta rivolto, e V altro gli batte il pugno 
sul dosso dicendo: 

TiribuUi e tiriballi, 
Quantu cucci di casicavalli ? 

In Modica e Chiaramonte: 

Tiribummi e tiribaddi 
Quantu su' sti casicavaddi? 

ed alza uno o più dita , che V altro deve indovinare. 
I versi di correzione e ripresa sono: 

Avissitu dittu tri, • 

TiribuUi e tiriballi. 



17J GIUOCHI 

In Acireale un altro giuoco partecipando col nome 
e colle circostanze allo scarrica-canali ha questi 
versi : 

Quattru e quattr'ottu, 
Scàrrica di bottu, 
Ciciri e favi: 
Quantu corna porta la navi? 

Chi è sotto risponde, p. e., dui; e l'altro: 

Tri tri avissi dittu, 
Lu cavaddu di bonflttu, 
La zitella maritata ; 
Quantu curniedda porta 'a me crapa? 

In Casteltermini: 

Tri avissi tu dittu, 
Lu tò nasu fora fritta 
'Nt' ón pignateddu strittu. 

Sotto il titolo di Anca ed Ancona, nella prima metà 
del settecento questo giuoco fu descritto in latino da 
Fr. Pasqualino, ed il figlio di lui (M. Pasqualino, Vo- 
caholario sic, I, 98) notò da esso giuoco V origine 
della frase Fari *na cosa ad anca ed Ancona , che 
vale : fare alla peggio; e dalle voci anca ed Ancona, 
« città situata in una spiaggia di figura d*un gomito » 
essere stato preso il titolo del giuoco; « onde diciamo 
ad anca ed Ancona per esprimere una cosa due volte 
torta, cioè irragionevole. » E tanto basta ! 

VARIANTI E RISCONTRI 
In Calabria i versi sono questi (Mango, n. XXXVII) : 



A CÀNCAKA E BELLA 173 

— l^ìAga e tringòda, 
E bV bella e si' bona, 
E si* bella e maritata 
Quantu corna porta la crapat 

—•Si una dicìa, 
Miegliu facia 

E mo* chi una m* ha* ditta. 
Si* bella e si* bona, eec. 

E la descrizione si legge neìV Archivio, voi. II, p.' 178. 
Nel dialetto barese di Biceglie i fanciulli dicono : 

E pe tre V avissi ditte 
Pi r amor de poppa fritte 
B fritte ed ancona 
E che bella sebletona 
E che bella *nnamurata 
Quante corna tene *n capa ? {Ined.) 

In Pomigliano d'Arco (Imbriani, L. Canzonette inf. ecc. 
n. XXX) : 

— Venga, venga, Nicole I 
E si* bella e si* bone, 

E si* bona a maretà*, 
Quanta come tiene *ncape? 

— « Ne tenghe treje ». — 
—i E al qttcUte avisse ritte, 
*E cavalle fosse scritte, 

*E cavalle re lu pape.— 
Quante come tiene *n capet 
— « Ne tenghe seje. » — 
E se cinche avisse ritte ecc. 

Nell'ottavo verso si dice più comunemente E cavalle re 
Rumane. 

Nel 1709 il Marcotellis nel Patro* Calienno de la Costa 
at. II, se. 8% diede questa versione napolitanesca, tuttora 
popolare in Napoli : 



174 GIUOCHI 

Anga Nicola — si bella e si* bona 
Si bella mmaretata. 
Quanta corna tiene 'n capo f 

— Quatto. 

E si cinco havisse ditto, 
A cavallo fusse scritto, 
A cavallo de na ors^a. 
Quanta coma tiene *n capo 

— Sette. 

Vedi Giambattistu Basile, Arch, di Lett, pop,, an. I, n. I. 
Napoli, 15 gennaio 1883, p. 5. 

In 'Toscana il daino è cavallo del re o delpapa, e il car 
valiere gli chiede {Ulile dulci, n. XXV, pp. 42-43) : 

Cavallo dello Re, cavallo dello Papa 
Quante corna ha la mi* capra t 

In un' altra maniera di fare questo giuoco (Fanpani, 143) 
in Toscana , chi si nasconde dietro a chi va sotto gli do- 
manda : 

Biccicuccù Biccicuccù 
Quante corna sta quassù? 

Se costui non indovina, quello che di dietro ha alzate le dita 
battendogli con gli altri giocatori la spalla canta: 

E se cinque (o altro numero) tu dicevi, 
La cavalla tu vincevi. 

E lo ripete finché quello non si apponga. Anticamente gì 

diceva ; 

Biccicalla calla. 

Quante corna ha la cavalla? 

Il giuoco , neir Italia centrale , è detto da alcuni Daino 
daino y e chi va a cavallo dice a chi va sotto: 

Daino daino. 

Quante corna tengo ritte ? 



A CÀNCARA E BELLA 175 

In Brescia le parole di chi sta sopra sono : 

Ceco trìgna co, 

Quanti corni ga U tó bò? 

In Padova : 

Ponti chiò, 

Quanti corni ga el mio bòt 

parole alle quali il Patriarchi fa corrispondere il Fare a 
bizzicòf quante corna stan qua su ? 

88. A Gadduzzu. 

Un fanciullo poggia la testa col viso in giù tra le 
gambe del mastro seduto, il quale gli chiude gli oc- 
chi. Un terzo salta a cavalcioni di chi va sotto, e il 
mastro dice : Gaddu gadduzzu , cu* è chistu a ca- 
vaddu ? Se quegli si appone , il cavaliere va sotto, 
altrimenti lo cavalca un secondo, un terzo, fino a che 
egli non colga nel vero. 

VARIANTI E RISCONTRI 
In Venezia si gioca col titolo: A la mussèta» 

89. A Tuma e ricotta. 

Di due ragazzi uno si chiama Tuma e V altro Ri- 
cotta, Entrambi calano le mani nel medesimo tempo 
ed aprono quante dita vogliono, ed uno di loro, con- 
tando tante volte quant*è il numero totale delle dita 
aperte dair uno e dall' altro , dice : Tuma e ricotta, 
tuma e ricotta ecc. Vince colui che ha scelto tuma 
se il numero finisce con questa parola; vince Taltro, 



It6 GIUOCHI 

se finisce con la parola ricotta, È insomma un fare 
al tocco in un modo un poco diverso. 

Chi vince dà subito in testa al compagno; indi, ca- 
lando le mani ed aprendo le dita, ma senza più con- 
tare come in principio e dire : tuma e ricotta, batte 
il compagno ogni volta, finché non avvenga che Funo 
apra tante dita quante Taltro; ciò avvenuto, ricomin- 
cia il giuoco. 

Può farsi anche in tre, ed allora l'uno sceglie tuma, 
Taltro ricotta, ed il terzo cascavaddu friscu. Un solo 
vince, e gli altri due perdono. Chi vince dà subito in 
testa a' due che perdono ; ed indi gioca prima col- 
Tuno, finché costui non riesca nel modo che si è detto, 
e poi con Faltro. 

Quando si fa in quattro, uno sceglie zoppa^ un altro 
zappella , il terzo 'ncùnia, il quarto marteddu. Tra 
tutti, due vincono e due perdono , ed uno dei vinci- 
tori gioca con uno dei perditori nel modo di sopra 
descritto. 

Molto comune é nel Mazzarese, dove il giuoco è stato 
raccolto. Quivi tuma (raviggiolo, cacio fresco non sa- 
lato) si dice tumma. 

00. A iu Frischiettu. 

Un pecoraio ha perduto lo zufolo; sospetta che gli 
sia stato rubato, e ne va in traccia. 

Una mano di fanciulli sta seduta a semicerchio, na- 
scondendo le mani sotto un tovaglione, e tenendo na- 
scosto lo zufolo. Mentre il pecoraio ricerca lo stru- 



A LU FRISCHIETTU 177 

mento perduto , non cessa di ripetere , passando da 
questo a quell'altro fanciullo: 

Venitinni, frischittieddu, 
Venitinni a lu patruni; 
Venitinni, frischittieddu, 
Venitinni a lu patruni ecc. 

L' uno dei fanciulli , appena il pecoraio ha voltati 
gli occhi , dà fiato allo zufolino , e lo passa rapida- 
mente sotto la tovaglia ad un altro , e questi ad un 
terzo, e via dicendo. Il pecoraio , dalla direzione del 
suono, immagina chi l'abbia sonato, ma mentre lo fruga 
ode altra volta il zufolo dalla direzione opposta, e si 
dirige a quella parte. 

Il meglio del giuoco consiste in questo: nell'appendere, 
cioè , sulle spalle del pecoraio lo strumento cercato; 
e l'appenderglielo non riesce difficile, essendo che è 
legato ad un laccio, il quale fa capo ad uno spillo ri- 
torto a foggia di uncinetto. Dopo che glieF hanno 
appeso, glielo van sonando dietro le spalle; ed il pe- 
coraio, che non se lo immagina, si volta ad ogni mo- 
mento, corre, afferra, fruga le mani or di questo, or 
di quello, e non può venire a capo di ritrovarlo. 

Molto usato in Chiaramente, dove è stato raccolto. 

91. A Bue. 

Il Pasqualino, Voc.sic, I, haX&&wè, A Vabì)uè, Vie, 
In Termini A tuvè o A tuvavè (Tu va ve[ni); in Mar- 
sala e Catania Ammuccia ammùccia; in Siracusa A 
V amnvucciàgghia; in Borgetto Amm/ucciareddu; in 

G. PiTBÈ. — Giuochi fanciulleschi 12 



178 (GIUOCHI 

Messina, Licata ecc. Ammucciaredda; in Milazzo Am- 
mucciatedda, e cosi nella prima metà del sec. XVIII 
in alcune parti di Sicilia; in Alimena Amnvucciarella; 
in Menfi Ammùcciu ammùcciu; in Noto Ammuccia; 
in Avola A Vammucciaggia; in Caltagirone 6 muc- 
ciu ; in Mazzara A venitinni ; in Taormina A cazzi 
dda uppi (A caccia quella volpe (?). 

Siede da capo il maggiore della brigatella de' giocato- 
ri. Si fa*al tocco, ed il sorteggiato va sotto. I compagni 
partono tutti insieme o divisi, e vanno a rimpiattarsi. 
Quando non hanno ancora dato nessun segno d'essersi 
nascosti, il sotto, con gli occhi turati dalle mani del 
capo, chiede : È uraì Se è già il momento opportuno, 
il secondo capo, che dirige i rimpiattati, dà il segno 
col grido : Bue ! Mti bue ; in Trapani Totì; in Termini 
Tuvavè o Tuvè, come in Messina; in Caltagirone Ac(?i^a, 
e giocando in luogo chiuso : A chi; in Marsala e Li- 
cata Venitinni; in Siracusa Veni! in Noto Aura è! 
voci tutte che corrispondono al Cucù de' Veneziani 
(BoERio). Allora il sotto lascia il mastro e va ìa cerca 
dei rimpiattati. Nella provincia di Siracusa e altrove 
egli dice alcuni versetti come questi (Modica) : 

Ammùcciti, lucerta, 
Cà tò matri ti veni a 'nzerta; 

o come questi altri (Comiso) : 

Ammuccia, lucerta, 
Ammùcciati bona, 
Gà ti veni a 'nzerta. 

od anche come i seguenti (Spaccafomo) : 



A BUE 179 

Trasi trasi lu nasiddu, 
Cà ti vidi lu surciddu. 
Suddu 'un ti 'nzertu, 
Pieggiu pir iddu. 

A.1 primo, che egli scopra, grida: Ha bistUy hd ì)istu I 
(cioè he vistu, ho visto), ovvero 'U truvai ! (Polizzi), 
Vitti ! (Caltagirone): e nomina subito il compagno ve- 
duto. In Messina , chi non è stato scoperto grida da 
lontano: d mamma. In Licata il sotto afferrando uno 
dei compagni nascosti dice : 

Ciappedda ciappiddazza, 
Ddocu ti pigliu, ddocu ti lassù. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Si conosce ed esegue sotto i seguenti nomi : AlVammucci 
cultura in Calabria (Mango, Arch, v. II, 175) ; A mucciu- 
nedda in Reggio di Calabria (Mandalari, Canti pop, regg,, 
pag. 197, nota 2); nella Terra d' Otranto A cua, o A cua 
scundi-scundi; in Foggia A mmuccia-Cola; in Biceglie A 
scunnùttcey ed anche A la scunda; A covalera in Napoli; 
A inguattarello in Benevento, ed anche, con una varietà, 
alla Volpe (Corazzini, pag. 106 e 109); in Teramo A lu co- 
ve (Savini , La grammatica e il Lessico del dialetto tera- 
mano, p. 131. Torino Loescher 1881); in Roma A cecarel- 
la; in Toscana Fare a rimpiattino o A capinnascondere 
(Fanfani, 224) o A capo a niscondere (E. L. Franceschi, 
In Città e in Campagna^^* edizione, p. 605. Torino, 1880; 
Barbieri, p. 68); in Colle di Val d'Elsa A nascondelle; nelle 
Marche A niscondina (Gianandrba, n. 24); in Bologna A 
repiattarola (sec. XVII); in Ferrara A la cut; in Parma A la 
scondroèula, e chi è nascosto grida: L* è còla, come in Ve- 
nezia cucù; in Mirandola Far da cttcù (Mbsghibri, p. 82); in 



180 GIUOCHI 

Milano A scòndes (Cherubini, IV, 163); in Brescia A scondc 
Ugor; in Padova A scondarole; in Venezia A le scondariol 
o A scondariola (Bobrio) o A scondi erba (Bbrnoni, n. 7] 
ed anche A chi se vede eh ! (n. 66). Col titolo di A cìm 
corre in Piemonte (Sant'Albino, p. 356 e 637), di A scund\ 
ìera in Tortona, e di A scunde nel Monferrato (Ferrabc 
Cinquanta Giuochi, n. IV). '^qVH Utile dulci, n. V, p. 8, s 
trova descritto sotto quello di Rimpiattarelli. 

Intorno al giuoco chiamato in Bologna A Repiattarola. 
cosi scrivea il citato G. Antonio Bumaldi , p. 66 : « Chk 
chio che siete vinto, è un termine proprio d'un tal gìuoc< 
dei nostri putti da essi chiamato repiattarola , nel quali 
alcuni si nascondono, et altri sono i cercatori dei nascost 
e questi cercatori, dato il segno del tempo del cercare, par 
titisi del giuoco, chiamato area, all' hora vincono quandi 
trovano i nascosti, e gli ponno vedere dicendo, chio chk 
che siete vinto, come all'incontro se i nascosti ponno eluden 
i cercatori, e senza essere veduti da quelli arrivare a tocca^ 
re il luogo dell'area eglino vinceranno servendosi pure del 
r istesso termine, chio chio, io sono delV area; chio noi 
vuol dir altro che nascondiglio chias chias, 

92. Ad Accetta ca nun ce' ò nuddu | 

In Casteltermini il giocatore che va sotto è bendata 
dal mastro , il quale se ne nasconde il viso tra \\ 
gambe. I giocatori che vanno a rimpiattarsi segnaw 
colla destra sulle spalle del paziente una croce coi 
questa formola: 

Chistu è lu pani; | 

Chistu è lu vinu; 



AD ACCETTA CA NUN CC'È NUDDU ! 181 

Chista è la Rocca 
Di san Paulmu* ^ 

n mastro grida : Accetta accetta^ ca nun ce* è nuddu, 
ed il bendato va in cerca de' compagni, che alla voce 
del mastro s'affirettano a guadagnare il posto. Ma se 
nel frattempo qualcuno è preso dal bendato, deve por- 
tarlo a cavalluccio fino al posto del giuoco. 

In Cianciana la chiamata del mastro dà il titolo al 
giuoco : A la sbarra^ cà 'un ce* è nicddU. I ragazzi 
prima d'andarsi a nascondere battono Tun dopo Taltro 
le spalle del bendato dicendo : A quanta va l'a^itu ? 
Risponde il bendato : A tri dinari; e l'altro, ripetendo 
il segno della croce, cantarella : 

Chistu è lu pani; 
Chistu è lu vinu; 
Chistu è lu xiuri 
Di sant' Antuninu. * 

Nascostisi tutti, il bendato è lasciato libero. 
Come si vede, questo giuoco sta di mezzo al Buèy 
e Ad Ammucciativi li testi, 

* La Bocca di S, Paolino è la montagnola di Sutera , sulla cui 
Bommità è un^antica chiesa dedicata a* Santi Paolino e Onofrio, 
protettori di Sutera. È noto che i primi Castelterminesi vennero 
da Sutera, e sono in quelle contrade li serri di S. Paulinu. Vedi 
6. Di Giovanni, Notizie storiche su Caste -termini^ pag. 153, nota 2. 

' S. Antonino è il protettore di Cianciana; anzi U vero nome di 
Cianciana è S. Antonino. Vedi G. Di Giovanni, Cenni sulVorigine 
ài Mussomeli, p. 12 e Notizie storiche, p. 383. 



182 GIUOCHI 

03. A Caca-lìnusa. 

Si fa al tocco , e chi deve andar sotto si acchina 
e nasconde la faccia in grembo al mastro (o alla ma- 
stra, se il giuoco è tra bambine), che gli chiude gli 
occhi , e va ripetendo parte a. lui , parte a' giocatori 
che gli stan dietro, i seguenti versi : 
(A chi sta sotto) : 

Caca-linusa, 
Caca-littusa, 
Zittu *un parrari. 

(Agli altri) : 

Un pizzicuneddu 'n culu, 
E vi jiti a 'mmucciari. 

Tosto una pioggia di pizzicotti de' ragazzi gli cadono 
sul sedere, e chi s'è visto s'è visto. Quando i gioca- 
tori si son dileguati, il mastro lascia libero il pa- 
ziente , il quale va in cerca de' rimpiattati. Il primo 
che egli scopra, lo grida, e questo va sotto. 

In Catania i versi son questi : 
(A chi sta sotto) : 

Caca linusa, 
Caca littasa. 

Agli altri) : 

Non parrati, 
Non riditi : 
Datici un pugnu, 
E vi ni fuiti. 

Fin qui somiglia al giuoco del Bue. 



A CACA-LINUSA 183 

In Trapani, Marsala, Mazzara ecc. i versi variano 

cosi : 

(A chi sta sotto) : 

Caca linusa, 
Piscia pirtusa. 

{Àgli altri) : 

Nun parlamu, 
Nun ridemu, 
Un pizzicuneddru, 
E nni nni jemu. 

Ed una ragazzina, se il giuoco non è tra maschi , a 
un cenno della mastra, dà un pizzicotto a quella che 
sta sotto , e torna al suo posto. La paziente si rizza 
e deve indovinare chi glieF ha dato; se s'appone, quella 
va sotto lei; se no, essa torna a chinare la testa sulla 
mastra per ricominciare il giuoco. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nel Guancialin doro, o nel Fare a fico secco toscano i 
giocatóri invece del pizzicotto danno una palmata sulla 
mano che il paziente porta dietro stando bocconi sul capo- 
giuoco, il quale gli dimanda: 

Chi t' ha percosso ? 
e, rispondendo quello : 

Ficosecco, 
soggiunge : 

Va menalo qua per un orecchio. 

Il penitente deve indovinare tra* compagni che gli stan 
davanti chi Tha percosso. Vedi Fanfani, Yoc. dell'uso to- 
scano, p. 464. 



184 GIUOCHI 

Un cenno è in Berni, Ori. inn,, XII, 71 : 

Un le teneva in grembo il capo chino, 
E sulle spalle la man rivoltava, 
Chi quella gli batteva indovinava. 

Se n'ha una descrizione poetica del FAGiuoLi,che comincia: 

Siccome allora usava in cinque o sei 
Fare a gteancialin d*oro, gioco ameno. 
Più bel del beccalaglio anche direi ecc. 

Un altro è nel Malmantiley cant. Il, st. 45. 

In Bologna è conosciuto col titolo Far al batèto, (Coro- 
nedi-Bbrti, I, p. 160); in Mirandola Far da cumpagnon; 
(Mesghibri, 82); in Parma A chi la dà o A san Simon (Ve- 
di in Malaspina le voci del giuoco); in Milano Giugà a sgu- 
ralatazza (Cherubini, II); in Brescia Zoegà a gambaro ro- 
so, o A mangia croesca, o Al soch, o A sparmada; in 
Piemonte A man caoda. 

Questo giuoco per trastullo dei giovanetti era usitato pres- 
so i Greci. 

94. A Pumu russu. 

Vari fanciulli fanno per acclamazione il mastro^, e 
si contano. Chi sorte poggia la faccia sulle gambe del 
mastro stesso : gli altri fanno lo stesso V uno dietro 
r altro, poggiando la fronte sul dosso de' compagni. 
Il mastro fa questo dialogo dapprima coirultimo, poi 
col penultimo e via di seguito fino a quello che s'ap- 
poggia sul primo, cioè su chi è appoggiato a lui: 

Mastro, Pumu russu I 
Ultimo, Priminti 



A PUMU RUSSU 185 

Mastro. Sai canta' ? 
Penult, Sacciu cantari. 
Mastro, Canta un pocu. 
-Anfepen.Cucurucù ! 
Mastro. Dacci un càuciu 

E un pugnu di cchiù. 

Dopo di che Y ultimo dà al compagno che gli sta 
dinnanzi, e questo all'altro ecc., un leggiero calcio e 
un pugno, e più comunemente un pizzicotto ; e va a 
rimpiattarsi. 

In Alimena il dialogo è questo: 

— Pumu russu. 

— Scarpiddinu. 

— Duna un pugnu 
E va a pinninu. 
Sai cantari? 

— Chichirichi ! 

In Mazzara : 

— Pumu russu! 

— Sirpintinu. 

— Jetta un pugnu e vidi chi havi' Tovu. 

— Càvudu càvudu è! 
Gàvudu càvudu è! 

In Acireale : 

— Pumu rrussu. 

— Tabacchi. 

— Sai cantari ? 

— Signursi. 

— Canta un pocu, 

— Chichirichi. 

— Jetta un pugnu e fuj di ddocu. 



186 GIUOCHI 

In Modica il giuoco è tra bambine, e il dialogo è questo : 

-— Pumu russu 1 

— Sabachi. 

— Duna un pugnu e fueti I (fuggitene). 

La bambina ultima dà un pugno sulle spalle della com- 
pagna immediata, e va cantando : 

Dugnu un pugnu pi cutugnu, 
Veni a 'nzertami unni sugnu. 

E neirandarsi a nascondere : 

E iu sugnu ni lu Cianu 

Veni a piggiami cu 'na manu. 

In Siracusa corrono questi versi un po' differenti : 

— Pumu, cutugnu. 

— 'Nzertami unni sugnu. 
— 'N celu? — No. 

— 'N terra? — No. 

— Fuj di ddocu 

E dacci un pugnu. 

Nascosti che si sono i giocatori, il paziente che ha 
avuti gli occhi turati, è lasciato libero al grido di ìruè 
de' compagni, e va in cerca di loro; afferratone uno 
lo conduce al capo-giuoco, perchè lo metta sotto, in- 
tanto che gli altri gli van gridando dietro : Malucria- 
tu è! 

95. A lu Mutu. 

Eletto il mastro, e gettate le sorti, chi va sotto 
Tiene bendato dal mastro stesso, che se ne sta seduto 
a pochi passi spettatore, direttore e giudice. 



AD ATTUPPA-OCCHI 187 

Uno degli otto, dodici o più giocatori , indicato da 
lui, dà sul naso del bendato una pipata, cioè un colpo 
con r indice e il medio sul naso. Sbendatolo, il mastro 
fa con lui il seguente dialogo : 

Mastro, Cxjì fu? 

Sotto, Vanni (o altro de* giocatori) 

Mastro, jy unni 'u porti ? 

Sotto. D' 'u Pizzutu. < 

Mastro. Portatillu, cà 'un è iddu. 

Questo dialogo ha luogo quando il sotto non indo- 
vina chi gli ha dato sul naso : e quindi egli torna ad 
esser bendato, ad avere il colpetto sul naso, ecc. 

Se indovina, egli passa tra i compagni che sono *n 
capu , e sostituito da colui che difatti gli die la pi- 
pata. 

Questo giuoco si fa molto in Palermo. 

06. Ad Attuppa-occhi. 

È chiamato Ad ammuccia-v^cchi in Polizzi; A uocci 
'ntuppati (ad occhi turati) in Avola ; A lu Jocu di 
Vorvi in Cianciana; A Vaugghia l'ascia* io in Mes- 
sina; A suona-uorvu altrove. 

Chi va sotto, dopo fatto al conto, ha gli occhi ben- 
dati, e deve andar tentoni cercando di chiappare uno 
de' compagni che gli girano e saltano intorno, gl'in- 
tronano le orecchie e lo scuotono e V urtano o gli 

» Pizzutu, sito di Palermo, ov* è un antico albergo. Un motteg- 
gio siciliano, anch'esso antico, è questo : Aviriy o Lassari ti casi di 
lu Pizzutu, cioè possedere un bel nulla, o cosa che non sia nostra. 



188 GIUOCHI 

danno addosso con uno zimbello. Chi viene chiappato 
va sotto. 

Il giuoco si apre col solito motto scuninala, e nel 
ghermire un compagno il bendato deve dire: Vaceddu 
ti lassa ! Se non lo dice, quello non è tenuto ad andar 
sotto. Talora per una condizione del giuoco, il bendato 
dee indovinare chi sia il compagno che afferra, e se 
non vi riesce, prosegue a stare appuzzata. 

Nel Sona/^anonicu di Licata a chi va sotto e corre 
dietro a' compagni si battono per i stordirlo cocci, 
chiavi e simili. 

VARIANTI E RISCONTRI 

A questo ed a' seguenti giuochi del presente gruppo ap- 
partiene il giuoco calabrese Lu trilrudaru descritto dal 
Mango {Arch,, v. I, p. 339, n. XXVII, e v. II, p. 176). A ce- 
Catella è detto in Napoli; A beccalaglio ih Toscana (Fan- 
FANi, p. 123; Lippi, Malmantile, e. II, st. 48; Fornari, GiiiO' 
chi. Uccelli e Fiori, n. XII; Pauli, Modi di dire toscani, 
n. CCXXVII) e con qualche varietà L'indovino tanto in To- 
scana (Fanpani, 488), quanto nel Monferrato (Fekraro, Rac- 
colta, n. 29, e Cinquanta Gitwchi, n. XLII). In Milano prende 
il nome A martin bè. 

Vedi AlVOrou-cimineddu, 

97. A V Acìtu. 

Il bendato è un venditore d* aceto e grida : A cui 
v6' acitu ?! Quelli che V attorniano rispondono : La- 
tintinni un quartitcciu. Egli fìnge di darlo, e poi do- 
manda : / dinari ? Ed i giocatori : Cerca *n terra^ cà 
ce* è dinari; e gli saltellano attorno. Chi di loro è af- 
ferrato, va sotto. Questo in Noto. 



A LU LUPU PICCICUNEDDU 189 

98. A lu Lupu piccicuneddu. 

Uno bendato deve inginocchiarsi, e gli altri fanciulli 
gridano a coro girando intorno a lui : 

— Va a la ciazza va a la ciazza, 
A 'ccattarl la tunninazza, 

— Tunninazza nun n'asciau, 
E pri la via si cacau. 

Indi si allontanano tutti dicendogli : 

Cerca 'n terra ca e' è un granu. 

Cosi in Chiaramonte. 

In Milazzo alla bambina bendata un'altra fra le gio- 
catrici domanda : 

A comu va 'u vinu? 
Essa risponde : 

A quattoddici 'rana. 

E la compagna : 

Tocca 'n terra, 
Cà ce' è mmedda (merda) e lana. 

E tutte le compagne fanno ruota e le girano intorno. 
Colei che è afferrata, passa sotto. 

99. A Cani canuorvu. 

Si uniscono molte fanciuUinè, contano li vintunu, e 
colei sulla quale cade il numero 21, va bendata a fare 
Cani canuorvu, e s'inginocchia. Indi con una delle gio- 



190 GIUOCHI 

catrici, che chiameremo Peppa, fa il seguente dialogo, 
mentre le altre la vanno punzecchiando [puzz^Uiannu): 

Peppa. Cummari, chi circati? 

Canic, La 'gugUa e 'u j itali. 

Peppa. E chi nn' àti a fari ? 

Canic, He cusi* i cazi a ma fiegliu. 

Peppa. E huostru flegliu unni havi a gliri? 

Canic. A ligna. 

Peppa. E 'i ligna chi nn* àti a fari? 

Canic. He coci' 'i maccarruni. 

Peppa. E lu hruodu? 

Canic. He scadari a bui. * 

Se durante questo dialogo essa riesce ad afferrare 
una delle compagne, costei va sotto; se no, cani ca- 
nuorvu si alza , viene sbendata , ed intanto che le 
giocatrici fannu catina, cioè si attaccano una dietro 
l'altra alle vesti, la mastra sta a tutela delle compa- 
gne, e contro cani canuorvu si adopera a difenderle 
per non farle ghermire. Succede una colluttazione, in 
cui quando cani canuorvu si avanza ad afferrare la 
prima attaccata alla mastra, questa la sfugge pigliando 
il lato, e viceversa; una dice, p. e.: /* pigliu di ccà; e 
l'altra : E jV pigliu di ddà ecc. La prima afferrata è 
messa fuori giuoco, a parte; e cosi di seguito le altre, 
finché, vintele tutte, fa da mastra lei, ed il giuoco si 
ricomincia. 

' Bceone la versione letterale : P. Comare, che cercate t — C La 
aguglia e il ditale. — P. E che n' avete a fare?— C. Ho a cucire 
i calzoni a mio figlio. — P. E vostro Aglio ove ha andare t — C. A 
legna. — P. E delle legna che n* avete a fare t — C. Ho a cuocere 
i maccheroni. — P. E il brodo t—C. Ho a scaldare (scottar) voi- 



all' orvu-cimineddu 191 

Si ravvicini al gruppo di Varda nvugghieri; Signa 
mali potuta; Martuzza^ chi pisii ì ecc. 

Questo giuoco è stato raccolto in Riesi, e conserva 
la parlata caratteristica del gruppo de* parlari di Cal- 
tanìssetta. 

100. Ali' Orvu-cimineddu. 

È un giuoco da fanciulli e da fanciulle. Un certo 
numero si contano , e 1' ultimo ad esser contato va 
sotto e gli si bendano gli occhi. Egli si chiama Orou 
cimineddu o giuvineddu, ed il mastro, prima di la- 
sciarlo, fa con lui questo dialogo : 

Af. Orvu cimineddu, unni vai? 

0. A 'ccattari ligna. 

M. Cu 'i ligna eh' ha' a fari ? 

0. He 'ddumari 'u luci *. 

M, Cu 'u luci eh' ha' a fari ? 

0. He quadiari 1' acqua. 

M, Cu r acqua eh' ha' a fari ? 

0. He 'mmulari 'i cutedda. 

M, Cu 'i cutedda eh' ha' a fari ? 

0. A me mugghieri haju a 'mmazzari. 

M, Cerca 'n terra, ea ce' è dinari. 

Lasciato solo, va tentoni trinciando con le mani in 
tutti i sensi per afferrare qualcuno; e quando vi rie- 
sce, gode di esser portato a cavalluccio fino a un dato 
punto prestabilito. 

In Ragusa Inferiore i giocatori ruzzando intorno al 
bendato, per dileggio gridano : 

> Ho ad accendere il fuooo. 



192 GIUOCHI 

— uorvu giuvinieddu, 
Cci vieni a flnuccieddu ? 
Ti dugnu 'u pani, 'u vinu e un cutieddu* 

— 'U vinu a quantu vali ? 

— A tirdinari. 

Tocca *n terra ca ce' è dinari, 

Ora cci 'u dicu a buosciu cumpari * (bis). 

Nel sec. XVI il giuoco venne cosi descritto dal Dio- 
nisio nella sua egloga pastorale Amorosi sospiri, 
att. n, se. 2*: 

Jucamu tutti a l'Orvu Cimineddu, 
Ed a cui pighiu poi mi portu in eoddu... 
Vogghiu su muccaturi chi vi pendi. 
Signura Lindina tiniti sta punta 
E vui Signura Nania chist' autra, 
Tiniti bedda forti nun vi scappa 
Attaccatimi l'occhi chi nun vija, 
E poi a cui pigghiu m' ha purtari in coddu. 

Jamu a lu chianu 

Purtatimi prima a cavu cavuseddu; 

Nò nò, eh' è nautru iocu ehissu ddocu,.. 

Non chiù pareli vinemu a li fatti, 

Diciti ora cu mia l'Orazzioni. 

« Orvu Cimineddu, ed undi vai, » 

« Vaiu a finocchi, ma non ci ndi axai. ' » 

« Veni a la mandra mia, ca ci nd' è assai. » 

Ora sputati in terra, e jitivindi, 

Viditi chi m' haviti di pUrtari 

A cavaddu a frenu, poi si ieu vi pighiu. 

* Ci vuoi tu venire a raccoglier finocchi ? Ti do il pane, il vino 
ed un coltello. 

* Adesso lo dico (vi accuso) a vostro compare. 
' Vado a finocchi, ma non ce ne trovai. 



ALL' ORVU-CIMINEDDU 1 93 

Come si vede , il dialogo è più breve e lo stesso 
dell'attuale di Palermo solo nel primo verso e di Ra- 
gusa nei primi due; e v'è di rito lo sputo in terra del 
bendato , che meno frequentemente e forse meglio si 
chiama Orvu giuvineddu, 

È uno de* giuochi cennati nel sec. passato dal Pa- 
squalino, Voc. sic. III, 373. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Napoli giocasi a Gatta cecata (Vedi Sbrio, Lo VernaC" 

Ohio, p. 43). In Benevento è detto Atta cecata (Corazzini, 

p. 102) ed il paziente fa con chi 1' ha bendato il seguente 

dialogo : 

— Atta cecata, 

— Addò si* stata! 

— A lu mercato 

— Oh* à accattato? 

— Na pezza e caso. 

— A chi r ha' data? 

— A mamma e tata. 

— E a me? 

— Nu cuorno. 

— E votef attuorno (a ritornello), 

A gatta cieca è detto parimenti in Roma; in Toscana A 
mosca ceca (Pauli, Modi di dire tose. p. 317) , ed i versi 
sono questi (Dalmedico, Un libro per le mammine, p. 46, 
e BoBRio, p. 818): 

— Che sei venuto a fare in piazza ? 

— A beccar V aglio 

— Oh, beccati cotesto ! 

e si batte leggermente una spalla al bendato. 

Nelle Marche dicesi Mosca cieca (Gianandrea, -n.- 13), e i 
versi son differenti. In Bologna Far al agócia e punta (Co- 

G. PiTRs.— 6riM0c/it fonciuliescht 13 



194 GIUOCHI 

ronbdi-Berti, 1, 29); in Mirandola Far da urbighin (Mbschie- 
Ri, 82); in Parma A la gatorba (Malaspina); in Piemonte 
A catòrba; in Brescia A orbizi, A ormizi, A usamarij A 
terebol, A signù; in Venezia A maria orba, e i versi sono 
diversi in Dalmedico, p. 46, Bernoni, n. 49, e Boerio, 818, 
che lo dice anche A mariorbola. Secondo Dalmedico: 

— Maria-orba, cosa' aveu perso ? 
—Un anelo e una zavata. 

— Ande a cercarli, muso da mata. 

Secondo Boerio : 

— Maria-orba, coss'astu pèrso? ^ 

— Un anelo d' oro. 

— In dove? 

— In rio torà. 

— Vien da mi, che T ò catà. 

Una lunga descrizione della Gatta cieca romana nelle sere 
di estate, come divertimento non solo di fanciulli ma an- 
che di adulti, diede il Bresciani neir Edmondo o dei co- 
stumi del popolo romano, cap. XIX, con varianti che lo 
avvicinano molto al nostro giuoco detto : 

101. A lu Citrolu. 

Piantato ritto per terra un cedriuolo , si benda un 
fanciullo od altri , a cui ciò sia toccato in sorte , 
e gli si dà una lunga mazza in mano , con la quale 
egli , andando tentoni, tocchi ed abbatta il cedriuolo 
stesso. Il bendato, infatti, si mette air opera avvian- 
dosi colà ov'egli crede di trovarlo, seguito frattanto 
da' compagni che gli fan corona ad una certa distanza 
per evitare le bastonate da orbo che gli potrebbe dar 
loro nel; roteare che fa a destra ed a sinistra la mazza. 



A 'ntuppatieddu 195 

Quando egli riesce ad abbattere il cedrinolo è sben- 
dato, e vince o il cedrinolo stesso o il premio asse- 
gnato al .vincitore. 

102. A 'Ntuppatieddu. 

Un ragazzo (o una ragazza) viene bendato , e tutti 
gli altri giocatori si mettono attorno a rorròj cioè a 
ruota, tenendosi con mano e girando con profondo si- 
lenzio. Il bendato batte i piedi e intima cosi agli altri 
di fermarsi, e con un bastone che ha in mano leg- 
germente esamina i contorni, la statura, i vestimenti 
di qualcuno : e quando se n' è fatta un' idea grida : 
Ctcccurìiccù , semplicemente uh! ed aspetta che il 
toccato risponda : ciu^cut^iccu o uh con voce contraf- 
fatta. Se sa indovinare il nome, si sbenda , ed è so- 
stituito dal giocatore riconosciuto. 

In Castronuovo, Polizziecc, si dice Lujocu di lascu- 
pitta, perchè il bendato tocca uno de' giocatoli solo 
con una spazzola che tiene in mano, e se non indovina 
cui egli tocca prosegue a star sotto. 

Variante di questo giuoco raccolto in Ragusa Infe- 
riore è il seguente e l'altro appresso : 

103. A Muntagna-marina. 

In questo giuoco, quasi esclusivamente catanese, si 
prendono tre punti fissi: a settentrione il mare {la ma- 
rina) , a mezzogiorno il monte Etna {la muntagna); 
e tra l'uno e l'altro un muro, una facciata, un sito, 
nel quale venga indicato un oggetto qualunque. 



196 GIUOCHI 

Tre fanciulli si contano: e, secondo Tordine del sor- 
teggio, si bendano successivamente. Il primo bendato 
gira rapidamente intorno a se stesso ; fermasi a un 
cenno di uno, e sbendato deYe dire li per li che cosa 
si trovi innanzi agli occhi: il monte Etna, il mare o 
l'oggetto che è stato precedentemente fissato. Il giro 
vorticoso del giocatore non gli fa in quel primo i- 
stante discernere ciò che abbia d'innanzi, e quindi Tab- 
errazione è facile. Ripetuto lo stesso giuoco per gli al- 
tri due, vince la partita colui che fra' tre si sarà ap- 
posto. 

104. Air Occhi di cucca. 

Molti ragazzi si prendono per mano e fanno il giro 
tondo. Chi sta nel mezzo bendato stende le mani ed 
acchiappa uno di loro, cui deve riconoscere al tatto. I 
giocatori per non farsi riconoscere si scambiano gli 
abiti e si coprono anche con una pezzuola la testa, e 
e si alzano e si abbassano e fanno mille movimenti 
per ingannare il bendato. Chi è riconosciuto va sotto 
invece deìVappuzzatu. 

Il titolo di questo giuoco è preso, senza dubbio, dalla 
proprietà della civetta {cucca) di vedere tra le tenebre. 

Versione raccolta in Mazzara. 

VARIANTI E RISCONTRI 

A questo gruppo di giuochi, uno in fondo, corrisponde 
questo fiorentino: 

Si colloca una bambina bendata nel mezzo, e deve trovare 
la compagna che le ha messo un oggetto in capo: 



A LI SURCI 197 

— Inginocchiati, Sandruccia, 
Violetta viola. 

•—Addormentati, Sandruccia, 
Violetta viola. 

— Io sono inginocchiata. 

— Trova la tua compagna: 
Violetta viola. (Ined.) 

105. A li Surci. 

I mastri son due, e ciascuno ha i suoi compagni : 
una partita topi, un' altra gatti ; questi van sotto. I 
topi si fanno una coda con cenci [stródduli), che legano 
alla cintura o alle bertelle. Alcune code sono impia- 
stricciate con creta molle o fanghiglia ecc. inganno 
che non da tutti i gatti si sa. Costoro, bendati, vanno 
in cerca de' topi, e non possono ghermirli se non per 
le code. I topi si lasciano facilmente cogliere ; ma i 
gatti ne rimangono imbrattati, e se ne vendicheranno 
alla prima occasione. 

Gatti e topi son designati dalla sorte che gettano 
i due mastri. 

Si fa in Cianciana, dove il giuoco è stato raccolto. 

106. A li Lavannari. 

Si gioca in otto senza mastro, e contatisi si dividono 
in due schiere: quattro che fanno da lavandaie {la- 
vannari), e quattro che danno loro roba da lavare. 
I facienti da lavandaie vengono bendati e condotti in 
luogo discosto; gli altri preparano ciascuno un mon- 
ticello di terra, in mezzo al quale nascondono qual- 



198 GIUOCHI 

che volta fango, Amo od altra immondizia; e sono i 
flardelli pel bucato. Ricliiamati e condotti sul posto, 
quelli che fan da lavandaie si acchinano ciascuno sul 
proprio fardello , cioè sur un mucchio di terra ; e vi 
metton le mani come per ammollarli, finché accorgen- 
dosi del loro contenuto tolgon via le bende, e le attac- 
cano a' compagni. 
È giuoco solo da maschi. 

107. A Cumpagnu, guardati sta bottai 

Come corre in Mazzara il giuoco è questo : 

Due si bendano in modo che non possano vedere, e 
posti dapprima a distanza, Tuno va battendo, e l'altro 
stringe in mano uno zimbello, nel quale talvolta si na- 
sconde qualche pietruzza. Mentre quello girando in una 
stanza batte i ciottoli, questo lo insegue, e quando al 
suono crede di essergli vicino , dice : cumpagnu^ 
guardati sta botta; e cerca di colpirlo col suo zim- 
bello. L' altro si guarda curvandosi , allontanandosi 
dal luogo dove si trova; e quando il colpo non va in 
fallo, Fune consegna i ciottoli, e Taltro piglia il faz- 
zoletto, ed il divertimento continua. 

Qualche volta il giuoco si fa cosi: 

Posta in mezzo d* una stanza una cesta capovolta , 
due ragazzi bendati vi appoggiano ai due lati opposti 
la sinistra, e con le ginocchia a terra, girano V uno 
dietro l'altro appoggiando a terra la destra. Ciascuno 
di loro tiene in mano un laccio, a un capo del quale 
è legato un sacchetto, largo un paio di spanne circa. 



A LU RIMAZZUNI 199 

6 lungo poco più, pieno di paglia, in cui talvolta è na- 
scosto un sassolino. Di quando in quando V uno gri- 
da e l'altro risponde: 

— Oh cumgagnu I 

— Ohi 

— Guardati sta botta ! 

E in Calataflmi: 

— Oh Mircuriu I 
• — Oh ! 

— Guardati stu furiu ! 

Ciò dicendo, Tuno cerca di colpire il compagno col 
suo sacchetto, e l'altro si guarda se gli riesce. Cosi 
i colpi si alternano, ed il giuoco continua, finché non 
si sieno stancati e del percuotersi e del trascinarsi 
colle ginocchia per terra. 

In Calataflmi si fa col nome di Mircuriu. 

108. A lu Rimazzuni. 

Si fa al tocco, e chi sorte viene bendato e l'iceve 
in mano il solito zimbello detto qui Rimazzuni, che 
dà nome al giuoco. Egli con questo deve colpire i 
giocatori che gli ruzzano intorno, e quando ne gher- 
misce uno, questi va sotto in vece sua. 

Nel Joct4 di luporcu di Marsala, il bendato al primo 
che afferra dice: Cu' é ? E quello risponde imitando 
il grugnito del maiale. 



200 GIUOCHI 

109. A Tàtara e tafanini. 

Un numero non piccolo di fanciulli fanno ruota senza 
però prendersi per mano. Uno di loro, su cui nel conto 
sia caduta la sorte, bendato, viene messo nel mezzo. 

I compagni, in giro, uno dopo Taltro, lo vengono toc- 
cando e pizzicando nelle varie parti del corpo. D pe- 
nultimo gli pizzica il sedere, e gli dice Tafara; l'ul- 
timo gli dà un manrovescio e aggiunge: Tafaruni! 

II bendato deve indovinare chi sia stato quest'ultimo, 
il quale, alla sua volta, verrà bendato per la seguente 
partita. 

110. A Cumpagnu, su' firutu ! 

Due ragazzi o ragazze si sdraiano bocconi per terra 
testa con testa e si coprono fino al capo per non ve- 
dere né esser veduti; chi li aiuta ed assiste si chiama 
la mamma. Gli altri giocatori, in piedi, battono uno 
alla volta i due coperti. Chi è battuto dice al com- 
pagno: Cumpà\ mi fireru; ed il compagno: Cu' fui 
Se quello si appone nominando chi lo colpi, esce fuori 
della copertura e prende il posto delFaltro, che perciò 
va sotto. 

È questo un giuoco specialmente contadinesco e vi 
si divertono anche i giovani e gli adulti. 

Talvolta i due che vanno sotto si coprono con la 
schiavina, e da essa il giuoco è detto A la (raz- 
zata. 



A TIRRICHL TIRRICHI 201 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nel Vernacchio napoletano, cap. V, p. 43, si cita tra 
« l'altre pazzie » quella del « Compagno mio feruto sotto. » 
Sarebbe questo il nostro giuoco? 

111. A Tirrichi tirriohi. 

In Calatafimi A lu piriddu. 

Vari ragazzi si contano e chi va sotto mette i gi- 
nocchi a terra e la testa sulle gambe del mastro, che 
stando seduto gli tura gli occhi con le mani. 1 gio- 
catori si schierano in linea retta alquanti passi dietro 
di lui. A un cenno del mastro uno si avanza adagio 
adagio , dà un pizzicotto air appuzzatu , e torna in 
punta di piedi al suo posto. 

Il mastro dice al paziente : Va cerca lu piriddu. 
Allora i giocatori tutti insieme movendo rapidamente 
in istretti giri le braccia Tun suir altro canterellano 
con la medesima rapidità e molte volte : 

Tirrichi tirrichi chi nun fu' jeu: 
Fu lu cani di Don Matteu. 

Il mastro intanto fa il seguente dialogo con Vappuz- 
zatu : 

Mastro, Cui V ammazzau? 

App. La spata. 

Mastro. Cu' ti flriu? 

App. V augghia. 

Mastro. Cerca chiddu chi ti 'mpidugghia. 

Ed il paziente va dai compagni, e preso addosso quello 



202 GIUOCHI 



dal quale sospetta essere stato pizzicato, lo porta al ma- 
stro perchè lo metta sotto. Se indovina, va bene; se no, 
tra loro due (mastro e sotto) si fa quest'altro dialogo: 

— A cu* (Chi) porti ? 

— A Turiddu. 

— Va làssalu, chi nun è iddu; 

e il portatore deve restituirlo al suo posto, e caricare 
un altro, col quale ripete il dialogo; se avrà indovi- 
nato, il mastro conchiude : 

Portalu eh è iddu. 

Si fa specialmente in Mazzara , ed ha strettissimo 
riscontro col seguente A sdirrubba muntagna. 

In quel di Casteltermini giocasi col titolo A lu li- 
gnamu. 

Si fa al tocco, e chi sorte viene bendato ed obbli- 
gato a nascondere il viso tra le gambe del mastro; gli 
altri a poca distanza appoggiano la testa al muro come 
per non veder nulla. Chi è chiamato dal mastro va a 
batter la spalla a chi è sotto, e torna al suo posto. 
Allora il bendato è fatto alzare per indovinare chi l'ha 
battuto; egli si pronunzia saltando addosso ad uno dei 
giocatori e facendosi portare innanzi il mastro, col 
quale tiene questo dialogo: 

Mastro, D'unni vieni? 
Sotto. Di lu Mulinazzu * 
Mastro, Chi purtasti? 
Sotto. Farinazzu. 

^ Mulinazzu è un mulino in quella parte del territorio di S. Ste- 
fano-Quisquina che confina col territorio castelterminese, dove quei di 
Casteltermini vanno qualche volta a molire i grani. 



A SDIRRUBBA-MUNTAGNI 203 

Se egli non s'è apposto, il mastro ripiglia: 

Va lassalu, cà. nun ò iddu ; 

ed allora torna a cavalcarne un altro , facendo lo 
stesso dialogo, finché non si apponga; nel qual caso 
il cavalcato va sotto. 

In Palermo si gioca cosi : 

Si fa in molti ; uno è acclamato mastro ; un altro, 
col conto delle dita, va sotto, nascondendo il viso tra 
le gambe del mastro. Costui tenendogli turati gli occhi 
fa cenno ad uno de' giocatori che venga a dare sul 
di dietro un colpo al paziente , e torni subito al suo 
posto. Come in tutto questo gruppo di giuochi, il pa- 
ziente, libero di vedere, guarda i compagni tutti messi 
in fila di fronte a lui, e dee indovinare chi Tha per- 
cosso : e, appostosi, prenderne il luogo lasciandogli il 
suo. 

Il giuoco si dice A Ze"i?angWi, perchè i colpi che si dan- 
no nel sedere son detti i?an^Wa^^; e nella parlata furbesca 
palermitana davi li panelli vale picchiare, battere. 

112. A Sdirrubba-muntagni. 

Una variante palermitana è intitolata A cudduredda 
'un fu' io. 

Si fa al tocco, e chi è sorteggiato va a nascondere 
il viso tra le gambe del mastro seduto, che gli tura 
gli occhi. 

Da quattro a sei altri giocatori stanno in linea dietro 
di lui ; colui al quale il mastro fa cenno si avvicina 
e gli dà sul dosso un pugno e torna al suo posto prò- 



204 GIUOCHI 

curando di non farsi conoscere. L' « appuzzato », che in 
questo tempo ha tenuto una mano di dietro , sul se- 
dere, si rizza e vòlto a' compagni dee indovinare chi 
r ha picchiato, i quali intanto girando intorno le mani 
ripetono di continuo senza stancarsi finché egli non 
indichi uno di loro : 

Cudduredda 'un fu* io, 
Cudduredda 'un fu' io. 

Se quello indovina, va sotto chi lo picchiò; se no, 
dee rivoltarsi e riprendere la prima posizione; il ma- 
stro richiama uno a suo piacere; e questi gli chiede : 
Su' mastru, comu cci Vhé dari? intendendo dire: Come 
devo io picchiarlo ? Le picchiate hanno vari titoli, se- 
condo il grado : 1° A scàrrica-muntagni , che è il 
montare a cavallo, dare un forte scossone col sedere, 
come di grave macigno che piomhi sul dosso, ovvero 
una violenta sparata di calci ; 2^ A scarrica-ferru, 
colpi dati con le palme unite; 3*" A scarrica-azzòm, 
forte manata; 4° A scàrrica-ligna, colpo più leggiero 
come un bastone che cada ; e cosi di seguito fino a 
Pugna a carta-palina, leggierissimo movimento come 
di carta velina che si spieghi sulla schiena. In ragione 
di questa gradazione il mastro ordina i colpi da dare. 
Il sotto si rialza, e torna a indovinare; e tanto torna 
a mettersi sotto e a ricever colpi fino a che non si 
apponga nel dire chi V ha percosso. Allora quello va 
sotto. 

Come si vede , questo giuoco ritrae dallo Scinni 
scinni rinninedda che segue. 



J 



A SCINNI SCINNI, RINNINEDDA ! 205 

113. A Scinni scinni, rinnineddal 

In Messina A cwnpagnu cumpagnu^ cu' ddi filiu ? 
(compagno, chi ti feri?) in Licata A fava linticchia. 

Vari giocatori, che non sieno meno di otto, e sem- 
pre di numero pari, si contano : ed uno si fa i com- 
pagni, metà del numero di tutti, dando a ciascuno un 
nome convenzionale : Vascellu d* oru, Acula d* oru, 
Palumma, Carrozza , Liuni , Cardiddu , non man- 
cando mai Rinninedda^ ed in Cianciana Cannolu di 
fumu. 

Gli altri quattro o sei vanno sotto [appùzzanu) cur- 
vandosi e poggiando le mani al muro e sulle mani la 
fronte, e conservando tra loro la distanza di un'aperta 
di braccia. Uno prepara due ciottoli : uno grande ed 
uno piccolo, e li colloca un passo dietro i cavalli. Ad 
un cenno del capo i cavalieri saltano addosso a' ca- 
valli turando loro gli occhi, e guardando tutti il capo- 
giuoco; il quale assicuratosi che nessuno de' sottostanti 
veda, canterella : 

Scinni scinni, Rinnineddal 
Va' sona 'a campanedda, 
Finocchiu di muntagna, 
Finocchiu à banna, 
Scinni scinni, Vascellu d^orul 

Vascellu d'oru, a cui il mastro fa cenno, scende e 
va a « sonar la campanella », cioè a battere i due ciot- 
toli, il piccolo con il grande, e torns^ a cavalcare. Da 
capo canterella il mastro: 



206 GIUOCHI 

L'occhi a la muntala, 

Vutàtivi tutti di ccà a sta banna ! 

(ovvero come a Siracusa : 

Tutti a testa a ddabbanna !) 

Tutti scavalcano, e messisi in piedi, di fronte ai com- 
pagni già rizzati e voltati, girano intorno al petto con 
moto alterno le mani, e dicono celermente : 

Cudduredda 'un fu' io I 
Cudduredda 'un fu' io I 

(In Catania: 

Curriculedda, cà non fu' iu). 

E tanto ripetono, atto e parole , che uno de' cavalli 
non indovini chi sia sceso a battere i ciottoli : cosa 
ben difScile, perchè i cavalieri nello scendere si scam- 
biano i posti, e chi era al primo si va a mettere, p. e., 
al terzo, ed il secondo al primo, ed il quarto al terzo. 
Se si appone, egli ed i suoi compagni diventano ca- 
valieri; se no, tutti tornano ad andar sotto. 

Nella prima metà del sec. XVIII questo giuoco fu 
raccolto sotto il titolo di Barrababau; ed il mastro 
avea questa formola generale : 

Scinni scinni rinninedda, 

Ch' 'un ti senta lu barrababau. 

(M, Pasqualino, Voc. sic, I, 186, sopra una nota di 
suo padre Francesco Pasqualino). 
In Modica il mastro ordina : 

Scinni scinni, Rinninedda, 
Aràsciu vai, aràsciu veni 
(o Non ci vai, non ci veni) 



A SCINNI SCINNI, RINNINEDDA ! 207 

'Un ti scantari d' 'u sprivieri; 
Scinni scinni, Acula r^oru. 

n Avola un po' corrottamente : 

Scinni scinni, Rinninedda, 
'Rancia va, 'ranciu veni, 
'N ti scantari di lu varveri; 
Scinni, campanedda d^oru, 
Appizza un pizzuluni e fuj. 

In Noto lo sparviere è sostituito dal lupo: 

Scinni scinni, Carrozza r* oru, 
Aciddu aciddu, cà *u lupu ti senti. 

In Casteltermini : 

Scinni scinni, Rinninedda, 
Cà ti senti lu barbanti, 
Scinni Ciancianedda d^oru; 

ed il giocatore, che prende uno de' nomi suddetti di 
acula d' oru, o campanedda d* oru^ carrozza d'oru, 
ciancianedda d' orw od altro , scavalca e va a dare 
un pizzicotto (sic. pizzicuni, not. pizzuluni) — e in Ca- 
steltermini a battere con la sua la mano del fanciullo 
bendato, — nel sedere del cavallo del mastro, il quale 
in quel punto gli introna le orecchie con un iurturtu 
continuato per non fargli conoscere al rumore dei passi 
donde venga e chi sia chi lo pizzicotta. Compiuta 
l'operazione e messi tutti in piedi, il fanciullo che è 
stato nel mezzo, come cavallo del mastro, deve indo- 
vinare chi de' cavalieri V ha pizzicotattato; e indovi- 
natolo cangia ufficio col suo contrario. 
Tra' fanciulli mazzaresi il mastro canterella : 



208 GIUOCHI 

Scinni scinni, Rinnineddra, 
Chi ti senti lu papà I 
Scinni scinni, Campaneddra d* ora! 
Adaciu lu caminari, 
E forti lu pizzicari! 

In Modica, il mastro che ha cavalcato l'asino di mezzo, 
gli urla alle orecchie per intronarlo: 

E trummi e trummi e trummi, 
Funtanuna cu li bummi! 
Funtanuna all'acqua nova, 
Ppi lu sceccu ri màsciu Nicola. 

Indi riprende fiato, e seguita ad urlare : 

VasceUu r^ ora sulu sulu, 
Veni a pizzica lu culu; 
E trummi e trummi e trummi, 
Funtanuna ccu li bummi! 

VasceUu d'oru scende dal suo asino, e camminando 
in punta di piedi dà un pizzicotto al mal arrivato asino, 
e indi cavalca con cautela sul suo. Allora si domanda 
all'asino pizzicato : 

Sceccu ri mazzarruni, • 

Cu' t' ha datu ssu pizzuluni? 

L'asino interpellato risponde essere stato il compa- 
gno di dritta o di manca. Se indovina, l'asino diventa 
cavalcante; se non indovina, si soggetta nuovamente 
alla stessa storia degli occhi chiusi e del rintrona- 
mento all'orecchio : 

* Predio del Medicano. 



A SCINNI E GRAVACCA 209 

E tummi, tammi e tummi, 
Funtanuna ccu li bummi : 
Funtanuna all'acqua nova 
Ppi lu sceccu ri màssciu Nicola. 

Carruzzedda battaggina 
Sopra Tova mi camina: 
E tummi e tummi e tummi, 
Ga lu sceccu fa li bummi. 

E carruzzedda scende anch' egli dal suo asino, e dà 
una manata sulle natiche del paziente : 

Sciccazza r' 'a Funtanazza, * 
Cu* ti resi ssa buffazza ? * 

L'asino che non potè indovinare la prima volta, è ne- 
cessita che indovini alla seconda, e allora le parti si 
invertono, e i cavalcanti si trasformano in asini. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Una variante veneziana dal giuoco è in Bernoni, n. 84: 
Le cavale orbe. Un po' simile è il 65: / cavali. La cavai- 
lina del Monferrato (Ferraro, 28) ha pure qualche simi- 
glianza. 

114. A Scinni e gravacca. 

Uno chiude nel pugno quattro bruscoli o fili di pa- 
glia : due più lunghi e due più corti, e mostrandone 
i capi superiori pari pari , ne fa scegliere uno per 
uno a' quattro che prendono parte a questo giuoco ; 

* Predio del Medicano. 

' Asinaccio della Funtanazza, chi ti diede questo manritto (che io 
ti do ora) ? 

O. Pitrì. — Giuochi fanciulleschi 14 



210 GIUOCHI 

e allora i due eui toccarono in sorte i fili più corti 
devono farla da giumenti: uno curvato , tenendo le 
mani puntate al muro, l'altro con la testa puntata sulle 
natiche di quello; e gli altri due devono cavalcarli e 
chiedere: Chi dici 'a vacca ì e finché non abbiano in 
risposta: Scinni e gravax^ca^ non possono muoversi. 
Se perdono 1' equilibrio, e non si reggono a cavallo, 
tocca a loro a star sotto senza bisogno di scarpa. 

Talora il giuoco si fa tra sei: tre asini e tre asinai. 
Gli asini che hanno speranza di trarsi il peso d'addosso 
rispondono: Stata ! e in questo caso, non c'è rimedio: 
gli asinai devono star li piantati come chiodi. Qualora 
però gli asini bramino riposarsi un momento, alla do- 
manda: Chi dici ecc. rispondono: Scinni ecc. e allora 
gli asinai scendono, corrono, e poi di nuovo a cavallo. 

Usato specialmente nel Ragusano e nel Medicano. 

115. A Salari. 

Vari giocatori si dividono in due gruppi eguali, rap- 
presentati ciascuno da un capo. Uno de' due capi 
chiude in un pugno dei sassolini, lasciando che Taltro 
indovini in quale de' due pugni sieno essi. Se si ap- 
pone, egli ed i compagni suoi vanno a cavalluccio de- 
gli altri dell'altra parte, guardandosi dal toccare coi 
piedi in terra se non vuole andar sotto lui e i suoi 
compagni. Se non si appone, vanno sopra gli altri. 

La prova dei pugni chiusi è nel giuoco n. 22 A ta- 
vtUa^vecchia ecc. 



A SETAMMURU 211 

116. A Setammùru. 

Due ragazzi fanno a pari e caffo , e chi ^ perde va 
sotto curvandosi in avanti e poggiando il capo al muro 
sopra un gradino; l'altro correndo da lontano salta 
sul compagno cavalcandolo e restandovi sopra tutto 
il tempo in cui conterà, secondo i patti, 100, ovvero 
200. Se cade saltando, o non cavalca bene, o sbaglia 
contando, immediatamente va sotto. 

Setarnrnuru^ composto forse da séti o sèjti a muru 
(siediti al muro). 

117. A Tintipintl. 

Due ragazzi fanno a pari e caffo, e chi perde, cur- 
vato in avanti poggia la testa al muro, mentre V al- 
tro gli salta sulla schiena e ripete tutta questa fila- 
strocca: 

E tintirinti ! 
Setti flmmini un tari. 

Un tari è troppu pocu: 
Setti flmmini un varcòcu. 

Lu varcòcu è troppu duci: 
Setti flmmini 'na nuci. 

E la nuci è troppu ardenti: 
Setti flmmini p' un sirpenti. 

Lu sirpenti è fattu d'oru: 
. Setti flmmini p' un cannòlu. 

Lu cannòlu è di canna: 
Setti flmmini *na manna. 

E la manna è di linu: 
Setti flmmini un carrinu. 



212 GIUOCHI 

Lu carrinu è d'azzaru: 
Setti fimmini un calamaru. 

Lu calamaru si vo' maritari: 
£ si pigghìa 'a capitanala. 

Capitanala, capitanaledda: 
Gei nn'è russa, bianca e bedda. 

Vinni 'u tiempu di Manzedda *: 
Coi livau la cignitedda. 

Finita la quale filastrocca conta da uno a cento, e 
passa sotto a prendere il posto del paziente* 

Cosi in Polìzzi-Generosa; ma altrove il canto corre 
a solo, ed ha varianti in Palermo (Piim:, Canti pop., 
n. 773) , in Aci {Raccolta amplissima , n. 2309 e al- 
trove). 

VARIANTI E RISCONTRI 

Si ravvicini al giuoco veneziano El cortelin dei omeni, 
n. 87 del Bsrnoni. 

118. A Scàrrica-canali. 

(Con tavola) 

Ha pure il titolo A scàrrica lu bottu (Palermo); A 
quattru cicireddu scàrrica la nova (Prizzi); A cici- 
reddu (Cianciana ed Alessandria della Rocca) ; A la 
campana (Siracusa , Macaluso-Storaci , Nomencla- 
tura)^ e si fa nel seguente modo: 

Quattro, sei ragazzi fanno due volte al conto, oltre 
del mastro: e i due su' quali cade il numero vanno 
sotto, poggiando la testa il primo sulle ginocchia del 

* Nome d'uno che fu già di Polizzi Generosa. 



A SCÀRRIOA-CANALI 213 

eapo-giuoeo, che sta seduto, il secondo sul dos&o del 
primo. Indi i due o quattro giocatori ohe devono andar 
sopra, saltano: il primo e più agile e vigoroso addosso 
al primo, spiccando un gran salto che noi faccia ri- 
manere sul secondo, il secondo dietro a lui con un 
altro saito; e, se ne viene un terzo o un quarto, uno 
dietro Taltro. Quando cavalli e cavalieri sono al loro 
posto, uno di essi, il primo cavaliere, dice : 

Quattru e quattru otto, 
Scàrrica lu botta; 
(o La vacca è *ntra Tortu; Erice) 
Aceddu cu l'ali, 
Scàrrica canali; 
Aceddu cu li pinni, 
Scàrrica e vattinni. 

Ovvero come in Taormina: 

Quattru e quattru otta 
Scàrrica lu bottu, 
Calàna calàna 
Ca scinnèmu. 

Ovvero come in Messina: 

Quattru e quattr'òttuli, 

Paddi e li bòttuli; 

Ciciri e favi, 

Scàrrica-canali; 

Buddicu buddicu, 

Dumani t* 'u dicu. 
Dette queste parole scendono e tornano a saltare nel 
medesimo modo. Lo scendere, il cadere, il toccar terra 
col piede prima che sieno state esattamente dette le 
parole son falli che mutano in cavallo il cavaliere. 



214 GIUOCHI 

In Alessandria della Rocca un fanciullo che prende 
il nome di miumazzu (piumaccio , guanciale) , si ap- 
poggia al muro, chinandosi un poco ; un secondo si 
china e sta appoggiato a lui ; un terzo fa lo stesso 
col secondo , un quarto col terzo , in guisa che for- 
mano tutti e quattro il solito ponte. Gli altri fanciulli 
faimo il solito salto, il primo sul primo , il secondo 
sul secondo , il terzo sul terzo , il quarto sul quarto 
dicendo ciascuno: 

Unu, e cicireddu, 
Scarricamu lu beddu vasceddu. 
Ch'è duci, e ch'è beddu 
Lu figliu d' 'u zu Viteddu ! 
Passa nèula. 

E saltando in questo punto preciso, il secondo dice: 
Dui e cicireddu; il terzo Tri e cicireddu ecc. Chi non 
salta bene, o tocca il petto de' saltati , scende a far 
da ponte. 

In Frizzi il primo cavaliere che «alta dice: Quattru 
cicireddu scàrrica la nova; il secondo: Tri cicireddu; 
il terzo: Dui cicireddu; il quarto: Primu cicireddu; 
e quando tutti sono a cavallo: Cicirèy cicirè, cicirèy 
cicirè. 

In Cianciana, il più destro de' cavalieri, dopo presa 
la ryicorsa e cavalcato, dice: Unu, dui, tri, quattrUf 
cincu e cicireddu. Si rinnova il giuoco, e dice: Unu, 
dui, tri, quattru, cincu, sei, setti, ottu, novi, deci e 
cicireddu; e cosi aggiungendo cinque numeri volta per 
volta fino a' 50 e finendo sempre col cicireddu. Se il 
conto non si fa tutto d'un fiato, o si sbaglia, ecc. si 
va sotto a prendere il posto del cavallo. 



A SAN GIUSEPPI 215 

Nella nostra tavola è il capo-giuoco seduto (n. 1); 
tre che fanno da cavalli (nn. 2-2-2); tre altri che fanno 
da cavalieri, de' quali i primi due hanno già montato 
(nn. 3-3) ed il terzo in atto di montare (n. 4). Un solo 
(n. 5) fa da spettatore. 

VARIANTI E RISCONTRI 

II Serio, Lo Vernacchio, p. 43, nota che i fanciuUi na- 
poletani « si jocano a scarreca varrile, o a timme tamme 
tomme, cantano 

Pirpiribotta, 
Scarreca la votta, 
Piripiribino 
Scarreca lo vino. » 

119. A S. Giuseppi. 

In Cianciana A tu cavallittu. 

I mastri son due, e fanno a pari e caffo. Chi perde 
va sotto a far da cavallo ; uno della sua parte in- 
trecciando le mani forma la staffa ; gli altri, deir al- 
tra parte, cavalcano mettendo uno per volta il piede 
sulla staffa, e scavalcano dal lato opposto. Tra* cava- 
lieri qualcuno s' imbratta di creta , fango o altro la 
suola della scarpa, e ne fa regalo al condannato a for- 
mar la staffa. Cosi il giuoco finisce in una grassa risata. 

Si fa molto in Casteltermini e Cianciana. 

120. La Vara di S. Caloiru. 

In Mazzara A V animulu. 

Vari ragazzi piuttosto robusti , poggiandosi e pun- 



216 GIUOCHI 

tellandosi V uno con V altro in giro, si inginocchiano 
per far salire sopra di loro altri che, appoggiando un 
piede sull'omero dell' uno e un piede suir omei^o del- 
l' altro, facciano tutti insieme una specie di cerchio 
piramidale. Quando questi si sono acconciati e quelli 
si sono rizzati, la bara procede innanzi in mezzo agli 
applausi di altri fanciulli. Allora canta il 

Coro di sopra: 
E Yuàutri ca siti di sutta, 
Stativi attenti non ni jittati, 
Si cademu ni struppiamu 
E si mèntinu 'i vastunati. 

Risponde il 

Coro di sotto: 
E Yuàutri ca siti di supra, 
Stati attenti e non caditi, 
Si caditi 'na botta faciti, 
Sabatu a ssira e duminica no. 

Quando la macchina vacilla e si scompone con la pre- 
cipitosa caduta de' fanciulli di sopra, si ricomincia il 
giuoco convertendo le parti. 

I due cori sono come corrono in Roccella. In Maz- 
zara cosi canta il 

Coro di sotto: 
A vuàutri chi siti supra. 
Stati attenti e nun caditi; 
Si caditi, una botta f aciti: 
Santu Dia ! Santu Diu ! 

Coro di sopra: 
A vuàutri chi siti sutta, 
Stati fermi e mantiniti; 



LA VARA PI S. CALOIRU 217 

Si caditi una botta faciti : 
Santu Diu ! santu Dia 1 

li giuoco, come è facile vedere, è pericoloso , e si 
usa tra ragazzi audaci. In Palermo si fa sempre nella 
stagione estiva a' bagni di mare: e dopo qualche passo 
i giocatori si lascian le braccia per rompere il cerchio 
e cosi attutarsi tutti nell'acqua. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Napoli il giuoco è detto Le Piramidi , e i versi soU; 
questi : 

Coro di sotto : 
guagliune che state da coppa 
Stateve attiente a nun cade. 
Coro di sopra : 
guagliune che state da sotto 
Stateve forte a mantenè. 

Tutti: 
Pizzica ccà, p'zzica là, 
Pe ttutta Caserta avimm* a passa. 

BiDERi, Passeggiata per Napoli, p. 49, riprodotto anche 
dal De Bourcard, I, 302. Secondo Casetti e Imbriani (v. II, 
p. 368), il giuoco è più popolarmente detto Pizzicando, e 
i versi sono : 

Belli guagliune ca state de sotto, 
Teniteve astrinte e nun ve lassate ! 
Pizzica ccà. 
Pizzica Uà, 
Sotto Caserta Nicola nce sta 
Sotto Caserta vulimmo passa? 

Vedi anche Molinaro, p. 20, n. 6. 



21S GIUOCHI 

121. A Quartucciu. 

{Con tavola) 

In Catania A sautampizzu; altrove A salari a punta 
d' H Mita, 

Chiamasi quartucciu l'altezza d'un piede o d'una mano 
aperta dalla punta del mignolo a quella del pollice; e 
chiamasi menzu quartucciu il pugno chiuso sormon- 
tato dal pollice teso in alto. 

Vari fanciulli si contano due volte; e coloro sui quali 
cadono i due numeri del conto siedono a terra uno 
di fronte all'altro colle gambe aperte. Gli altri rimasti 
in piedi si mettono in fila a far quello che ordina il 
capo. — Un quartucciu ! dice il capo; ed in quello che 
s'avanza per passare seguito dai compagni , uno dei 
due seduti pianta un piede ritto a segnare l'altezza della 
misura del quartucciu. Indi dall'altro lato il mastro or- 
dina e indica con le mani: — Un quartucciu e menzu! 
ed uno de' due seduti posa sul piede il pugno, come 
sopra. — IM quartixcia ! e quello tira la mano e il 
compagno di fronte posa il suo sul piede del compa- 
gno. I giocatori passano. Il capo prosegue: — Du' quar- 
tuccia e menzu ! e il primo de' seduti torna a pian- 
tare il pugno sui due piedi ecc. Il giuoco progredisce 
finché si sia formata un'alta colonna di mani e di piedi, 
sulla quale non già passano ma saltano senza toccarla 
i compagni. Allorché uno di essi tocca o sflora appena 
un dito o una mano de' due appuzzati, il giuoco si 
sospende, ed il reo va a prendere il posto del toccato. 
Cosi ricomincia la partita. 



A STIVALA CUZZA E CALATI LA CROZZA 219 

La nostra tavola rappresenta sei giocatori; il capo- 
giuoco in piedi a sinistra (n. 1), che ordina con le mani 
dui Quartuccia a' due seduti per terra (nn. 2-3). Co- 
storo con una mano aperta Tuno segnano il livello sul 
quale deve saltare il compagno; e dietro ad essi uno 
pronto a saltare (n. 4) ed altri due che gli terranno 
dietro (nn. 5^). 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nel giuoco di Saltamuletla marchigiano un ragazzo salta 
sopra un suo compagno, e poi sopra un compagno e una 
verga, e nove altri compagni. 

In Milano A Saltaformaggia, in Brescia A Saltamulèta, 
Con nome locale il giuoco è detto El ponte de Rialto a Ve- 
nezia (Bernoni, n. 61); in italiano A Salincerbio, 

122. A Stivala cuzza e calati la crozza. 

Vari ragazzi si contano e chi sorte va sotto pie- 
gandosi in avanti e portando le mani sulle ginocchia 
sulle gambe. Gli altri dalla meta corrono verso lui 
e giunti ad una certa distanza stabilita, prima d'un 
piede da quello che sta sotto, poi, nel secondo giro, 
di due piedi, poi di tre, poi di quattro, poi di cinque, 
indi di sei e finalmente di sette, spiccano successiva- 
mente un salto allargando le gambe ed appoggiando 
le mani sul dosso del curvato, e passano dairaltra parte 

dicendo: 

Stivala cuzza, 

E calati la crozza ! 

La distanza del piede, de' due piedi ecc. viene se- 
gnata da una striscia di polvere sparsa per traverso 



220 GIUOCHI 

in terra, la quale deve rimanere intatta nello spiccare 
il salto. Chi la tocca, chi non riesce a saltare, ehi non 
pronunzia le parole, va sotto: cosa molto facile in un 
giuoco cosi difficile, che perciò si fa di rado. 
Si usa in Mazzara. 

123. A Deci. 

Vari fanciulli si contano ; chi sorte fa da vanchi- 
teddu, chinandosi e pontando le mani sulle ginocchia, 
o stringendole tra esse. Il capo-giuoco è primo a sal- 
targli sopra, poggiandogli le mani sul dosso e oltre- 
passandolo in modo che con le gambe aperte noi toc- 
chi. I compagni fauno lo stesso , e ripetono alla lor 
volta le sue parole : e chi sbaglia , o cade , o tace, 
va sotto, ed il giuoco si ricomincia. Il mastro comincia 
per ordine i salti : (i numeri indicano i salti; ogni gio- 
catore ripete lo stesso motto: di maniera che se dieci 
sono i giocatori , dieci volte è ripetuta la stessa pa- 
rola) : 

1 Salto : E deci ! 

Ed i compagni, uno dopo Taltro : 

E deci ! 

Indi egli prosegue e ciascuno de' compagni del pari, 
dopo di lui : 

2. E vinti ! 

3. E trenta ! 

4. E quaranta! 

5. E la furca nun t'ammanca I . 

6. E tu t' ha* *a *mpenniri stasiral 

7. Cu lu lustra d* 'a cannila ! 



A DECI 221 

8. Cu lu lustra d' 'a za *Nniana! 

9. E culuri di mìlinciana. 

10. A la tò casa cc'è un comu; 

11. Gei cacu, cci pisciu notti e ghiornu. 

12. A la tò casa cc*è un cannulicchiu : 

13. Cci cacu, cci pisciu cu 'u me picciriddu. 

14. Nn' haju bianchi, giarni, russi, virdi e belli. 

15. Chistu è lu jocu di li biirittelli. 

Qui il capo-giuoco saltando come al solito getta in 
alto il suo berretto , che dee prendere a volo dopo 
aver saltato, guardando a non farlo andare per terra. 
Cosi fanno pure ì compagni ad uno ad uno; indi egli 
continua, ed essi dietro di lui : 

16. Ora passu: 

E dipo* t' 'a lassù. 

17. Haju passatu : 

E ti r haju lassatu. 

E lascia, sul dosso del compagno, una pezzuola, un 
berretto , od altro. Lo stesso fanno i compagni , pei 
quali la difficoltà del salto cresce col crescere degli 
oggetti che essi posano, e che devono guardarsi bene 
dal far andare per terra saltando. Superato questo 
grave passo, il mastro s'avvicina aìVappuzzatu^ prende 
tra le due mani gli oggetti e , capovolgendoli due 
volte, ripete : 

Arrimina, mugghieri, cà scurmi su'. 
Arrimina, mugghieri, cà scurmi su'. 

Indi li capovolge in guisa che vengano su gli oggetti 
che eran sotto , e viceversa , e rinnova il salto di- 
cendo : 



222 GIUOCHI 

18. Haju passatu ; 

E mi r haju pigghiatu; 

e porta via di slancio la pezzuola o il berretto proprio 
a pericolo di portar via quello degli altri. Seguono 
Tesempio i compagni. 

Superato quest'altro passo, il mastro domanda al ca- 
vallo che penitenza voglia subire, cliiedendogli : Chi 
vói: manacciati ?,„ pidagnati?,,. culazzati?... virri- 
neddi?,.. su>cuzzuna?,,,pizzicuna9,., ecc. Quello dirà, 
p. e. : manacciati ! E il mastro presa la rincorsa 
salta battendo colla palma sul dosso del compagno e 
dicendo : 

19. E manaccìata una ! 

Ed i giocatori uno appresso dell'altro: 

E manacciata una ! 
Cosi egli prosegue : 

20. E manacciata dui! 

Ed appioppando altre sette manate , ripetute da cia- 
scun altro giocatore, fa i salti da 20 a 26, ed a gue- 
st' ultimo grida : 

26. E manacciata ottu, 

E quannu cadi, cu tuttu lu bottu ! 

Ed accentua il colpo. Torna a dimandare air ap- 
puzzata che altra penitenza voglia : e secondo la ri- 
sposta si ripetono i colpi, che sono: Pignateddi, (to- 
scano nocchini) colpetti coi nodelli delle dita sul co- 
cuzzolo; culazzati, cioè colpi dati col sedere sul dos- 
so; virrineddi, succhiellamento co' pollici sul dosso; 



A DECI 223 

sucuzzuna, sorgozzoni dati colle nocche delle dita del 
pugno chiuso sotto la noce del collo; pizzicuna, forti 
pizzichi : in tutto 48 colpi per compagno , semprechè 
nessuno falli o vada per terra. Qualora un giocatore 
abusi nella penitenza, ed il mastro se ne accorga , o 
il cavallo se ne richiami a lui, il mastro può abbre- 
viare la penitenza, cioè il numero de' siuyuzzuna, dei 
pignateddi ecc. 

Il giuoco è sempre accompagnato da episodi comici 
graziosissimi : chi sta sotto coglie tutti i modi di to- 
gliersi a quel martirio, e quindi si curva e si rialza, 
e si scuote mentre i compagni stanno per saltargli 
sulla schiena, o distende sfacciatamente le gambe, o 
spara calci quando ha i pegni nel dosso; ed è quindi 
raro che qualcuno de' giocatori non cada disteso a 
terra , o non resti a mezzo sotto. Il mastro però co- 
manda e modera. Egli permette a' più piccoli tra' gio- 
catori che non saltino ma passino solamente di dietro 
a chi sta sotto, ripetendo però i versi; egli consente 
che questi si abbassi un poco o si sollevi ad esigenza 
di chi salta; e come più aitante degli altri si prende 
e concede ad altri la libertà di saltare su chi è sotto 
facendolo metter sotto in piedi. 

In Mazzara la filastrocca, compartita in dieci salti, 

è questa : 

1. €incu 'n deci; 

2. Deci 'n vinti; 

3. Vinti 'n trenta; 

4. Trenta 'n quaranta; 

5. La furca chi nun ti manca ; 



224 GIUOCHI 

6. Lu lazza chi ti la tira ; 

7. £ tó ma' tutta si pila 

A lu lustra di la tò cannila. 

8. Tri grana di puma e tri grana di pira: 
La mula è zoppa e lu cavaddru tira. 

9. E eh' è fina e eh' è beddra I 

leu ti la lassù la me birritteddra. 

(E si lascia il berretto) 

10. E eh' è fina e eh' è beddra I 

leu mi la pigghiu la me birritteddra. 

Quando i giocatori avran ripreso ciascuno il proprio 
berretto o fazzoletto , il mastro susurra air orecchio 
di chi sta sotto il nome d'una città in modo che ninno 
lo senta. Ciò fatto, si corre e si salta di nuovo, e deve 
ciascuno nominare una città qualsiasi dicendo : 

leu mi ni vegnu (p, e,) di Palermu. 

Chi dice una città nominata da un altro o quella per 
caso prefissa dal mastro, va sotto; e cosi si continua 
nominando sempre varie città ; finché non venga a 
noia. 

Questa variante mazzarese avvicina il presente giuo- 
co a quello dell' Acidduzzu vulau vulau, e di tutto 
il gruppo. 

I versi che, giova ripeterlo, rappresentano altrettanti 
salti sul giocatore che sta sotto, corrono cosi in Ali- 
mena : 

1. Cincu e cincu deci, e deci vinti ; 

2. E deci trenta e deci quaranta; 

3. E la furca nun t' ammanca; 

4. Stasira t' àmu a 'mpenniri; 



A DECI 28^ 

5. Cu la lastra di la cannila; 

6. E tò màa sutta la letta, 

7. Ca ti sona 'u fiscaletta. 

8. E tò soru ti tessi la tila, 

9. Ti la tessi fìtta e bella, 
10. Tu si' figlia di Marianella. 

In Frizzi, dopo il terzo salto indicato da tre versi, 
se ne fanno altri tre, a ciascuno de* quali si accom- 
pagnano i seguenti: 

4. 'N trenta 'n quaranta, 

E la furca nun t' ammanca. 

5. 'N quaranta 'n cinquanta, 

E la furca nun t' ammanca; 
A lu chianu di la marina 
C* èni unu chi simina. 

6. *N cinquanta 'n sissanta, 

E la furca nun t* ammanca; 

A lu chianu di la marina 

C èni unu chi simina; 

Tò matri chianci e tò soru si pila 

A lu lustru di la cannila. 

E poiché la filastrocca è lunga per un salto ^ la si 
comincia prima di partire dalla meta e col tempo mi- 
surato in guisa tale che l'ultimo verso coincida col salto. 

Di maggiore interesse sono i versi come li ho uditi 
in Taormina : 

1. A li cincu e deci; 

2. A li deci e vinti; 

3. A li vinti e trenta; 

4. A li trenta e quaranta; 

5. E la furca nun f ammanca; 

Q. PiTBÈ, -^ GiiMchi fanciulleschi 15 



226 GIUOCHI 

6. Lu lazzu chi ti tira : 

7. Chi ti 'mpenninu stasira; 

8. E tó matri cu tò soru 

9. Nèscinu tila. 

10. A tri 'rana vannu *i pira; 

11. A la porta di Missina. 

E questi altri di Messina: 

7. Mi ti *mpenninu stasira, 

8. A la porta di Missina; 

9. A ddu* 'rana vannu *i pira, 
10. E tò matri vinni pila *. 

Cfr. due versi del giuoco A li fìcu, 

124. A Primera. 

È un giuoco secondo corre in Modica. 

Si contano tutti i giocatori' meno il capo^ e chi va 
sotto fa da sceccu. 

Il capo-giuoco detto capurali^ seguito da dieci, 
venti e più ragazzi , comincia a saltare sulF asino e, 
nelle varie volte che salta, dice : 

1. Primera! 

2. Secunnera ! 

3. Truzzera ! 

Cu' 'un truzza, appuzza; 

perchè nel saltare sull'asino dovrà battere {truzzari) 
fortemente i talloni. I compagni seguono i medesimi 
atti ordinati ed eseguiti da lui, e ripetono le medesime 
formolo : 

4. Truzza parmi e cuddireddi; 

' Pira, pera, nel Messinese è anche il latino penis. 



A PRIMERA 227 

e saltando dovrà trovarsi (e quanti seguono, lo stesso) 
à terra con le gambe incrocicchiate , a somiglianza 
de' Turchi. 

5. Mazzi ! 

e consiste in due pugni che ciascuno de' saltatori ap- 
pioppa sulle reni dell'asino; e poi : 

6. Mazzi ri paraturi, mazzi I 
ed i pugni son più sonori. 

7. Auggi, 

in cui rasino riceve un pizzicotto sul collo ; 

8. Spinguli, 

in cui i pizzicotti son più forti sulle natiche. L'asino 
freme e ricalcitra e vomita ingiurie , ma non e' è ri- 
paro : deve stare al suo posto, a meno che qualche- 
duno de' giocatori non s* imbrogli nei salti e negli 
accessori dei salti. Ed ecco che il capo sale ripigliando 
lena, si slancia come una freccia, e saltando sull'asino, 

grida : 

9. 'A scutulata r' 'o cuniggiu; 

e ciò dicendo gli tira fortemente le orecchie ; 

10. 'A sciddicata r* 'a veccia, 

con la quale figura 1 saltatori devono scivolare len- 
tamente e pesantemente su dalla testa del paziente., 
n giuoco segue con cinque altre figure, e sono : 

11. A 'ncrinata r' 'o pisci, 

salto spiccato in modo che si resti con le mani e coi 
piedi per terra a guisa di ponte; 

12. 'U pisci ca 'un si tocca, 



228 GIUOCHI 

salto difficilissimo, perchè non si dovrà toccare il pa- 
ziente se non con le sole mani, sulle reni; 

43. 'U Rre ri Maroccu, 

salto aggiustato in guisa che si sieda sulle spalle del 
fanciullo curvato, e immediatamente risalti a ritroso. 
Il capo trae un fazzoletto ed il berretto dal capo , e 
grida : 

14. Lassù 'u pignu; 

e cosi, s'intende, fanno gli altri deponendo ciascuno 
qualche cosa sua, e badando a non farne cader nes- 
suno; indi ripassando la piglia col motto : 

15. Piggiu 'u pignu. 

Anche qui ciascun giocatore ripete con gli atti e con 
le parole quello che fa e dice il mastro. 

125. A Càudda. 

Si gioca in dieci o dodici. Il capo-giuoco , dopo 
che si è fatto al tocco, nomina un patruni, un svMd 
e un francu^ che è lui; gli altri devono ubbidire agli 
ordini del patruni, il quale comanda: Pani gilestriì 
e quelli a dare manate leggiere mìSìMa^ che sta cur- 
vato in avanti, con le mani tra le gambe; — Panijancul 
manate più forti; — Pani nluru ! colpi di santa ragione. 
I pani possono essere quanti sono i colori e secondo 
il capriccio del capo-giuoco. Quando non restano più 
colori od il mastro crede di far punto, si ricomin- 
cia; ma il mastro non andrà mai sotto, perchè s'è fatto 
franco egli stesso. Ho visto e raccolto questo giuoco, 
da cfr. col n. 112. A sdirrubha murUagni, nel con- 
tado di Messina. 



A SCAVU su' MASTRU ! 229 

126. A Scavu su' mastru l 

In Messina é pulici; in Cianciana A tu cavallittu; in 
Borgetto A salutamu^ su' mastru! 

Molti fanciulli si contano; chi sorte primo va sotto; 
il maggiore di età fa da mastro. CM va sotto si con- 
tma col mastro, dichiarandogli un mestiere che in- 
tenda di fare, e un oggetto che si lassa (lascia). 

Supponiamo che egli voglia fare il mestiere del cal- 
zolaio, e ritenga per conto suo la forma. 

Si mette, al solito , curvato in avanti, pontando le 
mani sulle ginocchia; ed i compagni , preceduti dal 
capo-giuoco, uno dopo Taltro gli saltan sopra, dicen- 
dogli uno alla volta: Scavu, su' mastru^ chi arti fa- 
citi ? — Scarparu, risponde all'ultimo passato il pa- 
ziente. Allora ad uno ad uno ripassano, sempre pre- 
ceduti dal mastro, ed uno, p. e., gli dice: Va'plgghiami 
'« trincettu; un altro: Vògghiu *u w,arteddu; un terzo: 
Vurna 'na gug ghiaia dispagu; un quarto: Va* pòr^ 
lami 'na chiantedda, e cosi di seguito fino a ripassar 
tntti. Nel fare il terzo giro proseguono tutti doman- 
dando altri arnesi e strumenti del calzolaio. Chi nomi- 
nerà la forma^ andrà subito sotto. 

È facile il supporre che il mastro non si lascerà 
coglier mai ; e che a misura che il giuoco va innanzi, 
le probabilità di sbagliare crescono. 

In Castel termini, nel giuoco detto Vuogliu jiri a 
Palermu, chi va sotto ha un nome di città o paese, 
che conosce solo lui ed il mastro. Gli altri giocatori 



230 GIUOCHI 

gli vengono saltando addosso come nella Tamda longa^ 
e saltando dicono, p. e., uno: Vuogliu jiri a Mussu- 
meli; un altro: Vuogliu Jiri a Bivona ecc. Se il nome 
di chi è sotto è Bivona^ egli si libera e va sotto quello 
che cita questo comune. 

Nel giuoco ciancianese del Cavallittu, dicesi: Por- 
tami sta littra a Girgenti, — Portami sta littra a Ca- 
strettermini ecc. 

Potrebbe accostarsi al gruppo de' giuochi di con- 
versazione. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Biceglie A marcoUn; ed è molto simile al giuoco che 
a Parma ed in altre città d'Italia si dice Ai mestèr. 

127. A Unnici e vinti. 

Un certo numero di fanciulli si mettono a circolo 
e fanno al tocco; il sorteggiato è messo (Ja parte. Ciò 
si fa per undici volte, tanto che ne restino nove, uno 
meno della metà. Questi undici si collocano Tuno dopo 
l'altro a una certa distanza facendo ponte col dosso 
incurvato; il che si dice vanchiteddu. Il capo-giuoco 
comincia a saltare su ciascuno di essi. 

Per uno che egli ne avrà passato conta un numero 
progressivo, quasi a constatare che tutti i pazienti sono 
al loro posto e nessuno se n'è sottratto. Q-li altri ra- 
gazzi saltano dopo il mastro al medesimo modo ripe- 
tendo lo stesso numero progressivo sotto pena di pas- 
sare a pazienti essi stessi, sostituendo il cavallo che 



A TRAVU LONGU 231 

si salta, qualora o sbaglino il numero,o manchino di de- 
strezza, o cadano per terra. 
Questa versione è stata raccolta in Borgetto. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Le penitenze sono simili a quelle del giuoco ferrarese 
che comincia: 

Tasi tasi murmula 
Che ti darò luganiga, 

nel Saggio di canti pop, raccolti a Pontelagoscuro, n. XX- 
XVII, § Giuochif n. 2, e Canti di Ferrara, Cento e Pon- 
telagoscuro, p. 140, n. 2 del Fbrraro. 

128. A Travu longu. 

In Mazzara A scala Varanciu; in S. Ninfa A scaca 
Varanciu; in Casteltermini, Girgenti e Licata A ta- 
mia longa; in Modica A sàuta e appuzza. 

Un buon numero di ragazzi si contano e colui su 
cui cade l'ultimo numero va sotto curvandosi nel so- 
lito modo, e poggiando le mani sulle ginocchia come 
nei giuochi A deci. Unnici e vinti, Càudda , Stivala 
cuzza^ Scavu su' mast)^ ecc. Un giocatore gli salta 
addosso, ed a conveniente distanza va a mettersi nella 
medesima positura. Un terzo salta sull'uno e sull'al- 
tro, e fa lo stesso; un quarto salta su tutti e tre, e 
cosi un quinto, un sesto e via di seguito. Quando non 
rimane più nessun altro, il primo che andò sotto si 
alza e viene saltando uno alla volta i compagni e va 
a collocarsi ultimo nella positura degli altri; cosi il 



23à GIUOCHI 

secondo diventato primo, il terzo , il quarto ecc. Il 
giuoco si tira innanzi per un bel tratto, nel quale i 
giocatori si sono allontanati dal punto di partenza. 

VARIANTI E BISCONTRI 

In Foggia si gioca col nome di A cavallu longu; in Colle 
di Val d'Elsa Al diavolo zoppo; in Tortona A u salt dn 
spassigin. Per altri riscontri veggasi la rubrica Varianti 
e Riscontri del Quartitcciu, n. 121, dopo Saltamuletta. 

Un giuoco bolognese simile descriveva nel 1660 Giov. 
Antonio Bumàldi: aSillisella , è un nome proprio di un 
certo giuoco, che fanno i nostri fanciulli , nel quale con 
una scorsa grande saltandosi a cavalluccio Tun l'altro, si 
ingegnano ciascuno di loro di far cadere il compagno in 
terra per eccitare il riso (il quale non si può contenere, 
quasi per naturalezza comune , quando si vede cadere in 
terra qualched'uno per la sconvoltura, e scompostura della 
vita) ». Vocabolista bolognese, nel quale con recondite hi- 
storie e curiose eruditioni il parlare più antico della ma- 
dre dei studi come madre della lingua dH Italia chiara- 
niente si dimostra ecc. pag. 227. In Bologna, per Giacomo 
Monti 1660. 

129. A Mltia pappànà. 

In Messina A pira papali; in Marsala A papàna; 
ili qualche sestiere di Palermo A pani unu; in Avola 
À 'n/irniccfari. 

Vari fanciulli o fanciulle siedono per terra, tutti in 
linea, slungando le gambe, e mettendo i piedi pari, 
ir capo conta uno per uno i piedi, li tocca con T in- 
dice, e viene dicendo cosi: 



A MILIA PAPPANA 233 

Milla pappàna, 
Quattru a bagnana 
(o Quattru pignàna) 
Pedi unu, 
Pedi dui, 
Pedi tri, 
Pedi quattru, 
Pedi cincu, 
Pedi sei, 
Pedi setti. 
Pedi ottu. 
Tiritàppiti, 
Isca 
E biscottu. 

In Messina i piedi son pere: 

Pira papali, 
Setti pitali. 
Pira una. 
Pira ddui ecc. 
Pira ottu. 
Acci e biscotta. 

In Casteltermini i piedi son dieci: 

Pani deci 

Cicciu, 

E biscuottu. 

Arritirati *u pedi. 

In Avola gli ultimi piedi son contati cosi: 

Tiritippiti, 
Tiritàppiti, 
E biscottu. 

Con quest'ultima parola il piede toccato dee ritirarsi 



234 GIUOCHI 

Ricominciato il conto, si ritira un altro piede, finché, 
ritirati tutti, colui il cui piede rimane disteso deve far 
la penitenza di mettersi in ginocchio e di vedersi gi- 
rare intorno i compagni senza poterne afferrare nes- 
suno. Se uno ne afferra , questo lo sostituisce nella 
penitenza. 

In Marsala la penitenza si fa in questo modo: 
• Il capo-giuoco dimanda al perditore: Chi vói', pani 
nìuru pani Mancu? Se quello risponde: Pani nìuru, 
deve passare tre volte sotto le gambe aperte dei gio- 
catori; alla terza gli si gettano tutti addosso. Se ri- 
sponde: Pani Mancu, i giocatori siedono a due a due 
di fronte V uno air altro , e prendendosi per le mani 
fanno come se volessero segare, ed il penitente deve 
alzare mani e braccia. 

In Avola il piede sul quale cade l'ultimo verso (i 
piedi sono undici) non si ritira, ma si sovrappone al- 
l'altro dello stesso giocatore: ciò che dicesi colà 'nfir- 
nicciarisi, donde il titolo del giuocb. Quello che ri- 
mane Tultimo non si sottopone a penitenza, ma si grida 
e si mette alla berlina. 

In Cianciana il penitente riceve pizzicotti a volontà 
del mastro. 

Vedi in principio del volume, p. 26, i canti per con- 
tarsi. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Una variante pomiglianese è in Imbriani, L, Canzonette, 
n. XXXVII e nota 37, p. 30; una abruzzese in Db Nino, lì, 
n. XXIX: Fare a Pitte pitelle; una di Toscana : Pisa pi- 
sella; ed un'altra, simile in sul principio, la quale il Dal- 



A MILIA PAPPANA 235 

MEDICO riferisce a pp. 38-39 del suo Libro per le mam- 
mine; una marchigiana in Gianandrea, n. 8: Piede e pie- 
della; una ferrarese di Pontelagoscuro in Ferraro, La re- 
gina, dove Tultima rimasta (il giuoco è tra ragazze) è ad- 
omata da regina. In Venezia trova riscontro nel Sior An- 
tonio Pegorin, n. 28 del Bernoni, e nella Pea, giuoco e- 
gualmente veneziano descritto dal Boerio, p. 484. 

In S. Eusanio del Sangro negli Abruzzi lo stesso giuoco 
si fa col titolo A ppide petùgne e coi versi seguenti rac- 
colti dal Finamore: 

Pide petugne 
Lu mése de ggiugne. 
La bbèlla pezzétta, 
Cununare Mari' e Ssusànne. 
Catinèlle pljjele lu schiòppe, 
E bbùttele 'n dèrre. 
E echi ère la la cchìù bbèllef 
La cchìù bbèlla fu ccacciàte; 
E ssuflja maretate 
E oche ffa lu tricch* e ttracche, 
Rógne de pere* e mmustacce de batte (Ined.). 

Milanesi (Cherubini, I, 31): 

Pan vun, pan duu, 
Pan trii, pan quatter, 
Pan cinqu, pan ses, 
Pan sett, pan vott, 
Panigada e pancott. 

Il Boerio (loc. cit.) riferisce questa filastrocca contatoria, 
che non si trova in altre raccolte : 

Pea, pea, pea, 
Son de dona Ana Marea. 
Per cento e cinquanta, 
Sentai su una banca. 
Per uno, per do, per tre, per quatro. 



236 GIUOCHI 

Per cinque, per eie, per sete, per o'o, 

Tira drento quel ch*è coto 

Qu^ cli^è coto a la romana, 

Sete gazete a la setemana. 

Palazzo, palazzeto, 

Tira drento quel bel ochieto. 

E quesf altra: 

Pea peazzòn 
De Maria son 
Do che tira, do che tagia. 
Do che fa capei de pagia, 
Per andar a la batagia. 

Al Boerio sembra questa frottola « una reliquia , anzi a 
meglio dire, un'antitesi dell* Inno che cantavasi ed inse- 
gnavasi da' Gentili in oiiore di Apollo, detto appunto dai 
Greci e da' Latini Paean e italianamente Peana o ^Peane, 
di cui è memoria in tanti autori greci, latini ed italiani. Le 
persone erudite della storia antica giudicheranno se l'Au- 
tore siasi bene o male apposto ». 

Giova intanto osservare che questa seconda Pea è una 
variante filastrocca tortonese di p. 30. 

I fanciulli lucchesi per contarsi e stabilire chi di loro 
debba esser sorteggiato dicono: 

Pan uno, pan due, 
Pan tre, pan quattro, 
Pan cinque, pan sei, 
Pan sette, pan otto, 
Casca in terra e fa un botto 
Come un bel salsicciotto ecc. 

130. A Peppi e 'Ntoni Vivi-ranza. 

Molti ragazzi siedono in fila èopra un muro o sopra 
una lunghissima panca, distendendo le gambe ali* al- 



A PEPPI E 'ntoni vivi-ranza 237 

tozza del sedile, e tenendole immobili. Il capo-giuoco 
recita questi quattro versi toccando quattro gambe 
per ciascheduno dei versi a secondo il cader degli 
accenti o , meglio , toccando una gamba ad ogni sil- 
laba: 

Patr — Antonia — Pipi-ranza 

Vinci — a Spagna, — vinci — 'n Pranza, 

Vinci — a 'Lanna — e lu Perù, 

Patr' Antoniu — vinci — tu. 

Quando con V ultima sillaba, cioè col tu finale della 
quartina, il mastro tocca un piede, quel piede cessa 
dair esser disteso e piega a terra. Il giuoco seguita 
sempre, ed i versi non cessan9 finché ci son fanciulli 
dalle gambe distese. Quando un giocatore ha tutti e 
due i piedi nascosti, perchè sono stati toccati dal tu^ 
esce dal giuoco; e il primo ad uscire, aititelo d'onore 
si chiama il Re, il secondo la Regina, il terzo il Pa- 
trinutaru (Protonotaro) , e poi il sindaco , e poi il 
parroco, e il giudice, e lo speziale, finché scendendo 
per la graduata scala sociale si arrivi al becchino. E 
pure il becchino è il penultimo , perchè Y ultimo , a 
cui si dà il nome di ccicazzara, è destinato a subire 
la penitenza e la ignominia di passare sotto il giogo. 
I giocatori messi a due file di fronte formano un 
arco con le braccia alzate, sotto il quale passa il bec- 
chino portando a cavalluccio il povero cacazzara. 
Nel primo passaggio si grida: Ah, ca passa ! Alliscia 
alliscia ! e gli archi si curvano per ispianar le spalle 
della vittima. Nel secondo passaggio si grida : Ah^ 
ca passa ! 'Ratta 'ratta ! e gli archi si mettono a grat- 



238 GIUOCHI 

targli , meglio a graffiargli il collo e le reni. Alla 
terza volta si grida : Ah^ ca passa ! Serra serra ! e 
tutti a far mostra di segarlo, ovvero a stringerlo fina 
le braccia. Alla quarta finalmente si grida : Ah ca 
passa ! E qui le pugna fioccano in modo si bestiale, 
che è una rarità quando il cacazzara non corra a casa 
piangendo. Egli, del resto, rappresenta Tuomo timido, 
vile. 

Questa è la forma più importante, perchè più com- 
pleta e più chiara, del giuoco secondo la maniera onde 
si esegue in Chiaramonte. Altrove esso è più breve 
e i versi diventano più o meno incomprensibili. In 
Mazzara son questi : 

Pappa Antonia Viviranza, 
Pigghia guerra e pigghia Pranza, 
E la Pranza guerra e pu, 
Peppa Antonia vintidù. 

In Palermo : 

Peppi e 'Ntoni Vivilanza, 
Ed ognunu veni 'n Pranza; 
Pranza la verrà e prù : 
Peppi 'Ntoni e Vintignù! 

Altrove i versi intermedi son questi : 

Pigghia pedi e pigghia pranza 
E la pranza pedi e pù ecc. 

Preferibili come li dicono le ragazze di Ragusa Infe- 
riore sono i versi : 

Peppi Antonia ri Vulanza, 
'Nti la verrà ha picca sprànza, 
E fa verrà a tu pri tu, 
Peppi Antonia vinci tu. 



A PEPPI E 'ntoni vivi-ranza 239 

La ragazza, il cui ultimo piede rimane stirato, dovrà 
esser bendata, e le altre gridano : 

— Cummari, chi circati ? 

— A *ugghia e 'u j itali, 

— Ora cci *u ricu a vescia cummari 
Ca pirdistivu 'a 'ugghia e 'u jitali. 

E il giuoco, che suole farsi anche come modo di scelta 
di chi deve andar sotto , si dice : Assittàrisi a culu 
piùddicinu. 

In Mazzara quegli su cui finisce l'ultima parola, la 
prima volta incrocicchia i piedi, la seconda li mette 
uno dietro Y altro , la terza esce fuori del giuoco. Il 
mastro tocca entrambi i piedi anche quando sono in- 
crocicchiati, ma ne tocca quel solo che sporge quando 
l'uno è dietro V altro. Quando finalmente rimane un 
solo ragazzo , il mastro gli domanda se voglia pane 
nero o pane bianco ; se risponde pane nero, tutti lo 
picchiano. 

La penitenza di questo giuoco è un giuoco esso 
stesso. Vedi Ah! ca passa lu diavulu! 

VARIANTI E RISCONTRI 

Su questo giuoco vedi lo studio sui giuochi, che fa da 
prefazione al volume. 

Una descrizione di esso giuoco è anche nei Canti pop. sic. 
V. II, p. 25; canto 774 e nota 2. 

Una variante abruzzese de* quattro versi è questa di Roc- 
caraso (Db Nino, v. II,. p. 94): 

Peppantonie vinni ranni, 
Pagliarolo e piglia pranze 
Piglia pranzi de barbabiù^ 
Peppantonie e vintidùt 



240 GIUOCHI 

131. Ah 1 ca passa lu diavulu l 

(Con tavola) 

Molti ragazzi si dispongono in due file, gli uni rim- 
petto agli altri alzando le braccia e legando le mani 
in guisa da formare la galleria d'un ponte (vedi ta- 
vola, nn. 1-1). 

Il mastro piglia addosso un ragazzo o a cavalluccio 
o seduto sulle proprie spalle in modo che le gambe 
di lui penzolino sul petto (n. 2) e passa sotto V arco 
in mezzo a' giocatori; e dal nome di lui dice : Passa 
san Giuvanni, a cui gli altri, dandogU un leggiero 
pugno sulle reni, rispondono : E la^samulu pa^sari. 
Il mastro ritorna dall'altra estremità dicendo : Passa 
(p. e.) ^S'. Giuseppi , e gli altri col pugno : E lassa- 
mulu passari. Dopo che il mastro è passato per sei 
od otto volte sicuramente e senza ostacolo traspor- 
tando tre, quattro coppie, dice : Ah ! ca passa lu Dia- 
vulu\ e tutti i ragazzi sotto il ponte danno addosso 
non solo al povero diavolo, ma anche al mastro, che 
non ha nulla da fare, avendo le mani strette a quelle 
del compagno, che altrimenti andrebbe per terra. 

In Avola per ognuno che il mastro passi a caval- 
luccio dice : Una lampicedda^ p. e., a Sani' Antoni 
(una lampadina a S. Antonio). 

In Cianciana chiamasi Lujocu di lu diavulu. Il ma- 
stro dice : Chissu chi è? V altro risponde : S. An- 
tuninu. — Avanti ! 

Nel secondo passaggio dice : San Giuseppi, e via 



A TILA TILA TILA 241 

di seguito, fino a dire Lu diavulu; e allora tutti ad- 
dosso al diavolo. 

Questo giuoco è né più né meno la penitenza del 
giuoco Peppi e 'Ntoni Vivi-ranza, 

Nella nostra tavola formano l'arco sotto il quale ha 
da passare il diavolo otto ragazzi (nn. 1 - 1). 

VARIANTI E RISCONTRI 

Una certa analogia ha con Le porte di Venezia (Bbrnoni, 
n. 46) e col Paniti paniti paniti di Rovigno nell' Istria, 
(IvE, p. 284). 

132. A Tila tila tila. 

[Con tavola) 

In Ciminna e Ventimiglia è detto anche A tila ti- 
lanna; in Riesi A la tila; in Cianciana di celu e celu! 
in Mazzara A la fiddruzza e mezza; in altri comuni 
A lu mircanti. 

Vari fanciulli si contano, e i primi due di essi sui 
quali cade il conto sono capo e sotto-capo ; tutti si 
prendono per le mani, e fanno una lunga catena, le 
cui estremità son tenute dall' uno e dall'altro: ciò si 
dice mettersi manu-manuzzi. Il capo-giuoco (n. 1) fa 
con Taltro capo-fila (n. 2) questo dialogo cantando: 

1 — Tila tila tila ! 
2 — Menza-canna di tila: 

1 — A quantu mi la pagati ? ^ 

2 — A tri tari e menzu. 

1 — Nun vi la pozzu dari. 
Chi vuliti sunatu: 
Lu viulinu o la grancàscia? 

Q.ViTsà,'-^ Giuochi fanciulleschi 16 



242 GIUOCHI 

Se il sotto-capo dice: viulinu, allora il capo-giuoco 
tenendo con una mano il compagno va facendo col- 
Taltra ad arco di violino sul braccio opposto accom- 
pagnando l'atto col suono zu.zu zu! Se invece rispon- 
de: grancàscia, il capo va battendo e gridando huhm 
buhm! Intanto tira per mano il compagno e quindi 
gli altri attaccati ad esso ; gira per passare sotto le a- 
scelle dei primi due dell'altro estremo e, sempre attac- 
cato alla mano del compagno, va a mettersi al pro- 
prio posto. È chiaro che, cosi facendo, il secondo gio- 
catore resta voltato indietro (n. 3). Si ricomincia il 
Tila tua tua, e si torna a passare sotto le ascelle del 
secondo e del terzo in guisa che anche costui rimane 
voltato (n. 4). Lo stesso per gli altri. Quando son tutti 
voltati airindietro colle bracciatese e legate, si muovon 
di conserva a camminare: i capi-fila a faccia avanti, 
gli altri al contrario; finché non potendone più si bi- 
sticciano tutti e s'inseguono, ed il giuoco ha fine. 

Questa è la forma più comune; ma essa ha parec- 
chie varianti nelle varie province dell'isola, e richiama 
a qualche circostanza ed atto del giuoco Mànnirae 
Lupa (cfr. n. 134). 

In Avola si fa tra' due questo dialogo: 

1 — Oh di lu capu ! quant'è ssa tila ? 
2 — Tri canni. 

1 — A cui la porti ? 

2 — A la Madonna. 

1 — Chi ti duna ? 

2 — Pàssuli e ficu. 

1 — N'aviti acci? 

2 — Gnursi. 



A TILA TILA TILA 243 

1 — Cui muriu? 

2 — Màsciu Antuninu. 

1 — Cci sunamu lu zugalinu. 

E allora tutti i fanciulli si mettono ad agitare Tayam- 
braccio destro sul sinistro a guisa d'arco di violino, 
accompagnando quell'atto col suono: zu zu zu zu! 

In Cianciana tra' capi-fila si dice: 

1 — di celu e celu ! 

2 — Chi cumanna ssu celu ? 

1 — Quanta pani cc'è supra la banca ? 

2 — Un pani e mezzu. 

1 — L'àutru mezzu cu' si lu mancia? 

2 — Ssu canuzzu ch'aviti a lu giru. 

Il capo -fila chiede al compagno più vicino: Chi vó' sit- 
naJtul ecc. Quando tutti 1 giocatori hanno avuto la 
medesima sorte d'esser voltati con la faccia indietro, 
i due capi-fila tornano a parlare: 

1 — Aviti vistu 'na rètina di muli ? 
2 — Cumpà', li vitti. 

1 — Com'eranu ? 

2 — Senza capistri. 

1 — D'unni pigliàru ? 

2 — A jiri ddocu *; 

e r ultimo a dir queste parole indica una direzione 
qualunque. In questo i ragazzi si lasciano, e nitrendo 
{jiniannu) assaliscono il sotto-mastro, il quale retro- 
cede e cerca di ghermirne qualcuno. Retrocedono anche 
essi e corrono alla sbarra^ e chi è raggiunto e gher- 

* !• Donde presero? (andaron via?) — 2o Di verso costà (o colà)» 



244 GIUOCHI 

mito deve portarle a cavalluccio fino alla meta il gher- 
mitore. 

In Mazzara il capo-giuoco fa da un lato col capo-fila 
del lato opposto il seguente dialogo : 

1 — A la fiddruzza e mezza, 
Quantu pani c'è a la banca ? 
2 — Una fiddruzza e mezza. 

1 — E l'àutra mezza cu* si la mangiau ? 

2 — Lu curnutu di .... 

e nel dar questa risposta il capo-fila nomina il ragazzo 
che tiene per mano, a cui il mastro domanda quale 
strumento vuole che si suoni. Se sceglie, p. e., il tam- 
buro, il mastro e gli altri battono il tamburo e pas- 
sano, uniti come sono, sotto le ascelle del capo-fila 
del lato opposto e del ragazzo che egli tiene per mano, 
come nel Tila tila descritto. Il dialogo, la sonata, il 
giro si ripetono tante volte quanti sono i ragazzi, meno 
i capi-fila, che restano in avanti mentre gli altri sono 
con le spalle voltate e le braccia incrocicchiate. Il 
capo-giuoco allora fa quest'altro dialogo col capo-fila: 

1 — A cu' havi curdicedda ? 
2 — Vi la vinnu jeu. 

1 — A quantu ? 

2 — A tri grana; scorcia d'ovu. 
1 — Ad un granu mi la dati ? 

Tra si e no, si conviene sul prezzo, a condizione che 
la funicella sia forte, e per provarla tirano dall' una 
e dall'altra parte con più forza che possono, di guisa 
che i ragazzi si dividono in due o più parti. E qui 
compratore e venditore si bisticciano dicendo Tuno 



A LU ZU PICURARU 245 

che la funicella è fracida, e Y altro che è forte, e fi- 
nalmente si accordano di provare il resto. Tirando 
come la prima volta, gli altri ragazzi che si tengono 
ancora uniti si dividono , e gridano di voler essere 
pagati; ma il compratore ricusa di voler pagare roba 
fracida, onde danno tutti addosso a lui, che però scappa 
e ne busca e ne dà anche quante più ne può. 

Nel giuoco A la tUa di Riesi le fanciuUine si pren- 
dono per le mani, e tutte, meno le due mastre che 
stanno a* due capi, si voltano sin da principio indietro. 
Le mastre negoziano la tela, e per provarne la sal- 
dezza allungano la catena facendo provare stiramenti 
alle malcapitate compagne. 

Variante che merita d'esser riferita a parte è questa: 

133. A lu ZU Picurani. 

In Polizzi il mastro fa da pecoraio e il capo-fila op- 
posto chiama : 

zu picuraru, datimi li chiavi; 

ma il pecoraio non risponde fingendosi addormentato; 
il capo-fila toma a chiamare : 

ZU picuraru, datine li chiavi! 
Ed il pecoraio : 

Nun r haju, cà su' jittati a mari. 
E il dialogo prosegue cosi : 

C. —Coi mannati a un picciutteddu pi pigghialli. 
P. — Nun haju a cu' cci mannari. 
C. —Vi dugnu 'na porta d' oru. 
?. — Nu uni vògghiu, cà nn' haju. 



246 GIUOCHI 

E cosi il capo-fila offre ora uno, ora altro dono, che 
il pecoraio rifiuta , finché chiedendogli : Altura chi 
viUiti sunatu ? 1 compagni gli passan sotto le >ascelle 
e lo voltano indietro. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nel giuoco pomiglianese Allonga-catene, Imbriani,!». Con- 
zonette infantili pomiglianesi , p. 29, nota 34 , si ha ima 
modificazione del Tila tila tila, I due capi-fila fanno que- 
sto dialogo: 

— Ohi, cummà 1 

— Ohi, 'gnò 1 

— Pe' chi serre t 

— P' 'a renne. 

— Ch' ha fatte t 

— *0 flgliule. 

— Quante è luonghe? 

— *Na maneche e' paletta. 

^- Passa pe' sotto a la mmia barretta. 

Nel Pertica longa di Benevento , Corazzini , Componi- 
menti minori della Letteratura popolare , p. 100, i ragazzi 
tenendosi per le mani fanno una lunga fila, e il primo fa 
il diatogo con l'ultimo, sin che a coro cantano gli ultimi 
due versi : 

— Ohi cummà I 

— Ohi 'gnò. 

— Dammi 'na fronna e petrusino. 

— Pe chi serve? 

— Pe 'na figliata. 

— Ch' è fatto t 

— *U mascolo. 

— Quanto è gruosso t 

— Quanto 'na manica é paletta; 

— Passa pe sotto la mia barchetta, 
Angiulella la cannaruta. 



A LU ZU PICURARU 247 

Sotto il nome di La Chelónne in S.'Eusanio del Sangro 
(Abruzzo Chietino) le fanciulle giocano prendendosi come tra 
noi per mano, e facendo, prima ed ultima, questo dialogo: 

— A cummare 
Che sci fatte t 

— Hajje fatte 

Nu Gitele mascule. 

— Quand' è llònghe ? 

— 'Gné 'na chelónne. 

— Quand' è strétte ? 

— 'Gne 'na bbarrétte. 

— Truzzi, cummara, 
Marija 'Culétta (Ined.) 

E succede il solito passaggio sotto le ascelle (Finamore, ms.). 
Nel giuoco fiorentino S, Caterina, non mai fin qui pub- 
blicato, dopo un dialogo con S. Margherita e poi con S. Ca- 
terina , una bambina per avere strappato il filo è incate- 
nata con 3200 catene. Le bambine si tengono tutte per la 
mano, ed a giro tocca a tutte di essere incatenate, ciò che 
fanno le compagne passando sotto le ascelle della condan- 
nata. AlFultimo S. Margherita e S. Caterina danno le pe- 
nitenze. Il dialogo suona cosi : 

— Santa Margherita, 
Cosa fate ? 

— Colgo r uva spina. 

— Per chi t 

— Per S. Caterina. • 

— Cos'ha fatto? 

— Un bimbo I 

— Quanto è lungo ? 

— Quanto im colombo. 

— Quanto è largo ? 

— Quanto una cassetta. 

— Santa Caterina, me la fate la tela ? 

— Si è strappato un filo di seta. 



248 GIUOCHI 

— Chi è stata la cagione t 

— La Zeferina. 

— La Zeferina sarà incatenata con 3200 catene. (Liei,) 
Questo giuoco è molto simile a quello toscano intitolato 
La tela. Il giuoco ferrarese La Rete (Ferraro, Canti po- 
polari di Ferrara, Cento e Pontelag oscuro, p. 140) si ese- 
gue come il nostro, e i versi son questi : 

— Tira la red. 

— A rho tlrada. 
— Fagh un gróp. 

— Agh r ho fatt. 

— Fagh 'n aitar. 

— Agh al farò. 

— Tira la red 
Ch* a passarò. 

Simile ò anche il giuoco monferrino A teira (Ferraro, 
Cinqiuinta Giuochi ecc.; Archivio, v. I, p, 126-127), dove 
il dialogo s'inizia cosi : 

Teira, bela teira, 
Sa peis au pò aveira, 
Aureiva msirène in toch. 

Quasi identico al nostro è il Destirè le vele veneziano 
(Bernoni, Giuochi pop, ven., n. 48). Tra' due attori prin- 
cipali si fanno le seguenti proposte e risposte : 

— Destirè le vele. 

— Le gò distirae. 

— Feghe un gropo. 
• — Lo gò fato. 

— Feghene un alti'o. 

— Lo farò. 

— Passe per sto buso che gò. 
I compagni cantano in coro : 

El sìor Bepl incadenato, 
Olà, olà, olà. (bis). 
Veggasi il seguente giuoco: 



A MANNIRA E LUPU 249 

134. A fiUànnirà e lupu. 

Molti ragazzi (o anche ragazze) si attaccano per mano, 
in guisa da formare una lunga fila : il primo, ch'è il 
capo-giuoco, fa da curàtulu , cioè da fattore, ed ap- 
poggia al muro la mano che ha libera si da dar luogo 
ad una specie di ponte; l'ultimo della fila è picuraru 
e chiama a voce alta : 

Picur, di la mànnira! 
Curai, chi buliti? 

Picur. Mi faciti passari sta guardia di pecuri ? 
Curat, Ce* è lu cani. 
Picur, Gei dugnu un pezzu di pani. 
Curat, E si veni lu lupu ? 
Picur, Gei damu tutti di supra. 
Curai, *Nca passati! 

E il pecoraio si avvia, e avviandosi a passare sotto 
l'arco fatto dal braccio del curàtulu, trascina dietro 
a sé tutti gli altri , che ripetono con lui : Vili-vUò^ 
vili'Vilò, vili-vilò ! Continuando i giri, il curatiUu si 
trova in mezzo alla catena di ragazzi addossati l'uno 
air altro ; e allora compita la catena ed ognuno pre- 
mendo , accade che alcuno si dolga, e svincolandosi 
cerchi scappare : qui tutti addosso a lui con le voci : 
A lu lupu ! A lu lupu ! e stringendoglisì di più at- 
torno, lo fanno strillare. 

Poi la catena si scioglie, ed il giuoco ricomincia. 

Questa versione è stata raccolta in Borgetto. 



250 GIUOCHI 

135. A Signura Donn'Anna Maria. 

{Con tavola) 

Giuoco specialmente da bambine. 

Si fa al tocco e chi sorte va sotto inginocchiandosi : 
le altre giocatrici (o gli altri giocatori) in piedi , le 
posano le mani sul capo, e la mastra o mamma gi- 
rando lentamente intorno a tutte con una certa canti- 
lena fa il seguente dialogo con la inginocchiata, che 
si chiama DonrCAnna Maria : 

Mastra Signura Donna Maria, 
D. A, Maria Ora chi voli, vossignuria? 
Mastra Io vogghiu 'n* agnidduzzu : 

D. A, Maria Vassa si pigghia 'u megghiu chi ce' è. 
Mastra Io mi scantu di lu canuzzu. 

D. A, Maria Lu canuzzu 'un cci fa mali 1 
Mastra Passiddà, cani, appressu di mia! 

E cosi dicendo la mastra batte con la mano leg- 
germente quella della giocatrice che le è più vicina, 
e che le si attacca alla veste e le tien dietro. Rico- 
mincia il dialogo, e finisce con la stessa battuta, per 
la quale una seconda, una terza giocatrice s' attacca 
agli abiti della terza , o della quarta compagna, che 
viene facendo coda alla mastra. Quando Donn'Anna Ma- 
ria resta libera, la mastra le posa sul capo alquanti 
sassolini e le dice : Cerca V aùgghia e lu Jiditali; ma 
mentre quella si muove per cercar V ago e il ditale, 
i sassolini le cadono, ed essa balza in piedi adirata 
cercando di chiappare una delle compagne che paghi 



A SIGNURA BONN ANNA MARIA 251 

per lei la penitenza. E qui le giocatrici a fuggire per 
salvarsi toccando dove muro, dove ferro, dove legno. 
Chi vien presa, riceve tanti pugni sulle spalle quante 
son le giocatrici, se nessuna propone e concede per- 
dono. Dopo ciò , essa rimane sotto e deve chiappare 
un'altra compagna. 
In Mazzara il dialogo varia in questa maniera : 

Mastra A la Signura Donn'Ànna Maria ! 

B, A Maria Ora chi voli voscenza di mia? 

Mastra Quali canuzzu mi vuliti dari? 

B, A, Maria Chiddu chi piaci a vussignuria. 

Mastra Tira, canuzzu, appressu di mia. 
Quando non resta più nessun' altra ragazza da tirare 
a sé, quella che è ginocchioni conchiude : 

— Nun haju cchiù nuddru, e pigghiativi a mia. 

E allora tutte le bambine le si avventano addosso ti- 
randola, picchiandola, urtandola. 

Il dialogo in Chiaramente ha questa variante : 

Mastra E iu vuoggiu 'n'agnidduzzu. 
B, Maria E piggiàtivi 'u cciù bidduzzu. 
Mastra E mi scantu r' 'o canuzzu. 
D. Maria Lu canuzzu 'un muzzichia. 
Mastra Tira, agnidduzzii, appriessu ri mia ! 

E « Tagnidduzzu » si stacca dal cerchio e segue la co- 
mare, che ad una dopo che all'altra chiede un capret- 
to, una pecora, un montone, e poi la secchia pel latte, 
e poi le caldaie , e ripetendo sempre il dialogo. Ri- 
masta sola la inginocchiata si presenta a colei che le 
ha tolti i capretti e gli agnelli, e le dice: 

Mi coi manna 'u Signuri Rre, 

Vo' 'na scocca ri basilico. 



252 GIUOCHI 

L'altra si confonde, e additando ad una ad una le bim- 
be, dice : Chista mi scupa 'a càrmnira — Chista mi 
conza 'u liettu — Chista rrC adduma 'u luci — Chista 
mi fa 'a spisa, e via di seguito: e in tal modo non vuol 
cedere neanco una del seguito, e D* Maria insiste più 
vivamente, finché, fra un trambusto generale, vengono 
ad accapigliarsi. 

In Riesi quando tutte han fatto coda alla mastra, 
questa fa con V altra il dialogo del giuoco Cani ca- 
nuorvu (n. 99), intanto che le altre bambihe tutte imi- 
tano i latrati del cane. 

In Polizzi gli ultimi due diventano tre versi : 

— Lu canuzzu sta durmennu. 

— Tira, cani, appriessu di mia, 
Veni oca, canuzzu, cu mia ! 

E in Noto : 

B.Maria Lu canuzzu 'un vi fa nenti. 
Mastra Passi, cani, 'mmezzu *i jimenti. 

(Cfr. PiTRÈ, Canti popoL sic, n. 791 e nota). Un po' 
differente è in Erico il dialogo: 

Mastra Allallù. 
D.Maria Chi vò' tu? 
Mastra Vogghiu l'agneddu. 
D.Maria Sàuta e pigghiati 
Lu cchiù beddu. 

All'Etna è detto Jocu di lu picuraru, e il dialogo 
è questo: 

Mastra Signura donn'Anna Maria. 
D.Maria E chi voli vossia di mia? 



A SIGNORA DON&'ANNA MARIA 253 

Mastra Io vogghiu du' limoncelli. 
BMaria Va pigghiativi li cchiù belli. 
Mustra E iu vogghiu 'n* agnidduzzu, 

E mi scantu di lu canuzzu. 
D.Maria Vossia trasi tutta cuntenti, 

Cà lu cani non vi fa nenti. 
Mastra Veni, cani, d' appressu di mia ! 

La nostra tavola rappresenta nove giocatori : uno 
che fa da capo-giuoco (n. 1), il quale girando attorno 
a D* Anna Maria, che è ginocchioni (n. 2) , s' è fatto 
venir dietro, uno dopo l'altro, due agnellini (nn. 3 e 4), 
mentre cinque altri stanno tuttavia con le manine pog- 
giate sull'inginocchiato aspettando d'esser chiamati a 
far coda. 

Si ravvicini al giuoco A Nia nia nia. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Molto simile al nostro è un giuoco calabrese descritto 
dal Ferraro sotto il n. 3 della sua Raccolta di Giuochi 
fanciulleschi monferrini; e quasi il medesimo è il Juocu 
e Annamaria, per la prima metà (Mango, Arch, v. I, p. 
239, n. XXVI e v. II, pag. 175). Tonninola Tonninola è il 
cominciamento d' una filastrocca napoletana che accom- 
pagna questo giuoco (Casetti-Imbrianx, II, 407; Corazzini, 
pag. 86), al quale si fa corrispondere per la Toscana il Far 
coda romana , mentre il giuoco di questo nome descritto 
del Villani non ci ha nulla da vedere. Tata Milone è detto 
negli Abruzzi (Db Nino, v. II, n. XXIV) e in Sant'Eusanio 
del Sangro trova riscontro in un giuoco inedito Chi ce sta 
déndr^ a ssanda Chiare, La Madonna Pollinara delle 
Marche (Gianandrea, n. 19) comincia come il nostro, che 
in Parma dicesi Zugar a la ciozza e i polsèn; in Brescia 



254 GIUOCHI 

A login logia y e A longa terena; in Padova A le eoe; in 
Venezia A taca taca (Boerio), e con qualche differenza El 
mio costei xè belo e La Madona de la Guardiana (Ber- 
noni, nn, 39 e 37); in Piemonte A la longa longhera (San- 
t' Albino) ; nel Monferrato Madama Firusela (Ferraeo, 
n, 3). 
Ed ecco una variante fiorentina del nostro giuoco : 

Madama pollaiola. 

Si finge un pollaio , i bambini son polli , il capo-giuoco 
Madama pollaiola ; un bambino fa il ladro , o la ladra, e 
tutti gli si attaccano dietro perchè porta via un pollo. 

Ecco il loro dialogo : 

— Madama pollaiola, 
Quanti polli ha nel pollaio? 

— Quanti ce n' ho, e quanti ne avevo, 
Me ne tengo infln che n' ho. 

^Dammane uno per mio vantaggio. 
Che son sempre sola sola. 

— Scegli scegli quale ti pare: 
n più bello lasciamelo stare. 

— n più bello che ci sia 

Te lo voglio portar via. (InedU) 

136. A Santa Catarina. 

Ecco come fanno questo giuoco le fanciulline di 
Riesi. 

Molte bambine prendono ciascuna il nome d' una 
pianta o d' un fiore : menta, pitrusinu, gàlofaru ecc. 
e si siedono in lunga linea Tuna dietro l'altra in terra. 
La mastra sta seduta in testa, ed un' altra che finge 
missàggiera del re ha in mano due giammariti {eoe- 



A SANTA' CATARINA 255 

ci) e le va battendo piano piano , e girando intorno 
alla mastra dice : 

Unni sta Santa Catarina? 
Manna ccà lu re e la riggina : 
Voli un gadduzzu e *na puddastredda. 

La mastra risponde : 

Va jiti darre la ma menta. 

La messaggiera torna a battere e a domandare alla 

seconda : 

Unni sta Santa Catarina? 

Manna ccà lu re e la riggina : 

Voli un gadduzzu e 'na puddastredda. 

E la seconda : 

Va jiti darrieri lu ma galofaru, 

E cosi di seguito, finché passati tutti i fiori e le piante, 
Tanti-penultima seduta dice : 

Va jiti darrieri lu ma culu. 
E la penultima: 

Va jiti 'nti r ai di-casi. * 
Allora Tultima saltando di slancio grida! 

Sciù sciù ! ca m' ardi la casa ! 

e caccia via e insegue con le compagne la missag- 
giera con le sue giani'ìnariti in mano. 

Tornate indietro vanno a poggiare la testa al muro 
tutte in linea, e cantano : 

Chichirichi ! chichirichi ! 
' Andate dalla arde-case (brucia-case). 



256 GIUOCHI 

Quella che gridò sciù sciù, cioè l'ultima, passa a fare 
da mastra ed è già entrata in possesso di questi chi- 
chirichl, cioè galletti. Intanto torna indietro la mis- 
saggiera con delle frasche in mano, e le chiede: 

Missag, Cummà', nn' aviti luci ? 
Mastra. Nnasi; trasiti e pigliativillu. 
Missag, Mi spagna di li cani. 
Mastra- Ora li flermu. * 

E finge di andare a chiudere i cani, imitando il gi- 
rare della chiave dietro il sedere di ciascuna delle 
compagne. Cosi la messaggiera passa loro di sotto, 
cominciando dalla prima e uscendo dall'ultima; intanto 
che mutati i chichirichi in cani, le abbajano dietro, 
e la inseguono. 

In Borgetto si chiama A S. Catarinedda. Tutte le 
giocatrici sono a semicerchio, la mastra a capo fila, e 
nel mezzo in piedi la messaggiera. Il dialogo è cosi: 

Missag, M*ha mannatu lu Signiruzzu, 

Ca voli un gadduzzu. 
Mastra, PurtativiUu. 

E le dà un gaddy^zzu^ cioè una compugna, che va zop- 
picando. Lasciatolo in un angolo, torna indietro e ri- 
pete: 

Missag, Mi manna lu Signiruzzu, 
Ca voli un gadduzzu. 

Mastra, Vi lu detti. 

1 Eccone la versione letterale : Mes, Comare, ne avete fuoco f — 
Af. Si, entrate e prendetevelo. — Mes. Ho paura de* cani. — Af. Ades- 
so li chiudo. 



A SANTA CATARINA J^7 

Missag. Chiddu era fradiciu e purritu, 

Lu jittau supra li casi. 
Mastra Nu nn'haju cchiù. 

Qui cominciano le minacce della messaggiera a nome 
e per parte del Signore [Signiruzzu), e tra le più co- 
muni son queste : 

Missag, Vi manna lu cani. 
Mastra Ed eu nun mi nni scantu. 
Missag, Vi manna lu lupu. 
Mastra Ed eu nun mi nni scantu. 

E cosi minaccialo invio del leone, del rospo, e di mezza 
arca di Noè, e ne ha sempre la medesima risposta. 
Bisogna notare che ogni nuova minaccia è preceduta 
dalla gita della messaggiera presso il Signiruzzu che 
si finge in luogo discosto , ed è accompagnata dal 
verso deiranimale: che si minaccia l'abbaiare del cane 
r ululato del lupo, il ruggito del leone , il gracida-re 
della rana, e finalmente, ultimo e più pauroso, il si- 
bilo del serpente : 

Missag. Vi manna lu sirpenti ! 

Ma qui spaventata del sibilo risponde la 

Mastra: Pigghiativillu ! 

e le consegna pel Signiruzzu il galletto. La messag- 
giera va via menandolo seco, e torna a ripetere mano 
mano, per tutti gli altri galletti, lo stesso dialogo e la 
stessa scena fino a portarli via tutti, i quali pQi la 
mastra tra un frastuono indiavolato va a ripigliare. 
Si cfr. col seguente giuoco. 

G. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi 17 



258 GIUOCHI 

137. A Santa Catarina di Sena. 

In Mazzara è chiamato solo A Santa CataìHna. 

Una ragazza che fa da mastro siede in capo ad una 
scala, nella quale ne siedono molte altre Tuna più 
bassa deir altra, di gradino in gradino, e si volgono 
le spalle. Un'altra che fa da sotto-mastra non siede, 
ma stando a pie della scala batte le mani o due ciot- 
toli, e domanda a quella che siede più giù di tutte: 
Bunni sta S. Catarina ? E quella risponde: Appresm. 
La stessa domanda fa successivamente alle altre, e le 
medesime risposte ottiene, fino ali* ultima seduta, la 
quale risponde: 

Susu susu, 
Maccammi cu lu fusu. 

Indi tra mastra e sotto-mastra ha luogo il seguente 
dialogo : 

Mastra Chi vuliti? 

Sottom, Lu re voli un gaddru e 'na gaddrina. 

Mastra Va pigghiàtivi a chiddra pi la cuda. 

A queste parole la sotto-teastra tira per la gonnella 
la ragazza che siede nel primo scalino, e battendo le 
mani o i ciottoli se ne va con lei canterellando: 

Panicutteddru cu li minnulicchi. 
A cu ridi va a lu 'nfernu. 

La ragazza la segue, e se ride, com*è molto facile, 
è condotta in un luogo che finge esser Tinferno; se no, 
è condotta in un altro che si finge essere il paradiso, 
Cosi tutte le ragazze che stanno sedute sulla scala, 



A SANTA CATARINA DI SENA 259 

eccetto l'ultima, sono di mano in mano condotte al 
paradiso, ovvero airinferno, secondo che ridano o no. 
Quando ne rimane una sola, avviene tra la sotto-mastra 
e la mastra quest'altro dialogo: 

Sottom, Lu re voli la gaddrina. 
Mastra Nun vi la pozzu dari. 
Sottom, E pirchi? 
Mastra Nn'haju chista sala, 
E mi servi pi lavari. 
Sottom, Ma lu re la voli. 
Mastra E jeu nun vi la pozzu dari. 
Sottom, E pirchi? 
Mastra Pirchi mi servi pi scupari. 

E cosi r una a insistere e V altra a ricusarsi per la 
medesima ragione de' tanti servigi domestici, che non 
finiscono mai; finché la sotto-mastra , perduta la pa- 
zienza, si parte minacciando a nome del re, e dicendo 
che egli è padrone. Unitasi tosto alle altre ragazze da 
lei condotte al paradiso o all'inferno, vanno tutte con- 
tro la mastra, e la fanciulla con essa rimasta, facendo 
visacci e le corna con le dita sulla testa, come se fos- 
sero diavolesse, minacciano di picchiarle: onde le une a 
scappare e le altre ad inseguire, e picchiarsi tutte a 
vicenda. Con siffatto parapiglia termina il giuoco, che 
si fa da sole ragazze. 
Cosi in Mazzara. 

138. A la Matri Batissa. 

In Cianciana si fa il seguente giuoco, che pare da far 
seguire al precedente, di cui ha in comune il motivo. 



'260 GIUOCHI 

Varie bambine siedono in terra, in linea; la mastra 
fa questo dialogo con parecchie di esse: 

Mastra Santa Catarina, 

È ccà la matri batissa? 
* 1* Giocatr, Susu susu, 

Chi fa maccarruni eu lu fusa 



E si alza. 



Mastra Santa Catarina, 

È ccà la matri batissa? 

2' Giocatr, Susu susu, 

Si sta mittennu la fadetta. 



E si alza. 



Mastra Santa Catarina, 

È ccà la matri batissa? 
3' Giocatr, Si sta mittennu lu jippuni. 

E cosi di seguito tutte , nominando la quarta , la 
quinta, fino all'ultima le parti del vestire donnesco. Al- 
zate tutte, la seconda dice alla mastra: Vidi ca ti lasm 
sii cuddureddi — (o Sii trizzi di /leu, — o Un pocu 
di viscotta): Sta' attenta, 'un facernu ca veni la gatta 
e si li mangia tutti ! e parte. Allora la prima lascia 
tutte od una delle giocatrici, e comanda: Sta' atterda 
Sina chi vegnu ij\ e parte anch'essa. 

La bambina fa la distratta, guarda in alto, e dice: 
Chi cosi beddi cci sunnu appinnuti! piglia qualche 
cosa e la mangia; e ripete i medesimi atti fino a tanto 
che non abbia mangiato tutto; allora è assalita dalle 
compagne, e tutte ridono. (Per quest'ultima circostanza 
V. il giuoco A li ficu). 

Cfr. il giuoco n. 14: A Ttùppi tuppi. 



A LI CULURA 261 

139. A li Cuiùra. 

Uno fa da mastro, uno da Angelo e uno da Diavolo. 
Ciascuno degli altri giocatori riceve in segreto un nome 
detto cuLuri, che non è un vero colore : verde, rosso 
ecc. ma il nome d' un oggetto. Tutti si accoccolano 
in terra, con le spalle poggiate a un muro. Dopo que- 
sto battesimo il mastro, che rappresenta un mercante, 
chiama^ a destra, l'angelo: iVnm^M nninghi Vancilu! 
Nninghi nninghi V ancilu ! ovvero, come a Chiara- 
monte : 

Tringuli tringuli 
L*auggi e li spinguli ! (bis) 

e agita le mani come scotendo un campanello. Si muove 
l'angelo con le braccia tese in forma di ali, e fa col 
mastro il seguente dialogo: 

Angelo: Vogghiu un culuri! Mastro : Chi culuri 
muti? Angelo: Vogghiu, p. e., 'n'aricchina d* oru. 
Se tra' giocatori v' è uno che ebbe questo nome , il 
mastro dice : Pigghiativilla, e gli consegna Aricchina 
d'oru, il quale giulivo e festante balza in piedi e segue 
l'angelo; se Aricchina d'oru non c'è, l'angelo va via a 
testa bassa come mortificato. 

Indi il mastro si volge a sinistra e chiama il dia- 
volo imitando colla voce e con le mani il suono d'un 
campanone. Mastro: Bom bom ! bom borni bom bom! 
lu diavulu ! (bis); in Chiaramente: 

Tricchi tracchi 
Milli visazzi (bis). 



262 GIUOCHI 

e in Palermo : 

Tròcculi tròcculi 

La pasta e li vròcculi. 

Il diavolo facendo colle due mani due coma sulla 
fronte , con passo caricato e zoppicante e con voce 
grossa da far paura, chiede al mastro mercante: Vog' 
gìiiu un cuLuri, M. Chi culurì ì D. Vogghiu 'na Seg- 
gia. Se la Sedia e' è, il mercante gliela dà dicendo : 
Seggia, vattinni a lu 'Nfernu mmalidittu ! 

Questo dialogo si ripete tante volte quanti sono i 
colori, cioè a dire i ragazzi che giocano; de' quali la 
maggior parte vengono indovinati e presi dall'angelo, 
tra perchè egli è simpatico a tutti, e perchè qualche 
« colore » che egli mena seco, conoscendo il battesimo 
di qualcuno dei ragazzi di là da vendersi, glielo su- 
surra all'orecchio. 

.Quando non c'è più nessuno da comprare, il diavolo 
colle poche anime che ha potuto acquistare rimane 
esposto agli urti ed alle picchiate degli eletti al grido : 
Tutti ó diavulu! Tutti 6 diavulu! ed egli a fuggire 
disperatamente per causar la tempesta de' colpi. I re- 
probi possono subito mettersi in salvo andando a toc- 
care il mastro, per cui diventano subito immuni. 

Il giuoco si fa anche tra bambine, e allora i nomi 
sono molto più gentili che quando si gioca tra ma- 
schi : Mantu di Maria, Campanedda d*oru, Curaddu, 
Pampinedda di nivi ecc. 

Più breve di questo è il giuoco Di li pignateddi. * 
In Mazzara, finito il giuoco, il diavolo piglia a caval- 
luccio uno dopo l'altro i dannati, e li passa sotto un 



A VOLA VOLA LU MORTU 263 

arco formato dalle braccia tese degli eletti conducen- 
doli alla parte opposta. L'ultimo designato a fare da 
capro espiatorio rimane fi*a le strette, e ne tocca da 
tutti, in mezzo a' quali è portato senza potersi muovere. 

Nel linguaggio familiare, di persona contro la quale 
tutti si scatenano a fatti e per lo più a parole si dice : 
Tutti ó diavutu ! cioè : tutti addosso a lui ! dagli ! 
dagli ! 

Si ravvicini al giuoco di S. Micheli. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Un' giuoco simile in Toscana e Piemonte descrive Db 
GuBERNATis, Storia popolare degli usi funebri, pp. 37-38, 
{Milano, 1873); un altro degli Abruzzi il De Nino, II, p. 102; 
uno senese il Corazzini, 184; uno, lo stessissirao del nostro, 
di Venezia il Bernoni, n. 51: / colori, ed uno analogo. Le 
pòrte, n. 47. 

140. A Vola vola lu mortu. 

[Con tavola) 

Si fa tra 6 ragazzi ; uno fa da mago , un altro da 
morto, e si distende a terra, chiude gli occhi, sbarra 
la bocca e si mette a croce le braccia. Gli altri quattro 
si postano ai quattro angoli, accendono quattro moc- 
coli (e se non ce n'è, se ne fa di meno) e caccian fuori 
un sibilo basso e continuo, a simiglianza de' rettili. 
Il mago si acconcia il capo con un fazzoletto a foggia 
di turbante meglio d'infula, e alzando in aria le braccia 
declama i seguenti versi: 

E unu, e unu, e unu I 
Canta gaddu e canta a lu scuru. 



264 GIUOCHI 

E unu, e unu, e dui ! 

E la forza si grapi e chiuj. 

E dui, e dui, e tri! 

E la luna è a pizzichi (sic). 

Finito lo scongiuro, ciascuno dei quattro apre le 
maiii, stendendole in direzione dei piedi e delle spalle 
del morto, e le va rialzando con un movimento con- 
tinuo, ma quasi impercettibile, mentre si dà opera a 
fischiar sordamente, suggendo, non ismettendo il fiato. 
Durante però il quadruplice sibilo, il mago deve de- 
<^mar sette volte, e senza interruzione, quest' altro 
seongiuro: 

Prisca, frisca, frisca, frisca! 

Ca lu muoi-tu s'arrifrisca; 

E lu muortu si spinciu, 

Più, più, più, più. 

E tiràmulu a parrinisca, 

Frisca, frisca, frisca, frisca. 

E tiràmulu comu vò* Diu, 

Più, più, più, più. 

Ed è ferma credenza de' giocatori che il morto, di- 
ventato leggiero come una piuma, debba sollevarsi da 
se stesso nell'aria, e restar li sospeso finché dura il 
sibilo; ma ove qualcuno dei quattro ripigli fiato, il 
morto diventa pesante, e il giuoco va in fumo , non 
potendo rinnovarsi due volte in un giorno. A vieppiù 
ribadire in siffatta credenza contribuisce il morto stesso^ 
Il quale di tanto in tanto esclama: Picca cci voli /... 
Ora volu /. . . Sugnu *na pinna /. . . Mi pari ca mi spuri- 
tanu l'ali!,., ed altrettali espressioni, certo non dette 
per ingannare i compagni, ma per intima persua^^ione 



A MORSI SANZUNI 205 

del faciente da morto. Qualche volta però il giuoco 
cominciato con arcano terrore finisce fra le risa, per- 
chè dispiaciuto dell'esito cattivo del giuoco, qualcuno 
piglia piacere a riempire di terra o d'altre sudicerier 
la bocca spalancata del morto; e qui le busse e le in- 
giurie s'incrociano come i razzi. 

La nostra tavola rappresenta 1* il mago con le 
braccia alzate (n. 1); 2* il morto disteso per terra (n. 2); 
3" quattro fanciulli, Tuno che alza la sinistra (n. 3) , 
l'altro che prende la destra (4), il tèrzo che sta per 
sollevare il piede manco (5), ed il quarto in piedi di- 
sposto ad acchinarsi per poi solievare il piede dritto 
(6), tutti e quattro che soffiano con la bocca. 

141. A Morsi Sanzuni. 

Un fanciullo fa da morto e si distende in terra. 
Molti suoi compagni con fazzoletti attorcigliati si bat- 
tine in segno di dolore le spalle, e girandogli attorno, 
con trista e prolungata cantilena alternano la nenia 

seguente : 

Morsi Sanzuni ! 
Jàmulu a vurvicà ! 
La Compagnia di Gioppu 
Farà la carità ! 

Di tanto in tanto gli sollevano e gli lasciano su- 
bito cadere quando un braccio e quando una gamba 
come per accertarsi che Sansone sia veramente morto; 
e già certi che lo è, s'avviano a seppellirlo. Di sera 
l'accompagnamento funebre si fa con lumi, ed ha fine 
con una sfuriata di baci, che essi, uno dopo 1' altro, 



266 GIUOCHI 

imprimono sui piedi, sulle ginocchia, sulle mani, sul 
petto, sulla bocca deLpreteso morto; il quale tra stanco 
dei tanti soflocanti baci ricevuti sulla bocca, e impa- 
ziente di cogliere il frutto della penitenza fatta, risco- 
tendosi s' aggrappa al più sciocco dei compagni , da 
cui si fa trasportare. 

Cfr. PiTRÈ, Usi natalizi^ nuziali e funebri del popolo 
siciliano, p. 172-73. Palermo, MDCCCLXXIX. Una va- 
riante borgettana di questo giuoco diede Salomone-Ma- 
rino nelle Nuove Effemer. siciL, serie II, voi. I, p. 224, 
(Palermo, 1874). 

In Alessandria della Rocca il giuoco è detto Sanzuni 
e varia notabilmente. 

In una brigatella di fanciulli, l'uno, scelto a sorte, 
fa il morto; gli altri gli giran d'intorno, un dopo l'al- 
tro, a tempo di marcia, cantando : 

È mortu Sanzuni 
Cu tuttu lu cumpagnuni; 
Ciauràmuci lu pedi, 
Videmu chi fetu fa ! 

E difatti colui che è a capo della marcia gli tocca 
il piede, ma gli altri accennano solamente a toccarlo, 
senza però intermetter né la marcia, né il canto. Al 
secondo giro gli si tocca la mano, al terzo il petto, 
al quarto la testa, modificando però il terzo verso, 
secondo la parte toccata. Arrivando a toccargli la te- 
sta, il morto si solleva e insegue i fanciulli, i quali, 
ove possano, si ritirano in uno dei due angoli dichia- 
rati precedentemente lochi sagri. Chi é afferrato, la 
fa da Sansone. 



A LU SGUICCIVECCIU 287 

142. A lu Sguicciveccìu. 

Ognuno de' vari giocatori si mette avanti un mat- 
tone, un solo di essi rimanendone senza, e questo è 
il capo-giuoco. Al motto d'ordine tutti muovono e chi 
non arriva a rimettersi avanti un mattone, perde. 

Cosi descrive questo giuoco raccolto in Licata A. 
Traina, Nuovo Vocab. siciL-ital,, p. 1156. 

143. A Ciuciuleu. 

Un fanciullo mostra ad alta mano un oggetto qua- 
lunque ad altri fanciulli che gli stanno attorno e grida : 

Ciuciuleu ! 

Chi è più pronto e primo a rispondere: 

leu! 

ha diritto ad averlQ. 

Da questo giuoco di confusione e schiamazzo, che i 
fanciulli fanno per dire ieu^ viene la frase Ftniri a 
ciuciuleu^ che vale quasi l'altra Finiri a frustustù, o a 
nanna pigghia-cincu (vedi p. 89), finire a confusione, 
strepito, disordine. 

Nel giuoco A latru e latruni si gareggia per af- 
ferrarsi scambievolmente una cosa e portarla via, 
ciò che i Toscani dicono Fare a farsi. Nel giuoco 
Allappa allappa di Siracusa, o A cu' pigghia pig- 
ghia, molti stanno attorno ad una cosa per prenderne 
il più che sia possibile. 



288 GIUOCHI 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Brescia Zoegà a la goia stransacaei ed anche Zoegà 
a la regata^ in Milano. Giugà a raffa^ e Toggetto si lancia 
in aria gridando : 

CiribibL 

e si- risponde: 

Dammi! a mi I 

In Parma A chi ciapa ciapa; in Piemonte somiglia molto 
al Giughè a chi peul pie* cheicosa pi presi. In Toscana 
si ha il Fare a raffa raffa; il Fare a grappariglia in Sie- 
na (Barbieri , 70). A proposito il Minucci , note al Maìr 
maritile^ v. IV, p. 48, scrive : « Fare a raffa rafTa, giuoco 
fanciullesco. I Latini aveano rape rape. Leppare, voce della 
lingua furbesca, e significa portar via con prestezza. Da 
rapere latino si fece rappare , come il Boccaccio in una 
lettera ms. da fugam arripere formò arrappare; e disse 
la fuga arrapare, » 

144. A Toccamuru. 

Prende il nome A pigghiari in S* Ninfa; A tocca- 
ferra, A tocca-lignu quando non si tocchi se non 
ferro o legno. 

Si fa a contarsi, ed il sorteggiato esce nel mezzo, 
pronto ad afferrare uno dei compagni che non tocchi 
muro ; e corre e sgambetta affin di riescire nel suo 
intento quando i giocatori scostandosi dal muro di due 
fabbricati opposti e vicini si scambiano di corsa il po- 
sto. Talora egli insidia un compagno per ispostarlo 
dal muro; ma se vi riesce con la violenza piuttosto che 



A TOCCAMURU ^20© 

eon Tagilità e Tastuzìa, il mastro nella sua qualità di 
giudice è li a sentenziare che il giocatore preso non 
è obbligato a penitenza. Chi viene chiappato passa ne 1 
-mezzo. 

Il giuoco si apre con motto decisivo : iSourunala 
(Palermo), o Pi tutti i;a (Termini), o SurciMu^ tócGhimi 
ccà ^(Ragusa), o Saroa (Licata). Il motto indice di tre- 
gua o di sospensione individuale o generale è : Spa- 
gna 6 Re (Sicilia) , o Mezzafrancu (Mazzara) , o ó 
turcu (Siracusa). Quello di vittoria di chi ghermi- 
sce un compagno: l'Aceddu ti lassù ! (Sicilia), o Tra- 
€Cina e pani càw^ (Ragusa) e dà un pugno a chi è 
già preso, o CidcciUa {làcaia), e lo tocca leggermente, o 

Strazza cunigliazzu 

Ddocu ti piglia e ddocu ti lassù. 

(Per questi motti veggasi a p. 22 del volume). 

Varietà del Toccamuru sono particolarmente i giuo- 
chi che escono sotto i nomi A gaddru in Marsala, ó 
turcu in Siracusa, A iiringattu in Acireale, (v. il 
giuoco seguente) , e mecchi in Comiso , ó surci in 
Ragusa, A chiesa curriri in Casteltermini, A li sarvi 
in Licata ecc. 

Varietà messinesi sono il Tocca-flìn^nini , in cui i 
giocatori per npn esser presi da chi è sotto devono 
toccare le donne che passano o nelle braccia, o nel 
petto nel seggiu , secondo è stato prestabilito ; il 
Tocca-criatiy in cui s' hanno a toccar cameriere ; il 
Tocca-putticati y in cui correndosi un lungo tratto si 
ha a toccar dappertutto le porte [purticati) che s'in- 
contrano; il Rumpi-pignati, che porta con sé la bella 



270 GIUOCHI 

condizione di andar rompendo lampioni di bettole o 
pignatte di terra cotta messe fuori a bollire. E scusate 
se è poco I 

Vi è pure il giuoco A tocca-nenU, nel quale biso- 
gna star ritti, sospesi, senza poggiarsi né toccar nulla; 
chi tocca qualche cosa va sotto. 

Vedi altresì il giuoco A lu lignu santu, n. 84. 

VARIANTI E RISCONTRI 

A tocca-muro in Calabria ; A toccamuro , Ad acchiap- 
parsi, A tocca gamba in Toscana: A tocca-ferro nelle Mar- 
che (GiANANDRBA, u. 2); A barabota in Parma; A pomma 
in Mirandola (MEScmERi , p. 168); A bara in Milano (Chb- 
RUBmi» I, 68); A tana e A toca fero in Brescia; in Piemonte 
A bararota (Sant'Albino, p. 216); A tocca fero in Venezia 
(Bbrnoni, n. 68). 

Fella sua analogia col giuoco del Toccamuru, vedi que- 
sto giuoco che segue. 

145. A Gaddru. 

In Marsala ed altri paesi della provincia di Tra- 
pani, dopo fatto al conto, tutti i giocatori o le gio- 
catrici si chiamano galline per distinguersi dal gallo, 
che sta nel mezzo, perchè va sotto. Tutti si tengono 
attaccati al muro ; per iscambiarsi i posti sotto gli 
occhi del gallo, fanno questo dialogo: 

— Cummari, tanticchia di sali. 

— Cc'è lu gaddru, nun pozzu passari. 

— E passati, cummari, passati. 

E cosi dicendo le galline chiocciano, schiamazzano. 



A GADDRU 271 

saltellano innanzi ed intorno al gallo beffandolo. Quan- 
d'egli ne acchiappa qualcuna, grida subito zappa! e 
quello diventa gallo, ed egli passa a gallina. 

In Mazzara tutto questo si dice A primu gaddru. 
Ad ultimu gaddru i giocatori zappati, cioè presi, di- 
ventano di mano in mano tutti galli; e quando è preso 
l'ultimo, questo solo rimane gallo , e gli altri diven- 
tano galline. 

Nella variante Tiringattu di Acireale , i giocatori 
si ripetono canterellando : 

Tiringattu di canigghia, 
Non e* è nuddu ca mi pigghia; 
Tiringattu mi voli pigghiari, 
Persi la 'ugghia e lu iditali; 
Ca ti pigghia, ca ti pigghia, 
Tiringattu di canigghia. 

In Siracusa il giuoco è 6 tureu, e turcu, come in Mar- 
sala gaddru^ è detto chi va sotto ed insegue , come 
i pirati d'una volta, i giocatori. 

In Avola ed altrove il giuoco è fra tre fanciuUine, 
di cui le prime parlano cosi tra loro : 

— cummari, vinni lu cumpari? 
— Vinni. 

— Chi purtau? 

— Gilusia. 

— Tessi tessi, cummari mia. 

Nello scambiarsi le prime due i posti, la terza si af- 
fretta ad occuparne uno. 

Nella varietà A fìrriari di S. Ninfa molti ragazzi 
girano intorno ad una cosa isolata , inseguiti da un 



272 GIUOCHI 

altro che cerca raggiungerli ed afferrarli; il quale per- 
ciò si nasconde talvolta entro una casa vicina, taFaltra 
dietro un muro, ed uscendone a un tratto per sor- 
prenderli. 

Chi è preso va sotto. 

146. A lì Quattru Cantuneri. 

Si dice anche A li culonni; in Catania A scancia- 
locu; in Catenanuova A stagna [stenni?) la riti; in 
Cianciana A cantunera. 

I giocatori si contano, e chi va sotto si pianta nel 
mezzo; gli altri si postano ciascuno ad uno spigolo di 
muro ad una colonna, e di corsa si cambiano Tun 
Taltro il posto , che chi è nel mezzo corre ad occu- 
pare. Se egli vi riesce, Taltro, rimasto privo di asilo, 
va nel mezzo, ed il giuoco prosegue. In Catenanuova 
tra'due giocatori con lo scambio del posto si ripe- 
tono i seguenti versetti : 

1. — Stagna la riti, * 

Colpu di siti, 

Comu si cura la sita? 

2. — Ccu li mazzi, 

Ccu li cuti, 

E li fòrfici pizzuti. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nella Terra d' Otranto A li quattru punta (De Simone;:. 
in Biceglie A li quatte cantion; in Pomigliano d'Arco è lo 
stesso (Imbriani , L, Canzon, n. XLI, nota); in Toscana Ai 
quatti'o punti o Alle colonne ; in Colle di Val d* Elsa Ai 

1 La r di riti è pronunziata dolcissima. 



A OGNUNU SI GUARDA LA SO PEDDI 273 

quattro cantoni; Ai quattro spigoli nelle Marche (Gianan- 
DREA, n. 4); in Ferrara Quatar canton; Quatir cantun nel 
Monferrato (Fbrraro, Cinq, Giuochi); in Piemonte Barabon 
un pò* éC feu (Sant'Albino,, p. 216); in Tortona Ai quater 
cantón; in Venezia Ai sete cantoni (Boerio) e Comare co- 
mareta (Bernoni, n. 44) e quattro di cinque giocatrici con 
una candeleta in mano ciascuna si scambiano con pre- 
stezza e cautela i quattro angoli che occupano curando di 
non farli prendere da colei che sta nel mezzo. Neil* Ai 
quatter canton di Parma, correndo ai posti , in principio 
del giuoco, sogliono i ragazzi dire per tre volte : 

FaiSL ptgoèul 
Scapa chi poèul. 

cioè: zara a chi tocca (Malaspina). Vedi il giuoco prece- 
dente e l'altro A li latri e li sbirri, 

147. A Ognunu si guarda lo so peddi. 

Questo giuoco ha somiglianza col ToccamurUy e 
consiste neir inseguirsi che fanno molti ragazzi pic- 
chiandosi Tun r altro alle spalle e gridando: Ognunu 
si guarda la so peddi! Chi si rifugia ad un muro e 
vi appoggia il dosso, è salvo. 

148. A Frustustù. 

Tutti i giocatori, fuori di uno di essi, che rimane 
in mezzo, pigliano un posto. Ad un segno, con la voce 
fHcstustUy devon tutti cangiar di posto, e chi non ar- 
riva a tempo rimane a sua volta nel mezzo. 

La frase A friùsticstù significa a catafascio. 

Si ravvicini al Toccamuru, n. 144. 

G. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi 18 



274 GIUOCHI 

149. A Sgre2za-murtaru. 

Cinque o più fanciulli a un cenno del capo siedono 
in quattro sedie, tenendovisi strettamente per non es- 
serne spostati da chi non potè trovar posto, il quale 
se vi riesce mette fuori il mal capitato. 

Si usa nel Catanese. 

150. A tia vogghiu, a tia nun vogghiu. 

Molti ragazzi in numero pari oltre il mastro si pren- 
dono per mano e formano un cerchio. Il mastro; che 
unito agli altri forma un numero dispari, si posta nel 
mezzo, e additando or Fune, or l'altro per ordine dice: 
A tia vogghiu^ a tia nun vogghiu^ finché poi si ab- 
braccia con uno dicendo : A tia vogghiu ! Tutti gli 
altri si abbracciano parimenti, eccetto un solo, il quale 
essendo dispari non trova compagno con cui abbrac- 
ciarsi, ed oltre che a soffrir la burla di rimaner solo è 
obbligato a deporre un pegno. 

Ripetuto il giuoco e raccolti parecchi pegni, ne se- 
guono le penitenze. Cosi in Mazzara. 

In Poggioreale questo giuoco è principio d'un altro; 
perchè colui che rimane solo, quando gli altri si ab- 
Iwracciano, deve fare lu gattu mamuni. Egli allora è 
bendato, e percosso or dall'uno, or dall'altro de* gio- 
catori , che gli fanno il girotondo , intanto che egli 
cerca di chiappare quel tale ragazzo da cui è stato per- 
cosso. Se lo coglie ed afferra viene sbendato, e ben- 
dasi invece colui che fu chiappato. 



A l'apuni 275 

In S. Ninfa e Calatafirai a chi resta solo , mentre 
gli altri s'abbracciano, si fa sulla scarpa un segno col 
gesso, e chi, ripetuto il giuoco , riceve tre di questi 
segni , è soggetto ad una penitenza. (Vedi il gruppo 
Attuppa-occhi, n. 96, A 'ntuppatieddu, n. 102 ecc.). 

In quel di Noto si fa tra maschi e femmine , ed è 
capo-giuoco una bambina o una donna. (Vedi M. Di 
Martino, Una gita autunnale e un costume pop. si^ 
ciliano, pag. 10. Venezia, Stab. tip. Grimaldo 1872). 

151. A l'Apuni. 

Molti ragazzi di numero dispari si mettono in cer- 
chio in piedi; il mastro nel mezzo ronza come V ape 
tenendo le mani verso la bocca; poi si fa a chiedere, 
uno per uno, ai giocatori: 

D. Nn* aviti luci ? 
R, Santa Cruci. 

Finito il giro si posta nel centro e in atteggiamento 
grave, e sempre ronzando fa due volte la ruota; indi 
torna a dire : 

Sita sita! 

Allora i giocatori, pronti e solleciti, si scompongono, 
per trovarsi ciascuno un compagno che rappresenta 
la sposa, ed a cui dicono : 

Chista è la me zita I 

Ma uno, dispari, resta senza zUa^ e questi deve de- 
porre un pegno per poter proseguire a giocare. Co- 
loro che hanno pagato un pegno , faranno da ultimo 
la penitenza. 



276 GIUOCHI 

Giuoco raccolto in Cianciarla, ben diverso dall'altro 
di questa raccolta che porta il medesimo titolo. 
Simile ai Laparduni di Riesi. 

152. A Cercati canzu. 

Si gioca in numero dispari. Tutti i fanciulli , meno 
uno, stanno seduti in giro sopra grosse pietre ad e- 
guale distanza, il mastro nel mezzo. A certo punto il 
mastro si alza, gira sopra di sé ronzando come ape, 
e grida : Cercati canzu < (Casteltermini) , o Firustu- 
sta (Cianciana). A questo grido tutti debbono lasciare 
i posti ; il mastro s' impossessa d' un posto che gli 
piace; gli altri di quello che possono di slancio gua- 
dagnarsi. Uno di loro, dispari, ne resta senza, e per ca- 
stigo deve lasciare per pegno un oggetto del suo ve- 
stito. 

Si ripete il giuoco , e si vanno lasciando altri pe- 
gni; il primo che si riduce con la sola camicia indosso 
segna la fine del giuoco, ma non può riaver la roba 
sua se non gridando uno per uno i vari oggetti che 
gli si vanno restituendo, e ripetendo ad alta voce tutte 
le castronerie che il mastro gli suggerisce; di che si 
ride un bel tratto. 

Questa versione è stata raccolta in Casteltermini. 

153. A Vacci tu. 

Molti ragazzi si tengono a mani giunte in alto e 
formano un largo cerchio stando fermi. Intorno a loro 

* Canzu per cantu^ canto, sito, posto, è di alcune parlate. 



A VACCI TU 277 

corrono altri due, e s'inseguono : chi fugge, è battuto, 
quando vien raggiunto; devia e sguiscia sotto alle brac- 
cia di quelli che formano il cerchio, per non farsi rag- 
giungere; ma in questo caso, se sfugge al pugno del 
suo persecutore, non isfugge facilmente al piede degli 
altri. L' inseguito quando gli piace percuote uno di 
quelli che formano il cerchio , dicendogli : Vacci tu, 
e ne prende il posto. Ma quest' ultimo insegue , e 
quello che inseguiva fugge. 

È questo un giuoco che si fa in Mazzara , Calata- 
fimi , S. Ninfa e in altri comuni del Trapanese ; e si 
ravvicina al giuoco Ad ajutami tu ! n. 166. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nella Gerusalemme liberata il Tasso, c. Ili, st. 32, ri- 
corda un giuoco moro, nel quale i fuggenti al termine dello 
steccàito diventavano persecutori e lanciatori e viceversa. 
Ne' versi 7-8 della Crerus, conquistata si legge : 

Tal ne' giuochi affricani il capo e '1 dorso 
L'uom copre in fuga alterna, e 'n dubbio corso. 

Ed il prof. Camillo Mella, {La Gerusalemme liberata di 
r. Tasso illustrata col presidio della filologia, della storia 
e del disegno, 4* edizione; Modena MDCCCLXVIII) scrive : 
« Cotal giuoco, introdotto primamente da* Mori in Ispagna, 
cosi solea farsi : Alcuni cavalieri spiccavansi da un lato 
della lizza, e, gettatosi a tergo lo scudo, si davano a fug- 
gire, incalzati da altri, detti inseguenti, come essi fuggi- 
tori. Giunti in fondo allo steccato , i secondi gittavansi. 
dietro alla lor volta lo scudo, e fuggivano inseguiti da al- 
tro stuolo; e cosi mano mano sino alla fine del giuoco, tem- 
pestandosi con proietti di varia specie. » 



278 GIUOCHI 

154. A Rumè. 

(Con tavola) 

In Avola è detto A rumeu o scerru; in Chiaramonte 
e Ragusa A rame; in Marsala A merrameu spa- 
gnolu; in Messina Curniola lassa e pigghia; in Gir- 
genti 6 nerbu; in Licata, Riesi, Siracusa e buona parte 
della provincia ó mazzuni, in Modica però Auriccia^ 
in Catania A li frutti ecc. 

n maggiore di età della piccola brigata fa da capo 
(n. 1) ; gli altri si contano, e colui sul quale cade il 
conto prende in mano il rumè (n. 2). Gli altri stanno 
tutti dietro a lui pronti a battersela (n. 3). 

Il runnè, fazzoletto contorto e poi addoppiato a guisa 
di fune (nel quale talora si nasconde un sassolino), o, 
addirittura, un pezzo di fune, è detto rumeu in Avola, 
mazzuni in Spaccaforno, Noto, Licata, mazzuòcculu 
in Ragusa, Chiaramonte, Modica. La estremità sottile 
la prende in mano chi è stato favorito dalla sorte; l'al- 
tra più grossa il capo-giuoco , che la stringe tra le 
ginocchia. 

Egli con le mani e con le parole descrive un oggetto 
ben noto , che V altro deve indovinare alla presenza 
dei compagni. P. e. vuol parlare del muluni (popone), 
e mettendo a semicerchio i pollici e gl'indici delle due 
inani dice : Cc*è *na cosa tanta^ tanta (e va allargando 
i semicerchi tanto da formare un cerchio che sia come 
il diametro di un popone) cchtìi di tanta nun è. Chi 
(che) è ? Nel Modicano il mastro disegna sul proprio 



A RUME 279 

ginocchio il frutto e la fronda; in Mazzara lo rappre- 
senta con un laccio o una funicella. Chi tiene il rumè^ 
non arriva a indovinare , e allora chiede schiari- 
menti e circostanze : — Si mancia 9 — SL — Havi 
pampini? — Uhavi ecc.; o indovina infira tre risposte 
e dice , come deve in questo caso : M%Uuni ! — -Mw- 
lunla a tutti ! risponde subito il capo, o : Forza ad 
iddi ! (dagli forte addosso !) e slarga le gambe lascian- 
do il rumè, (Se l'oggetto è, p. e., un cedriuolo^ una 
pera^ il capo dice: citrUlia^ pirla * ecc.). E qui i gio- 
catori a fuggire, ad appiattarsi per non farsi raggiun- 
gere e picchiare senza diritto di poter reagire. La 
corsa dura quanto vuole il mastro; a suo piacere egli* 
grida : Rumè^ cK 'u mastru è mlu ! rumè ! in Noto 
mazzuni ! in Modica Ariccia ariccìa ! in Licata Au- 
^ riccia auriccia ! e in Santa Margherita di Belice : 
Nninghi nninghi lu nvustazzuni ! E i giocatori, ob- 
bedienti, si affrettano a tornare al mastro e toccarlo. 
Finché non lo tocchino, chi tiene il rumè ha diritto 
di batterli ; che se batte dopo il toccamente , riceve 
in pena un colpo di rum^è. Se uno rimane che ancora 
non sia giunto dal mastro, è perdonato. 

Ricominciandosi il giuoco , chi tiene il rumè tira 
a indovinare un'altra cosa che avrà in testa il capo; 
se si appone, va bene; se no, deve cedere il rum^ ad 
altri a cui spetti secondo Tordine. 

Il Rumsu Scerru offre qualche varietà. Quando 
colui che indovina ha perseguitato un buon tratto gli 

1 Che è quanto dire: e tu da' colpi di codriuolo, di pera ! 



280 GIUOCHI 

altri, il capo grida : Rumèalu rumèalu ! o pure Scèr- 
ralu scèrralu scèrralu ! e allora tutti si volgono con- 
tro lui; né egli trova altro scampo alFassalimento se non 
quello di gettare la fune [rumeu) e di asilarsi presso 
il capo, che fa Tufficio di padre o madre secondo che 
il giuoco sia tra fanciulli o tra fanciulle. In Mazzara 
chi ha inseguito col rumè i compagni, tornato al ma- 
stro, consegna il rumè a lui; questi dapprima gli dà 
un colpo, poi gli domanda quale sia stato il frutto; ma 
intanto che quello risponde, egli lo picchia maledet- 
tamente. 

Nel Cumiola lassa e pigghia di Messina, chi sbaglia 
l'oggetto proposto a indovinare riceve un colpo; chi 
indovina, colla cumiola, ossia col rumè in mano, at 
tende il cenno della mamma (capo-giuoco), la quale 

dice : 

I me' figghi andàru à scola * 

— Non ci andaru. 

— Tutti mmaliditti ! 

e li fa inseguire , per poi richiamarli al grido : 6. 
mam/ma ! e chi ha fatto da mamma, ricominciandosi 
il giuoco, prende in mano la cumiola. 

Da questo giuoco nasce la frase Passari lu rumè, 
che vale battere a distesa, picchiare tutti indistinta- 
mente, ecc. 

Un cenno di questo giuoco fece nella prima metà 
del sec. passato Fr. Pasqualino, il quale ne citò pure 
un altro, probabilmente il medesimo, col titolo Ceddara 

* I miei figli andarono alla scuola. 



A LA CRISTAREDDA 281 

ceddara benvimUa^ parole con le quali il mastro ri- 
chiamava a sé i giiiocatori dispersi o rimpiattati. Vedi 
M. Pasqualino, Vocab. siciL v. IV, p. 305 e I, p. 294, 
Un componimento poetico in senso allegorico sul 
Rumè scrisse C. Piola nelle sue Poesie sicU,, p. 543. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Lo fanno i fanciulli toscani col nome Zimbello, ì Mar- 
chigiani con quello di Mazza-mena, i Veneziani di Albori 
alti, gV Istriani come i Catanesi dei Frutti. Vedi Gianan- 
DREA, n. 12; Bernoni, n. 88; Ive, p. 286, n. 6. Il richiamo 
in Venezia è col grido di iri-iri, in Rovigno A li lari, a 
li lari, a li lari, « espressione di flsonomia prettamente la- 
tina, che richiama all'ovidiano Ad larem suum reverti li- 
eeret ». 

155. A la Cristaredda. 

Uno siede ed appoggia il dosso delle mani alla giun- 
tura delle ginocchia al di dentro delle gambe , che 
tiene largamente aperte. Un altro mette le ginocchia 
a terra innanzi a lui, ed imitando con la voce il canto 
del gheppio, agita la testa e la fa passare tra le mani 
dell'alleo giocatore , il quale nel tempo medesimo le 
chiude ad un tratto, e se gli riesce di stringer la testa 
del compagno, Fune sottentra alFaltro. 

Cristaredda o tistaredda è il falco novembora- 
censis di Linneo. 

156. A Guarda lu lumi l 

Messo un lume acceso in mezzo d' una stanza , in 
terra, molti formano un cerchio intomo ad esso, te- 
nendosi insieme con le mani in basso. Il mastro sta 



282 GIUOCHI 

fuori, tenendo lo zimbello e, mentre gli altri girano, 
egli grida : Guarda lu lumi ! per distrarre da sé la 
loro attenzione, e quando gli pare ristante opportuno, 
consegna destramente il fazzoletto, senza farne accor- 
gere agli altri. Chi riceve il fazzoletto , rimanendosi 
al suo posto, percuote il compagno di destila, il quale 
gira e torna al suo posto. Ripreso il fazzoletto, il ma- 
stro, mentre gli 'altri girano, grida : Guarda lu lumi! 
e lo consegna ad un altro, e ne avviene la medesima 
cosa che si è descritta. Cosi continua il giuoco, finché 
non siano stanchi di esser battuti. 
Raccolto in Mazzara. 

157. A Pedi zoppu. 

Otto, dieci , più giocatori si contano : uno fa da 
mastru , uno da sutta , gli altri da 'n capu. Chi va 
sotto riceve in mano il solito rumèy e sta in guardia; 
gli altri attorno al mastro lo toccano, senza scostar- 
sene. Per aprire il giuoco egli grida: Scu7^nala o Scih 
runella^ e in Termini: Pi tutu va ! Tutti si staccano 
e fuggono sparpagliandosi, inseguiti or Tuno or Taltro 
dal sotto. Chi viene raggiunto riceve colpi di'rwmè, 
e se non può con la fuga sottrarvisi bisogna che fino 
al posto del mastro vada saltando sopra un sol piede : 
nel qual caso il sotto non può più molestarlo. Se però 
posa entrambi i piedi, ricomincia ad esser picchiato. 

À un richiamo del mastro, chi non s'è ritirato an- 
cora, si ritira anche a rischio di ricever de' colpi dal 
sotto , che sta in parata a tagliale i passi de' gio- 
catori. 

Si ravvicini a' nn. 79 e 80, A li zoppi, A zu Annia. 



A LA SCARPAZZA 283^ 

158. A la Scarpazza. 

Si fa in tre: tutti seduti in giro per terra , cocco- 
loni, facendo con le gambe un ponte. 11 mastro picchia 
a vicenda ora V uno ora V altro de' compagni dando 
loro delle manate o de' manrovesci. 

I compagni hanno ciascuno una scarpa o pianella 
in mano, con la quale dovranno alla lor volta picchiare 
il mastro nel momento che egli batte; se uno lo col- 
pisce nella mano, e non altrove, ne prende il posto. 

È un giuoco di molta destrezza ed attenzione, molto 
simile a quest'altro, 

159. A. la Tappina. 

Chiamasi A passa passa lu quasareddru in Maz- 
zara; A la scarpa passa in Avola ; A la tappina in 
Cianciana ; A mataciuni in Palermo ecc. Molti fan- 
ciulli si siedono in circolo per terra con le gambe 
ad arco e le mani unite sotto le gambe. Chi è stato 
condannato dalla sorte a stare nel mezzo, girandosi 
intorno si sente fioccare de' colpi alle gambe o al dorsa 
con una scarpa, o pianella, o zimbello che essi fanno 
scorrere sotto le gambe dicendosi mano mano che la 
ricevano: La scarpa passa/ o Passa lu quasareddru! 
Questa tempesta inevitabile dura un bel tratto a danno 
del mal capitato che invano cerca di afferrare o la 
pianella o lo zimbello, perchè i giocatori dato il colpo 
ritirano subito e fanno sparir sotto le gambe l'oggetto* 



284 GIUOCHI 

Quando gli riesce d'afferrarlo però, Y « appozzato » pic- 
chia alla sua volta il disaccorto, e gli fa prendere il suo 
posto. 

Nel Mataciuni di Palermo si fa uso d'uno zimbello, 
e chi primo lo prende in mano e primo apre il giuoco 
chiede a chi sta in mezzo : D' unni nesci lu siUi ? e 
mentre quello lo indica , gli appioppa una mataciih 
na^a, cioè un colpo di zimbello, facendo subito scorrer 
di nascosto in altre mani il fazzoletto. 

VARIANTI E RISCONTRI 
In Milano si dice Giugà a la ciavatta, 

160. A lu Cardiddu. 

Il mastro siede in mezzo a due altri giocatori, e te- 
nendo in mano un lungo bastone sul quale fa scorrere 
con prestezza le mani or su ed or giti^ imita nel tem- 
po medesimo il canto del cardellino. Quando gli pare 
opportuno batte con la mano la coscia or dell'uno or 
dell' altro dei suoi compagni, i quali devono colpirla 
o schermirla. Se la colpiscono, sottentrano al posto 
del mastro; se fallano, avviene che ricevano due bat- 
tute: una del mastro e una loro. 

n titolo di Jocu di focu, che in Calataflmi si dà a 
questo giuoco , mostra che tempesta di colpi si sca- 
richi a destra e a sinistra del mastro. 

VARIANTI E RISCONTRI 

La scarpazza si gioca anche à Venezia sotto il nome El 
calegher (Bbrnoni, n. 78). 



A COTTA COTTA LA VAVALUCEDDA 285 

161. A Cotta cotta la vavalucedda. 

Molti fanciulli si prendono per le mani e fanno il 
girotondo. 

Attorno ad essi un mastro insegue un altro mastro 
per raggiungerlo, il quale girando sempre a più non 
posso va dicendo : Cotta cotta la vavaliccedda^ e pro- 
curando di non farsi afferrare; altrimenti, da inseguito 
deve mutarsi in inseguitore. Se si stanca, però, può 
farsi sostituire da un altro dei ragazzi del circolo; ma 
è difficile che riesca alla desiderata sostituzione senza 
lasciarsi cogliere da chi insegue. 

Nel giuoco ciancianese A darinnilli , un fanciullo 
è armato di uno zimbello, col quale insegue i com- 
pagni. 

Si fa particolarmente in Cianciana. 

162. A la Gatta e lu suroL 

Un bambino o una bambina fa da gatto, uno da topo, 
gli altri si prendono per le mani e, stando fermi, fanno 
un circolo , entro il quale si pone il topo e fuori il 
gatto. Il gatto picchia e fa il seguente dialogo : 

Gatto. Surciddu, gràpimi ca mi chiovi ! 
Sorcio, Quantu mi mentu li quasetti. 
Gatto, Surciddu, gràpimi ca mi chiovi! 
Sorcio, Quantu mi mettu li scarpuzzi. 
Gatto. Surciddu, gràpimi ca mi chiovi 1 
Sorcio, Quantu mi mettu la cammisa. 

E cosi di seguito fino a tanto che il topo non abbia 



286 GIUOCHI 

eon le sue risposte esaurito il vestiario; quando non 
ha più altri pretesti, fìnge di aprire, e scappa via; il 
gatto lo insegue dentro il circolo', il quale comincia 
a girare vorticosamente ; ed il topo ad entrare e ad 
uscire, ed il gatto ad inseguirlo prestissimamente senza 
mai interrompere il girotondo. Quando il gatto rag- 
giunge e chiappa il topo, il giuoco finisce e si mutano 
le parti. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Vedi una variante marchigiana in Gianandrba., n. 7: /Z 
gatto e il sorcio; due veneziane, che hanno una certa ana- 
logia, in Bernoni , n. 41 : Le pecorele , e n. ò9 : El goto 
el sorz€. 

163. A Figgiau 'a jiatta. 

Alquante himhe, prese a mani, formano un cerchio, 
ma siccome sollevano le braccia, il cerchio vien fog- 
giato ad archi. Due altre bimbe camminano ad eguale 
distanza intorno al cerchio , ma dopo camminato un 
tratto, runa domanda all'altra : 

1* eummari, vi figgiau *a jiatta? * 

2* Gnursi, eummari. 

r Quanttt vi nni fici ?• 

2- Setti. 

!• E, a cu' 'i dàstivu ? 

2* Una a S. Pietru. 

!• E r àutra? 

2« A la Batia. • 

* comare, figliò la vostra gatta f 
' Quanti gattini vi fece (figliando) ? 






AD ANGHI DI PURCEDDRI 287 

!• E r àutra ? 

2? A li Scappuccini. 

1- E r àutra? 

E qui si nominano le persone più abbiette del paese, 
come i tamburini, i becchini, ecc. 

!• E r urtima a cu* 'a dastivu ? 
2* A mia. 
1' E a mia ? 
2* Curnupia. 

Qui la comare defraudata s'indiavola, e va ripetendo : 
E a mia ? e insegue V altra comare , la quale grida 
senza prender flato : Curnupia ! curnupia ! La co- 
mare inseguita entra ed esce dal cerchio per difen- 
dersi e per isfuggire alle unghie della comare. Il cer- 
chio si scioglie, e ognuna delle ragazzine prende parte 
a favore dell'una o dell'altra comare. 

Molto comune nel Medicano , del quale il dialogo 
conserva la parlata. 

164. Ad Anghi di purceddri. 

Molti ragazzi si prendono per mano e formano un 
cerchio; due fanno a pari e caffo, e uno divenuto ma- 
stro e l'altro compratore, dicono : Chi vinniti ì — Pur- 
ceddri — A quantu ? — A tantu. Convenuti sul prez- 
zo, il compratore va a prendere uno de' ragazzi, che 
intanto fanno il girotondo e si difendono quanto pos- 
sono sparando dei calci se il compratore vuol chiap- 
parne uno. .Quando il porcello è chiappato , questo 
siede o aiuta il compratore a prenderne altri dopo Io 



288 GIUOCHI 

stesso dialogo per ciascuno di essi. Ridotti a due i 
porcelli che girano, il compratore li prende da sé sen- 
z'altro aiuto. Preso Tultimo, questo fa da compratore, 
ed il giuoco ricomincia. 

Questa versione è stata raccolta in S. Ninfa e Maz- 
zara. 

165. Ad Allelluja. 

Un certo numero di ragazzi si contano, e chi sorte 
resta fuori, mentre gli altri si prendono per mano e 
fanno ruota, e girano rapidamente in modo che nes- 
suno di essi possa venir colto da quello che va sotto; 
a respingere il quale sparano, quando gli son vicini, 
de' violenti calci. Chi è afferrato va sotto. 

Prima di mettersi in moto, chi va sotto domanda: 
Cruda o cotta? e^ solo quando il mastro risponde co/tó, 
ha il diritto di afferrare chi può. 

Una varietà del giuoco è questa : 

Molte bambine si danno le mani , e fanno il giro 
tondo, mentre due stanno nel mezzo senza aver tro- 
vato posto, e condannate ad afferrare alcuna la quale 
le sostituisca nella penitenza. Quando vi riescono (e 
talvolta è una sola) la spostata va nel mezzo. 

VARIANTI E RISCONTRI 
In Milano Giugà a fresch i pomm brugnoeu o brojent. 

166. Ad Ajutami tu ! 

Un numero indeterminato di fanciulli, ma più sono 
e meglio è, si contano; il sorteggiato resta fuori, mentre 



A LU LUPU 289 

essi tutti, prendendosi per mano, fanno un gran cir- 
colo e girano in tondo. Quando gli cade in acconcio 
egli dà ad uno di essi, a sua scelta, una sculacciata, 
una manata, o un pugno ; questi , che chiameremo 
Petru, si stacca issofatto dal circolo, che si richiude 
e rigira , e corre al percotitore , picchiandolo come 
può a manrovesci, a ceffoni, a sculacciate; finché so- 
praffatto , egli, il battitore battuto , grida : Peppi, (o 
altro de* giocatori del circolo), ajutami tul E Peppe^ 
pronto alla chiamata , lascia il circolo , e va a pic- 
chiare il secondo, Petru, prima provocato e percossa 
àdXVappuzzatu^ il quale andando al circolo vi prende 
parte e fa il girotondo. Poppe picchia di santa ra- 
gione Pietro, finché Pietro stanco, grida, p. e: Vanni^ 
ajutami tu , e Giovanni lasciando il posto, va a sal- 
vare Pietro, (ma ripiglia il circolo), percotendo Poppe. 
La scena prosegue per un bel tratto a furia di chia- 
mate, di picchiate e di giri, finché, già stanchi, met- 
tono fine al giuoco. 

167. A lu Lupu. 

Molti ragazzi si contano : uno di essi figura da lupo, 
gli altri fanno il girotondo belando, grugnendo, ab- 
baiando , ragliando secondo che vogliano fingere pe- 
core, maiali , cani , asini ; il lupo urla in disparte, e 
quando vede incominciato il giro s'accosta per chiappare 
uno dei giocatori. Questi intanto girano più presta- 
mente , tanto rapidamente che é difficile chiapparne 
uno; e quando il lupo é più vicino, ciascuno tira calci 

O. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi 19 



290 GIUOCHI 

per tenerlo lontano. Quando egli riesce ad afferrare 
una gamba, chi è preso va sotto a far da lupo, ed il 
lupo entra a far la ruota. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Ha qualche lontano riscontro con Giriti, giriti, girandola, 
e (Hra, gira, rosa, nn. 38 e 35 del Bbrnoni. 

168. A Varda-mugghierì. 

Chi va sotto è messo ginocchioni , e fa da mug- 
ghieri. La mamma (capo-giuoco) girandogli intomo, 
con la stessa rapidità degli altri giocatori, gli difende la 
testa dai colpi loro, i quali girangli anch'essi d'intorno 
alternando con la mano il seguente dialogo : 

Giocatori, Mamma, mamma di Lisabbetta, 
Quanta li vinni li to' puddastri ? 

Matntna. Io li vinnu a Calabro, 
Pi la vostra Maistò. 

Giocatori, Mi nni vaju 6 to' giardinu, 
E mi pigghiu òn picculinu, 
E mi pigghiu a chiddu 
Ch* è — cchiù — pi-cci-riddu ! * 

Nel girare toccano il paziente, e gli appioppano pugni, 
calci, urtoni. Se la mamma, che fa da varda-mug- 
ghieri , tocca uno di essi , va sotto a far da mug-- 
ghieri, e chi sta sotto passa a capo-giuoco. 
Ho raccolto questo giuoco in Messina. 

VARIANTI E RISCONTRI 
In Pomigliano d' Arco ed Avellino, secondo 1' Ibibriani, 

' U verso è proprio diviso e sillabicato così. 



A SIGNA MALIPATUTA 291 

« un bambino si accoccola in terra , e gli altri gli girano 
attorno tenendogli la mano sul capo, poi uno domanda a. 
quegli che sta a terra: Lupo lupo, ecc. e quegli risponde: Mi 
guardo le mie pollaste ecc. Poi Anita la canzone, colui che 
interroga si piglia un altro compagno a sua scelta e Io 
porta via , e poi torna da capo , fino a portarsi tutti. » II 
dialogo in Avellino è questo : 

— Lupo lupo che fai 'n terra ? 

— Mmi guardo le mie pollaste. 

— Quanto ne vuó' ste doje pollaste ? 

— Ne voglio ricche e care. 

-— Ck;à, commara, ccà sia commara 
Scinni a bascio a lo mmio giardino 
Pigliati chella cchiù piccolina; 
Pigliati chella eh' è capo biondo 
Li capilli so fila d' oro. 

— Vota vota la guardiola. 

Cani, pop, avell,, p. 79. La variante pomiglianese è nelle 
L. Canzonette infantili pom, dello Stesso, n. XIV. Una va- 
riante napoletana de' versi è in Molinaro Del Chiaro, p. 
42, n. 33. 

169. A Signa malipatuta. 

Sì fa tra vari ragazzi, uno de' quali rappresenta da 
scimmia, la cui deformità gli aìixi scherniscono gri- 
dando con una certa cantilena: 

Signa mali patuta, 

Morta di fami e ghimmuruta I 

La scimmia, di queste beffe adirata , li perseguita, e 
quando li raggiunge o li incontra nelle sue giravolte, 
stride, e gittando le mani alla loro faccia fa le viste 
di grafitarli. 



202 GIUOCHI 

Per questo giuoco i ragazzi scelgono qualche cosa 
intorno a cui possano girare. 
Raccolto in Mazzara. 

170. A Martuzza, chi pisti? 

Una bambina s' accoccola in terra facendo vista di 
pestare e facendo mille smorfie scimiesche, donde il 
nome di martuzza. La compagna che rappresenta da 
capo fa con lei il seguente dialogo : 

Mastra, Martuzza, chi pisti? 
Scimia. Zuccaru e canne dda. 
Mastra. Mi lu duni tanticchia ? 
Scimia, Tu cci lu dici a lu me patruni. 
Mastra. No, ca io *un cci lu dieu. 
Scimia. 'Unca, te' ccà. 

E la scimmia dà un pizzico di zucchero e cannella; ma, 
appena ricevutolo, la compagna la canzona dicendole: 

Mastra, E io cci lu dicu a lu tò patruni (bis); 

e in cosi dire prende a girarle intorno in circolo con 
le altre. La scimmia s'arrabbia, e cerca ghermirne qual- 
cuna per le vesti, ma senza però alzarsi da terra, e se 
vi riesce, lascia di far da scimmia, ed è da quella so- 
stituita. 
Si ravvicini al gruppo deWOrvu cimineddu. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Una forma monferrina del giuoco è in Fekearo, n. 22: 
Teresinujrza.' 



AD AMENTA E PITRUSINU 293 

171. Ad Amenta e pitrusinu. 

Si fa al tocco, e chi viene bendato, è messo ginoc- 
chioni. I giocatori, fanciulli e fanciulle, messi in giro, 
gli posano le mani chi sulla testa, chi sulle spalle; 
indi a un tratto si tirano uno o due passi indietro 
ripetendo precipitosamente a coro : 

Amenta, amenta e pitrusinu, 
Ognunu si pigghia '6 so bamminu; 
Amenta amenta cu Tagru-amenta, 
Ognunu si pigghia 'a so jimenta 1 

L* appuzzata si slancia ad afferrarne uno ^ e chi è 
preso lo sostituisce nella penitenza. 

172. A Nia, nia, nia. 

Varie bambine si contano, e colei che è designata 
dalla sorte va sotto inginocchiandosi. Le compagne 
raccolgonsi attorno a lei e le posano le mani sul 
capo. La mamma ^ che per acclamazione o per sor- 
teggio, è capo-giuoco, gira intorno ad esse, e ripete: 

« 
Nia, nia, nia, 

Tutti cu mia ! (bis) 

Allora tutte corrono ad aggrapparsi Tuna all'altra, in 
guisa però che la prima s' attacchi alle vesti della 
mamma, la seconda alle vesti della prima, la terza a 
quelle della seconda , la quarta alla terza e cosi la 
quinta alla quarta , la sesta alla quinta ecc. facendo 
coda. Nello stesso tempo la inginocchiata s' alza per 



294 - GIUOCHI 

chiappare quella che non abbia avuto tempo o pron- 
tezza d'afferrarsi ad una compagna. Costei va sotto, 
ed il giuoco ricomincia. 

Ma, nia, nia, è la voce con la quale si chiamano 
i tacchini. 

Fé' cenno di questo giuoco nel sec. passato M. Pa- 
squalino, Vocab. siczL, in, 296. "^ 

Per la prima parte si ravvicini al giuoco n. 135: A SU 
gnura Bonn' Anna Moria. 

173. A li Cunigghia. 

Molti ragazzi, assai più che in altri giuochi, si con- 
tano, e la maggior parte fanno da conigli, pochi altri 
da cani , un solo da cacciatore. I conigli corrono e 
si intanano, ed i cani lEìutando li trovano e danno loro 
pizzicotti se non vogliano uscire. Quando i conigli sbu- 
no. e scappano , i cani abbaiano ; il cacciatore con 
uno schioppo di canna spara, ed il coniglio colpito si 
sdraia a terra per morto. I cani allora lo pigliano e 
lo portano in un luogo, dove lo lasciano come morto. 
Quando la caccia è finita, cioè tutti i conigli morti 
sono gettati nel medesimo luogo, finisce il giuoco. 

Versione di S. Ninfa. 

174. A lu Ralo^iu. 

Molti fanciulli prendendosi per le mani formano un 
largo cerchio che rappresenta il quadrante; e ciascuno 
di loro rappresenta un'ora del quadrante. Due altri 



A LU TEMPIU 295 

fanciulli corrono intorno al cerchio, e di tanto in tanto 
si fermano chiedendo : Chi ura è ì Allora una di quelle 
ore fa scoppiettare una sola volta la lingua, produ- 
cendo un suono secco e spiacevole, e quelFunico scop- 
pietto vuol significare che è V un' ora. I due si met- 
tono di nuovo a correre , e poi a ridomandare : Chi 
ura è?\5n altro fanciullo fa scoppiettare due volte la 
lingua, e indica con ciò che son le due ore di notte. 
E poi nuovamente a correre, e nuovamente a doman- 
dare , e nuovamente le risposte di tre , o quattro, o 
cinque scoppietti di lingua, di altri ragazzi. L'ultimo 
finalmente invece d'indicar Fora , imita il canto del 
'gallo, e con ciò dà ad intendere che è per sorger 
Falba. I due che corrono, al sentire il canto del gallo, 
entrano nel cerchio e siedono in faccia, in atto di 
riposarsi. Qui la scena cambia di punto in bianco; i 
fanciulli cessano di far parte del quadrante, e diven- 
tano cacciatori, imitano con la bocca l'esplosione del 
fucile, stirano le braccia a sparare, chiamano i cani, 
ne riproducono i latrati, e sparano agli uccelli. Ciò 
dura per un pezzo, cioè fino a che l'uno di loro, sba- 
gliando il colpo, ferisca il compagno. Allora succede 
un gran trambusto , e uno dei compagni, sollevando 
il ferito, si fa a dimandargli : Fu chistu chi ti flriu ì 
— No, — Fu chiddu? — No; fuchiddu, I compagni tutti 
giurano vendetta, e lanciandosi addosso al malcapitato, 
lo tempestano di calci e di pugni. 

175. A lu Tempiu. 

Due fanno a pari e caffo, e si scelgono un compa- 
gno per uno. Uno di quelli resta a guardia del tem- 



296 GiuoQ^i 

più, che è un cantone, un posto qualunque; un altro 
insegue gli altri due , i quali cercano di prendere il 
posto del custode chiamandolo e attirandolo fuori. 
Il custode finalmente è aflferrato e perduto ; ma il 
compagno chiama fuori tutti e due i nemici gridando: 
Lu tempiu libera! Costoro devono afferrare anche co- 
stui; il quale, se non è preso, corre a liberare il com- 
pagno gìk catturato. 
Ho visto solo nel Messinese questo simbolico giuoco. 

176. A S. Micheli. 

Vari fanciulli siedono in fila ; ed uno in piedi, che 
figura da S. Michele Arcangelo, ne sta a custodia con 
un mazzocchio in mano, mentre un altro, che rappre- 
senta il diavolo, fa la ronda a qualche distanza spiando 
il momento di tirar via alcuno de' seduti. San Michele 
deve stare accorto a tenerlo sempre lontano col suo 
mazzocchio ; se manca di vigilanza e si lascia sor- 
prendere, cangia posto ed ufficio col diavolo. 

Si ravvicini col giuoco A li Culùra, n. 139. 

Versione raccolta in Avola, come la seguente. 

177. A lu Cudduruni. 

Un fanciullo mette a terra una pietra, che copre di 
terra rappresentando una focaccia messa a cuocere 
sotto la cenere (cìidduruni). Altri quattro fanciulli si 
mettono a custodirla facendo ufficio di cani. Tutti gli 
altri si dispongono in cerchio tenendosi per mano. 



A LUPU LUPU, CHI URA E ? 297 

Il fanciullo che ha già, coperto la focaccia, volendo as- 
sicurarsi se sia cotta , chiede a quei della ruota se 
per caso vi sian dei cani, ^ quelli rispondono nega- 
tivamente. Entrato però nel circolo, i quattro che stan- 
no a guardia cominciano ad abbaiare, e lo inseguono] 
ond'egli fugge dando dei calci. 
Si ravvicini al Pani càudu^ n. 189. 

178. A Lupu lupu, ehi ura è ? 

La mamma , capo-giuoco , sta seduta ; altre otto 
bambine si piegano e appoggiano Tuna sul dosso del- 
Taltra, cominciando dalla prima, che mette il viso tra 
le gambe della m^amma. La prima e V ultima delle 
giocatrici fanno con cantilena questo dialogo : 

Prima, Lupu lupu, chi ura è? 

Ultima. Sett'uri. 

Prima, No. — Lupu lupu, chi ura è ? 

Ultima, Ott'uri. 

Prima, No. — Lupu lupu, chi ura è ? 

Ultima, Nov'uri. 

Prima. No. — Lupu lupu, chi ura è ? 

Arrivata alle 12 ore, dice la 

Ultima, Mezzannotti! 

Allora tutte sorgono in piedi, perchè è Torà che viene 
il lupo, e scappano via chi di qua chi di là per non 
esser prese da esso. 

Ho visto e raccolto in Messina e Taormina questo 
giuoco, che trova riscontro nella prima parte del se- 
guente. 



208 GIUOCHI 

179. A Lu Cani e lu Lupu. 

* 

Molti ragazzi fanno cerchio tenendosi per mano e fi- 
gurando da pecore , eccetto uno che fa da padrone. 
Altri due ragazzi stanno entro il cerchio per terra, 
più lontani tra loro che sia possibile, V uno da cane 
e l'altro da lupo. Questo sta rannicchiato, silenzioso, 
guardingo; l'altro batte due ciottoli in segno della sua 
vigilanza. Di quando in quando il padrone gli domanda, 
e quello gli dice che ora è , e per comando del pa- 
drone esce fuori a spiare se si senta il lupo. Rientra 
neir ovile, avvisa il padrone che non v' è timore del 
lupo e torna a battere i ciottoli, finché tra le mede- 
sime domande e le medesime risposte del cane, fat- 
tasi l'ora tarda fingono tutti di addormentarsi. Pro- 
fittando il lupo della quiete che è nella mandra, porta 
via qualche pecora. Poco dopo svegliasi il cane, conta 
le pecore, ed accorgendosi della rapina abbaia. Il pa- 
drone domanda che cosa sia, ed il cane l'avverte che 
manca una o due pecore. È garrito dal padrone; torna 
a battere i ciottoli, e dopo di avere nuovamente ab- 
baiato a segno di vigilanza , non e' essendo sentore 
alcuno del lupo si riaddormenta. Ma il lupo ritorna 
e, non visto, porta via altre pecore. Cosi continua il 

• 

giuoco tra il lupo che porta via le pecore, il cane che 
prima vigila e poi prende sonno e il padrone che lo 
garrisce ; finché rimaste le due sole pecore che egli 
tiene per mano a destra e a sinistra, per comando di 
lui il cane insegue il lupo e lo ghermisce;e qui dalli dalli 



A LI PUDDicmi 299 

al lupo. Se non che nel parapiglia ne toccano anche 
al cane, al padrone , alle pecore ed a chiunque non 
abbia buone gambe. 
Giuoco raccolto in Mazzara. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Simile è Le Pecorele , n. 41 Bernoni; e la illustrazione 
d'un canto di Como, a p. 679, n. 4 del Bolza. 

180. A li Puddicini. 

Non vi è meno di otto giocatrici, tutte appoggiate 
al muro a far da pulcini , e due mastre : una che li 
guarda, una che fa da gatto. La guardiana dice : 

Pala palidda, signura Cummari, 
Li puddicini vogghiu jiri a cuntari: 
Unu, dui e tri. 

E in Cianciana: 

Vogliu ùrdiri, 
E voglia 'ncannari, 
Li puddicini 
Vo gr jiri a cuntari. 

E conta i pulcini, ma ne trova uno di meno, perchè il 
gatto è venuto a rubarlo. Esce e ne va in cerca; non 
lo trova; tornando, riconta e ne trovamene un altro, 
e cosi uno per volta, cercati sempre, spariscon tutti. 
Nel meglio i pulcini sfuggiti al gatto ritornano uno 
dopo r altro zoppicando , e si rimettono in linea. Il 
gatto ricomincia il giuoco. 

Con lo stesso titolo lo fanno le bambine medicane. 



900 GIUOCHI 

Una che fa da madre esce per andare a messa e 
lascia la chioccia e i pulcini in custodia della figlio- 
letta; passa il monaco , e ad uno ad uno porta via i 
pulcini; la madre ritoma da messa e, non trovando i 
pulcini, picchia la figliuola, si graffia il viso, e si mette 
a ricercare i pulcini, i quali, nascosti in questa o in 
quella parte, son finalmente ritrovati e ricuperati da lei. 

VARIANTI E RISCONTRI 

CJorrisponde a questo gruppo di giuochi il veneziano / 
piteri, vasi da fiori, in cui un fanciullo fa da negoziante 
di piteri, cinque o sei altri da piteri, ed uno da compra- 
tore. Tra il negoziante ed il compratore si stabilisce il prezzo 
de' piteri, e si fa il negozio; il compratore, dovendo an- 
dare a messa, affida al negoziante i piteri comprati, il quale 
li porta via e fugge. Torna il compratore, e visto il brutto 
giuoco , corre in cerca del ladro , lo trova , lo picchia di 
santa ragione, e riprende i suoi piteri (Bernoni, n. 57). 

181. A li Corvi. 

Fra una trentina di maschietti che prendon parte a 
questo giuoco , due son mastri , e facendo per quat- 
tordici volte a pari e caflTo, scelgono ciascuno i propri 
compagni. Il mastro poi che vince al quindicesimo 
tocco va via coi suoi ; V altro che coi rimasti va 
sotto , ne designa sette a far da alberi , sette altri a 
far da corvi. Gli alberi messi tutti in fila a un passo 
l'uno dair altro stanno ritti ed immobili; i corvi sal- 
tellando verso gli alberi fingono di posarvisi, imitando 
il crocidare de' corvi. Girano attorno agli alberi, ma 
questi, per vento che a quando a quando spira, stor- 



A crciRUNi 301 

miscono; e lo fanno scotendosi tutti braccia e testa. 
I corvi ne hanno paura; gridano ero ! ero ! ero ! e si 
allontanano; tornano saltellando; rifuggono per nuovo 
rumore; finché visti appressare i quindici viandanti, 
tutti muniti di creta , zolla , frutte inutili o altro, la 
danno a gambe per non esser colpiti da loro. 

182. A Ciciruni. 

Uno, il mastro, fa da padrone^ uno da ventOy dieci, 
quindici o più altri giocatori da uccelli detti ciciruni^ 
cioè da strillozzi (Emberizza miliaria di Linneo). 

Il padrone ha un campo seminato , e , com' è uso, 
per non farvi accostare uccelli che possano danneg- 
giarlo, colloca il vento, che è una delle solite giran- 
dole piantate sur un'asta in mezzo al campo * . Il fan- 
ciullo che fa da vento sta fermo. Allontanasi il padrone, 
ed ecco uno stormo di « ciciruna » sparpagliarsi pel se- 
minato e far le viste di beccarlo. Il fanciullo che an- 
nunzia il vento fa la ruota, e ne avverte il padrone, 
il quale correndo sul posto apostrofa gli uccelli cosi : 

Vola vola, ciciruni: 
T' ha' manciata 'u me lavuri; 
Tò patri è puvireddu, 
Nni siminò menzu munneddu ! 

1 Veramente questa girandola per iscacciar via gli uccelli quando 
vanno a danneggiare i seminati , si chiama stracqtia-pàssari (di- 
sperdi-passere); ma questo giuoco da me veduto in varie campagne 
della Conca d'oro e particolarmente in quel di Monreale , è chia- 
mato proprio ventu. 



302 GIUOCHI 

E dato di piglio a ciò che prima gli venga per le mani 
tira addosso agli uccelli, i quali fuggono e si dis- 
perdono. 

183. A li Flou. 

Una mano di fanciulle stanno in fila con le guance 
enfiate , e ciascuna di quelle guance rappresenta un 
fico maturo. Una bimba è distesa a terra in atto di 
dormire, ed è la guardiana dei fichi. Un'altra, che vuol 
rubarli , si aggira di qua e di là ; finché venutole il 
destro, li raccoglie, cioè dà pizzichi a quelle guance 
rigonfie , in modo che si disgonfino. Ed ecco che si 
risveglia il custode, e accorgendosi che i fichi furono 
raccolti tutti quanti, si dà a chiamare i cani; e i cani 
sono le stesse bimbe, che poco fa rappresentavano gli 
alberi de' fichi. Qui succedono urla e latrati e corse tur- 
binose per inseguire la ladra. La custode va gridando: 

— T' hannu a 'mpennh»i staslra, 
A lu lustru ri cannila. 

E la ladra risponde, mentre fugge : 

— A (d) tò casa cc*è un cuornu, 
E ci pisciu notti e giornu. 

Finalmente succede il solito accapigliarsi, ed il giuoco 
si ricomincia. Cfr. il giuoco 123. 

Ecco come si fa in Avola lo stesso giuoco, detto A 
li ficuzzi : 

Molti ragazzi si mettono in cerchio tranne uno che 
fa da padre o da madre ed un altro che fa da figlio 
o da figlia secondo che il giuoco si faccia tra fanciulli 



A LI FICU 303 

fanciulle. Il figlio dice al padre : VtUiti chi mi còg- 
ghiu dui flcuzzi ? Il padre risponde : Va GÒg gititi chid- 
di chi su' caduti, ma nun tuccari chiddi di li pedi *. 

1 fanciulli del cerchio gonfiano la bocca , e il figlio 
entrato in mezzo a loro, e stringendo con le dita le 
guance di ciascuno , le fa sgonfiare. Intanto accorre 
il padre e scorgendo che tutti han le guance sgonfiate, 
sgrida il figlio di essersi raccolti li ficuzzi di li pedi^ 
e lo insegue, e quello va cercando un rifugio in mezzo 
agli altri. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Cfr. la Pescia abruzzese, pag. 106 del De Nino, v. IL 
Lo stesso fondo ha il seguente giuoco toscano tuttora 
inedito di Pratovecchio nel Casentino : 

L* OvA. 

I bambini si mettono a sedere e si contano. Il capo-gioco, 
che finge una mamma, dice : « Mettiamo sono 12 ova, ti- 
ratene su uno, ne rimane 11. Io vado alla messa. » 

I bambini fanno : 

Doli, doli, doli ! 
La mamma toma, e non trova più 1 1 ova, ma meno; 

— Chi V ha mangiato V ova ? 

— Sentite, mamma, V è venuto il fornaio, lui ci ha 

(dato la torta, e noi si è date V ova. 

— La torta dov' eli' è f 

— Si è messa nell' armadino. 

La mamma va a vedere. I bambini si rizzano beffandolo a 

■> 

coro: 

* Cioè: Va' pure a raccogliere i fichi caduti per terra , ma non 
toccare quelli che son tuttavia appesi agli alberi. 



304 GIUOCHI 

— L* ho mangiata tutta io 1 
L' ho mangiata tutta io 1 

La mamma corre dietro per chiapparli, e li si fa il chiasso. 
Nel Beca uà veneziano i giocatori sono pari, p. e., otto: 
sei si dispongono in cerchio, un altro si colloca circa nove 
o dieci passi distante, facendo una specie di ronda ; Tul- 
timo entra come furtivamente in mezzo al circolo. Questo 
circolo , sempre fermo , raffigura un filare di viti ; il ra- 
gazzo che sta fuori, il guardiano dell'uva; l'ultimo si dà a 
coglierne e mangiarne, dicendo ad ogni grano : Beco uà. 
Il guardiano , che se ne avvede , gli chiede : — Parcossa 
bechistu queV uaf e quegli ponendosi in guardia : — Par- 
che rè massa bona. Il guardiano, non soddisfatto, a^vvici- 
nasi al circolo e soggiunge : 

E se telasse un baston, e te coresse adrio f 
E r altro : 

Ghe ne toria suzo un grapo 
E me n'andarìa con Dio. 

E alle parole accompagnando i fatti fa mostra di spiccarne 
un grappo, e fugge via dal circolo. Inseguito dal guardia- 
no , se è raggiunto, si scambiano fra loro le parti; se no, 
ognuno rimane al suo posto. Bernoni, n. 50. Cfr. puro il 
n. 56 : / brazzi de tela. 

184. A lu Lupu minàru. 

Due ragazzi si nascondono in luoghi dove son fia- 
sche, paglia ed altro, e si mettono con le spalle e la 
testa fuori in modo da potervisi sedere. Altri due, 
distratti, camminano qua e là, finché si avvicinano ai 
primi due , sopra i quali si siedono : questi mandano 
un forte grido, quelli fuggono; ma poi ricominciando 



A LA ZAFARANA 305 

si riaccostano, e si tornano a sedere. In questo, uno 
dei seduti fa osservare al compagno un fungo : è lo 
orecchio d' uno de' rimpiattati ; un altro ne vede al 
lato opposto il compagno. Allora: Chi su* belli sii fun- 
gi ! dicono; cuglièmmuli; e si decidono a raccoglierli. 
Tirano ; i due saltan fuori , e si slanciano addosso a 
loro e gl'inseguono per chiapparli. 

Versione di Cianciana. 

•Un giuoco simile è questo di Modica: 

185. A la Zafarana. 

Una brigatella di fanciulline vanno a raccoglier zaf- 
ferano nella montagna. Colte improvvisamente dalla 
pioggia, corrono a ricoverarsi sotto un albero ; ma 
ahimè! li sotto c'è il lupo rimpiattato, il quale si dà 
ad inseguirle per afferrarne qualcuna. 

186. Ad Arrassu, arrassu di la Luna. 

Corrottamente : AlVàscia^ V àscia luna ; in Licata 
AW ossu, alVossu di la luna; in Noto A cu* jetta e 
ghietta; altrove Lu jocu di la petra. 

Il capo-giuoco prende un sasso, o un limone, o una 
arancia, o una mela, od altro, e mostratolo ai compagni 
la lancia ad una certa distanza dove però non sia 
chiarore di luna, e canta ad alta voce : 

Arrassu, arrassu di la luna! 
A cu' l'ascia si 'neuruna; 
Si 'neuruna pi lu gaddu: 
A cu' l'ascia va a cavaddu ! 

Q. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi 20 



306 GIUOCHI 

Tosto i giocatori corrono in cerca dell' oggetto lan- 
ciato, e chi riesce a trovarlo (e per lo più è il capo^, 
come <3olui che sa la direzione datagli), subito salta 
sopra uno de' compagni, che a lui pare più forte , o 
che gli torna più comodo, e gli si mette a cavalluccio. 
Costui è obbligato a portarlo sino al tocco , dove si 
avviano pure gli altri giocatori per ricominciar la 
partita. 

Si fa di sera, per lo più di estate o di autunno. 

Varietà del giuoco è il seguente : 

187. Air Ossu. 

La TìuirmiMX^ ossia il capo-giuoco, va a nascondere 
in un buco , sotto un sasso , dietro un uscio , in un 
luogo riposto qualunque un nocciuolo, al buio; ed invita 
i compagni ad andarlo a trovare. Chi prima lo scova, 
chiappa il più vicino de' compagni e si fa portare a 
cavalluccio fino al tocco. 

L'ho visto in Messina. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Lo stesso giuoco è detto La jpicareta in Venezia (Bbr- 

NONi, n. 75). 

« ■ 

188. Ad Ammueciàtivi li testi. 

In Messina A zicca, in Cianciana A passulidda ca- 
naglia I 

Vari ragazzi si contano, e quando ne son sortiti una 
buona metà, questi si tirano in disparte col mastro e 



AD AMMUCCIATIVI LI TESTI 307 

stabiliscono il posto nel quale devono andarsi a na- 
scondere. Partiti che sono , il mastro prende per la 
stessa via seguito da' rimasti, e gridando ad alta voce 
e con cantilena : 

E ammucciativi li testi!... Siti boni ccà? * 

ed essi rispondono : 

Gnimò I 

Domanda e risposta che si ripete molte volte, e sem- 
pre accentuatamente da parte del mastro, e con trepi- 
dazione da parte dei compagni ad ogni sbocco di via, 
ad ogni chiassuolo, ad ogni nascondiglio che si pre- 
senti. — E ccà f — Onursi ! — E ccà ? — Gnimò ! — E 
ccà? — Gnursl! — E ce* è paura ca su' ccàf — Gnir,..nò! ? 
Ricomincia la gridata : — E ammucciativi li testi I 
Siti (o Semu) boni ccà? — Onimó... (Cfr. A latri e 
sbirri, n. 192). 

In Cianciana tra il capo che va innanzi ed i gioca- 
tori che vengon dietro si fa sempre questo dialogo: 
D. Chi va* circannu? R. La 'guglia e lu filali . 

Nel meglio, là dov' essi meno sei pensano , od an- 
che là dove sospettano un pericolo, ecco sbucar su- 
bito fuori i rimpiattati, e avventarsi a' compagni che 
seguono il mastro , in quella che egli si precipita a 
gridare per avvertirli che la diano a gambe e non si 
lascino afferrare : 

E passulidda cani! * 

* E nascondetevi le teste. State bene qui? 

• Forse guasto da E passa di ddà, cani/ e va Tia di là, ean«. 



308 GIUOCHI 

Quelli fuggono a rotta di collo; gli altri li inseguono; 
e chi viene raggiunto e ghermito, è obbligato a pren- 
dere a cavalluccio il vincitore, e portarlo al punto di 
partenza detto chiesa, toccando il quale si diventa 
immuni. Il mastro solamente gode Fimpunità. 
Questo giuoco è molto simile al seguente. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nelle Marche è lo stesso: A fuori a fuori l Gianandrea, 
n. 24. 

189. A Pani càudu. 

otto fanciulli si contano e, secondo la sorte, quattro 
pestano wp'jgfiAZzati^ quattro no. Acceso un gran fuoco 
{t?ampa) , i quattro appuzzati vi si mettono attorno; 
^li altri si allontanano e vanno a nascondersi. I primi 
buttano sul fuoco un sasso per uno, che rappresenta 
il pane da mettersi in forno, e gridano : Pani càtidu! 
Allora i rimpiattati sbucan fuori correndo verso il finto 
forno ; ma i fornai la danno a gambe , per non farsi 
cogliere da essi. Chi è colto dee portare a cavalluccio 
sino al forno il compagno che Tha chiappato al grido 
VAceddu ti lassa ! 

Vedi A ciiddunatiy n. 177. 

Un giuoco simile è questo col titolo : 

190. A Tiri. 

Due mastri fanno a pari e caffo quattro volte di se- 
guito' per la scelta de' compagni , ed una volta per 
istabilire chi debba andar sotto e chi no. I svUta vanno 



A LI MALATI 309 

a rimpiattarsi ; gli altri cinque rimangono un poco 
fermi; e quando si muovono per andare in direzione 
dei rimpiattati, il mastro yiene di tempo in tempo gri- 
dando : Tiri ! per farsi sentire da quelli. Tutti cammi- 
nano cauti e trepidanti per timore d' un' imboscata 
degli avversari. Quand'ecco questi sbucar fuori e in- 
seguirli per impadronirsene. I sutta fuggono a rotta 
di collo , perchè se un di loro è preso , tutti cinque 
devono ricondurre alla meta a cavalluccio i cinque 
inseguitori. 

191. A li Malati. 

A giocarlo non possono esser meno di sette; il me- 
dico, quattro infermi e due birri. L' uno dei malati 
è cieco , il secondo è sordo , il terzo è sciancata, il 
quarto ha la gobba; e bisogna vedere l'arte, mediante 
la quale quei fanciulli s'ingegnano rappresentare alla 
meglio le malattie rispettive. Difatti il cieco si benda 
gli occhi con un fazzoletto , e tiene la testa elevata, 
il sordo ha gli orecchi pieni di stoppa, e guarda in- 
cessantemente or questo, or quell'altro; lo sciancato 
tiene curva una gamba, e si appoggia ad una forcella, 
e il gobbo si mette dietro le spalle un cuscino o un 
fardello qualsiasi. Il medico, che è seduto in disparte^ 
chiama con la mano i birri, e dice : 

Vativinni n* ò cicu-natu, 
E purtàticci chista ccà *. 

I birri si appressano al cieco, e declamano con una 
specie di cantilena la seguente strofetta : 

1 Andatevene dal cieco-nato, e portategli questa {medicina) qua. 



310 GIUOCHI 

E lu mièricu caca-rinari 
Sta picata ti manna ccà: 
E ne ir uocci ti 1' àmu a stricari, 
L'àmu a stricari ri ccà e di ddà *. 

E gli tolgon la benda, e con le mani, appositamente 
insudiciate di, fumo di pentola , gli disegnano il viso 
in modo grottesco. Se il cieco s' indiavoli, e se gli 
altri crepin dalle risa, è inutile il dirlo. Ristabilita la 
quiete, il cieco, che ha riacquistata la vista, si unisce 
ai birri , e vanno insieme dal medico , il quale, al 
solito, dice : 

Vativinni n' ò sciancato, 
E purtàticci chista ccà. 

Birri e cieco non se lo fan dire due volte; però si re- 
cano dallo sciancato, e gli declamano nasalmente : 

E lu mièricu caca-rinari 
Chista corda ti manna ccà: 
L' anca zoppa ti 1' àmu a stirari, 
L' àmu a stirari ri ccà e di ddà *. 

E gli tiran difatti maladettamente la gamba in mezzo 
agli urli ed ai fischi. Lo zoppo, che di già è risanato, 
si unisce agli altri , e di conserva si recan dal me- 
dico, il quale, al solito, dice loro : 

Vativiiini ni lu surdu, 
E purtàticci chista ccà. 

1 E il medico caca-danari ti manda questo cerotto; e te Fabbiamo 
a strofinare sugli occhi, e l'abbiamo a strofinare di qua e d' là (cioè, 
per tutto). 

* Quest'ultimo verso significa: Te l'abbiamo a stirare in tatti i 
versi. 



A U MALATI 311 

Questa volta i birri e gli altri due , dovendo parlare 
ad un sordo, declamano con istrilli acutissimi : 

E lu mièricu caca-rinari 
Stu cannuòlu ti manna ccà : 
E l'auricci ti l'àmu a ssciussciarl, 
L'àmu a ssciussciarl ri ccà e di ddà *. 

E soffian difatti nelle orecchie del paziente con can- 
nelli, con manticetti, con quel di meglio o di peggio 
che posson trovare. E qui i soliti gridi e i soliti pu- 
gni. Il sordo è guarito, è si unisce al resto della com- 
pagnia. Si recan dal medico , e il medico dice loro : 

Vativinni n' ó jimmirutu, 
E purtàticci chista ccà. 

Si recan dal gobbo, e declamano al solito : 

E lu mièricu caca-rinari 
Stu sirràculu ti manna ccà: 
E lu jimmu ti V ama a sirrari *, 
L' àmu a sirrari ri ccà e di ddà. 

E gli segan la gobba con un bastone, regalandolo anche 
di qualche pugno e di qualche pizzicotto. Il gobbo, 
essendo guarito , si unisce ai tre altri infermi, e fra 
loro gridano a coro di voler pagare il medico caca- 
danari; ma la paga consiste neirinseguire e dar calci 
e pugni a lui ed ai birri. Se sono afferrati, prima di 



* E il medico caca-danari ti manda questo cannello qui: e t^ab- 
biamo a soffiar le orecchie, e l'abbiamo a soffiar di qua e di là. 

* Ti manda qui questa sega a mano (in Tose, saracco, gattuccio) 
t'abbiamo a segare la gobba (Jimmu), 



312 GIUOCHI 

toccar luogo salvo, son costretti a far da malati. Chi 
non afferra, o non è afferrato, seguita a rappresentare 
il personaggio che rappresentava. 
Questo giuoco è stato raccolto in Chiaramonte. 

102. A Latri e Sbirri. 

In Catania Acchiappa acchiappa; in Menò A li latri 
e li cumpagni. 

La forma più comune del giuoco è questa: 

I giocatori si sorteggiano e si dividono in due squa- 
dre: una di ladri, un'altra di birri. I ladri, essendo di 
sera , vanno a nascondersi di qua e di là ; i birri si 
mettono in cerca di loro per catturarli. Vedendosi 
scoperti, i ladri si danno a precipitosa fuga, e i birri 
dietro. Se vengono raggiunti, alla sbarra ricevono dei 
colpi di zimbello ; se toccano la sbarra senz' esser 
presi, diventano birri essi, e i birri ladri , e cosi ri- 
comincia il giuoco. Il mastro è asilo sicuro; e chi lo 
tocca prima che vi giungano i birri è salvo ; altri- 
menti è legato e condannato ad avere stirate le brac- 
cia, ad esser battuto o ad altrettali pene. 

In Borgetto, nel mettersi in via per la ricerca dei 
ladri, il capo-giuoco, che in quel momento fa da ca- 
porale dei birri, domanda ad alta voce : E ccà ? (quasi 
voglia sapere se siano là vicino i ladri appiattati) e 
gli altri rispondono, una volta: gnursi^ e una volta: 
gnirnó, fino al punto che dovendosi pigliar la corsa 
ed inseguire 1 ladri, il capo grida : Ad iddi ! Ad iddi ! 
Questa circostanza ricorre anche nel giuoco Ad am- 
mucciàtivi li testi, n. 128. 



A LI LATRI E h^ JUDICI 313 

In Avola i ladri si asilano ad uno ad uno in varie 
cantonate, e si vanno scambiando di tratto in tratto 
i posti , mentre gli altri si affaticano a sorprenderli 
per via prima che tocchino rasilo. Chi ha l'imprevi- 
denza di lasciarsi cogliere, diviene birre , ed il vin- 
citore lo sostituisce nell'asilo. 

In Calataflmi dopo che il ladro è lasciato libero, 
torna a fuggire e ad essere perseguitato dal birre. 

Il nostro giuoco accenna agli antichi asili nelle chie- 
se e nelle case de' feudatari; difatti. in Marsala, Chiar 
ramonte, Casteltermini, Noto, il muro o il capo-giuoco 
che gode del privilegio d'immunità è detto chiesa. 

Vedi A Toccamuru, n. 144. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Cfr. col giuoco parmigiano Ai sbirri e ai lader , anar 
logo molto all'altro detto A la stria, dove son voci di uso: 
marna, bomba ; morto , tregua , ovvero , sei vinto ; stria 
birro;uero, all'armi. Cfr. pure con Carabiniè e ladar di Fer- 
rara; con A la strea di Brescia; con A chiò deschiò di 
Padova (PATRiARcm), con / sbiri e i lader (Bbrnoni, n. 72) 
e A chiò di Venezia (Bobrio); con / ladri del Monferrato, 
(Fbrraro, Cinquanta Giuochi, n. 19) In Toscana l'asilo è 
detto bomba, in Venezia m^a. 

Dell'antichità del giuoco fa testimonianza Libanio, Orat,Zl, 
I Latini l'aveano col titolo Hostis et Miles, oppure Ludus 
latrunculorum, 

193. A li Latri e lu ludici. 

Un gruppo di fanciulli fa da ladri, un altro da birri; 
un solo fa da giudice, ufficio al quale nessuno è in- 



314 GIUOCHI 

clinato; e viene stabilito per sorte. Per lo più la sorte 
si fa cadere sopra il più sciocco de' giocatori. 

I ladri vanno ad appiattarsi; i birri si mettono a cer- 
carli , e gV inseguono a colpi di zimbello o di legno. 
La fuga e l'inseguimento durano un bel tratto; da ul- 
timo si viene a zuffa; la quale qualche volta è per tut- 
t'altro che per giuoco. Finalmente cedono i ladri : e 
due di essi vengono presi e menati alla presenza del 
giudice ; col quale fanno il seguente dialogo. Un la- 
dro: — Arrubbamu dui culonni; io li vogghiu tutti 
dui io. Un altro ladro: — iVo, attoccanu a mia. Il Giu- 
dice: — Allura siti cunnannati tutti dui; ma di li cur 
Ianni vi nn' attacca una Vunu *. 

E li per li, i due ladri afferrano una gamba per uno 
del giudice, e se lo trascinan dietro. Il giuoco finisce 
fra le risa degli astanti. 

194. A li Latri. 

La schiera dei fanciulli che fa da ladri fugge alla 
campagna; la Forza pubblica, cioè -.capitano, caporali, 
soldati e trombetta vanno a cercarli. Il trombetta suona 
con un boccinolo di canna. Allorché uno ne è preso, 
viene condotto innanzi alla Corte. I giudici lo inter- 
rogano, e lo rimbrottano de' furti commessi; il ladro 
nega ; allora il Presidente ordina che gli siano date 
li stritturi (le strette, la tortura); e i birri gli confic- 
cano tre sassolini tra le ultime quattro dita, e gli strin- 

1 Una specie di giudizio di Salomone. 



A LI BRIGANTI 315 

gono fortemente la mano. Il ladro tace o rivela se- 
condo la forza che ha nel subire li stritturi, che non 
di rado lo fanno piangere *. 

Il giuoco corre in vari comuni , e particolarmente 
in Casteltermini. 

Sembra contemporanea la seguente variante del giuo- 
co, la quale però è antica, ed ha preso nomi e carattere 
moderno. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Vedi Ali Cip- Alala di Bergamo e Brescia (Rosa, 2' ediz. 
pp. 171-172, 3- ediz., p. 275). 

195. A li Briganti. 

Un ragazzo fa da giudice e si tura gli occhi con le 
mani, alle quali va ciascuno degli altri a battere con 
le nocche delle dita dicendo: — Tappi tuppi! — Cu' è? 
risponde il giudice; e quando chi batte manifesta il 
suo nome, il giudice gli dice : E tu si* briganti ! ov- 
vero: E tu si' carrubbineri. Cosi divisi i ragazzi in due 
schiere eguali, Tuna di briganti, l'altra di carabinieri 
secondo la risposta del giudice, e stabilito lo spazio en- 
tro il quale i briganti debbono aggirarsi, questi corrono 
e sono inseguiti da' carabinieri, che vanno a coppia, 
e mettendole manette al ladro che raggiungono, lo me- 
nano al Giudicato, ed ivi lasciatolo o sotto la custodia 
di due guardie, o legato in modo che non possa scap- 

* La prova dolorosissima delle stritturi è un altro passatempo 
isolato de* monelli siciliani, i quali non rifiutano di servirsene per 
fare strillare ì loro compagni. Veggasi Li sHddi di menziomu. 



316 GIUOCHI 

pare, vanno in traccia d'altri. Quando tutti son presi, 
deve ciascuno scoprirsi il capo non ostante che abbia 
i pollici legati , ed inginocchiarsi dinanzi al giudice. 
Questi lo interroga, ed il ladro confessa; è convinto reo 
e condannato ad una pena , a quella cioè de' ceppi, 
del carcere, dei lavori forzati, della croce ecc. Quando 
uno è condannato a* ceppi, due ne afferrano le man 
con la sinistra, mentre gli mettono la destra al collo 
e strìngono dall'una e dall'altra parte. Chi è condan- 
nato a' lavori forzati , trascina un sasso più o meno 
grande legato al piede. Chi è condannato al carcere, 
rimane legato in un punto. Chi va in croce, sta fermo 
con le braccia distese. Queste pene durano quanto 
piace al giudice. 
Raccolto in S. Ninfa. 

196. A lu ludici. 

Uno che fa da giudice siede dinanzi ad un tinello, 
banco della Giustizia, avanti al quale si stende, come 
una specie di tappeto, un zimmili. Ai manichi di que- 
sto si lega una fune, la cui estremità svolgesi verso la 
parte più buia della stanza. La fune è coperta da altri 
zimmili per un buon tratto. Mentre si fanno questi 
apparecchi, tutti i giocatori che piglian parte al pas- 
satempo , si tengono in una stanza chiusa , in modo 
che non possano vedere. Terminati gli apparecchi, un 
villano che figura da birro fa venire uno di quelli 
che stanno chiusi, lo mena dinanzi al giudice a di- 
scolparsi di alcune imputazioni, e richiude la porta. 



A LU JUDIOI E LU LATrU 317 

n giudice con quella burlesca severità che si può as- 
sumere in simigliante occasione Io fa collocare nel 
centro del tappeto, lo avverte a star con rispetto di- 
nanzi alla Giustizia S ed a tal uopo gli fa tenere le mani 
giunte in basso, e finalmente gli ordina di dir le sue 
ragioni ; delle quali resta mal soddisfatto , e gli fa 
una buona lavata di capo, lo minaccia di punirlo se- 
veramente, ove non confessi la verità, e comanda al 
birre che lo riconduca in prigione^. Non appena è dato 
quest'ordine, che due de* più robusti giocatori pren^ 
dono in mano la fune e tirano ad un tratto Tinsidioso 
tappeto, in modo che il povero accusato, quando meno 
se lo aspetta, si sente mancare il terreno sotto i piedi, 
e fa un capitombolo. 

La medesima sorte è riserbata a tatti gli altri ra- 
gazzi, eccetto alcuni, che conoscendo il giuoco si guar- 
dano dalla insidia tenendo un piede fuori del tappeto 
e Taltro un pochino sospeso. 

È q-uesto un giuoco villereccio , che si fa di sera, 
ed è usitatissimo nel tempo della vendemmia , della 
raccolta delle ulive o della estrazione delFolio. Lo 
fanno perdo più gli adulti; e sta bene in questo gruppo. 

Raccolto in Mazzara. 

197. A lu ludici e lu Latru. 

Uno £et da giudice e siede con gran sussiego ; un 
altro gli viene presentato come reo di furto. Il giù- 

* Si ricordino i versi del canto popolare (Salomone , (kmti pop. 
sic,, n. 569): 

Quanno cu la Giustizia si parrà, 
Cu li manu llati e rocchi 'n terra. 



318 GIUOCHI 

dice gli fa una forte intemerata ; e quello dimesso 
rassegnato mostra di riconoscere il suo delitto e la 
ragionevolezza del rimbrotto; nell'andar via si toglie 
il berretto; ma ad arte, perchè, essendo questo ripieno 
di cenere, il reo la riversa sul viso e sugli occhi del 
giudice. E i fanciulli a fargli le più grasse risate. 

Nel Jocu di lu Tnalaùu di Cianciana uno dei gioca- 
tori si sdraia per terra malato ; ed ecco il notaio , 
che viene rappresentato dal più ingenuo dei fanciulli; 
e l'ammalato, che detta il suo testamento largheggiando 
di legati che non possiede, con ciascuno degli astanti; 
i quali, grati di tanta generosità, ringraziano il notaio: 
Tanti graziiy signuH Nutaru ! scoprendosi il capo e 
riversando sul viso del funzionante notaio tutta la cru- 
sca onde si erano riempiti i berretti , e dandogli la 
baia. 

198. A lu Gasteddu. 

Molti ragazzi si raccolgono a pie d' un rialzo o di 
un grosso mucchio di terra o di pietre, e uno di essi» 
scelto o no, ne guadagna l'altezza, che per tutti rap- 
presenta un castello. 1 compagni non mirano ad altro 
se non a spostarlo, e per questo tutti insieme o alla 
spicciolata, da vari lati s'arrampicano, saltano, quale 
afferrando, quale tirando, quale spingendo indietro il 
capo-giuoco. 11 padrone del castello si moltiplica per 
respingere e mandar giù ruzzoloni gli assalitori ; e 
nel volgersi a destra, a sinistra, indietro, in avanti, 
ripete incessantemente, di qua: Acchiana nni lu me 



A LU CASTEDDU 319 

palazzu I di là: Scinni di lu me palazzu ! eccitando 
a montare colui che subito ricaccia indietro. Chi rie- 
sce a vincerlo ne prende il posto , ragione di nuovi 
e più audaci assalti de* giocatori. 
È un giuoco di forza, agilità e destrezza. 

In Borgetto si contano molti fanciulli, e si dividono 
in due schiere secondo i numeri pari o dispari che 
loro toccano nel conto. Armati di gettoni verdi di 
sambuco, e guidati per ciascuna schiera da' lori capi, 
si mettono gli uni alla difesa d'un rialzo o d'una col- 
lina , gli altri air assalto di questa da tutti i lati. I 
colpi piovono da entrambe le parti, e chi primo rie- 
sce a guadagnare l' altura e piantarvi il suo gettone 
{bannèra)^ ottiene la vittoria di tutta la sua parte, che 
tosto occupa il castello, pronta a difenderlo dai nuovi 
assalitori, che sono i vinti. 

Nei patti del giuoco talora si cerca di moltiplicare 
le difficoltà dell'impresa scegliendo castelli più o meno 
inaccessibili per difficoltà naturali o artificiali (stagni, 
macchie, macigni, ruderi, muri ecc.). 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nel Monferrato i fanciulli giocano a La torre ^Ferraro, 
Cinquanta Giuochi, n. XVII); presso i Latini Turricula, 
Turris mobilis o ambulatoria de' Romani. 

Il Ferrare vede in questo giuoco una memoria della plebe 
sorta a forza e a libertà ; che cerca di abbattere le torri 
de' feudatari e raderle al suolo come a Firenze. Mah... ! 

Altro giuoco molto simile è in Venezia col titolo La For- 
tezzay n. 96 del Bernoni. 



320 GIUOCHI 

199. A li Palazzi. 

Tra diciotto o venti fanciulli, quanti ce ne. vogliono 
per far questo giuoco, i due più valenti ed autorevoli 
àmianujocu^ e tante volte fanno a pari e caffo quanto 
basta per la scelta de' compagni, [fàrisi li cumpagni). 
Scelta la gente delle due parti, i due capi tirano l'ul- 
tima sorte per istabilire chi debba formare il palazzu 
di supra , e chi il palazzu di sutta , cioè chi debba 
avere il vantaggio di andar sopra, e chi lo svantaggio 
di andar sotto. 

Le due parti sì schierano Funa di fronte all'altra, 
distanti tra loro pochi passi : limite un marciapiede 
in città, e fuori una linea o striscia accidentale del 
terreno ecc. 

Ecco dal «palazzo di sopra» spiccarsi e correre verso 
il « palazzo di sotto » un giocatore. Egli ha da romper 
la stretta fila de' giocatori , che anelano a passare 
al palazzo di sopra; e attraversarla senza rimaner 
preso. Ma appunto qui sta il diffìcile. Il fanciullo inve- 
stito apre le braccia e stringe il nemico, gridando: 
VAceddu ti lassa .' e se è cosi agile e vigoroso da ar- 
restarlo e tenerlo preso , lo fa prigioniero , e corre 
subito a prenderne il posto nel « palazzo di sopra ». 

11 giuoco si ripete tanto fino a che i fanciulli, che e- 
rano appuzzatinéi « palazzo di sotto », non passino tutti 
col capo loro al « palazzo di sopra », e cosi la partita è 
vinta, e si ricomincia. 

VARIANTI E BISCONTRI 

Molta somiglianza col nostro ha il giuoco toscano A toc- 
caferro, ed il lombardo A bara. 



A LA PITRULIATA 321 

200. A la Pitruliata. 

Due parti di giocatori, aventi ciascuna il suo capo, 
si postano in luogo aperto, nel cui centro è qualche 
cpsa che una di esse debba conquistare. Ecco il capo 
d'una parte dare il segnale della zuffa lanciando il pri- 
mo sasso; ed ecco, dopo di lui, tanto i suoi quantogli 
avversari, fare tutti a' sassi ingegnandosi ciascuno di 
metter paura alla parte contraria, di farla rinculare per 
guadagnar terreno verso la meta.La sassaiuola dura fino 
a tanto che una delle due fazioni non sia volta in fuga, 
e l'altra s'impossessi del luogo convenuto e contrastato. 

Questo passatempo è talvolta, se non allo spesso , 
un brutto giuoco, per le conseguenze che reca. 

In Palermo, oltre che per passatempo, ne' rivolgi- 
menti politici e civili s'è fatto quasi sempre per una 
specie di odio di parte, non nuovo né recente * tra' fan- 
ciulli de' diversi quartieri; e son celebri ìepitruliati fra 
quei del Borgo e quei di S. Pietro. I Sampietrani u- 
scivano da Porta S. Giorgio o da quella che fu porta 
presso Castellamare; i Borghetani sbucavan fuori dalle 
vie Collegio di Maria, dello Speziale ecc. pieni le pit- 
turini, i berretti e le tasche di sassi. La lotta s' im- 
pegnava nella contrada S. Bastianello, fino al Piano 
Castellamare, e non era faccenda da pigliare a gabbo. 
L'assalto facevasi al grido: 

Ad iddi, ad iddi, ad iddi I 
Ca Sampitrani su' ! 

1 Veggasi i miei Usi natalizi, nuziali e funebri^ p. 5^9. 

G. PiTBB. — Giuochi fanciulleschi 21 



322 GIUOCHI 

Ed il trionfo: 

Burichitani, Burichitani 

Ficiru fùjri 1 Sampitrani ! (e viceversa) 

Oella! * 

Una di queste sassaiuole fu largamente descritta da 
me nella Scena di Venezia. 
Veggasi tra' Giocattoli e Balocchi la Ciunna, 

VARIANTI E RISCONTRI 

Come de' Toscani è di tutti i fanciuUi d'Italia il Fare 
alla sassaiuola; che quelli del Parmigiano dicono Zugar 
a far al sassadi. Sassament è poi la sassaiuola stessa 
(Malaspina, IV, 27). 

201. A la Verrà. 

Fra i giuochi ginnastici di Cliiai*amonte ce n' era 
uno di antichissimo uso , che facevasi di contrab- 
bando, perchè proibito ai fanciulli dai parenti, ed ora 
dismesso del tutto sin dal 1848. 

Si dividevano in due eguali drappelli, ^c^MìAdAcxfld 
e cruci [n. 23), e T uno era il drappello dei Siciliani, 
Taltro il drappello dei Francesi. Ciascuno degli eser- 
citi avea la propria bandiera : i Siciliani un fazzoletto 
rosso, i Francesi uno bianco, infissi a una canna; cia- 
scuno avea il tamburo e qualche zufolo di creta che 
passava per tromba. Da prima si sceglieva il luogo, 
che per lo più era il Piano dei Cappuccini o quello 
dei Riformati, spaziosi e un po' discosti dair abitato. 

» I Borghetari', i Borghetani fecero fuggire (misero in fuga) i Sam- 
pietrani. Oella I 



A LA VERRÀ 323 

Ciascuno degli eserciti preparava un grosso mucchio 
di pietre, e a un dato segnale, parca una grandinata 
nel maggio : teste rotte ed ammaccate e braccia e 
gambe coi lividi non mancavano né poteano mancare, 
perchè era lecito, egli è vero, chinar la testa e farsi 
scudo delle braccia , e stirarsi a terra , ma non era 
lecito muoversi dal luogo assegnato, giacché in caso 
contrario il fanciullo era dichiarato vile, né più potea 
far parte dei giuochi. Se qualche ferita era grave, cioè 
se il fanciullo buttava copia di sangue, presi da timore 
si sparpagliavano correndo, ma qualcuno più pietoso 
accompagnava il ferito presso i parenti. Quando poi 
si era dato fine ai mucchi delle pietre, cominciava il 
combattimento ad armi bianche, che ognuno avea un 
pezzo di legno foggiato a sciabola, o se non altro un 
manico di scopa, o anche qualcuno di quei grossi cuc- 
chiai di legno in uso presso i pastori. 1 tamburi bat- 
tevano, e i due eserciti si avventavan gridando. I Si- 
ciliani cantavano questi versi : 

Mbrò, rabrò, mbrè 1 
Viva 'a Sicilia, 
Viva lu Rrè 1 

K i Francesi ripeteano : 

Nta nta rantà ! 
Corpu di lanza 
Senza pietà ! 

Qui avea luogo un combattimento accanito, e chi cadea 
venia posto in disparte. Si picchiava maledettamente, 
e pure ninno emetteva uno strido di dolore. Quando 



324 GIUOCHI 

sì era stanchi, si contavano li cascittuna, cioè i fan- 
ciulli posti in disparte , e venia dichiarato vincitore 
l'esercito ch'era rimasto più numeroso. * 

202. A lu 'Mmasciaturi. 

Un numero indeterminato ma non piccolo di fan- 
ciulli si dividono in due schiere : una del Re Pippinu, 
r altra del Re PartugcUlu. Re Pipino è innamorato 
della figlia del Re di Portogallo, e manda, senza tanti 
complimenti, un messaggio, per chiederla in isposa. 
Il fanciullo che fa da messaggio, giunto alla presenza 
del re s'inginocchia, e dice : A pedi di So Maistàl 
Mi manna lu me Re, Re Pippinu, ca voli a vostra 
figghia ; m^asinnó si fa guerra corpu a corpu. Re 
di Portogallo lo rimanda indietro, e per un suo mes- 
saggiere manda la risposta. — A pedi di So Maistàìi 
(dice il messaggiere inginocchiandosi alla sua volta in- 
nanzi a Re Pipino); m,i manna lu m,è Re, Re di Par- 

» Egli è innegabile essere questo giuoco un vivo ricordo dell« 
guerre del Vespro, e chi sa I forse i due brani poetici sono fram- 
menti dei canti di quelle guerre. Interrogai (son parole dei Ba- 
rone S. A. Guastella) il prete D. Giovanni Ragusa, pressoché no- 
nagenario, se ai tempi della sua puerizia i versi citati erano tali 
quali sono oggidì, e mi rispose affermativamente ; aggiunse che 
ai suoi tempi il fazzoletto rosso indicava la bandiera siciliana, e 
il bianco la francese ; e che invano egli e jma mano di bimbi, 
che bazzicavano in iscuola, voleano invertire gli eserciti in Car- 
taginese e Romano, secondo Tuso delle scuole gesuitiche. La pro- 
posta era sempre respinta ed anzi accolta con flschi.-»PiTRB, Jl Ve* 
spro siciliano nelle Tradizioni popolari della Sicilia^ p. 113. Pa- 
lermo, L. Pedone Lauriel, Edit. MDCCCLXXXII. 



A LI PALADINI 325 

tugallu ; dici ca a so figghia 'un vi la voli dari; e 
torna indietro. Re Pipino scatta come molla e, sbuf- 
fando ira da tutte le parti, chiama a vendetta i suoi. 
Un suo nuovo messaggio reca l'intimazione di guerra 
al temerario Re di Portogallo, che, pronto alla sfida, 
si avanza bellicoso colla sua schiera. I due re diri- 
gono personalmente il duello, che si fa di uno centra 
uno, di due centra due ecc. sempre delle due fazioni 
nemiche. Ad uno che cada ne sottentra un altro della 
medesima schiera , finché venuti a fronte i due re, 
quello di essi esce vittorioso , che abbattè V avver- 
sario. 

È superfluo il dire che armi son le braccia , e che 
le leggi cavalleresche popolari, secondo la tradizione 
del Cuntu e dell'Opra di li pupi «, vi sono scrupolo- 
samente osservate. Chi vince vede i suoi soldati levarsi 
a festeggiarne la vittoria. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Giova notare che questo giuo'co non ha quasi nulla del 
famoso giuoco déiV Ambasciatore, comunissimo in Italia e 
fuori, se non voglia guardarsi al fatto della richiesta d'una 
principessa per via d'un messaggio. 

203. A li Paladini. 

{Con tavola) 

Quindici , venti fanciulli scelgono il loro capo , il 
quale è padrone assoluto di ordinare quel che crede 
pel buon andamento del giuoco. Egli rappresenta Carlo 

1 V. nel prossimo volume della Biblioteca delle tradizioni popo^ 
lari siciliani lo scritto Le tradizioni cavalleresche in Sicilia, 



326 GIUOCHI 

Magno , e divide i giocatori in due schiere : una di 
cristiani, una di pagani, dando a ciascuno di essi un 
nome cristiano : Orlando, Rinaldo , Ricciardetto, Mi- 
lone, Ruggiero; ovvero di infedele: Agolante, Ferraù, 
Tamburlano , Pulicardo , Learco. Fra tutti vi è però 
una dama.S'intende che i primi due nomi son più ambiti, 
e gli altri de' Mori detestati. Partiti in queste schiere, 
Carlo Magno aringa i paladini incitandoli ad una bat- 
taglia contro i nemici della cristianità. Finita la di- 
ceria, che è una invettiva contro gli Affricani, ordina 
che uno alla volta si avanzino i combattenti dell'una 
e dell'altra parte. Chi primo riceve un colpo al ven- 
tre cade per terra e vi rimane sino alla fine del com- 
battimento. Chi per caso scivoli, e cada, senza ricever 
colpo veruno, non va toccato né molestato , perchè , 
come dice il proverbio cavalleresco, V omu eh* è 'n 
terra 'un si divi ammazzari. Al caduto sottentra un 
altro di parte stessa. Carlo Magno dirige in persona il 
duello, e quando non resta più nessuno a morire, il 
vincitore .riceve in premio la dama. 

Accade che qualche giostrante (che in fondo non si 
tratta se non di una giostra; e di giustra parla spesso 
Carlo Magno) prenda la fuga; e allora l'altro cavaliere 
lo insegue fino a certo punto, di là dal quale non gli 
è permesso di spingersi, e se può lo atterra. 

Nella nostra tavola è Carlo Magno in fondo, accon- 
ciato come gli è piaciuto meglio: con un pennacchio 
al berretto e un panno qualunque buttato sopra le 
spalle, che vuol esser paludamento reale (n. 1); a de- 
stra un paladino (n. 2) in atto di schermire un colpo che 



A LI VARRILI 327 

è per dargli un pagano (3), e Tuno e l'altro sono fian- 
cheggiati da altri che presto entreranno in lizza. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Ha molta analogia con I sciavi , giuoco veneziano del 
Bernoni, n. 94, dove però non c'è niente di cavalleresco. 

204. A li Varrili. 

In Santa Ninfa A li quattru valliri ; ' in Riesi A 
òarrili. 

Due ragazzi, a' quali la sorte riesca favorevole nel 
conto, si mettono carponi con le' mani e le ginocchia a 
terra V uno a fianco delF altro , in modo però che la 
testa dell'uno sporga dove sporgono i piedi dell'altro. 

A traverso e sopra di questi due stendesi supino 
un altro, di guisa che appoggi da un lato i piedi a terra 
e ne sporga dal lato opposto, il capo. 

Un altro finalmente presa la testa di quest'ultimo 
tra le sue gambe , lo abbraccia per la cintura , e lo 
alza, indi si volge e tenendo sempre il compagno tra 
le braccia, si stende supino e trasversalmente sopra 
i due che stanno carponi , mentre il compagno , ab- 
bracciato com' è, ponendo i piedi a terra, si rizza, o 
piglia ed alza alla sua volta 1' altro. Quando questi 
lasciano di tenersi abbracciati, o cadono, o 1' uno di 
loro tocca terra col capo, sottentrano a quelli che stan- 
no carponi , i quali gli imitano alla volta loro nello 
stendersi e nell' alzarsi. Cosi continua il giuoco per 
un bel pezzo. 

In Mazzara questo giuoco prende il nome A li miZ" 



328 GIUOCHI 

zalori^ e bisogna notare che colà la mizzalora non 
è, come nel dialetto comune della Sicilia, un piccolo 
barile da portare a cintola per cammino, ma un grande 
barile assai bislungo, capace di ventisei litri. Quattro 
di questi barili, dueper parte sopra un giumento, for- 
mano una mizzalora di vino. 

205. A lu Meccu. 

Si fa in molti , per lo più adulti , passandosi V un 
r altro da mano a mano un moccolo acceso {meccu), 
e colui rimanendo perditore nelle cui mani esso si 
spenga. 

Non conosco le parole che i giocatori si dicono nel 
dare e nel ricevere questo lumicino, ma è certo che 
ve ne sono. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana Fare al luminello e, secondo Malaspina, 
(III, 304) Fare a passa passa Giovanni; in Parma A pizz 
fai o tei daggy pizz fai mantègn (Maiaspina, III, 304, e 
IV, 468); in Milano A Pizz, 

206. A rovu. 

Tra due che chiameremo Turi e Vanni, si prende 
uil uovo e si scommette a chi sarà buono di trovarlo 
addosso ad un terzo che chiameremo Martinu, e nei cui 
vestiti lo nascondono. Martino dev'esser la vittima di 
una burletta: e di fatti Turi, indettatosi con Vanni, 
va via, e Vanni nasconde, p. e., nel berretto di Mar- 



A LU MARINARU 329 

tino Tuovo. Viene Turi e comincia a frugare addosso 
a Martino Tuovo, fingendo di non saper nulla, ed af- 
fettando rincrescimento e confusione di non riuscire 
a trovar Tuovo. A certo punto però, quando gli cade 
in acconcio, dà un colpo di mano sul berretto del sem- 
plicione, e gli rompe l'uovo sul capo. 

È un divertimento di alcuni giorni di festa nel quar- 
tiere palermitano di Baddarò. 

207. A lu Marinaru. 

Un ragazzo siede per terra , e sulle gambe distese 
e piegate tiene un bastone lungo quanto basti , con 
le mani e con le dita volte in su. A destra e a sinistra 
di lui siedono in terra altri due con le gambe savrap- 
poste al bastone , al quale si attengono con ambe le 
mani all'uno e all'altro lato. Colui che sta in mezzo, 
dicendo : Voca, voca lu marinaru; ajutàìnunì , chi 
vennu lì Turchi! piegasi indietro a guisa di remo, ed 
alza alquanto il bastone, e con esso le gambe dei suoi 
compagni. Ciò fatto più volte, alza ad un tratto e con 
forza il bastone in modo che i suoi compagni vadano 
in aria, quando meno se l'aspettano, a gambe levate, 
con le risa di tutti gli astanti. 

Si fa in Mazzara. * 

* Le parole del capo-giuoco ricordano lo spavento lasciato in 
quelle parti dai pirati turchi, che infestarono e tennero quei mari 
cosi lungo tempo. Un bI;^vissimo seno di mare nella spiaggia orien- 
tale di Mazzara, chiamato tuttora Cala di li Turchi, indica il luogo 
dov' essi forse più frequentemente sbarcavano : e le torricelle , di 



330 GIUOCHI 

208. A lu Scarparu. 

11 capo-giuoco siede per terra, e due compagni gli 
siedono ai fianchi a gambe nude, e tengono in mano 
una scarpa per uno. Il capo-giuoco fingendo di cucire 
la suola di una scarpa tira lo spago, slarga le brac- 
cia e dice : 

Scarparu ! 
Ogni puntu nni fazza un paru ! * 

Ovvero, come in Mazzara : 

Lu me mastru mi 'nsigna a cusiri : 
Ogni puntu fa accussi; 

e in cosi dire, coglie il momento opportuno per ba<^ 
tere col dosso della mano destra all'uno e della sini- 
stra all'altro la gamba nuda. Chi riceve il colpo però 
ritira la gamba sostituendo la scarpa che ha in mano 
tanto che il colpo cada in fallo o vada sulla scarpa. 
Nel primo caso, il giuoco si prosegue; nel secondo, fa 
da mastro chi sia riuscito a far cadére il colpo sulla 
scarpa. 

cui erano munite tutte le abitazioni campestri prossime al mare, 
alcune delle quali rimangono ancora , dimostrano in qual modo 
gli abitatori dei campi provvedessero alla loro salvezza. Anche 
presso Palermo c'è una spiaggia detta Acqua di li cursali, 

^ I ciabattini ambulanti in Palermo gridano: Sòarparu/ acuì i mo- 
nelli aggiungono fuggendo per non farsi cogliere dal ciabattino dif- 
famato: Ogni puntu nni fazzu un paru ! Similmente, quando va in 
giro col bossolo raccogliendo la elemosina |in confrate della Con- 
gregazione delle Anime del Piu^gatorio, egli grida scotendo il bos- 
solo stesso: Armi santi/ e un fanciullo risponde: Arricogghi tinti e 
mancianu tanti/ 



A l'apuni 331 

209. A r Apuni. 

Uno di tre giocatori si posta nel mezzo con un ber- 
retto lungo in testa pieno di strame, cosi che il ber- 
retto stia ritto. Altri due gli si mettono a fianco a 
destra e a sinistra , ed appongono V uno la destra e 
r altro la sinistra alla tempia opposta per difenderla 
dai manrovesci che potrà dargli chi sta nel mezzo. Il 
quale , nascondendo la bocca tra le maxii giunte sul 
naso air estremità delle dita , ronza come un' ape, e 
volgesi ora a questo, ora a quello; finché, parendogli 
ristante opportuno, dà prestamente due manrovesci 
ai compagni, e ad un tempo si abbassa per isfuggire 
ai colpi che essi son pronti a dargli con la mano li- 
bera sul berretto per farglielo cadere. Quando il colpo 
cade in fallo, ciascuno conserva il suo posto; quando 
riesce, si mette in mezzo a far da capo-giuoco colui 
che fa saltare il berretto. 

Fr. Pasqualino , nella prima metà del sec. passato, 
raccolse e lasciò descritto sotto lo stesso titolo questo 
giuoco. Vedi M. Pasqualino, Vocal). slciL, voi. I, 124. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Corre lo stesso giuoco in Sorrento (Vedi Rivista di Let- 
teratura pop., an. I, p. 309). 

Il giuoco toscano della Civetta ha molta analogia col no- 
stro. Eccone la descrizione del Minucci: « S'accordano tre: 
ed uno di loro, al quale è toccato in sorte, si pone in mezzo 
agli altri due, i quali s'ingegnano di cavargli il berrettino 
di testa colle percosse della mano : e quando egli tocca 
terra colle mani, non può essere percosso; o però ora al- 



332 GIUOCHI 

zandosi, ora abbassandosi, tira, quando all'uno, e quando 
air altro , di gran mostaccioni. Dura il giuoco fintantoché 
da uno delli due gli sia fatta cascare con un colpo la ber- 
retta dalla testa ; che allora perde il premio proposto : e 
lo vince colui, che gliel* ha fatto cascare : il quale (segui- 
tandosi il giuoco) va nel mezzo in luogo del primo. » MaU 
maritile racquistato, v. I, pag. 190. Vedi anche Barbieri» 
pag. 68. 

210. A lu Vujaru. 

Molti si schierano in linea retta, con un fazzoletto 
in mano contorto e addoppiato a guisa di fune [rumè) *. 
Ciascuno di essi ha il nome d'uno di coloro che sono 
adoperati a' servigi d'una grande mandra : vaccàru^ 
picuraru, craparu ^ garzuni ecc. Presentasi il so- 
prastante col suo fazzoletto e garrisce della trascu- 
ranza avuta uno di loro, che risponde e si scusa, e ve- 
dendo che il soprastante si muove per batterlo scappa 
e gira, mentre Faltro Tinsegue, e se lo raggiunge lo 
batte finché V inseguito occupa Y ultimo posto della 
linea. Dopo il primo, il soprastante garrisce di mano 
in mano tutti gli altri, che scappano ; sono inseguiti 
e battuti nel medesimo modo, se non sono agili a cor- 
rere ed a schierarsi con gli altri di nuovo, occupando 
r ultimo posto. Ma dopo costoro viene la volta del 
soprastante, contro il quale si scagliano tutti per ven- 
dicarsi delle battiture ricevute, e mal per lui se non 
gli riesce di chiudersi prestamente in qualche stanza, 
se non mettesi la via tra le gambe prima che ter- 
mini il giuoco villereccio e villano ad un tempo. 

Raccolto in Mazzara. 

* Vedi a pag. 278. 



A L' OCIDDARU 333 

211. A V Ociddaru. 

11 mastro dà a ciascuno de' vari giocatori il nome 
d'un uccello; tutti fanno cerchio e tengono con le mani 
il lembo d'un panno alquanto largo. L'uccellatore, che 
è il capo-giuoco, gira attorno a loro gridando : L' ocid- 
daru cu Vocieddu ! Viene un altro di fuori e gli do- 
manda se abbia questo o quell'altro uccello. Risponde 
r uccellatore si , e T avventore prima di comperarlo 
desidera sentirne il canto. Chi ha il nome dell'uccello 
richiesto , lascia il panno , mettesi sotto di esso , e 
imita come può il canto dell'uccello da lui rappresen- 
tato. Il compratore non resta contento né di questo 
né di tutti gli altri che cantano di mano in mano, nel 
medesimo modo , finché desidera di sentire il corvo. 
Ma non appena il povero uccello si mette a crocidare 
sotto il panno , che tutti i compagni glielo lasciano 
cadere addosso , mal soffrendo la sua trista voce, e 
lo picchiano. 

Versione raccolta in Mazzera. 

212. A lu Pignateddu. 

Vari ragazzi siedono a terra in cerchio; metà spet- 
tano ad un mastro, metà ad un altro. Entrambi i ma- 
stri si accertano della buona qualità de' pignateddi 
(pentolini), che son le teste de' giocatori; e li tastano 
stringendoli tra le due mani, battendoli con le nocche 
delle dita come si fa delle pentole di terra cotta. Le 



334 GIUOCHI 

cattive si scartano ; le buone si vanno a vendere al 
mercato : e le vendono i due mastri. Il giuoco , allo 
spesso, primo che cosi, finisce con un abbaruffio ge- 
nerale. 
Si ravvicini al seguente: 

213. A lu Mulunaru. 

Uno fa da venditore di muLuna (cocomeri); e mw- 
luna sono un certo numero di giocatori. Viene un 
compratore , e cerca d' un buon cocomero a prova. 
Egli stringe tra le due mani una dopo Taltra le teste 
de' giocatori; e quel cocomero che gli pare buono da 
comprare pattuisce. Venditore e compratore si bistic- 
ciano, e ci va di mezzo il cocomero , cioè la povera 
testa del giocatore preferito, che riceve scosse e striz- 
zoni. 

214. A li Cavaddi. 

Due ragazzi appoggiano le spalle Tuno a quelle del- 
l'altro, si legano largamente con una fune ai fianchi, 
ed indi curvandosi appoggiano a terra un bastoncino 
non lungo che tengono in mano, e camminano T uno 
innanzi e l'altro indietro , ossia a ritroso, coperti da 
un lenzuolo come da una gualdrappa. Questi due fanno 
da cavalli. 11 padrone, che è il capo-giuoco, come per 
venderli va gridando : Haòu dui belli cavalli I Haju 
dwz &eWi cai?aWi/ Vengono successivamente vari com- 
pratori , e per farne la prova vi montano addosso. 
L'uno però non ne resta contento, perchè gli paiono 



A LÙ CUCUZZARU 335 

un po' indocili; un altro perchè bassini; un altro non 
può convenire col padrone nel prezzo; ma quando infine 
vi sale addosso colui che vuoisi sonare, i cavalli si 
rizzano e lo percotono coi bastoncini che tengono in 
mano. 

215. A lu Cucuzzaru. 

In Mazzara si chiama A li Ciccuzzi. 

Si fa tra molti fanciulli , ciascuno de' quali riceve 
il nome di ciccuzza (zucca) e un numero progressivo: 
unu^ dui, tri ecc. 

Il capo-giuoco prende il nome di Cucuzzaru in Pa- 
lermo, di Catasta fracida in Mazzara. 

Questi comincia un discorso, e a certo punto chiama 
una delle buone zucche col suo numero, p. e., cucuzza 
tri. Il fanciullo che ebbe assegnato questo numero 
deve subito chiamarne un altro, p. e., Cìicuzza cincu^ 
proseguendo il ragionamento incominciato da quello; 
e se noi fa perchè ha dimenticato il suo numero , o 
se tarda a rispondere , o se risponde per isbaglio un 
altro che crede avere quel numero, depone un pegno. 
Il mastro può essere nominato anch'esso, e deve anche 
esso risponder subito. 

Raccolti alquanti pegni, si fanno le solite penitenze. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Una versione beneventana ce n'è in Corazzini, p. 107, col 
titolo Masto cucuzzaro. 

Lo stesso è in Toscana Le Cocuzze (Fanfani. p. 280); è 
simile al giuoco della Cocuzza di Venezia, n. 7d Bbrnoni. 



336 GIUOCHI 

216. A Culu 'n terra. 

Chi va sotto sta in piedi , e gli altri giocatori in- 
torno a lui siedono in terra e si alzano. Chi sta sotto 
deve rimanere in guardia per carpirne uno alUistante 
che colui si alzi; e se lo coglie, questi prende il suo 
posto. Nel giuoco quindi non si fa altro se non al- 
zarsi e acculattarsi; uno corre, e due, tre alzati, che 
vedono il pericolo d'esser presi, si calano subito. 

Entra fra' giuochi di destrezza e di agilità. 

217. A chi servi la canna ? 

Molti fanciulli e fanciulle siedono, ed il capo-giuoco 
domanda ora all'uno ora all'altro successivamente qual 
uso si faccia della canna , dicendo: A chi servi la 
canna ? Chi risponde: Pri fari gaggi; chi: Pri fari 
tetta *; chi; Pri fari friscaletti; chi: Pri fari cunoc- 
chi; chi: Pri stènniri li robbi; chi: Pri fari panàra 
e carteddi *; chi: Pri 'mpalari vigni; chi: Pri fari 
canneddi; chi: Pri fari cannar a; chi: Pri fari la can- 
nizza, e via di quest'andare. Chi non risponde franca- 
mente e prontamente, chi indica un uso che è stato 
detto da un altro , ovvero un uso non proprio della 
canna, depone un pegno nelle mani del capo-giuoco. 
Quando tutti i giocatori avranno sbagliato e pagato 
il pegno, si cominciano le penitenze. 

» Per fare tetti (fabbricar volte). 
* Per far panieri e corbe. 



A L'URFANBKDA O A LU PIRCHÌ "8^ 

Il giuoco, come altri giuochi di conversazione, fa- 
cile in principio , diventa difficile mano mano che si 
vengono dicendo gli usi più comunemente noti della 
canna. 

In Oianciana il giuoco è detto: Lu jocu di la can- 
nuzza; e la domanda del mastro, è: Chi si fa cu la can- 
nuzza? Tra le risposte più comuni c'è: 8* ammazza 
la vipara — S'ammazza la quisina — S'amm^azza la 
serpi; il che richiama alFuso ed alla credenza popo- 
lare che la canna verde sia un'arma velenosa contro 
il biacco. 

218. A r Urfanedda o A lu Pirclii. 

Molte fanciulle siedono, e la mastra, avvicinandosi 
successivamente ora alFuna ora sdl'altra, dice: 

L'urfanedda s'havi a maritafi: chi eoi dati ? 

A questa domanda T^ma promette, p. e., un lenzuolo^ 
r altra una gonnella, questa una coperta, quella un 
grembiule, e cosi via via. Ma se una nomina la me- 
desima cosa che è stata promessa da un'altra, deve 
deporre un pegno, e dicesi spignari. 

Tei^minata questa prima parte del giuoco, va la ma- 
stra a domandare a ciascuna la cosa promessa e ne 
nasce il seguente dialogo: 

Mastra. L'urfanedda si marita: 

Datimi lu linzolu. 
Prima, Nun vi la pozzu dari. 
Mastra, E pirchi ? 
Seconda, Me marita, (p. e.) nun veli. 

G. PiTRK. — Gittochi fanciulleschi 2JK 



338 GIUOCHI 

Mastra, Ma vui mi lu prumittistiva, e mi 

Faviti a dari. 
Terza. E jeu nun vi lu pozzu dari. 
Mastra. E pipchi ? 
Quarta, Sugnu scarsa.;. 

E oosl r una insiste e V altra si ricusa ; ma se non 
risponde prontamente, e non adduce ragioni sempre 
diverse, o dice Pirchl, è obbligata a deporre un pegno. 
Quando la mastra vede che non può trarla in fallo, 
passa avanti e fa lo stesso dialogo con un'altra. 

Terminato il giuoco, chi ha deposto il pegno fa la 
penitenza che la mastra le impone: o correre, o star 
ferma su di un piede, o ballare, o star ginocchioni, o 
camminar carponi, o gridare qualche cosa ecc. 

Questo giuoco è tratto dalFuso di ricorrere alla ca- 
rità cittadina per agevolare i matrimoni delle orfane 
e delle fanciulle povere, provvedendole di biancheria 
col domandarne un capo all'una, e im capo all'altra. 

In S. Ninfa la mastra comincia il giuoco con questa 
proverbiale domanda: S'havi a maritari la figghia 
di lu re. 

Come si vede,» è questa una delle versioni del Jocu 
di lu pirchl, abbastanza conosciuto. 

Raccolta in Mazzara. 

VARIANTI E RISCONTRI 

È superfluo il dire che il giuoco del Perchè si fa dap- 
pertutto. 

219. A la Pignata. 

È giuoco da fanciuUine. Una di esse fa da madre , 



A LI PATRI 339 

altre da figlie; una sola sta accoccolata in un angolo, 
e fa da pignata. La madre interroga ora Tuna, ora 
Taltra delle figlie sulle faccende domèstiche, p. e.: 

Mamma, La 'mpastasti *a farina ? 
1* Figlia, La 'mpastai. 
Mam/ma. Lu facisti 'u criscenti? 
2* Figlia. Lu fici. 

Mamm^. La puliziasti la sbriula? « 
3* Figlia. La puliziai. 
ìlamm^L. Lu ardisti lu furnu? 
4* Figlia. 'U jiarsi ecc. • 

Se la madre, mentre interroga sopra una data fac- 
cenda domestica, voglia fare una domanda relativa ad 
altra faccenda, in quel caso la figlia interrogata dovrà 
risponder di no, se non voglia far da pignata. Cosi 
nel dialogo addotto, se la madre volesse aggiunger la 
domanda: 

La scupasti 'a casa? 

la figlia dovrà dire: 

Nun la scupaiy 

perchè la faccenda dello spazzare non è annessa a 
quella di fare il pane. 

Questo giuoco si fa nella provincia di Girgenti, spe- 
cialmente in Alessandria della Rocca. 

220. A li Patri. 

A molti fanciulli , maschi e femmine, vien dato un 
nome di patri unu^ patri dui, patri tri, patri quat- 

1 La ripulisti la madia? 

• Lo bruciai (riscaldai il forno). 



340 GIUOCHI 

tru e via via per ordine. Il capo-giaoieo ordina ad uno 
di prendeife un altro dicendo : PiLùri dui (p. e.) pig- 
ghiassi a pàtri cincu*. Quando quest'ordine vi«ie e- 
sattamente eseguito, V uno siede sul posto dell'altro, 
ma ciascuno conserva il suo numero. Quando però 
si sbaglia, e invece di prendere un padre se ne prende 
un altro, non solamente cambiano i posti , ma chi 
commette Terrore depone un pegno. 

Questo giuoco è facile in principio, ma diventa presto 
difìBcile quando, avendo tutti cambiato posto, i numeri 
si dimenticano e si confondono. 

Raccolti in questo modo vari pegni ne seguono le 
penitenze di rito. 

Versione di Mazzara come quest'altra: 

221. A FaMiricari la cimsa. 

Il capo-giuoco , che finge di dover fabbricare una 
chiesa , viene a dialogo con uno de' giocatori , che 
finge di essersi obbligato a somministrargli materiali: 
o gesso, o calce, o pietra e via discorrendo. Durante 
Il dialogo, nel quale il capo-giuoco si lagna, e l'inter- 
locutore si scusa del ritardo, quando il primo siede, 
il secondo deve alzarsi, e quando il primo si alza, il 
secondo deve sedersi, e depone un pegno se cade in 
fallo. È cosa difficilissima il non imbrogliarsi per 
la prestezza con cui il capo-giuoco si alza e subito 
dopo si mette a sedere ; ma se ciò avviene , il capo- 
giuoco, veduto dopo varie prove di non poter trarre 

* Padre due pigU padre cinqtte. 



A U NNDMI 341 

in fallo il suo iotorlocatore, fa lo stesso dialogo coo^ 
un altro, che deve somministrargli altri materiali. 

B^ooolti^ parecdù pegni ne seguono le solite pe^*- 
nitenze. 

222. A li Nneim. 

Ciascuno di coloro, fanciulli o faneiullet i q|uali: ppcnH- 
dono parte al giuoco, ricevono e devono ritenere un 
nome di persona : Ciccu (Francesco) , Vanni (Gio- 
vanni), Turi (Salvatore), Peppi (Giuseppe), Maricchia 
(Maria) , Palidda (Paolina) ecc. Chiamato dal capo, 
deve chi è nominato rispondere e andarsi a sedere 
al lato di lui; chi se ne dimentica e falla o indugia, 
paga la penitenza. 

VARIANTI E RISCONTRI 

È molto simile al Mazzolino toscano descritto dal Mi- 
NUOCI, V. I, p. 198-199; a quello detto A la taoleta di Ve- 
nezia; A le fior piem., che « fanno i fanciulli col prendere 
ciascheduno di essi il nome d' un flore , flngendo volerne 
fare un mazzo; e chi non risponde subito quando vien no- 
minato il suo flore , mette pegno , e non può riaverlo se 
non adempie ciò che se gì' impone : locchò si dice far la 
penitenza. » Bobbio, p. 817; Sant*Albino, p. 639. 

Questi riscontri son comuni a tutto il presente gruppo. 

223. A Veni 'na navi carrlca di. . . 

Questo giuoco consiste nel nominare , quando si è 
invitati a rispondere , un oggetto qualunque che co- 
minci con la lettera C; e però il mastro dice rivol- 
gendosi ad uno dei giocatori : Veni 'na navi càrrica 



342 GIUOCHI 

di ^ e rinterrogato dee subito soggiungere, p. e., 

cèiùSi; e proseguire : Veni 'na navi càrrica di ; 

lasciando che compia la proposizione un terzo con un 
altra voce, p. e. , castagni, Girasi , cacócciuli , coT' 
buni, cascavaddu, crapi, culonni ecc. • Chi non ha 
in pronto una voce nuova e non detta da nessuno, la 
quale sia principiante per C, paga un pegno. 

224. A lu Spropositu. 

Vari fanciulli si mettono in giro, ed il mastro fa delle 
domande a ciascuno, alle quali vuoisi rispondere con 
ispropositi , sempre a controsenso. Chi risponde op- 
ortunamente paga un pegno. 

VARIANTI E RISCONTRI 

. Una descrizione degli Spropositi diede il Mniucci nelle 
note al Malmantiley voi. I, p. 199. 

In Toscana è detto Far gli spropositi; in Parma Zugar 
ai sproposit (Malaspina, v. IV, p. 465); in Venezia Zogàr 
a chi le dise più bele (Bokrio, 815); in Piemonte Criughè 
ai sproposit (Sant'Albino, p. 638). 

225. A Vola vola V aoeddu. 

Molti ragazzi, talvolta maschi e femmine, ricevono 
dal mastro il nome d'un uccello : rinnina (rondine), 
pàssaru (passero), cardiddu (cardellino), petturrussu 
(pettirosso) ecc. e stanno seduti. Il mastro apre il 

^ Viene una nave carica di.... 

^ Cast'ìgne, ciUege, carciofi, carbone, caciocavallo, capre, colonne. 



A l'acidduzzu vulau vulau 343 

giuoco dicendo : Vola vola V ax^eddu : e vola (p. e.) 
lu cardiddu! E chi si chiama cardiddu deve subito 
alzarsi e ripetere : E vola lu cardiddu. Chi non si 
alza e non risponde prontamente a sentire il suo nome, 
o chi sorge al sentire il nome d' un uccello che non 
è suo o che ha vicino, o di cosa che non possa vo- 
lare, depone un pegno. 
Raccolti parecchi pegni ne seguono le penitenze. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nel giuoco veneziano II maestro (Bbrnoni, n. 45), vari 
fancioUi fanno gli scolari ed uno fa da maestro. Questi per 
alcuni istanti tollera che gli scolari si sbizzarriscano in 
salti e grida; ma poi alzando il braccio, richiama l'ordine, 
e fa perfetto silenzio. Il maestro rivolgendosi ad uno sco- 
lare dice: Vedo *na stela; lo scolare deve senza indugiò 
rispondere: Che fa vela. Poi, a colui che vien dopo : Vedo 
dò; e questi : Che tire zò, e via di seguito fino a venti. Gli 
scolari i quali sbagliano o non rispondono esattamente, 
vengono tolti immediatamente dal circolo e tratti in dis- 
parte , per esser poi, a fine di lezione, ricondotti nel cir- 
colo, che gira loro attorno beffandoli e schernendoli. 

Più vicino al nostro è V 80° deUa stessa raccolta vene- 
ziana : Oselin vola ! 

226. A TAoidduzzu vulau vulau. 

È un giuoco di pegno, e si fa tra persone adulte in 

conversazione. Il mastro tiene una pezzuola in mano 

e dice: 

L'acidduzzu vulau vulau, 

E supra di * pusau, 

Lassau pi muttu e dissi.... 

* Nome di uno della compagnia. 



344 GIUOCHI 

ovvero: 



L'aeeddu chi canta a viiscanta, 
Nim canta e viscanta supra lu pedi di piru : * 
Canta e viscanta supra. lu Yarcocu» 
E lassò pri muttu e dissi... 



In Aci: 



Cc'è l'aceddu ca passa e canta, 
Unni canta e unni nun canta. 
Lu sapiti unn'è ca canta? 
Supra lu pignu dici oa canta... 

é qui getta la pezzuola sopra uno dei giocatori, li quale 
immediatamente dice un proverbio siciliano, e dettolo 
dee ripetere una di queste tre formule; lanciando alla 
sua volta ad un altro la pezzuola ed aspettando che 
anch'esso dica un proverbio diverso, 

Chj non è pronto a metter fuori il proverbio, chi ne 
dice uno che non sia siciliano, chi ne ripete uno detto 
già da altri, chi cade in altri simili falli, paga un pegno. 

Questi pegni vanno al mastro, il quale a giuoco fi- 
nito, quando non resta nessun altro a perdere , as- 
segna le penitenze. 

Si cft*. con la variante mazzarese nel giuoco n. 128: 

A. Deci. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana la formula è questa: 
L'ucceilin volò volò, 
Sul mio alber non si posò; 
Ma si posò sul fico; 
E nel posarsi disse... 
In Milano Giogà a vola vola on uselin; in Piemonte Giù- 
ghè a vola vola, 

* Non canta e biscanta sul pero. 



A LU VIDDANEDDU CHI CHIANTA LA FAVA 345 

227. A lu Viddaneddu chi chianfo la fava. 

Vari giocatori si mettono attorno al capo-giuoco, il 
quale incomincia con questi versi: 

Lu viddaneddu chi chianta la flava, 
Quannu la chianta, la chianta accussi: 
Chianta tanticchia e poi si riposa, 
Poi si li metti li manu accussi; 
E la chianta accussi; 
Poi si li metti li manu accussi; 

e nel dire il 2*» ed il 4*» verso fa Tatto indicato dalle 
parole di piantar la fava e di mettersi in riposo in- 
crociando le braccia. Questi due atti devono essere 
contemporaneamente eseguiti dai giocatori ad un tem- 
po. Il capo-giuoco ricomincia : 

Lu viddaneddu chi scippa la fava, 
Quannu la scippa, la scippa accussi : 
Scippa tanticchia e poi si riposa, 
Poi si li metti li manu accussi: 
E la chianta accussi» 
E la scippa accussi; 
Poi si li metti li manu accussi. 

E viene facendo gli atti di piantar la fava , di svel- 
lerla {scippano), di mettersi in riposo; e cosi i com- 
pagni. Indi prosegue : 

Lu viddaneddu chi spicchia la fava, 
Quannu la spicchia, la spicchia accussi; . 
Spicchia tanticchia e poi si riposa. 
Poi si li metti li manu accussi; 
E la chianta accussi, 



346 GIUOCHI 

E la scippa accassi, 

E la spiccUia accussi; 

Poi si li metti li manu accussi. 

E sbuccia {spicchio), imitato dai giocatori, la fava, e 
poi ripete di seguito gli atti di piantare, svellere, sbuc- 
ciare ecc. Il giuoco cresce : 

Lu viddaneddu chi coci la fava, 
Quannu la coci, la coci accussi: 
Coci tanticchia e poi si riposa, 
Poi si li metti li manu accussi: 
E la chianta accussi, 
E la scippa accussi, 
E la spicchia accussi, 
E la coci accussi; 
Poi si li metti li manu accussi. 

Qui s' aggiunge V atto di cuocer la fava agitando le 
mani a mo' di ventaglio sul focolaio; come nei ripe- 
tere la filastrocca seguente aggiungesi anche quello 
di mangiar la fava cotta, il che vien fatto con la mano 
destra a forma di mestola : 

Lu viddaneddu chi mancia la fava, 
Quannu la mancia, la mancia accussi : 
Mancia tanticchia e poi si riposa, 
Poi si li metti li manu accussi: 
E la chianta accussi, 
E la scippa accussi, 
E la spicchia accussi, 
E la coci accussi, 
E la mancia accussi; 
Poi si li metti li manu accussi. 

Finalmente la fava già digerita dà luogo air ultimo 



LU VIDDANEDDU CHI CHIANTA LA FAVA 347 

atto , invero poco pulito ; ed ecco r ultima strofa di 
questo crescendo: 

La viddaneddu chi caca la fava, 
Quannu la caca, la caca accusai : 
Caca tanticchia e poi si riposa, 
Poi si li metti li manu accusai: 
E la chianta accussl, 
E la scippa accussi, 
E la spicchia accussl, 
E la coci accussl, 
E la mancia accussi, 
E la caca accussi; 
Poi si li metti li manu accussi. 

E nel dire il penultimo verso si accoccola per terra co- 
me per vuotare il ventre, facendo quel viso che dicesi 
proverbialmente da minchione *. I giocatori devono alla 
lor volta eseguire gli atti connati dal mastro, i quali 
diventano un poco imbarazzanti a misura che crescono 
ed il capo-giuoco affretta le parole per cogliere qual- 
cuno in fallo, e fargli pagar la penitenza. 

Un giuoco molto simile ha per base il lavoro della 
filatera, e comincia con questi versi ! 

Quannu fila, fila 'a massara, 
E quannu fila, fila accussi; 
Fila 'napocu e pò* si riposa, 
Dipo' si metti li manu accussi. * 

Vedi PiTRK, Canti pop, sic, nn. 792 e 793. 

* Un proverbio siciliano dice : Tri voti V omu addiuenta min" 
chiuni: Quannu caca; (la seconda non si può dir qui) e quannu 
mari. 



348 GIUOCHI 

VARIANTI E RISCONTRI 

Lo stesso giuoeo yenne raccolto in Como dal Bolza, n. 38, 
nella seguente forma italiana: 

Piaatft la fava la madre rmana^ 
Quando- la^piaB.ta* la pianta, cosi; 
E la pianta a poco a poco, 
. L* altro poco rimane così, 
E la pianta cosi : 
L* altro poco rimane così, ecc. 

Di Venezia se ne ha una variante in Ber^yoni, Gitwchij 
n. 42 : La bela tsilana. 

Il giuoco piemontese Ai megtèy meno i versi, è una va- 
riante del nostro; e somiglia molto al Giughà a la simia 
o al Gieugh dia sumia, in cui tutti i giocatori devono sci- 
miescamente ripetere le stesse smorfie deìVabbà, che è il 
mastro. 

Del resto si vedano le Notes sur quelques chansons pop.du 
Pays Messin par M. le Cte de Ptjymaigre, p. 32-44. Tipo- 
graphie Rousseau-Paillez 1868. 

228. A Ferru a focu, e ferru a l'acqua. 

Pria di cominciare questa descrizione bisogna sapere 
che ferru a fuocu significa segnare coirindice il ter- 
reno, e ferru a Vacqua mettersi l'indice nella bocca. 
Questo giuoco si esegue formando un circolo di otto 
o nòve. Il mastro, che si conta pure nel circolo, per 
farli stare tutti attenti dice: Travagghiamu! e poco 
appresso: Ferru a fuocu! e facendo colla mano una 
serie di movimenti e di gesti, ma particolarmente re- 
cando rindice alla bocca, e segnando ad un tempo il 
terreno. 



A PAS8ARI LU RUME 846 

A questa voce coloro che sono pronti ed eseguono 
giustamente la parola del mastro , mettono la mano 
in giti segnando colFindice il terreno; altri s-imbaraz- 
xano e seguono i gesti del mastro , e cosi pagano il 
pegno. 

229. A Passàri lu rumè. 

Un numero indeterminato di fanciulli si contano, e 
colui sul quale cade l'ultimo numero prende in mano 
il rumè , e con ciascuno dei giocatori messi tutti a 
circolo viene facendo a pari e caffo, e , se vince , dà 
un colpo sulla mano del compagno che perde, o esi- 
bisce la sua per ricevere un colpo se vince il com- 
pagno. Finché egli si apponga, tiene il rumè; e lo 
cede solo al primo sbaglio. 

230. A hi Santu Papa. 

Questa qui è una penitenza, ma qualche rara volta 
si fa come giuoco. 

Uno de' giocatori fa da Santu Papa^ e siede in fondo 
ad una stanza sópra una sedia , con una gabbia da 
ulive in testa, tenendo con la sinistra un bastone, ed 
alzando la destra con tre dita aperte a maniera dei 
santi. 

' Vengono a lui Tuno dopo Taltro storpi, ciechi, am- 
malati d'ogni genere, e gli si prostrano ai piedi, pre- 
gandolo di liberarli dai loro malanni, e mescendo alle 
preghiere lagrime, lodi, lazzi ed improperi al glorio- 
sissimo santo. 



350 GIUOCHI 

Egli tace, né piegasi subito ; ed uno che fa da sa- 
grestano e gii sta a fianco, intercede pei supplicanti, 
carezza il santo , ne liscia il viso , ne tocca il gana- 
scino, che suda tutto al suo dire in segno del miracolo 
che sta per fare ; e glielo annera di fuligine di pentola 
mista ad olio , di cui a tal uopo s' imbratta la ma- 
no. Ad ottenere la grazia desiderata i supplicanti prò- 
mettoìio chi di contribuire a fabbricargli una chiesa, 
chi di offrirgli un certo numero di buoi e pecore o ca- 
pre, chi di bruciargli de' fuochi d'artificio. 

A queste promesseli Santo Papa concede la grazia, 
e fa cenno col capo e con la destra. I supplicanti se 
ne vanno via sani e lieti e tornano poi Tun dopo l'altro 
a sciogliere il voto, battendogli in faccia un sacchetto 
pieno di cenere tante volte quante sono le cose pro- 
messe. Chi ride mentre incensa in simil modo il Santo 
Papa, siede in luogo di lui, ed il giuoco si ricomincia. 

È questo un divertimento villereccio, che si fa spe- 
cialmente al tempo della vendemmia, o della raccolta 
delle ulive, o dell'estrazione deirolio in quel di Maz- 
zara. 

Fu comunissimo nei tempi antichi in Palermo , e 
venne più volte proibito dall' autorità ecclesiastica 
sotto pena di scomunica. Vedi Diari della città di 
Palermo pubblicati da G. Di Marzo nella Biblioteca 
storica e letteraria di Sicilia. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Poco dissimile è in Toscana II Papa descritto dal Fan- 
FANI, pag. 669. 



A LU FIRRARU 351 

231. A lu Firraru. 

Giocano due, Tuno dei quali fa da fabbro, e Taltro 
da garzone, e siedono a terra. Il fabbro prima di co- 
minciare il giuoco, imbratta occultamente il suo ber- 
retto nero (o fazzoletto, o altro), della fuligine d'una 
pentola. Dopo di che si alzano entrambi, e si mettono 
al lavoro , a simulare il quale battono con un pezzo 
di legno sopra una pietra, quasi col martello suirin- 
cudine ; il fabbro gitta il suo berretto al ragazzo , il 
quale dovendo imitarne tutti gli atti, gli gitta il suo. 
Il fabbro allora, come stanco della fatica, si asciuga 
il sudore della faccia col berretto del garzone, e que- 
sti fa il simigliante con quello del fabbro, il quale es- 
sendo , come si è detto , imbrattato , gV imbratta la 
faccia, tra le risa e le beffe di tutti gli astanti. 

Raccolto in Mazzara. 

232. A lu Tavuleri. 

Un villano siede e fa da notare , ed un ragazzo^ 
mettendo le ginocchia a terra, appoggia la testa sulle 
gambe di lui , facendogli delle sue spalle tavolo da 
studio. Vengono due villani per istipulare un contrat- 
to , ed il notaro comincia a scrivere punzecchiando 
con uno stecchetto i fianchi del ragazzo come per in- 
tinger la penna nel calamaio. Ma nello stabilire i patti, 
i contraenti vengono tra loro in discordia, e si bistic- 
ciano. Non meno di loro va in collera il notaio, e se 
la piglia ora con l'uno ora con T altro. Cosi montati 



892 GIUOCHI 

tutti in bestia battono le mani sul tavolo, iSnchè il mal 
capitato ragazzo non ne potendo più si svincola, bron- 
tolando, dalle gambe del capo-giuoco. 

È un giuoco che si fa anche come penitenza in 
Mazzara. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Milano Giugà a fa el tavolin de tarocch (Cherubini, 
IV, 367). 

233. A lu Tilannaru. 

A somiglianza dei venditori di panni , che portano 
addosso una buona soma di telerie, quando vanno at- 
torno per la città, due villanzoni pigliano addosso e 
si legano ben bene a' fianchi ciascuno un ragazzo, 
braccia contro braccia, gambe contro gambe, in modo 
da renderlo inoffensivo. Ciò fatto e preso un bastone 
per misura in mano si partono da due punti opposti 
r uno incontro air altro gridando alternativamente : 
ffafu tua fina , barracani a la moda , nmsìjUineUi 
di Francia, fazzuletti di tila! ecc. Quando sono vi- 
cini, si bisticciano e Tuno dice all' altro : Amicu, di 
eoa nun ci aviti a passari , pirchl ci sunnu li mei 
parrucciani; e ciò dicendo batte con la sua misura 
il ragazzo del suo rivale ne' fianchi e nelle spalle. 
Indi si separano, si rimettono a gridare la roba loro, 
e tornano ad incontrarsi e a bisticciarsi. Qui tocca 
al secondo a battere il ragazzo del primo. Cosi va 
avanti il giuoco finché i ragazzi ben bene sonati non 
avranno più voglia di farsi attaccare al corpo de' com- 
pagni. 

Raccolto in Mazzara. 



DIVERTIMENTI, 



PASSATEMPI, ESERCIZI 



O. PrrRB. — Giuochi fanciulleschi SS 



DIVERTIMENTI, FÀSSATEIFI, ESERCIZI 



234. A cu' ridi prima. 

In Riesi ha il titolo A sodu^ cioè a rimaner sodo, 
in sul serio. 

Passatempo che si fa tra due, i quali standosi l'uno 
di fronte all'altro, e guardandosi occhi contro occhi, 
devono conservare la lor serietà; e chi primo ride o 
volge altrove lo sguardo perde. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana Fare a' visi; in Venezia Zogàr a vardarse, 
(BoERio, p. 815); in Piemonte Giughè a goardasse (San- 
t'Albino). 

235. A Ciusciàrisi 'mmucca. 

Due fanciulli si soffiano reciprocamente in bocca, ri- 
manendo vinto chi prima perde il fiato. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Fare a soffino in Toscana ; in Parma Zugar a boftars 
adoss; in Milano Giugà a boifà. 

236. A Vùncia. 

È un passatempo degli ultimi e più bassi fanciulli 
del popolo palermitano. Un fanciullo si mette di fronte 



356 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

ad un altro , meno svelto e scaltro di lui , e gli fa 
sgonfiare la bocca dicendogli : buffa ! e colla mano 
ora destra, ora sinistra^ fa a sgonfiargliela. E questo 
per un bel tratto. 
A vùncia^ vale a gonfia^ a gonfiare. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Il MiNucci nelle note al Malmantile (voi. I, pag. 109) ri- 
corda il Batter la furfantina, che si facea chiudendo e gon- 
fiando uno la bocca e dandogli un altro sul mento colle noc- 
che d'ambe le mani serrate u facendo fare alle labbra un 
certo suono molto gagliardo, che rassomiglia il battimento 
della bocca d'uno che trema. » 

Questo passatempo , che al Minucci parve cominciato e 
smesso al tempo suo, con molta probabilità era antico, e 
certo corre a* giorni nostri. G. Nbrucci nel Borghini di 
Firenze, an. I, p. 291 (Firenze, 1863), e poi nel suo Saggio 
di uno studio sopra i parlari vernacoli della Toscana (Mi- 
lano 1865) scrive : « Batter la biròantina (Contado empo- 
lese). Verso Montopoli ho udito chiamare biròantina una 
marciata sonata facendosi scoppiettare le labbra chiuse e 
costrette ad aprirsi a scosse percotendosi col pugno chiuso 
il mento. » 

Simile l'abbiamo anche in Sicilia. 

237. A fari lu Scupittuni. 

I fanciulli e i ragazzi del più basso volgo, e proprio 
i monelli da piazza , divertono se stessi ed altri in- 
troducendo rindice nella bocca, enfiando le guance e 
tirando violentemente fuori da una commessura delle 
labbra il dito stesso ; il che produce un forte scop- 
pietto. 



A LU JOCU DI POCU 357 

Messa nel cavo deir ascella sinistra , in guisa da 
chiuderlo quasi interamente con la mano destra, fanno 
i ragazzi degli scoppietti con lo stringere improvvisa- 
mente al fianco il braccio sinistro. 

238. A lu Jocu di focu. 

Questo passatempo consiste nell'imitare lo sparo dei 
mortaretti e de' mastii per opera de' cosi detti fuor 
riddava (razzai). Però si fanno molti mucchietti ^ì 
terra, e vi si pianta nel mezzo de' pezzetti di canna; 
indi come miccia si accende un lungo bastoncino egual- 
mente di canna, e imitando con la bocca il tu-tu-tù 
dello sparo de' fuochi, col bastoncino si vanno abbat- 
tendo. 

Jocu di focu è la macchina de' fuochi artificiali. 

239. A Manacciati. 

Due ragazzi stanno seduti di fronte l'uno all'altro, 
e tutti e due nello stesso tempo con le mani aperte 
fanno tre colpi : col primo danno sulle proprie cosce; 
col secondo battono palma contro palma, col terzo si 
danno nelle palme 1' un 1' altro, all' altezza delle loro 
spalle. L'incontro delle quattro palme è perciò al terzo 
de' colpi, che meglio sarebbero detti battute. 

Il bello del giuoco è nel dare in pieno questo terzo 
colpo, in guisa che se ne senta lo scoppio , e il fare 
quanto più rapidamente è possibile i tre movimenti 
dall' alto al basso (abbassar le mani verso le gambe). 



358 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

dal basso verso il petto (batter le mani proprie), e dal 
petto all'alto (scoppio delle mani de' giocatori). Allora 
si hanno delle misurate battute segnate da gagliardo 
scoppiettar di palme. 

È un giuoco che spesso eseguono varie coppie di 
fanciulli. 

240. A la Buffa. 

. Giuoco o passatempo da bambini e bambine, i quali 
accoccolandosi vengono saltando Tuno appresso del- 
l'altro come le botte {buffi) coU'intento di raggiungersi 
e oltrepassarsi. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Piemonte per Giughè a galet due contadine si ac- 
coccolano, u e r una dice all'altra : Asto trova un galetì 
e quella risponde: Com elo fait ? q V altra dice il nome a 
piacere; poscia risponde la cercatrice : Si eh* a V è col, si 
eh' a V è col, E cosi accoccolate saltellansi Tuna dietro al- 
l' altra, fino a che reggono loro le forze , e quale di esse 
perde prima l'equilibrio, quella è la perdente. » Sant' Al- 
bino, 611. 

241. A Cavu-cavuseddu. 

Si dice pure A cazzicaredda; A scanna-scanneddu 
in Catania; in Milazzo A siggitedda; A vanchiteddu, 
A li banchitedda in Caltanissetta; altrove A siggetta; 
e si fa da due dandosi a croce le mani in guisa da for- 
mare una sedia a due assi trasversali, sulla quale un 
terzo fanciullo siede per esser portato attorno. 

In alcuni paeselli, come in Riesi, i portatori cantano: 

Bancu e banchitieddu, 
Lu xiuri di 1' anieddu I 



A CAVU-CAVUSEDDU 359 

Nel sec. XVI era un giuoco , e ne fa cenno ne' suoi 
Amorosi Sospiri, att. n, se. 2*, il Dionisio : 

Purtatimi prima a cavu cavuseddu; 
Nò nò, eh' è nautru iocu chissu ddocu. 

Il Meli cosi chiude il suo famoso Ditirambo: 

Poi *ntra li vrazza, comu un picciriddu, 
Si lu purtaru a cavu cavuseddu. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Napoli il mmàmmera o Ammammero, Tardaoino nel- 
le Annotazioni alla Vajasseide II, 1: « Fàcese chisto juoco 
de chesta manera : se pigliano duje pettutte doje le mmano 
loro, e s'allargano le braccia de muodo che beneno a fare 
no garbo comme se fosse na seggia,pigliànnose pe le mmano, 
come se fosse lo ddaresse la fede; e ttanno uno se sede, 
e li duje lo portano pòsole a la casa, e cantanno diceno: 
A mmàmmera e nocelle 

No sacco de pedetelle; 

Tanta ne fece mammeta, 

Che roppe la caudara. 
In Bisceglie il caca presèid (presèid, piccolo pitale); in To- 
scana Fare o portarsi a predelline o a predellucce (Ca- 
rena, Yocab, ital, domest, cap. I, § 4); in Parma Zugar o 
Fare al scranèn (Malaspina , IV, 83); in Brescia Zoegà a 
porta *n scagna; in Padova Zugar e a S, Piero in carega 
(Patriarchi) ; in Venezia Zogar a S, Piero in caregheta 
(BoBRio), ovvero La madona in caregheta (Bbrnoni, n. 52); 
e le due fanciulle che prendono a sedere sulle loro mani 
la compagna vanno ripetendo : 

— La Madona in caregheta. 

La Madona in caregon, 

La polenta sul balcon. 
In Piemonte Giughè a portesse an papa carea (Sant'Al- 
bino). 



360 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

242. A la Varca. 

Due fanciulli si siedon per terra mettendo le gambe 
avanti in modo che le piante de' piedi dell' uno toc- 
chino e s'appuntellino sulle piante dell'altro; indi pren- 
dendosi per le mani , con un movimento alternativo, 
si alzano ed abbassano facendo con le mani, coi piedi 
puntellati e col didietro che sollevano di terra e ria- 
bassano, tutti i movimenti di chi voga seduto sulla 
barca. 

243. A la Bozxa. 

In Palermo è detto Acqua e zammù; in Catania A 
scarricabottu (Castagnola, Fraseologia sicolo-tosca- 
na, p. 355); in Messina pùlìci; in Milazzo A caraz- 
zùmmuli; in Avola A li quattru varriledda; in Riesi 
A valanza. 

Si fa tra due fanciulli, che si volgono le spalle Tun 
con Taltro, e intrigandosi tra loro le avambraccia si 
alzano a vicenda con un movimento attivo di chi si 
piega in avanti, e passivo di chi è alzato supino a fac- 
cia in aria. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Si fa in Toscana col nome di A scaricabarili (Ferraro, 
n. 18), o Fare o Giocare a civetta (Malaspina, IV, 53); neHe 
Marche La pulce (Gianandrea, n. 15); in Bologna A c'car- 
gabarel ; in Parma A scargaharilla (Malaspina , IV, 53); 
in Milano A scaregabari, A campanon , A stravaccaconca 
(Cherubini, IV, 128); in Padova A descargabaril; in Venezia 



A VOCANZITA 361 

A le campane (Bernoni , n. 63) , A scargabaril (BoiRio); 
nel Monferrato A Pesta riso (Ferraro, n. 9); in Piemonte 
A descàriabaril (Sant'Albino, p. 637) e, come tra noi e dap- 
pertutto, « si fa tra due soli, i quali voltesi le spalle Tun 
r altro, e intrigate scambievolmente le braccia , si vanno 
altalenando scambievolmente. « 

244. A Vocanzita. 

Questo divertimento ha una ricca sinonomia in tutta 
risola. Lo si appella V Vocanzica in Palermo , pa- 
panzlca in Riesi ; ed è composto d' un'asse in bilico 
su d'una trave o altro corpo elevato, e vi si siedono due 
ragazzi, uno di qua e uno di là, agli estremi di essa, 
cosi che quando l'uno va giù, l'altro va su ; 2° Naxia 
in Riesi , Milazzo ecc. , Vòzzica o vòzz Ica-naca in 
Siracusa, Nàcula-nzicula in Catania, Vòcula-nziciUa 
in Borgetto , Nàcula-tucca (culla turca) in Messina, 
Vòcula in Caltanissetta, Vòzica in Caccamo, Bàzzica 
in Mazzara, Bòcica in Gioiosa, Bàsica in Caltagirone; 
Naca-bozza in Licata; ed è formata di due funi che 
all'alto son raccomandate ad una trave o a due alberi, 
e in basso legate ad un asse trasversale sulla quale 
uno si siede e si dondola , spesso con le parole : 

Vòcula 'nzicula 
Pani e furmicula. 

Questa seconda maniera di cullarsi si fa specialmente 
per l'Ascensione in Mazzara , Noto ecc. (Cfr. Spetta- 
coli e Feste pop, sic.^ p. 264). Tuttavia nel parlare 
comune le due forme di giuoco vanno con 1' unica 
denominazione di Vocanzita. 



362 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

Sotto le voci Voca Vanzita, vocalanzita, vocalan- 
zlcula, vozzica nel sec. passato Fr. e M. Pasqualino 
registrarono questo passatempo [Vocab. siciL v. Il, 
p. 367, e V, 348, 349, 352). Lo Scobar scrisse nel cin- 
quecento Voczica , ma lo Scobar in ordine a grafia 
siciliana non è autorità. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Ecco i molti titoli che questo giuoco ha in tutta Italia: 
Naca in Calabria (Dorsa, La tradiz. greco-lat., p. 9); Pen- 
duricula in Terra d' Otranto (De Simone, loc. cit.); Ningte 
nghed in Bisceglie ; Sciannavella negli Abruzzi (Finamorb, 
Yocab., p. 166) e Sciannaficura (id., ms.) ; Sàmmeri nel- 
r Aquilano ; Scinnilella in Atessa ; Vellare in Rivisondoli ; 
'Mbambalò in Francavilla a mare ; Zàmbari in Castel di 
Sangro; Sambio in Sulmona, paesi tutti abruzzesi (Db Nino 
nell'Archivio per lo studio delle tradiz, pop., voi. II, p. 210); 
Banziganella nel Logudorese; Sanzianedda nella Sarde- 
gna settentrion., Banzicajola nel Galludorese (Spano, Vo- 
cabolario sard. ital. Kalaris, Impronta nationale MDCCCLI); 
Dondola in Arezzo, Arcolino nel Pisano, Pisalanca a Lucca 
(Barbieri, p. 69); Dingola e dàngola ed anche Dingola an- 
dana neUe Marche (Gianandrea, p. 25). Il Pulci scrisse : 
« Fece fare le bisciancole a due suoi cittoletti, quelle che 
noi chiamiamo a Firenze Valtalena, a Pisa Anciscocolo, a 
Colle il Pendolo , a Roma la prendifendola , a Genova lo 
balsico , a Napoli la salimpendola , e a Milano lidoca. » 
In Parma si dice Sbalanza (Malaspina, IV, 31); in Miran- 
dola Plinga (Meschieri, p. 167); in Bologna Dóndol (Coro- 
nedi-Berti, I, 433); in Milano A la scocca, o A scoccà (Che- 
rubini) ; in Como Scóca e Strica-stróca (Monti , pp. 253 
e 309) pei due modi come in Venezia e Padova Al dindolo 
e Al biscolo (Boerio e Patriarchi); in Tortona Sbagan- 



A PEDI all'aria e a la cazzicatummula 363 

zica; nel Torinese Baotiesse (Sant' Albino 218); in Torino 
e Alpignano Bauti ; nel Biellese Bilancia; nel Canavese 
Bianta; in Montanara ^mw^^a ; in Crodo (Novara) Scom- 
peso; in Monte-Broglio (Novara) Baltic; in Crevacuore (No- 
vara) Sbalansa. Un giuoco molto simile all'altalena è la Cor 
nofiena di Roma descritta dal Bresciani, Edmondo, e. lY. 
I Romani antichi aveano Voscillum e Voscillatio (Petron. Sai. 
146; Hygin. Fab., 130; Fast. Oscillum)\ ed i Greci la alópoc. 
Uoscillaùio petaurum pensile è 1' altalena con le funi. I 
Greci la facevano in due: uno che oscillava ed un altro che 
spingeva 1' altalena aspettandone il ritorno per risospin- 
gerla. 

245. A Pedi all'aria e A la Cazzicatummula. 

Un fanciullo abbassa il capo, poggia le mani a terra 
ed alza in aria le gambe , reggendosi cosi un tratto, 
talora anche progredendo in avanti o di lato. 

Questo giuoco è il primo movimento della Cazzica- 
tummula o cazzicaredda^ ed anche di quell'altro di- 
vertimento ginnastico che i nostri monelli fanno, per 
lo più innanzi le bande musicali in marcia, in mezzo 
le vie, allargando le braccia in croce e piegando di 
slancio sur una delle mani che poggiano a terra il 
corpo tutto in guisa da fare, braccia e gambe tese, una 
girandola. 

VARIANTI E BISCONTRI 

In Bisceglie si dice Fa* *u càule; in Toscana Far quercia 
o querciolo ; in Parma Far Valber (M.vlaspina, 1, 43); in 
Venezia El bati-palo (Bernoni, n. 62). 

La Cazzicatummula è il m^azzaculo, tombolo^ capitom- 
bolo degl'Italiani, la zig amata de' Parmigiani (Malaspina, 
IV, 442); la stiribacola àé* Piemontesi (Sant'Albano, 1102). 



364 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

246. A Sfirriàrisi. 

Due fanciulli di jft'onte Tuno alFaltro si tengono per 
le mani incrociate e si abbandonano col corpo all'in- 
dietro sollevando le mani sulla testa e dando una ri- 
volta senza lasciarsi, in modo che si trovino poi una 
altra volta di fronte tra loro e senza contorcimenti 
delle braccia. 

VARIANTI E RISCONTRI 
Simile è in Venezia: Pan duro, Bernoni, n. 53 . 

247. A Scorna-voi. 

Sorta di giuoco ginnastico che fanno i ragazzi, in cui 
l'uno mette le ginocchia nel sedere delF altro , e con 
le mani gli afferra i piedi, e cosi rotolano. 

Lo registra A. Traina, Nuovo Vocabolario siciliano' 
italiano^ p. 892. 

248. A lu Carritteddu. 

Un fanciullo appoggiando le mani a terra solleva in 
alto le gambe aperte. Un compagno prende le due 
gambe per di dietro , e cammina in avanti tirandosi 
dietro il compagno bocconi, le cui mani rappresentano 
due specie di ruote di carrettella tirata a mano. 

VARIANTI E RISCONTRI 

È proprio La cartola veneziana, descritta dal Bernoni, 
n. 64. 



A NATARI 365 

249. A Natari. 

Non pochi sono i giuochi che si fanno a mare nel 
nuoto : giuochi tutti di ginnastica. Eccone i principali : 

1. A mortu *n tavula. Il nuotatore s'inclina dolce- 
mente in guisa da riposare supino sull'acqua, braccia 
ritte e strette a' lati, gambe slungate coi piedi fuori 
come il petto ed il viso. Di tanto in tanto un movi- 
mento delle braccia e de' piedi aiuta a spingersi in 
avanti o di lato. Talora le due mani si portano dietro 
la nuca come per farsene un guanciale. Tal'altra in- 
clinandosi da un de' lati il nuotMore prende la po- 
sizione d'uno che dorma, facendo della mano del lato 
che s' adagia sull' acqua guanciale, ed il braccio che 
guarda in alto poggiando al lato opposto. 

2. A lu pisci. Si fa per lo più a gara in due, a chi 
vada più innanzi, e si nuota con una sola mano e pie- 
gando verso quella il lato del corpo; mano e lato che 
si alternano coi movimenti dell'altra mano e dell'altro 
lato. La gara ha luogo per la difficoltà di questo eser- 
cizio. 

3. A la giurana. Consiste nel fare i movimenti della 
rana [giurano), raccogliendo ad un tempo, e ad un tem- 
po slungando braccia e gambe, ma senza troppa fretta 
e celerità. 

4. A fari lu canuzzu , nuotare come i cani, met- 
tendo fuori a vicenda le due mani a forma concava. 

5. A vrazzzari. Stando immerso tutto neir acqua. 



366 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

meno la testa, il nuotatore cava fuori alternatamente 
le braccia e dà gagliardi colpi sull'acqua per romperla 
e andare avanti {Vrazztari quasi bracceggiare). (Il Ma- 
laspina, IV, 168, fa corrispondere a questa maniera di 
nuotare : Andar a spassi nodànd, e Titaliano nuotare 
di spasseggio). 

6. A 'hbuddaH e A sammuzzari. Si fa attuffan- 
dosi nell'acqua sia rimanendovi immobile un istante, 
sia afferrandosi con le mani al fondo per cercarvi qual- 
che cosa, sia anche nuotando. ìi{Q\['aì)ì)ibddari usa but- 
tarsi giù sulla testa con le mani in avanti ecc. Nel 
sammuzzari si fanno delle gare a chi vada più in- 
nanzi ed a chi rimanga di più sott'acqua. 

Nella spiaggia di Palermo è un sito fuori porta S. 
Giorgio, chiamato ab antico Samm^uzzu , ove i Pa- 
ermitani vanno a bagnarsi nella state. 

7. A davi la calata. Uno di due nuotatori si ac- 
coccola piegando le gambe sulle cosce e mettendo fuori 
dell'acqua le mani per prender quelle d'un altro che 
monta sulle spalle di lui. Il sotto si abbassa daccapo, 
e risollevandosi di slancio con una spinta che gli dà, 
fa saltare in aria chi gli sta ritto sulle spalle, il quale 
fa un capitombolo [cazzicatùm,mula). 

8. A gghittàrisi. Consiste nel buttarsi giù da un sito 
più o meno elevato : a panareddu^ se tutto raccolto 
e aggomitolato in forma di paniere o di sporta, che 
forma la varietà a coffa; a pedi, se sui piedi; a testa, 
se a capo in gìii; a panza, se dando il ventre, il che 
suol essere dannoso; a schinu, se dando il dosso. 



A SCIDDICALORU 367 

9. A fari lu papùni o lu vapuri. Unite e aggrap- 
pate le due manji, standosi ritto, il nuotatore agita for- 
temente e prestamente nell'acqua le braccia per imi- 
tare con la schiuma che produce gli efletti del vapore. 
Le braccia sono unite per le mani avvinghiate. 

10. A la palamita, (Alla piramide). È il giuoco di S, 
Calóiru (n. 120) fatto in acqua, però senza cori. 

Quando si sta in acqua e nim s'appedica, cioè non 
si tocca coi piedi sul sodo, e si è stanchi , si riposa 
mettendosi a mortu *n tavula. 

Non pochi altri esercizi si fanno a mare , che qui 
si tralasciano. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Ecco un tratto del Dafni e Cloe di Longo Sofista, vol- 
garizzato dal greco da Annibal Caro : 

« Dafni spiccato un salto per insino al mezzo del pela- 
ghetto, si gettò giuso : ed andatosene al fondo, stette per 
buono spazio a tornar suso; poscia venuto a sopra, sbuf- 
fato ch'egli ebbe, come quello che era buonissimo nuota- 
tore, prese a fare in su l'acqua di molti giuochi; ed or ro- 
vescio, or boccone, or per il lato, fece quando il ranocchio, 
quando la lepre, quando il passeggio, quando il tuffo; fece 
il tombolo, fece il paneruzzolo, fece tutti i giuochi che si 
fanno in sul' acqua, di tutte le guise, con meraviglioso 
piacere ed attenzione del compagno. » 

250. A Scìddicaloru. 

Dicesi anche, particolarmente in Termini, A sciddi- 
ca-culu. 
Divertimento e spesso giuoco fanciullesco , che si 



368 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

fa raccogliendosi e sedendosi sopra una larga foglia di 
fico d' India o, senz' altro, accoccolandosi sopra uno 
sdrucciolo e lasciandosi andare scivoloni sino al basso. 
Da questo giuoco, che io anni addietro vedevo molto 
spesso fare a' fanciulli terminesi, ai Cappuccini, quei 
di Termini-Imerese hanno per ischerzo lo specioso so- 
prannome di sciddica-culu. (Vedi i miei Proverbi si- 
ciliani, V. Ili, p. 170). 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana si fa a Scendere a scortica culo; in Parma 
A blisgar (Malaspina, IV, 455) ; qualche, cosa di simile si 
fa in Piemonte, come può vedersi in Ferraro, nel giuoco 
A sdruccioloni^ e più nell'altro A ruzzoloni, nn. 32 e 33 
della Raccolta y e n. XLV de' Cinquanta Giuochi. 

251. A Curriri supra la ciaca. 

Scelto un grosso e liscio ciottolo {ciaca), uno di due 
ragazzi prende il compagno ritto e teso, e appuntan- 
done i piedi su quello, ne tiene sospeso obliquamente 
il corpo , poggiandosene il dosso o il cocuzzolo sul 
proprio petto, cosi che spingendolo in avanti, il fan- 
ciullo scorra facilmente sul lastrico quasi sia sopra un 
carro, o sopra ruota unta di sapone. 

252. A li Cursi. 

Si chiama anche A tu pàliu. 
È la nota gara della corsa, nella quale un numero 
indeterminato di ragazzi , partendo a un* segno del 



A LI CAVADDI 36& 

capo-giuoco da un dato punto, corrono a, chi giunga 
primo alla meta; dove, premio al vincitore è una 
moneta, un nastro, un balocco qualunque. 

In questa occasione i corridori sogliono adornarsi 
il capo di fazzoletti, sonagli, fronde di sambuco ecc. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Ha molto del giuoco veneziano II bocalo, n. 70 del Bbr- 

NONI. 

353. A li Cavaddi. 

Un fanciullo fa da cavallo e un altro da cocchiere. 

Al cavallo viene passato alla bocca un laccio, una 
funicella qualsisia , che faccia da freno e da redini; 
qualche volta altri lacci al viso , al capo come per 
frontale , barbazzale ; talora sonaglini, bubboli ecc. 
L'altro regge le redini,e con una specie di frusta caccia 
il cavallo^ il quale nitrisce, salta e spara dei calci. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Il Cherubini registra il giuoco medesimo col titolo Giugà 
a cavali e briay pel Milanese. 

254. A Fari li ballunedda. 

Dicesi anche A li lampi; A li mcscichi in Milazzo. 

S'intinge in un poco d*acqua, nella quale sia stato 
sciolto del sapone, un sottile cannello , e vi si soffia 
dentro leggermente in guisa da farne venir fuori delle 
bolle più meno grandi , chiamate lampi (lampade), 
ballunedda (palloncini), visslchi {Yesci6he\ ecc., che i 
fanciulli fanno a gara per chiappare. 

G. PiTRB. — Giuochi fanciulleschi 24 



370 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

Talora con lo stesso bocciuolo si soffia dentro Tacqua 
saponata, ed a quella miriade di bollicine, che son cosi 
gaie a vedere, i fanciulli danno il nome di paradisu, 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana Fare alle bolle di sapone ; in Lucca Far le 
bombole; il Doni, Far sonagli; in Parma Zugar al bàci 
<r savón, Far il boci (Malaspina, I, 219); in Milano Gii^à 
a fa i gemm (Cherubini, II, 209); in Bergamo Fa i boca- 
loco; in Venezia Zogàr a le brombole (Boerio); in Piemonte 
Giughè a fé le gole éC savon (Sant'Albino). 

255. A Fari lu bottu. 

'U juocu *i paddi è chiamato in Milazzo. 

Con argilla e più comunemente con fango i monelli 
fanno certi mortai, ciotole ed altri recipienti incavati, 
e, capovolgendoli, li lanciano a mano piatta e con forza 
su un muro o terreno piano e solido, trastullandosi a 
sentirne lo scoppio. Talora si mettono in due, in tre, 
e danno tutti in un colpo, per vedere chi meglio rie- 
sca ad ottenere uno scoppio sonoro. 

Per lo più questo passatempo si usa quando è pio- 
vuto. 

VARIANTI È RISCCNTRI 

In Parma A ciocaroèula (Malaspina, I, 415). Si fa an- 
che in Tortona col titolo A mortaròat e, in generalo, nel 
Piemonte. Vedi Ferraro, Raccolta n. 31, e Cinquanta Giuo- 
chi, n. XLIV: / mortaretti. Ricorda il Fictor latino, mo- 
dellatore in creta o vasaio : nXàgxTjg de' Greci. 



A CUI NNI MANCIA CCHIÙ ASSAI 371 

256. A cui nni mancia cchiù assai. 

Si fa in due o più, i quali uno alla volta lanciano 
a mare, ne' laghi, ne' fiumi, per farli rimbalzar fuori, 
de' sassolini lisci raccolti sulla spiaggia, o altri cocci 
piatti e arrotondati. Chi mancia cchiù assai, cioè chi 
riesce meglio e più volte a fare schizzare a fior d'acqua 
il suo sassolino, a farlo saltellare, e andar più lontano, 
vince. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana Fare agli schizzetti, Fare al rimbalzello 
(rha anche il Manzoni ne' Promessi Sposi); in Parma Zu- 
gar a piapèss (Malaspina, III, 281); in Padova Zugar a le 
piastrèle; in Piemonte Giicghè a tire cT pere su Vaqua o 
a fior cTagwa (Sant'Albino); in Venezia Zogar a caorio o 
Far passarini; in Chioggia Far scalete (Boerio, p. 815). 

257. A li Girasi. 

Due fanciulli (o fanciulle) prendono ciascuno una ci- 
liegia, ne appaiano ed attorcigliano le grappe, e ti- 
rano ciascuno a sé la propria. Colui che rompe la 
grappa dell'altro e la porta via, vince le ciliege. 

Varianti e riscontri 

In Toscana Fare alla grappa; in Parma Zugar a piccoli 
(Malaspina, III, 286). Un giuoco simile con l'uva è l'abruz- 
zese Appicca-uva (Finamore, ms.). 



372 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

258. A la Gorgia. 

In Riesi ed altri comuni è inteso col titolo Ad ac- 
chiappa^'mmucca. 

Si fa lanciando in aria un ftnitto qualunque, per lo 
più grossi acini d'uva, sorbe mature, fichi, fichi d'India 
rimondati, od altro, e raccogliendolo, al cadere, con la 
bocca aperta si che coli nella gpla senza toccarlo con 
mani né masticarlo. Spesso i monelli giocano a gara 
tra loro a chi faccia andare più in alto il frutto , ed 
a chi più destramente lo riceva in bocca. 

VARIANTI E RISCONTRI 

A nessuno sfuggirà che la voce gorgia siciliana è la gor^e 
francese. 
Fare a pappaceci, in Toscana. 

259. A li Galiittini. 

In Palermo, neirautunno e più nell'inverno, un gran 
numero di ragazzi vanno vendendo, entro un paniere 
ovale, per due centesimi Tuna (e le piccole per un 
cebt.) certe sottilissime dambellette dette taraUwxi, 
che essi gridano: Hc^u tarallicccii Galiittini haju! 

Ora con queste ciambeliette fanno una specie di scom- 
messa tra loro in questo modo : Il venditore, a cui 
tocca, ne prende una, e piegandosi indietro in modo 
che la fronte guardi obliquamente in alto , V adagia 
su quella, e per via di movimenti della faccia V aiuta 
a scendere pian pianino sugli occhi, sul naso, sulla 



A LI PITANZI 373 

bocca. Qui, afferrata che l'abbia tra' denti, la rompe, ed 
intanto che la tritura e la inghiotte, con le labbra regge 
i frammenti della ciambelletta, la quale a poco a poco 
viene alla stessa maniera masticando e mangiando sen- 
za mai toccarla con le mani. Se egli riesce al suo in- 
tento senza averla mai toccata, senza essersela fatta 
cadere tutta o parte, vince, cioè ha diritto ad aver pa- 
gata dall'altro la ciambelletta che egli s'è mangiata. 
Il giuoco è talora un po' lunghetto e difficile, ma vi. 
son de' monelli che vi riescono a meraviglia. 

. 260. A li Pitanzi. 

Molti ragazzi siedono in terra l'uno dietro e fra le 
gambe dell'altro. Il capo-giuoco, che siede innanzi a 
tutti, tenendo con ambe le mani una lunga canna, 
domanda : Chi vùliti manciari ? L' ultimo risponde : 
Maccarruni. A questa' risposta il capo-giuoco batte 
con la canna indietro i fianchi di tutti i giocatori, e 
torna a chiedere : Chi vuliti manciari ì A cui l'ultimo 
risponde di nuovo : Arrustu (o qualunque altra vi- 
vanda). A questa risposta -li percuote un' altra volta, 
e cosi prosegue a dimandare e a battere sino all' ul- 
timo servito. 

Versione di Mazzara. 

261. A li Paparini. 

D' estate , quando i rosolacci {papaver rhocas L.) 
sbocciano, i fanciulli ne vanno a raccogliere, e pei vi- 



374 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

coli e chiassuoli di Palermo li vengono barattando con 
altri fanciulli con bottoni, piombo od altro. Per farsi 
sentire da chi non li vede gridano : Paparini , pic- 
ciuotti ! pi funniedda e chiummu v* *i canciu ! * gri- 
do che fanno anche i cenciaiuoli, i quali al primo sboc- 
ciar de' rosolacci ne vanno anch'essi a raccogliere ed 
a barattare coi fanciulli che li cercano. 

Un passatempo prediletto di chi ha rosolacci con- 
siste nelFavvolgerne, una alla volta, le foglie, rigon- 
fiarle, e farle scoppiare sulla propria o sull'altrui mano 
o fronte ; il che si dice scrùsciri li paparini (fare 
scoppiare i rosolacci). 

VARIANTI E RISCONTRI 

Ricorda lo stesso divertimento, anche greco, il Db Nmo, 
(I, p. 78) come in uso negli Abruzzi. 

262. A Fari lu Casteddu. 

Uno de' passatempi graditi pe' ragazzi è quello di 
fabbricarsi il cosi detto casteddu in Palermo, la ^e&&ia, 
la Tuànnira o lu parcazzu o li casuzzi o lu fur- 
nu, nel restante dell' isola, fuori le grandi città, se- 
condo i luoghi ne' quali vivono i fanciulli, e le idee 
che essi hanno. I materiali della fabbrica sono pietre 
qua e là raccolte , e imitando il lavoro de' muratori 
le vengono collocando e assestando l'una sull'altra a 
secco, ovvero murate con argilla, fango od altra ma- 
teria che fa le veci di calcina. Il castello è una specie 

* Rosolacci, ragazzi I ve li cangio (baratto) per fondelli e piombo! 



A LA MUNTAGNOLA 375 

di muraglia a forma ovale o rotonda, alta poco più 
d'un metro, dalla quale qualche volta si fanno spoiN 
gere bocche di doccioni di terra cotta rotti ed inser- 
vibili, che fingono cannoni. 

I murifabbri, divisi gli uffici, fanno questo da guer- 
riero, quello da sentinella, quell'altro da castellano o 
padrone che si voglia dire. 

La gebMa, vivaio, è un ricetto quadrato per annaf- 
fiare gli orti; la Tnànnira, mandra; il parcazzu^ ter- 
reno chiuso da muro a secco e siepe, circondato da 
fossato, per chiudervi di notte le mandre e guardarle 
da' lupi ecc., ricevono le forme di questi ricetti ru- 
sticali; ma i fumi son chiusi, come i forni che molte 
casette di campagna hanno davanti o presso V uscio. 

• 

263. A la Montagnola. 

Ne' giorni di festa sogliono i fanciulli formare con 
pietre , terra e fronde una specie di montagna con 
tutte le salite, le discese, i pogginoli, i dirupi di essa. 
Una grotta non vi manca mai, e dentro vi è una del- 
le figurine in creta, che rappresenta un santo o una 
santa. 

In Palermo rappresentano, specialmente di estate, la 
Orutta di S. Rusulia; ed il Pellegrino è il monte che 
vogliono imitare con la sua famosa scala a zig-zag, 
che popolano di soldatini di creta , e la grotta della 
Vergine protettrice della città. 

È un divertimento specialmente delle bambine, le 
quali si rifanno della spesa de' pastureddi (pastorelli. 



376 DIVERTIMENTI, PASSATEBiiPI, ESERCIZI 

uome generico di tutte queste immagini in creta) chie- 
dei^do più o meno insistentemente a' passanti qualche 
monetina con un vassoio in mano, sul quale è posata 
la immagine in carta della Santa che festeggiano. Quel 
che avanza della somma raccolta serve a far le me- 
renducce. 

Il Pirsepiu Prisepiu di Natale è la sola rappre- 
seintazione alla quale potrebbe paragonarsi questo pae* 
saggio ; e del presepio in Sicilia fu già detto abba- 
stanza ne' miei Spettacoli e Feste popolari siciliane, 
pp. 437-440. 

264. A lu Carru di puma. 

In estate, quando le mele {puma) sono più abbon- 
danti, i fanciulli di Palermo imitano con cannucce e 
stecchi di varia lunghezza T antico carro trionfale di 
S. Rosalia. Le cai;^ne rappresentano la travatura del 
carro e son legate tra loro per via di mele, nelle quali 
s'infilzano. La forma è piramidale , avente alla base 
quattro ruote, anch'esse di mele ammezzate o affetr 
tate, ed alla sommità una figura di mele tagliuzzate, 
che nella intenzione de' fabbricanti vuol essere l'im- 
magine di S. Rosalia. 

265. A Fari la gòbbia. 

Con fango, terra, argilla, pietre, legno o checché al- 
tro usano i fanciulli divertirsi a far de' ritegni ne' ri- 
gagnoli delle strade durante o dopo la pioggia, per 



A CIRCARI CHIOVA 377 

impedire il corso dell'acqua; la quale, crescendo e tra- 
boccando, li supera e passa via distruggendo il loro 
lavoro. 

Talvolta essi fanno de' fóri o de' solchi negli argini 
medesimi. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Col titolo di tura lo fanno anche i fanciulli toscani .(Fan- 
pani, Yocdb, della lingua itah, p. 1605). 

266. A Circari chiova. 

Quando è piovuto e le pozzette son piene d'acqua, 
i fanciulli vi vanno firugando entro con le dita o con 
un fuscello per veder di trovarvi ferro, chiodi, spilli 
od altro, che la corrente possa aver trascinato o sco- 
perto. Alla ricerca essi accompagnano la cantilena dtìla 
formula : 

Santa Nicola, Santu Nicola, 
Facitimi asciari ferru e chiova ! * 

Un altro passatempo durante la pioggia: 
Quando piove i fanciulli, desiderosi che la pioggia pro- 
segua e cresca, cosi pregano Dio ad alta voce : 

Forti, Signuri, cà me patri di fora è I 

VARIANTI E RISCONTRI 

Il Malaspina, IV, 421, nota lo stesso uso fanciullesco in 
Parma sotto il titolo Zavajar, che corrisponde al toscano 
Cercar col fuscellino. 

Vedi CoRAzziNi, p. 121 e seg.; Manoo, Archivio^ voi. II, 
pag. 182. 

* S. Nicola, fatemi trovare ferro e chiodi 1 



378 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

Relativamente alla preghiera per. la pioggia, vedi De 
GuBBRNATis, Zoologicol Mythology, v. II, p. 211. 

I fanciulli lombardi per invocar la neve continuata , al- 
lorché ne vedono i primi indizi, per poi divertirsi cantano 
(Cherubini, I, 187) : 

Pioeuv pioeuv 

La gaijnna la fa Toeuv 

Fiocca fiocca 

La gaijnna la fa Tocca. 

267. A lu Roggiu a suli. 

Si sputa in terra , e vi s* impianta nel mezzo uno 
stame secco del fiore di fieno, il quale, per Tumidità 
della saliva, si storce, e gira intorno a sé in senso con- 
trario al primo e naturale suo contorcimento a spi- 
rate. Asciutta, si torna a bagnar con saliva, e torna, 
benché molto meno, a contorcersi. 

268. A ii Mazzoli. 

Cosi in Borgetto; e in Partinico L'asti di li man- 
tici (le aste del mantice). 

Tre stami del fiore di fieno secco si rompono a mezzo, 
e in forma quadrangolare si attaccano a due angoli 
con cera, lasciando libere le due altre estremità. Si 
bagnano con saliva tutti e tre gli stami, e si posano 
sopra un piano. Cominciando, per Y umidità, a stor- 
cersi, il balocco piega in varie guise rassomigliando, 
secondo i fanciulli, al batter di due mazzuole {maz- 
zoli) all'alzare ed abbassare delle aste del mantice 
dell'organo o della fucina del fabbro ferraio. 



A LU coppu 379 

269. A lu Coppu. 

Nudi i piedi e bagnati, i ragazzi li piegano cosi da 
rendere concava la pianta, e battendola fortemente e 
molte volte di seguito sul lastrico egualmente bagnato, 
corrono e fanno un forte scoppiettio. 

270. A Fari lu Specchiu. 

Altro divertimento de' fanciulli consiste nel pren- 
dere un pezzettino di specchio, e, collocandolo verso 
il sole, ripercuoterne i raggi entro le case o sul viso 
delle persone. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Col nome di Gibignanna. lo fanno i fanciulli lombardi 
(Cherubini, II, 218), e lo faranno , naturalmente , tutti gli 
altri fanciulli. 

271. A Fari li Stiddi. 

In una brigatella di fanciulli chi fa li stiddi (le stelle) 
è sempre il più scaltro , e chi se le fa fare è il più 
ingenuo ed il più credulo. Il primo prende la mano 
del compagno, e bagnando di saliva il pollice glielo 
strofina fortemente e lungamente sul dosso in modo 
che gli faccia una lividura. Il paziente durante questo 
lavoro dee guardare in cielo, e quando tutto è -finito si 
trova con quelle specie di stimate. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Si ravvicini al Veder le stelle notato dal Minucci neUe 
note al Malmantilej voi. IV, 160. 



380 DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

272. A li Stiddi di menzijornu. 

Un ragazzo un pò* vivace chiede ad un altro un po' 
ingenuo : — Vò' vidiri li stiddi di menzifomu f — 
Si^ risponde Taltro. Allora il primo mette de* sasso- 
lini fra le dita di una mano del secondo, e gli dice: — 
Talla *n celu. — Quegli guarda in alto, ed il furbac- 
chiotto gli stringe fortemente la mano. 

273. A lira di mòtiri è ! 

Uno, due o più fanciulli quando altri loro compagni 
stanno in piedi, d'improvviso li colgono per un piede 
o una gamba per farli cadere per terra; e nel pren- 
derli gridano : Ura di metri è ! Ura di metri è / Il 
brutto giuoco, pericoloso, ma di grande divertimento 
per chi non ne sia la vittima, si» prosegue per un bel 
pezzo. 

Cosi in Polizzi. 



OIOO^TTOU: E B-AJ^OOOHI 



GIOCATTOLI E BALOCCHI 



274. Lu Sautampizzu. 

[Tav, HI, flg. 12) 

Lo chiamano Sautampizz in Piazza Armerina, Saih 
tagianni in S. Lucia di Mela, Sautaloru in Catania, 
Griddu in molti comuni dell' isola , Carcalez , cioè 
grillo, in Piana de' Greci, Pisci eh' abballa in Mor- 
reale. Don Giorgi in Messina, Zabbata%a in Siracusa. 

Pezzetto di ferula in forma di lucertola, o tarantola, 
ranocchio, e nel sec. passato di uccelletto (a) (Pasqua- 
lino, IV, 346), i cui piedi sarebbero rappresentati da 
un pezzettino di canna arcuata , che vi s' infilza nel 
mezzo {b) legando le estremità libere della canna con 
un poco di spago (e), nel cui centro si gira un fuscello 
o uno stecchino (d) , e tanto si gira e si rigira , che 
r arco si tende , e un capo libero della cannuccia si 
forza verso la coda, al lato inferiore del ranocchio, 
sulla quale è attaccata della pece da calzolaio (e). Il 
fuscello premuto nella pece vi rimane appiccicato lauto 
che basti ad essere il balocco posato sur un piano; e 
allora si stacca e il ranocchio per quella specie di 
molla che scatta salta con violenza. 

Nelle fiere specialmente pasquali si vende 2 cente- 
simi di lira. 



384 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana e tutta Italia è detto Saltamartino, e se ne 
fa di legno e più comunemente di gusci di noci. Eccone la 
descrizione secondo Rigutini e Fanfani, p. 1367, che con- 
corda con quella del Fanfani, Yocah, deiruso, 848 : 

« Trastullo fanciullesco , che si fa con un mezzo guscio 
di noce forato ai lati della larghezza dell* orlo ; dentro ai 
fori si passa un filo cerato , e si annoda ; vi si rigira poi 
dentro un fuscellino , il cui capo libero forzatamente si 
porta a uno dei punti estremi della lunghezza dell'orlo, dove 
è posta un poco di cera o pece che vel tiene appiccato 
qualche momento, dopo di che il fuscello si stacca, e, scat- 
tando , fa saltare esso guscio. Su per le fiere si vendono 
di legno , e in forma di ranocchio , ma col medesimo or- 
digno. » 

È anche detto Bisirizio ; ed in Dati , Lepid. 60 , Misi- 
rizzio; e più toscanamente missirizzi o misirizzi da riz- 
zare e star ritto; ma probabilmente questo balocco è un 
un po' differente. 

In Mirandola e Venezia è detto Rana (Meschieri, 179); 
in Parma Saltamartèn (Malaspina, IV, 15); in Milano Sal- 
tamartin e in Lombardia anche Saltambrugna (Cherubini, 
IV, 95). 

275. La Stidda. 
[Tao. II, fig. 7) 

Lo dicono Stile in Piana de' Greci, Cumeta in Riesi, 
Siracusa ecc., Cumedia in Piazza Armerina, Comèddia 
o Cumèddia nella provincia di Trapani, in alcuni siti 
della Conca d'Oro, in Noto, Modica ecc.; Praneta in 
Messina ; Picaredda , dalla forma del pesce picara 
(rhaja L.), in Licata. 



LA STIDDA 385 

Noto balocco di carta di forma quadrata ; teso da 
una stecca o cannuccia verticale detta spitu^ spiedo, 
(a, a) e da una arcuata, che parte da uno de' due an- 
goli laterali, in alto, e finisce all'angolo opposto, detta 
sonu, arcu {bjò): l'uno e l'altro attaccati al balocco con 
pezzettini di carta {pezzi). 

Se ne fanno da un foglio, da un foglio e mezzo, da tre, 
fino a sedici, a ventiquattro e più fogli di carta. Que- 
sta forma semplicissima di aquilone , legata a' due 
segni e, d con un filo detto .cursali (e), prende il nome 
di cursali^ perchè quasi sempre serve a dar la caccia 
ad altri aquiloni simili o meno grandi.* Ad esso s'ap^ 
piccica ora una lunga coda {C'uda)y ora uno o più pez- 
zetti di catena {catineddi), ora de' fiocchi {giumma), 
sempre di carta, come quelli del nostro disegno. 

La stidda bene equilibrata si manda in aria [si parti) 
quando spira un po' di vento. Ma se piega da un lato 
[havi lu tatù) e fa de' giri [fa càzzichi), ci si rimedia 
attaccando della carta al lato opposto.^ quaqquarazza 
se per debolezza dell' arco si piega più del convene- 
vole. Spesso si mandano in aria molte di queste stiddi 
di seguito, l'una attaccata all'altra, e prendono nome 
di filerà. In Palermo vi son fileri da quaranta , ses- 
santa ed anche più stiddi. Nella stidda da filerà manca 
il doppio attacco del cursali {e), bastandone tm solo, 
verso il terzo superiore dello spitu. Una filerà suole 

* Cursaliy come si vede, significa: 1* grande aquilone senza coda 
altro; 2» attacco dello spago all'angolo superiore e al centro {e, 
d) di ogni aquilone. 

G. PiTRÈ. — Giuochi fanciulleschi 2& 



386 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

avere un cursali che la guarda ed assicura da altri a- 
quiloni o cursali disposti ad assalirla e farne preda. 

Ad una stidda che è già in aria si mandano qual- 
che volta de' curreri, corrieri , pezzettini rotondi di 
carta con fóro nel mezzo, in forma di ciambelletta, che 
s' infilano dalla estremità dello spago tenuta da chi 
regge l'aquilone. 

Si usa di primavera e di estate, come si rileva an- 
che dal seguente indovinello popolare sull'aquilone in 
parlata del Medicano (Guastella, Indovinelli di Mo- 
dica^ Chiaramonte e Comiso^ num. 224. Chiaramen- 
te, 1880) : 

lu pussièru un beli* armali, 
Ca spassiggia ni V està; 
Havi pizzu, cura ed ali, 
Ma 'un è armali 'n verità. 

E da' seguenti versi d'una satira popolare inedita sopra 
La festa di Natali di li Pisanoti (prov. di Catania) 
nel 1858: 

La carta vi portai ppi li cometi 
E poi v' addivi ptiti 'nta la stati. * 

VARIANTI E RISCONTRI 

Cmeta è detta in Bisceglie; Cumeta o Cometa negli Abruz- 
zi ^Fina|iore, p. 83); Aquilone in Toscana (Fanfani, p. 69; 
RiGUTiNi e Fanfani, pag. 116); Cornetta dH carta in Parma 
Malaspina, I, 446); Cornetta in Milano (Cherubini, I, 314); 
Btela cometa in Venezia (Boerio, p. 403); Cometa in Pie- 
monte (Sant'Albino, p. 384). 

• Io vi portai (vi ho portata) la carta per gli aquiloni ; e poi vi 
divertirete nella state. 



LA VIRDUNERA 387 

276. La Virdunera. 

[Tav, II, fig. 9) 

Trastullo da fanciulli e qualche volta da giovani, 
formato d' un pezzo di tavola quadrata ed allungata, 
alla quale si dà spésso forma di aquila o di prospet- 
tiva di casa , od anche un po' differente, come nel 
nostro disegno; uno specchio (a) con due vasetti ai 
Iati: uno con panico e Taltro con acqua; un saltatoio 
fatto a ringhiera di terrazzino [finistrunf) (&) , sul 
quale si tiene un verdone 'nvracatu e addomesti- 
cato (e). 

Il verdone si 'nvraca con quattro laccettini, che si 
passano due sotto le ali e due sotto le gambe, tutti poi 
legati insieme. Questa vraca in Catania si dice ad- 
dazzu (laccio?) , e si usa anche per tutti gli uccelli 
di zimbello [aceddi di zimmeddu). Il verdone si ad- 
destra ed abitua a volare verso la virdunera reggen- 
dolo sull'indice prima da vicino, e poscia, mano mano, 
da una certa distanza, ma quasi sempre a vista della 
virdunera. Quando esso pare abbastanza addestrato 
a volare alla sua ringhiera, lo si fa partire molto da 
lontano e, potendo fidarsene, per via non diritta, ed 
anche senza laccio alla vraca , sicuri che Y uccello 
prenderà il volo sempre verso il suo posto. 

Ai verdoni addomesticati non si fa mancare qualche 
briciolo di midollo di pane inzuppato in acqua vinosa, 
buono, secondo i fanciulli, ad ubbriacarlo e farlo volare 
con maggiore slancio ed energia. 



388 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

Molti ragazzi partecipano da spettatori a questo pas- 
satempo facendo doppia ala airuccello che vola verso 
la virdunera. 

277. La Serra. 

Chiamasi Serramònica in Licata e Siracusa. 

Passatempo fanciullesco, che si fa intrecciando fra 
le dita, il naso e le labbra un laccio a filo legato ai 
due capi, in guisa da formarne poi una specie di croce, 
dei cui quattro capi, tre son tenuti con le due mani e 
con la bocca dal* giocatore , e uno da un compagno. 
Cosi mettendo in moto alternativo ora i due lacci 
trasversali, ora i due longitudinali , si imita il moto 
dei segatori quando segano [sèrranu). 

278. La Marredda. 

[Tav. /, fig, 3) 

Trippici in Caltanissetta, Cafalettu in Riesi, Maidda 
in Milazzo. 

Giuoco e passatempo fanciullesco, che si fa con una 
gugliata di filo annodata a' due capi , tenendola tra 
le due mani e intrecciandola in molte guise alle dita 
proprie e pressandola in quelle d' un altro, che deve 
di necessità concorrervi. Cosi ne vengono varie figure, 
che per le loro analogie si dicono : lettu (letto), naca 
(culla) , cannileri (candeliere), pisci (pesce), specchia 
(specchio), gradetta (gratella del fornello), viistuneddu 
di S. Giìiseppi (bastoncello di S. Giuseppe). 






BIANCU E RUSSU 389 

Nel nostro disegno è rappresentata la pritìia figura, 
che risulta dal primo intreccio del filo. 

VARIANTI E RISCONTRI 
Dicesi in Napoli Matassa; in Toscana Ripiglino. 

279. Biancu e russo. 

[Taì). II, flg. 6) 

In Menfi Curdedda niura e bianca. 

Il Biancu e russu è un balocco fanciullesco formato 
nel seguente modo : 

Si tagliano due cannucce, lunghe da sei ad otto cen- 
timetri, larghe appena uno, e si forano entrambe verso 
le due estremità (o, o, o, o) come nel seguente disegno: 





Nel foro destro dell'una si introduce un filo rosso, 
che si fa uscire dal fóro sinistro dell'altra, e nel fóro 
sinistro un altro filo bianco che va ad uscire dal fóro 
destro dell'altra. Questi due fili si riuniscono e legano 
insieme a ciascuno dei loro capi, e le due cannucce 
applicate l'una nell'altra racchiudono i due fili incro- 
ciantisi in questa imperfetta forma, che però vuol es- 
ser orizzontale : 



390 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

Tenendo dai due estremi e movendo dall'uno al- 
l'altro estremo le due cannucce, si ha, com'è facile 
vedere, questo : che dove il filo d'un lato è rosso alla 
prima metà, è bianco alla seconda metà; e viceversa. 
Onde chi ha il Biancu e rtissu invita un compagno 
a giocare , e dandogli in mano un capo de' due fili 
(v. tav. II, n. 6, a) e l'altro reggendo egli stesso (6), gli 
chiede : 'U tó chi è: Mancu o russu? Se quello ri- 
sponde: Mancu, egli con la sua mano destra (e) muove 
le cannucce {d) in guisa che al lato del compagno venga 
il filo rosso {e) e non già il bianco {f); e se quello 
dice : russu, fa al contrario : tanto che la perdita è 
sempre per quello, che per l'astuzia di chi fa il giuoco 
non riesce mai ad apporsi. 

Il Biancu e russu si suole avvolgere coi suoi stessi 
fili , e si conserva nelle tasche dai fanciulli che gio- 
cano con esso. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Bisceglie invece delle canne si adopera un ossicino 
vuoto al di dentro, (ordinariamente di capretto o di agnelli- 
no) e vi si fanno incrociare i due fili. Il balocco è detto 
Ouss du mourt (osso del morto). 

280. La Badda all'aria. 

Preso un boccinolo di canna aperta all'un dei capi 
e chiuso all' altro dal nodo, attaccasi a quest' ultimo 
un laccio lungo quanto basta, dalla cui estremità pende 
una palla di piombo. Agitando il boccinolo e gittanSo 
in aria la palla, questa al suo cadere si riceve nella 
estremità aperta del boccinolo, o cannello che sia. 



LU RICCICU 391 

VARIANTI E RISCONTRI 

Sotto il nome pannigiano di Furlòn il Malaspina, II, 199, 
ricorda « un piccolo bastone lavorato al torno , con una 
cavità ad ambedue le estremità : gettasi in aria una pic- 
cola palla attaccata ad un filo legato alla metà del bilbo- 
chetto, e procurasi di farla ricadere e restare in una delle 
estremità. » 

Sotto il nome poi di BUbOquè (dal frane. Bilboquet) irSAN- 
T* Albino, pag. 248, descrive pel Piemonte una « sorta di 
giuoco, che esige molta destrezza; e consiste in una spe- 
cie di calicetto di legno, dal quale pende una cordicella 
alquanto lunga, alla quale è annessa una palla, e questa 
slanciata, vi si va sotto col calice per raccoglierla , e se 
il giocatore fa entrare la palla nel vaso del calice ha vinto; 
se no, resta perdente. » 

I Milanesi lo chiamano Mirabocchin, 

281. Lu Riccicu. 

« Quel pezzetto di legno con cui giuocano i fanciulli 
a cacciarlo per aria, come nel gioco del pallone. » 

Cosi Traina, Nuovo Vocab, 5ec.,p. 813; ma io non 
. me ne so formare un'idea, non. conoscendo il balocco.. 

282. Lu Rùzzulu. 

Dicesi anche Ruzzalora. 

« Girella 'Con cui si trastullano i ragazzi lanciandola 
]JJer farla correre , e per lo più la si fa rotolare per 
le strade con gran forza di braccia. » 



392 



GIOCATTOLI E BALOCCHI 



VARIANTI E RISCONTRI 

H Traina (Nuovo Vocab. sic, ital, p. 845), vi fa com- 
spondere il toscano Ruzzola, 

Il Malaspina, IV, 46, lo registra Zugàr a la rodèla, ed 
aggiunge: Giocare al giuUo tose, giuoco fanciullesco nel 
quale si baloccano a far girare una rotella. 

288. Lu MuKflfl. 

Si dice anche Mulinu aventu, ed è formato, come 
si vede dal qui intercalato disegno, 




di due asticciuole di canna o di legno (a, cÈ)^ legate nel 
centro a croce, impernate sopra un'altra asticciuola {b), 
ed aventi ciascuna a' capi un pezzettino di carta in 



LU FIRRIALORU 39S 

forma di ala (e, e, e, e). Portandolo contro il Tento, 
questa specie di inuliao gira. Talora ha due sole 
braccia* 
Altra girandola di carta è il seguente balocco. 

VARIANTI E RICCONTRI 

In Toscana e, generalmente, in tutta Italia , dicesi Mu- 
linello « un trastullo da fanciulli, che consiste in una canna, 
in cima della quale sono impernate due ala di carta ^ fog- 
gia di quelle de' molini a vento. » (Rigutini e Fanfani, 
p. 1006). 

In Parma è detto MolinéU di carta (Malaspina, III, 102). 

284. Lu Firrialoru. 

[Tav. /, fig. 5) 

In Monreale, Prizzi, Isnello si chiama Stidduiza. 

Un pezzettino di carta da quattro a sei centimetri 
quadrati si taglia diagonalmente agli angoli fino a due 
terzi della sua lunghezza; indi se ne ripiegano sopra 
di se stessi gli angoli (a, a, a, a), portandone verso 
il centro le estremità, le quali per mezzo d'uno spillo 
si raccomandano, con un forellino comune, a un pez- 
zetto di canna (6), o ad un bastoncino qualunque (ft). 
Cosi restano libere altre quattro estremità (e, e, e, e), 
che, accartocciate a mezzo come sono, col vento fanno 
girare il balocco. 

I fanciulli tenendo in mano il bastoncino del firria- 
loru corrono contro il vento , e si divertono a farlo 
girare. 

Alcuni impiantano sotto varie forme molte ài queste 



994 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

girandole a differenti colori , e le attaccano innanzi 
gli usci delle case, alle finestre, e dovunque spiri vento. 
Si fa di primavera, e più di estate. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Bisceglie si chiama Muinu a veint ; in Toscana Mu- 
linello o Frullino, La Zirandola veneziana (Boerio) ha 
molto somiglianza con questo balocco. 

285. La Strummullcchia. 

È un trottolino in embrione; per cui in alcuni paesi 
è detto Turtulicchia; in Piazza RumuUdda; in Mon- 
reale Fusiddu; in Piana dei Greci 'Ssumb (bottone); 
in Riesi Capitina; in Milazzo e S. Lucia Puoni; al- 
trovo Firrialoru. 

È un fondello d' osso con un fóro nel centro , nel 
quale s'infila uno stecchetto arrotondato , che tra il 
pollice e l'indice riceve un movimento di rotazione. 

In alcuni paesi si fa d' un pezzettino di legno in- 
grossato nel mezzo. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Trottolino è detto in Toscana; Pirlén o Pirlétt in Parma 
(Malaspina, III, p. 297); Birlo in Milano (Cherubini, I, 108); 
Totò in Piemonte (Sant'Albino, p. 1169); Girlo in tutta 
Italia. 

286. Lu Tornu. 

In Borgetto .Firrialoru; in Riesi Cùrrula. 
Si arrotonda in forma di piastrella un coccio , un 
mattone sottile, una palla di piombo, una lamina spessa 



L' ANEDDU 395 

qualunque, ovvero si prende una moneta, e vi si fanno 
nella stessa linea centrale due fóri, ne' quali si passa 
un laccetto , i cui capi si annodano. Portata la pia- 
strella verso il centro del laccio,e tenendo con le mani 
i due capi di questo , si rigira con una mano ; indi 
tendendolo e allentandolo alternatamente, la piastrella 
gira in avanti e indietro. 

Si usa in primavera .e in estate. 

Questo balocco , che qualche volta pel logorio del 
laccio può cagionare del male a chi lo gioca, somiglia 
al seguente. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nell'Abruzzo Chietino si usa ne' giorni di Pasqua, ed è 
fatto d'un disco di stoviglia. Il suo titolo è Luzzurre-zzurre 
(Finamore, ms.). 

287. L'Aneddu. 

S' infila tra le gambe e si tende uno spago legato 
ai due capi; indi tra' due fili, nel centro, si pone un 
anello di metallo, che con essi si viene rigirando, e 
torcendo in guisa che resti come stretto tra due elis- 
soidi. Allora il fanciullo allenta le mani e slarga 
le gambe, che , tendendo i lacci , fanno rapidamente 
rigirare l'anello in senso contrario al primo giro, e 
svolto e restato libero, parte violentemente rotando 
per terra o a fior di terra. 

È un passatempo che piglia forma di giuoco quando 
più ragazzi si provano a chi lo faccia andar più lon- 
tano; e chi lo fa, guadagna la partita. 



396 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Toscana si dice Fare alV anello; in Venezia Zogar a 
TanèlOy e chi primo riesce a prender l'anello, vince. Somi- 
glia molto al trochus de' Latini e al tpox^c de* Greci. 

288. Lu Roggiu. 
{Tav. IIL fig. 11) 

Si forano nel mezzo due gusci ripuliti di noce (a, a), 
e vi si fa passare un fuscello della grossezza d'un fiam- 
mifero, ed anche meglio e più frequentemente un fil di 
ferro , avente a un estremo una ripiegatura a forma 
di manubrio (&). Nel centro di questo filo si lega un 
filo di cotone, che esce dal foro inferiore naturale 
della noce; questo filo (e) ha all'altro capo un sassolino 
che fa da pendolo {d). 

Chiusa ed anche legata con filo la noce vuota , si 
gira tanto lo stecchetto, che il filo si avvolge tutto 
e tirasi in alto il pendolo ; indi si lascia libero lo 
stecchetto, e il pendolo di questo cosi detto orologio 
scende rapidamente producendo il lieve rumore che 
fa l'orologio cha si carica e scarica a distesa. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Neil' Abruzzo Chietino la Cucurummèlle è un congegno 
simile al nostro per far girare il fusaiuolo attraversato da 
un perno (Finamore, ms.). 

289. Lu Firrianciònciulu. 
{Tav. /, fig. 1) 

A capo d' un'asticciuola rotonda {a) si conficca dal 



l'animulicchiu 897 

fóro naturale una noce piena {b) e vi si tiene fissa; 
forasi nel centro de' due gusci senza aprirla altra noce, 
e se ne cava fuori il gheriglio ed i sopimenti, in modo 
che rimanga intieramente vuota. Si lega un filo nel 
centro delPasticciuola, e dall'altro capo libero di que- 
sta introducendo la noce vuota, {e) si fa esso filo uscire 
dal fóro posteriore della noce medesima {d). Tenendo 
con la mano sinistra {e) la noce mobile di sotto (e), 
si gira con la destra quella fissa di sopra (p) per av- 
volgere attorno all'agre (a) entro la noce vuota il filo. 
Con la mano opposta {f) si tira il filo [d) che esce dal 
fóro (e), e la noce di sopra (&) gira svolgendo il filo 
stesso, e poi, rilasciando questo e ritirandolo, in senso 
inverso ; cosi che abbia un giro alterno e continuo 
come di arcolaio da fanciulli. 
Si usa in Milazzo. 

290. L' Animulicchiu. 

Piccolissimo arcolaio di canna,che gira sopra un boc- 
cinolo anch'esso di canna, entro il quale Tasse del- 
Tarcolaio s'infila legandovi un laccetto che si fa uscire 
da un fóro del boccinolo stesso, e che, avvolto dap- 
prima all'asse medesima, preso poi e tirato dal fan- 
ciullo, svolgendosi fa girare l'arcolaio a destra e po- 
scia rallentando la mano, a sinistra. 

291. La Trumma e càccami. 

La Trumma, tromba, Cannolu in Messina e Catania, 
Cannazzola in Noto, Anne g ghia-picciotti in S. Lucia 



398 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

di Mela, Zabbatana in Siracusa, è un lungo; talora 
lunghissimo boccinolo di canna verde e sottile, entro 
il quale si spinge con forza di soffio il nocciolino del 
càccamu, o minicicccu, o milicuccu (Modica), o fafa- 
reca (Forza) , o favaraggiu (Siracusa) , che è la ba- 
gola, ossia il frutto del loto [celtis aicstrcUis, L.), il 
giracolo , del quale si sia mangiata la scarsissima 
polpa. In mancanza di càccami, i monelli che si di- 
vertono a colpirsi Tun l'altro, e talora a disturbare 
i non monelli che vanno pe* fatti loro , masticano e 
si soffiano in viso cabbasisi^ cioè dolcichini {cycerus 
escìUentiis, Linn.), ovvero cotogne [pyrus cydoria L.), 
o piselli, o lenticchie, o grano, e perfino anche cenere 
(Catania). 

I càccami in Palermo si soffiano per la festa dei 
Santi Cosimo e Damiano (27 settembre), le cabbasisi 
e le cotogne per la Madonna del Rosario (prima do- 
menica di ottobre): due feste nelle quali il balocco 
della Trumma e càccami è inevitabile (vedi i miei 
Spettacoli e Ireste, p. 384). 

Nella tradizione pop(dare Giovanni da Precida andò 
preparando contro Carlo d'Angiò la rivolta, che prese 
poi il nome di Vespro (1282), parlando airorecchio dei 
Siciliani per mezzo d'una Trumma di caccam^*(v.PITRè, 
Il Vespro siciliano ecc.). 

P. Spatafora, nel suo Vocabolario siciliano ms. del 
sec. XVII, notò : Zarbatana , trumba di cannizzola 
pri Cacciari o tirari baddiceddi. 

VARIANTI E RISCONTRI 
Un uso parmigiano simile nota il Malaspina, I, p. 509, 
alla voce Cuciimer salvateg. 



LU SGRICCIALORU 399 

292. Lu Sgriccialoru. 

Si dice anche Scricchialoru e Siringa^ ed è un ba- 
locco simile allo Scupittuni, consistente in un boc- 
ciuolo di canna, che da un Iato è aperto, e dall'altro 
è chiuso dal nodo, in mezzo al quale è un forellino, 
onde viene schizzata fuori, come nella siringa, della 
acqua spinta da una bacchettina con uno stantuffo di 
stoppa. La sua forma è {presso che la stessa dello 
Scupittuni (Tav. II, flg. 10). 

È uno strumento col quale i fanciulli si divertono 
a bagnarsi tra loro. 

Lo notò nel sec. XVIII M. Pasqualino {Vocab, si- 
ciliano, V, pp. 33 e 36) col titolo di Sgriccialoru e 
Sguiccialoru ; e nel sec. XVI. C. Scobar alla voce 
Sguichaloru ( Vocabularium Nebrissense: ex latino 
sermone in siciliensem et hispaniensem denuo tra- 
ritùctum, Venetiis, 1520). 

VARIANTI E RISCONTRI 

Neir Abruzzo Chietino è detto Lu scrizza-acqua (Fina- 
raore, ms). 

293. Lu Scupittuni. 

{Tav. Il, fig. 10) 

« 

Ha i seguenti nomi : Carcapaddu in Santa Lucia 
di Mela, Carcapaddi in Caltanissetta, Sparapaddu in 
Messina, Sparapaddi in Taormina, ove il giuoco 
prende il titolo di Carca-caccia-sparorpaddi, da ca- 



460 GIOCÀTTOLI E BALOCCHI 

ricare , cacciare e sparar palle; Scattagnettu nella 
colonia di S. Martino, Scattàbottu e Scattialoru in Ci- 
minna, Borgetto e Catania; Scattiuolu in Chiaramente, 
Spiccialoru o Squiccialoru in Modica, Sgricchialom 
in Riesi, Cicaloru in Casteltermini, Sambuca in Ce- 
falù, Savùcu in Avola ed altri comuni, Ziringa in Mi- 
lazzo. 

Lo Scupittuni è un balocco di legno a guisa di schiz- 
zatoio di sciringa, composto . dello scupittuni pro- 
priamente detto , che è cilindrico, con un fóro lon- 
gitudinale e rotondo nel mezzo; e del manico o bac- 
chetta, che ne è l'anima. In molti luoghi però il gio- 
cattolo è più primitivo ed informe : un pezzettino di 
sambuco, dal quale si cava fuori il midollo, formando 
Tanima con un legnetto qualunque. Codesto rappre- 
senta il nostro disegno n. 10. 

Questo giuoco si fa introducendo due stoppaccini di 
canape o di stoppa, V uno innanzi tanto da attingere 
air estremità opposta a quella onde entra, l'altro in 
principio. Spingendo col manico questo secondo stop- 
paccino, il primo entrato , per la compressione della 
aria chiusa tra le due palle, è cacciato fuori con vio- 
lenza. Gli stoppacci son detti haddi; in Chiaramonte 
cugna\ ed il manico fusu. Il balocco diventa gradito 
quando essi han pigghiatu lu lisciu , cioè scorrono 
liberamente, cosi che ^coppiettan forte. E da balocco 
diventa giuoco quando due si mettono a gara tra loro. 
Chi manda più lontano lo stoppaccio , vince. Talora 
la scommessa è di colpire un dato segno. Un abile 
giocatore di scupittuni invece di poggiare sul petto 



LA SCUPETTA 401 

il manico della bacchetta, aflérra questo con la sini-^ 
stra (a), e colla destra [b) stringe il manico (e), e dà 
la spinta per lo scoppio. 

Gli scupittuna fatti in Palermo, di legno o di bos- 
solo al tornio, si comperano alla fiera per cinque o sei 
centesimi; e acquistano maggior prezzo se sono usati, 
perchè han fattu lu lisciu. 

Da questo balocco è nata la frase : Fari comu hi 
scupittuni, cacciare uno per forza, scalzarlo, prenden- 
done il posto. 

Un cenno di questo balocco nel secolo passato fece 
M. Pasqualino, Vocab. siciL, voi. IV, p. 417. 

VARIANTI a RISCONTRI 

I fanciulli di Bari lo dicono Schcattarieul ; quelli degli 
Abruzzi Scrizzatore; i toscani Schizzetto, ed anche Scop- 
pietto, Schioppetto (Barbieri, 71); i parmigiani Samboèugh 
(Malaspina^ IV, 17), S'cioppett d! samboèugh (IV, 68); i 
comaschi Strifòl (P. Monti, Vocab,, p. 309) ; i monferrini 
Schioppetti (Ferraro , Cinquanta Giuochi, n. XLIV); ma 
sembra voce tradotta ; i piemontesi tutti S'ciopet (San- 
t'Albino, 1025). 

294. La Scupetta. 

[Tav. II, fig- S) 

È una canna [arundo donax^ L.) ben ripulita, della 
lunghezza d'un metro o più (a). All'estremità superiore 
è una lai'ga imboccatura, anzi un lungo fóro (&),e sotto 
un terzo del diametro della canna una linguetta for- 
mata da due fenditure che si praticano alla stessa 
canna (d). Questa linguetta, sollevata e lasciata violen- 

G. PiTRB. — Criuochi fondullescht 26 



402 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

temente scattare, fa sentire un colpo come di schioppo, 
a mo' d' intendere de' ragazzi. Dal lato opposto alla 
fenditura superiore è un largo fóro oblungo (e), nel 
quale s'introduce uno stecchetto (e), anch'esso di canna, 
e con qualche larga intaccatura verso il terzo estemo; 
ad esso legasi uno spago (/*). Questo stecchetto, spin- 
gendosi dentro il fóro, sposta la canna fessa {d) e, rac- 
comandato per la intaccatura al margine del fóro, ti^e 
parata questa cosi detta scupetta. Quando si vuole 
sparari, adattando a mo' di schioppo la canna, e pren- 
dendo la mira, tirasi con la mano [g) lo spago {/) del 
calcetto, (e), e la canna fessa {d) si richiude e scoppia 
con forza. , 

VARIANTI E RISCONTRI 
Nel Barese Schepettied, 

295. L'Ammazza-muschi. 

(Tav. /, flg. 2) 

È composto d'un pezzo di canna, d'un arco e d'una 
freccia. 

La canna (a, a), corpo e parte principale del baloc- 
co, è lunga presso a mezzo metro ; nella estremità 
superiore sono fatte due aperture: una a un lato(ft), 
lunga quasi un centimetro, larga circa un terzo del dia- 
metro; un'altra al lato opposto, mezzo centimetro, ma 
allo stesso livello inferiore della prima , e quasi ro- 
tonda (e), tutte e due nel boccinolo libero e sopra il 
primo nodo. L'estremità inferiore ha un fóro, nel quale 
s'infilza il capo di una cannuccia, lunga cosi da do- 



LA FILEGGIA 403 

versi arcuare per far entrare Taltro capo nell'apertura 
superiore larga {d, d). 

Volendo baloccarsi con questa canna, la estremità 
superiore dell'arco s'introduce nell'apertura di sopra 
e si fa trapassare appena in quella di sotto; dalla bocca 
della canna [e] si cala un legnetto a forma di piccolo 
lapis , al quale è impiantato nella cruna un ago {fj. 
Spingendo indentro coir indice V estremità dell' arco, 
questo scatta, cacciando fuori della canna la freccia, 
che dalla punta dell'ago va a conficcarsi dove colpisce. 

1 ragazzi ci si divertono per ammazzare le moscbe 
agli usci, alle finestre o in altri siti, dove l'ago possa 
infilzarsi; in alcuni paesi per cacciar gli aghi addosso 
ai maiali, de' quali non è penuria. 

In Milazzo lo chiamano anche Ammazza- riddi ^ per- 
chè i fanciulli se ne servono per uccidere i grilli con 
un sassolino che vi metton dentro invece d'ago. 

Si usa specialmente di primavera e d'estate. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nell'Abruzzo Chietino (Finamore, ms.) è detto Lu scrizza- 
vrecciùole. 

296. La Filecoia. 

Si fa in tre modi : l*' Un'asticciuola sottilissima di 
legno 0, più comunemente , di canna , ad una estre- 
mità della quale s'infigge dalla cruna un ago, ed al- 
l' altra, in due fenditure a croce che la slargano in 
quattro per un paio di centimetri , un pezzettino di 
carta quadrata, ripiegata ai quattro angoli verso il 



404 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

centro in guisa da formare un cono quadrangolato , 
la cui punta s' introduce nella estremità stessa, e gli 
angoli rientranti formati dai quattro spicchi vengono 
stretti tra le quattro parti. Questa caria, specie di diu- 
rna, serve di guida della freccia [flleccia) nello sca- 
gliarsi che si fa in un dato punto. 

2* Si forma di due pezzi, cioè della asticciuola, come 
sopra , senza carta , e di un arco teso da un laccio, 
sul quale, si poggia Testremità libera della freccia per 
iscoccarla. Di questa seconda maniera di freccia si 
servono i fanciulli per i scagliarla in punti lontani, per 
colpire in un dato segno. 

3* Pezzettino di carta che si piega a forma di lancia, 
e che si usa molto nelle scuole (v. Tav. IV, fig. 18). 

297. La Ciunna. 

Giuoco antichissimo ed esercizio guerresco di tempi 
molto remoti, che per lo più si fa con un pezzetto di 
pelle tagliato a striscia, alle cui estremità sono at- 
taccate due funicelle, una per parte. 

L'uso che se ne fa, e la maniera onde se ne servono 
fanciulli ed uomini di età, specialmente in campagna, 
è notissimo. 

Si dice anche Ciunna un pezzo di canna fessa ad 
una estremità, nella quale s'inpastra un sassolino per 
lanciarlo con ^ssa. 

La 77* delle Assise di Corleone dell'anno ISIdS proi- 
biva che si lanciassero con Sonde , torrette , baliste, 
ed altri strumenti pietre sulle chiese ecc. 



LU MARIOLU 405 

Il vocabolarista siciliano P. Spatafora nel seicento 
conservò le frasi Jucari a la serra^ Fari serra, che 
valgono: fare ai sassi con la frombola. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Sardegna Frunda;né[ dialetto sardo galludorese Frùm- 
buia (Spano , p, 221); nella Terra d' Otranto Jundula (Db 
Simone, loc. cit.); nell'Abruzzo Chietino Mazzafronna (Fi- 
namore, ms.) e si gioca di estate. 

In Toscana si chiama Strombola la fionda di canna ed 
anche il turbine; e Strombola dicono i Pistoiesi la nostra 
ciunna (Traina, p. 986); in Parma Fromla (Malaspina, 
v. II, p. 194); in Bologna Sfronda (Coronedi-Berti, II, 339); 
Sfrumla in Mirandola (Mbschieri, p. 210); in Piemonte Giù- 
ghè a la fronda. Fionda la dicono anche i Veneziani, che 
un tempo dicevano anche Cerendègolo (Boerio , 160). In 
italiano Frombola, Fionda. 

Giuoco ed esercizio antichissimo: ricorda Davide che uc- 
cise il gigante Golia; ed il fromboliere della Colonna Tra- 
jana. 

298. Lu'Mariolu. 

Strumento notissimo di ferro a forma di lira con 
una linguella o grilletto {linguedda) nel mezzo; e si 
suona appoggiandolo alla rastrelliera de* denti e fa- 
cendo vibrare col polpastrello del pollice o delF in- 
dice la linguella stessa. 

Beco i sinonimi di questo strumento: 

^ In Piana de' Greci Mariùah, in Cefalù Marrucehinu, 

in Licata CcUarruni, in Frizzi Camarruni, in Porto 

Empedocle Cacamarruni , in Gianciana Ganganar- 

runi, in Riesi Angular^mni, in Vittoria Nningalar- 



406 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

runi, in Palma Mangarruni e Marigarruni^ in Cata- 
nia Marauni,m Piazza Armerina MaumarrunUin Oir- 
genti e qualche paese vicino MalvUarruni, nel terri- 
torio di Vicari Malucarnuni^ in Vallelunga Nnanga- 
larrunU altrove 'Ngannalarruni e 'Ngannalatruni; in 
alcune parti del Messinese Marranzuni , in Castro- 
giovanni Marranzanu^ in qualche altro sito Traran- 
tuia. 

Tutti questi nomi fanno pensare a parecchie origini, 
non molto onorevoli pel mariolu, oggi semplice pas- 
satempo di fanciulli e di giovani innamorati o spen- 
sierati. 

Evidentemente queste voci son composte di ma, o 
mar, o mau, o raalu, malo, e larruni , ladrone. In 
alcune parlate siciliane la prima parola se non è ono- 
matopeica del suono dello strumento stesso [^ninga- 
larruni, ecc.), accenna di sicuro alla voce ìngaaM^JO 
(jganga=:rnanga ==nnanga-==:'nganna'latruni). Sic- 
ché lo strumento richiama a malo-ladrone o ad in- 
ganna-ladrone, come anche nel sec. XVII lo registrò 
il citato vocabolarista P. Spatafora (ms. segnato 2 Qq 
E 30-32 della Biblioteca Comunale di Palermo). Sino- 
nimi in tanta furberia di significato sono marrancunU 
marrucchinu {marranchinu, furbo, ladro), m^àrran- 
zuni, marranzanu (furbo, tristo, mariuolo), m^rauni 
marangone {alca pica di Linn.), uccello aquatico da 
preda , e fig. uomo faccendone, scaltro in qualunquQ 
negozio; e forse anche ma^u-carnuni, se questa voce 
si dee riguardare come accrescitiva di mcUa-carnh 
«he significa malvivente. Ma ciò che dà forza e luce 



LU MARIOLU 407 

a questi significati è la voce marzo lu , con la quale 
è comunemente inteso lo strumento. È univoca tra- 
dizione de* nostri vecchi, che anticamente i ladri si 
servissero dello scacciapensieri , secondo alcuni per 
eludere la vigilanza della Giustizia, della ronda (e qui 
si chiama in ballo la voce rrunna per provare come 
qualmente 'ngannarlart*uni sia corrotto da 'nganna 
la rrunna); secondo altri, per rassicurare i viandanti 
nelle campagne, i quali credendo quel suono un pas- 
satempo di liete brigate non avrebbero sospettato di 
nulla; e secondo altri ancora, e sono i più, per inten- 
dersi i ladri tra loro da punti diversi. È un fatto che 
il suono dello scacciapensieri nel silenzio della notte, 
in campagna, si ode, relativamente , a considerevole 
distanza; e non è improbabile che i mariuoli appiattati 
qua e là in una campagna si tenessero qualche volta 
o per qualche occasione reciprocamente avvertiti del- 
l' appressarsi d' un viandante. Questo pensava nella 
prima metà del settecento un vocabolarista siciliano, 
(vedi Pasqualino, Vocab. siciLy III, 113) e questo ri- 
pete oggidi la tradizione , avvalorata dall' antico ap- 
pellativo di pigghicUìi-mariolu, onde qualche vecchio 
chiama tuttavia lo scacciapensieri. Molti anche oggi 
ripetono lo intercalare, col quale si accompagnava ed 
interpretava il suono di esso : 

Pigghialu, pigghialu mariolu, 

quasi i ladri che lo sonavano istigassero i compagni 
a qualche ruberia. Può ben darsi che un incontro 
particolare avvenuto in campagna, per opera di ma- 
riuoli e con r aiuto dello scacciapensieri, abbia fatto 



408 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

nascere una storia o storiella in poesia, oggi oblite- 
rata, di cui probabilmente fanno parte i seguenti versi 
popolariche i fanciulli calabresi sogliono cantare quan- 
do suonano lo strumento (notisi che il 1** verso è il 
verso siciliano dianzi citato) : 

Zingara, zingara marioda, 
M' ha* robatu a ferraiodu, 
E quannu vaju a la missa, 
Mittitilu ppe pettinissa. 

Un proverbio dice : 

Mariolu e viulinu 

Ti diverti a lu matinu. 

ed il mariuolo serve d' accompagnamento alle arie 
e alle canzoni popolari. 

VARIANTI E RISCONTRI 

In Acri (Calabria) è chiamato Marioda (Mango, ArckiviOj 
V. II, pag. 179); nelle Puglie Trumbon; in Napoli Tromba 
(MoLiNARO, p. 94); negli Abruzzi Tromba marina; in To- 
scana, dove « è un trastullo da fanciulli, » come in tutta 
Italia, Scacciapensieri (Carena, Vocab, itah d'arti e me- 
si,, app. II all'art. I); ma in Pistoia si dice anche Grillane 
(Barbieri, 71); in Orbetello Biobò; in Bologna Biabó e Ga- 
lavreina (Coronedi-Berti, I 176); in Mirandola Galavrina, 
(Mesohieri, 96); in Venezia Ribeba, Piombe (Boerio, 511); 
in Piemonte Reboia, Ribeba, Ribeca, ed anticamente anche 
Cennamella (Sant'Albino, 233). 

299. Lu Friscalettu. 

In Siracusa Fnschittu, altrove Fischiettu, piffero ài 
canna o d' argilla che usa vendersi alle feste e in 



LU TITIRITÌ 40d 

certi giorni della settimana consacrati a santi, innanzi 
le chiese, dove i fieraiuoli sogliono andare a piantare 
le loro tende. 

Il piffero in argilla ha centinaia di forme quante 
sono le figure che si danno al santo che vuoisi rappre- 
sentare, alla base posteriore del quale è il becco pel 
quale si soffia. 

In Palermo queste figure sono la Immacolata, Santa 
Rosalia, S. Francesco di Paola, FArcangelo S. Michele, 
i SS. Cosimo e Damiano, S. Vincenzo Ferreri, ecc. 

300. Lu Titirlfi. 

(Tav, in, fig, 15) 

Dicesi anche *Ntintirintì ; in Borgetto Pirripitl; 
in Milazzo Tricchi-tr occhi, che però nel dialetto co- 
mune vale salterello. 

È uno de' tanti strumentini onde si richiamano gli 
uccelli , particolarmente i pettirossi , e si fa con un 
mezzo guscio di noce (a), girato all' orlo con un filo 
addoppiato e contorto , dentro, del quale, nel vuoto, 
si rigira un fuscellino (&), sul cui capo libero si fanno 
rapidamente e successivamente passare le punte delle 
tre ultime dita (e); cosi l'altro capo del fuscellino bat- 
tendo suir orlo naturale del guscio dà un suono si- 
mile al trillo del pettirosso [montcLCiUa rubectda L). 

VARIANTI E RISCONTRI 

Chi ne voglia un riscontro ne* balocchi dell' Italia cen- 
trale vegga il Saltamartino, che ha la stessa forma, ben- 
ché altro uso. Cfr. col nostro Sautampizzu, 



410 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

Il Malaspina , V. I , p. 415 , sotto la voce Ciocaroèula 
scrive : « Strumento fanciullèsco che si suona per baja, 
fatto di legno o d'ossi o di gusci di noce o di nicchi {capri), 
il quale posto fra le dita della mano sinistra si suona colla 
destra. » Sarebbe la Ciocaroèula parmigiana il nostro ti- 
tiriti ? 

301. La Cciàmpula. 

Con questo vocabolo si designa in Riesi una specie 
di strumento usato in tutta V isola *per richiamo dei 
pettirossi; ed è in molti siti come un passatempo fan- 
ciullesco, formato di tre piastrelle, messe a scala tra 
dito e dito della mano sinistra : e passandovi forte- 
mente le dita della mano destra a mo' di ventaglio che 
si richiude, produce un suono simile al citato titiritì. 

In Palermo fanciulli e cacciatori usano due monete 
in vece di tre, interponendovi un dito. 

302. Lu Chiamu. 

Fischietto che si fa col nocciuolo d'un'albicocca o ài 
susina, forandolo nel mezzo e cavandone fuori il ghe- 
riglio {lu civu). Sofflandovisi dentro, s' ottiene come 
un canto d'uccello. Per le allodole i cacciatori di città 
usano anche un chiamu di latta, leggermente compro 
a' due lati, del diametro e dello spessore d*un antico 
Quatturrana (4 grani) siciliano. Per gli stessi uccelli 
i cacciatori di città e di campagna adoperano un fi- 
schiettino di canna sottile, ovvero un ossicino vuoto di 
tacchino. 

Il chiamu di latta lo fabbricano gli stagnai. 



LU TUTÙI 411 

303. Lu Tutùi. 

Quel fischietto formato di due lamine di latta con- 
cave dalla parte interna, tra cui passa un nastrino che 
anche le tieuB unite, e che, messo in bocca e soffian- 
dovi sopra, manda una voce chioccia come quella del 
pulcinella. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Il Baretti (Frusta) chiamò : fischio di pulcinella questa 
specie di sampogna, che in italiano dissero anche stride- 
rella. Il Malaspina, III, lo registra e definisce sotto la voce 
parmigiana Picciaciozj^a, p, 285; e sotto l'altra di Pitacioz- 
za, voce composta da pila tacchina, e ciozza chioccia, per 
significare la cosa comparandola al verso delle tacchine 
chiocce (p. 301). 

304. La Sampugna. 

Varie sono le forme di questo strumento da suono, 
e con esse i nomi. 

Quella che per antonomasia fbiamiamo Sampugna 
dicesi Zàmmara in Messina, Zammaredda in Milazzo, 
ed è formata d'un boccinolo del fusto d'orzo prossimo 
a fiorire, intaccandone l'estremità sotto il nodo e fen- 
dendone per lo lungo un tratto verso l'altra estremità 
aperta; in guisa che la linguella tagliata vibri soffian- 
dovi sopra. 

Prima d'i mettersi in bocca per sonarsi, questa zam- 
pogna si stropiccia tra le mani aperte accompagnando 
all'atto una di queste tre formole per renderla sojiora: 



412 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

a) Sona sona, zammariedda, 

Chi ti fazzu 'a cammiciedda. (Idilazzo). 

b) Sampugnedda, sona sona, 
Cà dumani ti fazzu bona, 
Cu 'na scocca di zabbàra, 
Facci di pala! Facci di palai 
Più, più. (Borgetto). 

e) Sonami sonami, sampugnedda, 
Cà dumani ti fazzu bedda, 
Cu 'na scocca di zabbara 
Facci di pala ! Facci di pala I 
S* 'un mi soni ti scacciu la testa. 
Mi nni fazzu *na bedda minestra; 
Pani, vinu e baccalò 
Nclò, nclò, .nclò *. (Palermo). 

Notisi che in Milazzo per Sampugna s'intende quella 
che in siciliano chiamasi Ciaramedda, cornamusa, 
mentre colà la Ciaramedda del dialetto comune è la 
nostra Sampugna. Vedi questa voce e Lu SirperUi 
(nn. 305 e 309). 

VARUitol E RISCONTRI 

H Galiani, Del Dialetto napoletano, ediz. seconda, p. 1 16. 
n. Ili , reca una filastrocca , amalgama di tre canzonetta 
infantili, roltima delle quali è la nostra per la zampogna : 

Sona sona zampognila, 

Ca t'accatto la gonneUa; 

La gonnella de scarlato : 

Si non suone, te rompo la capo. 

1 Questa voce nclò si fa succhiando o aspirando indentro la punta 
ripiegata della lingua in guisa da farla schioccare. 



LA OIÀRAMEDDA 419 

305. La Ciaramedda. 

Nel dialetto comune dell'isola questa voce significa 
quel rustico strumento- musicale da fiato , composto 
d'un otre e più canne, il quale con voci italiane dicesi 
ciaramella, cornamusa. 

Ma in Milazzo è una vera e propria Sampugna^ dalla 
quale si distingue anche pel nome (Zammaredda), e 
consiste in un lungo e tenero bocciuolo di canna verde, 
aperto ad una estremità, chiuso dal nodo all'altra, e 
su questa si fanno a croce + due fenditure che si 
tirano giù per alquanti centimetri. Si suona da que- 
sta estremità spaccata. 

Vedi la Sampugna, il Sirpenti, la Trumma, (nn. 
304, 309, 306). 

306. La Trumma. 

Un lungo, sottile e tenero bocciuolo di canna verde 
aperto a' due estremi si fende per lungo tutto da un 
lato, e turandone col polpastrella dell'indice o del me- 
dio un estremo e soffiando sull'altro, se ne ha un cupo 
suono vibratorio. 

In Palermo per Trumma i fanciulli intendono an- 
che lu Tuturutù seguente. 

307. Lu Tuturutù. 

In Palermo lo dicono Trumma, in Borgetto Sona- 
sona. Bocciuolo^di canna, una estremità del quale ri- 



414 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

mane libera, e V altra si copre d' un sottile foglio di 
carta, velina, presso la quale si apre un fóro, e sof- 
fiandovi sopra come sul fóro d'un flauto, le vibrazioni 
della carta danno un cotal suono cupo che dà nome 
allo strumento. 

308. Lu Frautu. 

Prende questo nome dalla sua perfetta somiglianza 
col flauto comune, e consiste in uno lungo boccinolo 
di canna verde aperto a' due lati con un fóro presso 
uno di essi ed una linguetta di canna che da questa 
estremità s'introduce per dividere in due il lume fino 
al livello del fóro stesso. Soffiando su questa linguetta, 
che per un mezzo centimetro suole sporgere in fuori, 
e tenendo obliquamente come il flauto musicale lo stru- 
mento, se ne cava un suono non ingrato. 

Usato specialmente in Borgetto ed altri comuni della 
Conca d'Oro. 

Vedi il gruppo di queste zampogno fanciullesche 
cjiiamate Sampugna.^iaramedda, Trumma, Tuta- 
ruta, Sirpenti (nn. 304, 309). 

309. Lu Sirpenti. 

In Isnello dicesi Piplu, in alcuni comuni Sampugna^ 
in altri Samìruca. 

Filo lungo d'avena senza nodo intermedio, che con 
uno de' fili della sua fioritura fendesi per lo lungo, e 
soffiandovi dall' estremità libera aperta manda un leg- 



LU LAPUNI 415 

giero fischietto, somigliato da alcuni al pigolio dei 
pulcini [pipiu). 

Altre maniere di trarre suoni da oggetti comuni sono 
P il piegare sopra se stessa una strisciolina di foglia 
di canna verde (arando donax) soffiandovi entro; 2** 
il mettere in bocca una fogliolina piccola di finocchio 
{anethum foeniculum^ L.) e soffiandovi egualmente. 
La prima maniera dà un suono chioccio come voce di 
pulcinella, la seconda un vero fischio. 

Vedi la Sampugna^ la Ciaramedda e la Trumma^ 
(nn. 304, 306). 

310. Lu Lapuni. 

Balocco composto di una sottile asticella di legno, 
d'un terzo di metro circa, ad una estremità della quale 
nel mezzo è legato un filo di spago, che dal capo op- 
posto vien preso in mano da un fanciullo e girato ra- 
pidamente facendo mulinello. Dal rumore prodotto da 
({uesta assicella girando, molto simile al ronzio d'una 
gl'ossa ape, il trastullo è detto lapuni (apone). 

m 

311. Lu Cirriu. 
{Tav. Ili, fig. 13). 

In Licata Firrialora , in Piana de' Gre«i Cicarr' 
(cicala). 

Balocco di suono secco, stridentissimo e monotono, 
usato dai fanciulli di quasi tutta risola, e particolare 
mente dai chiaramontani , presso i quali ha questo 
nome di cirriu per una lontana somiglianza del suo 



410 GIOCATTOW E BALOCCHI 

suono col grido del piviere (charadiics, L.), che cir- 
riu è detto in Chiaramente e cùtìvìu in Vittoria. 

In un'asticella di canna da un terzo di metro di lun- 
ghezza (a) s'infigge una rotella dentellata (&)/ e questa 
rotella, nel cui centro è infitto un manubrio di legno (e), 
si mette entro l'estremità più grossa della canna, fessa 
da due parti in modo che da un lato ne sia stata a- 
sportata una linguella e dall'altro lato lasciata libera 
e mobile per l'ingranaggio con la ruota (d). Dall'una 
parte la detta linguella, striscia sopra ì denti della 
ruota, e girata con forza produce quell'ingrato suono. 

Questo ed il seguente giuoco sono usati dai fanciulli 
nella Settimana santa. Il Guastella, mandandomi la de- 
scrizione e due bei disegni da lui fatti di questo e del se- 
guente giuoco, cosi mi scrivea: « La festa del SS. Cristo 
alla colonna nel Giovedì Santo in Chiaramente è una 
delle più grottesche che siano in uso in Sicilia : e basti 
questo solo : che per lo meno un migliaio di fanciulli 
fanno stridere il cirriu nella processione del Cristo, 
e che altro migliaio di fanciulline suonano maledet- 
tamente le scatUoli^iglia,iB. e migliaia di fiaccole (la 
processione è dalle due alle quattr'ore di notte) ac- 
compagnan la statua , e due cori, V uno di uomini e 
l'altro di donne, cantano il rosario del Sacramento». 
La Scatiiòla è la Tróccula (n. 312). 

VARIANTI E RISCONTRI 

Nel Barese lirruòzzua. Riguttini e Fanpani, p. 1258, 
scrivono : « Raganella chiamano i fanciulli uno strumento 
fatto di canna con una girella a denti, che girando sopra 
un pezzo mobile fa rumore. » Il Malaspina (IV , 442) ha 



LA TROCCULA 417 

Zigàla dia stmana santa, « Srumento con girella dentata 
che si suona in chiesa la settimana santa aggirandola. » 
BoERio , p. 185 , alla voce Compieta ha questa notizia : 
« Raganella o Tabella dicesi uno strumento di legno com- 
posto d'una ruota dentata, la quale venendo raggirata ca- 
giona rumore. S'usa anche questo strumento nella settimana 
santa per invitare all'uffizio quando son legate le compane, 
e per suonare in Chiesa. » In Piemonte è detta Cantarana, 
« Strumento con girella , che rende un suono simile alla 
voce della rana, che si suona dai ragazzi la settimana 
santa. » Sant'Albino, p. 317. 

312. La Tròccula. 

(Tav. ITI, fig. 14) 

In quasi tutta la Sicilia è detta Tròccula o Tràccula, 
in Piana de' Greci Cioch , in Chiaramente Scattiola, 
da scattiari , ed è quello strumento di legno ridotto 
a balocco da far rumore, che si usa nella Settimana 
santa invece delle campane. Una piccolissima tavoletta 
quadrata , con un manubrio (a), alla base del quale, 
ove il manubrio si slarga a due angoli , son legati 
dair una e dall' altra faccia due altre tavolette (&, b) 
quadrate : ecco la tròccula. Le due tavolette sono le- 
gate con un filo di spago o di funicella lasciate mo- 
bili, in guisa che agitando con il manico lo strumento, 
esse battono alternamente sulla tavoletta manicata 
di mezzo. 

I ragazzi ci si divertono maledettamente, soprattutto 
nella Settimana santa. 

G. PiTRB. — Gittochi fanciulleschi 27 



418 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

VARIANTI E RISCONTRI 

Un riscontro ha nella Racanella degli Abruzzi, « specie 
di ranocchio, strumento da far rumore, usato dai fanciulli 
neUa settimana santa. » Finamorb , p. 144. Egli a p. 202 
registra anche, non come strumento fanciullesco ma come 
« tabella che si suona nella settimana santa in vece delle 
campane », la voce Tricch' e ttrdcca, 

RiGUTiNi e Fanfani, op. cit., p. 1537, riferiscono : «Ta- 
bella con due battenti di ferro che arrotondata rende suono 
strepitoso, e si suona la settimana santa in vece delle cam- 
pane. A Firenze dicesi impropriamente un istrumento di le- 
gno a mo' di cassetta, che pur si suona nella settimana san- 
ta, e che fa strepito per mezzo di una ruota dentata ». In Mi- 
randola (Meschieri, p. 97) è detta Garabattula. l fanciulli 
veneziani usano, secondo il Boerio, p. 185, il balocco detto 
Compieta de la settimana santa. Sotto la voce Trich trach 
il Sant* Albino, p. 1 179 , scrive ; « Chiamano i fanciulli un 
martello di legno imperniato e mobile sopra un asse, con 
cui per trastullo picchiano ne' giorni di passione, come si 
fa colla raganella, col crepitacolo o tabella. » Egli acco- 
glie la Tabèla dia smana santa, p. 1126, nel significato 
di raganella, senza però dire se sia anche balocco fan- 
ciullesco. 

313. Li Scattagnetti. 

In Milazzo Scattagnòli. 

Balocco comunissimo, fatto di due stecche sode, di 
legno duro, larghe circa due dita, lunghe poco meno 
di un sommesso, tenute in una mano, interpostovi il 
dito medio; scotendo con crolli spessi, contrari, e vi- 



LA CICALA 419 

brati a mano socchiusa, le stecche, si urtano e fanno 
suir orecchio un effetto non guari dissimile a quello 
delle nacchere spagnuole. 

VARIANTI E RISCONTRI 

Cosi descrive il Carena, loc. cit., le nacchere, nome che 
i fanciulli toscani danno al nostro balocco , comunemente 
inteso Castagnette (Rigutini e Fanfani alla voce). I par- 
migiani lo dicono Castagnoéula (Malaspina, IV, 18) ; i fan- 
ciulli piemontesi Castagneta e al plur. Castagnete (San- 
t'Albino, 341). 

314. La Cicala. 

[Tav,Iyfig. 4) 

In Catania Marranzanu. In Frizzi e Vicari Cirria- 
loru; in Piazza, colonia siculo-lombarda, Rana\ in Pia- 
na, colonia albanese, Scescha. 

Sopra un boccinolo di c^nna ben grossa (a), lungo 
un tre centimetri e aperto a' due lati, si tende e lega 
un pezzettino di pergamena bagnata (&)» sul cui cen- 
tro per due forellini ^--^ si fa entrare ed uscire un 

pelo di coda di cavallo (e), ed i capi messi insieme e 
raddoppiati , con un nodicino scorsoio si legano per 
un capo solo alla estremità di un pezzettino di canna 
o di legno, dove si son fatte, delle intaccature (e?). Nodo 
scorsoio e collo, diciamo cosi, dell'estremità del ba- 
stoncino si bagnano con saliva , e si prende con un 
moto di rotazione della mano a girare V altra estre- 
mità della canna (e), cosi che il boccinolo raccoman- 
dato al pelo, e questo al legnetto o manico, gira senza 



420 GIOCATTOLI E BALOCCHI 

che il pelo 5' avvolga al suo manico , ma scorra. Il 
rumore che l'attrito del pelo bagnato col legnetto co- 
munica alla membrana tesa, produce un suono inar- 
ticolato caratteristico, che imita lo stridere del noto 
insetto di questo nome {Cicada, L.). 
Si usa tutto Tanno, particolarmente nelle fiere. 

VARIANTI E RISCONTRI 

« 

In quel di Bari Ciàula; in Bologna RanèUif ed è un « certo 
giocattolo, che i fanciulli fanno prendendo la metà d' un 
guscio di noce, coperto di carta pecora, altra carta forte, 
attraverso la quale fanno passare un doppio filo di crino, 
che , preso dalla parte opposta a quella dove è fermato, 
e messo in moto circolare, ne ricavano un suono simile 
al gracidare della rana.» (Coronedi-Berti, p. 241). Lo stesso 
i Parmigiani (Malaspina , v. III , p. 392). Come riscontro 
italiano si danno le voci raganella, crepitacolo (ivi). 

« 

315. La Badduzza di ventu. 

Preso un boccinolo di piccola canna, aperto aU'uii 
de' capi e terminato all'altro dal nodo, appianasi pressai 
a questo, e vi si fa un piccolo fóro, sul quale si ada- 
gia una pallottolina di sugh^ro di sambuco, grossa 
guanto un ceco, presso a poco. Mettendo in bocca 
il boccinolo dal capo aperto, e soffiandovi dentro or 
più or meno lievemente, la pallottolina s'innalza e ri- 
cade sul fóro. 

r • 

in Monreale si fa lo stesso con una pagliucola ben 
grossa e posando sul fóro un acino piccolissimo ài 
agresto. 



JOCHI DI CARTA 421 

316. Jochi di carta. 

(Tav, IV, flgg, 16-20) 

Uno de' divertimenti più comuni de' fanciulli è quello 
di piegare la carta in guisa da farne delle figure e 
de' balocchi. Ecco qui. alcuni di questi balocchi fatti 
tutti con un solo pezzettino di carta: 

1. Lu Cavadduzzu (fig. 16) in forma di cavallo, ma 
con due piedi, testa e coda. 

2. La Varca, la barca (fig. 17). 

3. La Fileccia, in forma lanceolata (fig. 18). Per que- 
sta figura vedi il n. 296, 3*. 

4. Lu Balluni, in forma semi-rotonda come di pal- 
lone aereostatico (fig. 19). 

5. Li Vertuti , in forma di due bisacce (fig. 20). 

6. LuBottu [Scattiotu in Riesi), di forma triangolare, 
col quale si fanno degli scoppietti. 

7. Lu Specchiu, lo specchio. 

8. Lu Casciuneddu, il cassetto. 

9. La Carruzzedda, la carrozzella. 

10. La Navetta, la spola. 

\\. Lu Cappidduzzu, il cappellino ecc. 



GIUOCHI FANCIULLESCHI SICILIANI 

NEL SECOLO XVm. 



Nella prima metà del sec. passato Francesco Pasqualino diede 
opera a ricercare la etimologia delle voci siciliane; ma non pub- 
blicò il suo lavoro. Il figlio di lui, Michele, trasse profitto dai ma- 
noscritti paterni, e li inseri qua e là nel suo Vocaòolario siciliano 
etimologico, italiano e latino, (tomi cinque; Palermo, Dalla Reale 
Stamperia MDCCLXXXV-MDCCXCV). 

I giuochi che seguono son tratti da questo Vocabolario , dove 
le definizioni latine precedute dalle iniziali P. ms.^ appartengono 
al vecchio Francesco Pasqualino^ e quindi alla prima metà del se- 
colo XVIII. 

È superfluo l'avvertire che di questi giuoch nessuno manca alla 
nostra Raccolta, altro che quello col titolo Tafara, tafaruni e piz- 
zunnongulu, che non ho potuto trovare nella tradizione orale. I giuo- 
chi Barrababau e C^ddara esistono anch'essi, ma le due voci non le 
ho mai udite. 



Abbuè. Jucari a Vabbuè, vie, sorte di gioco de' fanciulli. 
V. Ammucciatedda; gr. Boy, boè, Clamor. T. I, p. 14. 

Aznmueciatedda , giuoco da fanciulli, che s' ascondono 
per non farsi ritrovare dagli altri. I, p. 92. 

Anca ed Ancona , sorte di giuoco fanciullesco. P. ms. 
« Ludus puerilis, quo alter ex duobus pueris capite, et bra- 
chiis parieti innixis, dorso alterum insilientem excipit, qui, 
dum nunc cubito, nunc carpo seu pugno humeros succum- 
bentls percutit, dicit anca ed ancona, et interserens quas- 



424 GIUOCHI FANCIULLESCHI SICILIANI 

dam parecheses, seu similiter desinentes voces ; tandem 
interrogai, quot cornua ferat capra? Extcntis interim ad 
sui libitum digitis, si qui succumbit puer, ab es.tentorum 
numero digitorum aberrans, aliter respondet, prosequitur 
ille similiter percutiens, et interrogans donec ad proposi- 
tum numerum congruat responsio : et tunc versa sorte is, 
qui superior erat, succumbit, et qui inferior insilit.» I, p. 98. 

▲ paru e sparu, jucari a para e sparu, vale scommet- 
tere che il numero sarà pari o caffo. I, 112. 

Apuni, sorte di gioco. P. ms. «Quo sciiicet unus Inter duos 
medins ore bombum (bombylii) aemulante, ac palmis invi- 
cem junctis admoto, quaerat nunc hunc, nunc illum instar 
ejusdem insecti , quasi pungere , donec veluti prò aculeo 
colaphura in alterutrius malam sibi observam, ac ipsius 
percussi manu contectam infligat, capite interim ad propria 
genua inclinato, ne idem caesus altera extenta manu altum 
pileolum , tamquam infestum quemdam (bombylium) abi- 
gendo, e calate excutiat, qui sì sibi excussus fuerit, locura 
Victor! cedit. >» I, 124. 

* 
Barraba'bau , sorte di giuoco , che usano li fanciulli. P. 

ms. « Est quidam puerulorum ludus, quum, qui partes exer- 

cet magistri , contegens palmis unius ex pueris oculos, 

ejttsque vultum inter genua reclinans, clamat alta voce cae- 

teros singiUatim nomine ad placitum apposito , vocando 

sic prius generaiiter dicens: Scinni scinni rinninedcUij chi 

^un ti senta lu barrababau, » I, 187. 

Cavu , termine del giuoco delle palle , colpo di palla a 
palla per ispingerla fuor della data linea fatta nel principio 
del giuoco. I, 393. 

Cavu cavuseddu, posto avverbialm, colli verbi ptirtari. 



NEL SEC. XVIII 425 

tri e simili, vale stare , portare in su le braccia incrocic- 
chiate in due. I, 293. 

Ceddara , oeddara tenvinuta , sorte di gioco usato da 
raggazzi (.ne). P. iris. « Ceddara, ceddara benvinuta, forma 
exclamandi in quodam puerili ludo, quum hujus magister ad 
se vocat pueros absconditos; qua allocutione idem est ac si 
dicatur, accelera, accelera, idest, o puer, qui absconderis 
accelera ad me venire, et bene sit tibi, nempe ne metuas 
capi ab inquirente. » I, 2^. 

Ciuciuleu, cosi diciamo sJ fanciulli , quando alzando là 
mano lor mostriamo qualche cosa acciò chi primo risponda 
jeu, acquisti il dono. I, 328. 

Frustustù , sorta di giuoco fanciullesco , a caccia com- 
pagni. « Genus ludi , cujus magister stans in medio ac fé- 
rulam tenens, quum alta voce clamat frustustù, nunc hunc, 
nunc illum e stato loco deturbans eo se statuit caeteros 
sic compellens, ut festini proximorum stationes occupent, 
adeo ut tandem necessario unus indecore absque loco re- 
Tnaneat. Haec vojc non videtur mihi aliud innuere nisi foris, 
tu et tu. ecc. P. ms. « T. II, 167. 

Gaddetta, piccola fossetta , per lo più per uso di giuo- 
care i ragazzi colle avellane, fosserella... Jucari a la gad- 
detta, giocare a bedina, bedona. II, 189. 

Juearl a rammucoiatedda, o Ad oceddara ca lu mastru 
è sulu, e simili, giuocare ad un giuoco fanciullesco, fare 
a capo nascondere. Jucari alVorou cimineddu, sorta di 
giuoco, nel quale uno con benda agli occhi, cerca d'affer- 
rare ad un altro (sic) de' suoi compagni, acciò soggiaccia 
nella medesima pena, e resta egli libero di essa, giuocare 
a mosca cieca, II, 367. 



426 GIUOCHI FANCIULLESCHI SICILIANI 

Juoari a paru e sparu , V. Pam. Jucari a Vocanzita^ 
a Voca Vanzita, v. Yocanzita. II 367. 

Malu larruni, strumento da suonar colla mano tenendolo 
in su le labbra , scacciapensieri , e spassapensiero. Spa- 
ta[foka] ms. V. Mariolu, T. III, p. 85. 

Mariolu. Pigghialu pigghialu mariolu , sorta di stru- 
mento fatto di ferro, che si sona in su le labbra. V. Ma- 
lularruni. Presso P. ms. si legge cosi : « Pigghialurmariolu 
Sonoram quoddam ferreum instrumentum, quod ori inditum 
leviter digito ejus prominentem appendicem percutiente 
leni gutturis spiritu tinnulum edit sonum , ac fere , ipsa 
verba profert , de quo instrumento vulgo effertur , quod 
olim quibusdam urbanis inserviebat nocturnis viarum insi- 
diatoribus, qui ut securius praetereuntes aggredì possent, 
a sociis non tam longe dissitis higusmodi instrumento uten- 
tibus indicium praetereuntium suscipiebant , ut in eos ir- 
ruerent : proferebant enim sonantes socii pigghialu , pig- 
ghialu mariolUj idest irrue in eum, aggredere eum, o pre- 
do. Ili, 113. 

Orvacimineddu, aggiunto col verbo Jucari a l'orvu ci- 
mineddu. V. jucari. III, 373. 

Palorgiu A Missina^ vali strummula. Sp[atafora] ms. 
V. Strummula^ IV, 15. 

Pisula, petrella, petricciuola, lapillus. Jucari a li pistUi 
vale giuocare con petricciuole. Presso P. ms. si legge :... 
« Fit a puerulis humi considentibus , et manu calculos in 
altum projicientibus > ut arreptis aliis , qui in terra sunt 
iterum vola decidentes suscipiant. » IV, 124, 

Pissingongulu , o Pisainnongulu , colpo che si dà col 
ferruzzo della trottola ad un'altra in segno di vittoria. P. 
ms. dice : « Pizzinnongulu, est percussio inflixa in dorso 



NEL SEC. XVIII 427 

turbinis lusorii ab apice ferreo alterius tarbinis in signum 
victoriae pueri alium vincentis in ludo circumagendi tur- 
bines. An quasi pizzu in angulo , seu lateri turbinis in- 
flixus. » IV, 132. 

Bagogghìa , strumento da giuoco per lo più usato dai 
ragazzi. P. ms. dice: a Ragogghia, circulus ferreus bumi 
deflxus ac volubilis ad pilarum lignearum ludum. Dictio est 
hispanica. » IV, 220. 

Rumè, sorta di giuoco usato dai ragazzi. Presso P. ms. 
si legge : Genus puerilis ludi cigus magister Inter genua 
contentum manibus vultum unius pueri tenens alta voce 
clamat, rumè rumè ca lu mastru è sulu : interim hic puer 
liber factus, et manu globulum funiculo appensum rotans 
quaerit percutere omnes alios pueros prius delitescentes, 
et ad, magistri vocem excitatos, ed ad ipsum accurrentes, 
ut si quis percussus fuerit, subeat ejus qui percusserit mu- 
nus... » IV, 305. 

SautampiBzu, piccola figurina d' uccelletto fatto per lo 
più di ferula di legno leggiero con una specie di molla sal- 
tarella. Voce composta da Sautari e 'mpizzu, IV, 340. 

Scanneddu sorta di giuoco usato da ragazzi. « P. ms. 
Scanneddu ludus puerorum , quo teres ferulae frustum a 
duobus invicem jacitur , et repercutitur. Italis pene idem 
ludus dìcìtav paesello quasi paxillus. Nobis a canna nomen 
sumpsit quasi frustum ex canna resectum, et forte olim e 
canna. Multis ab bine annis abiit in desuetudinem. » IV, 368. 

Soarrioanavi, sorta di giuoco fanciullesco. V. Scarrica-^ 
varrili. IV, 375. 

Soarricavarrili, sorta di giuoco fanciullesco , nel quale 
uno inchinatosi il corpo, gli altri gli saltano sopra. IV, 376. 

Scupittuni , pezzetto di legno bucato a guisa di schiz- 



4B8 GIUOCHI FANCIULLESCHI SICILIANI 

zatojo fatto iper lo più di sambuco usato da ragazzi per 
lanciar pallottoline di carta o stoppa; cosi detto perchè ha 
una certa somiglianza al scoppio , da noi detto tcupetta, 
onde scupittuni, IV, 417. 

Serra. Jucari a la serra, o fari serra, cioè giuocare a 
tirar sassi con le frombole, far la sassaiuola, o fare a sassi, 
Spataf[ora] ms. V, 13, 

' Spiooialoru, piccolo schizzatojo fatto per lo più di canna^ 
col quale s'attrae acqua, e si schizza, usato da ragazzi per 
bagnare altrui; schizzetto, V, 33. 

Sguicoialoru, (V. Sgriccialoru). V, 36. 

8iriaioluil<ura. Y. Schichaloru, S. in N. (Scobar nel Di* 
zionario Nebrlssense) V, 36. 

Simensa. Simenza a la porta, quanti scuti porta, sorta 
di giuoco. P. ms. dice; i^ Simenza a la porta ecc. Ludas 
hic olim apud Graeqos quamvis sub diversis formulis vide 
Aristoph. in Pluto... De nostra autem interrogatione sic ea 
explicanda. Jumenta haec triticum puta, ferentia, quae ad 
portam Urbis sunt, quot aureos pretii ferunt. » V, 44. 

Stnimmula. Strumento di legno di figura simile al cono 
eon un ferruzzo piramidale in cima, col quale strumento 
i fanciulli giuocano facendolo girare con uoa cordicella^ 
avvoltagli intorno, trottola, V, 133. 

Struxnxnula di ventu , trottola grande ma vuota al di 
dentro. V, 133. 

Tafara, Tafaruni e Piuinnongulu. u Voces in ludo pue- 
rili, quo extensis tribus prioribus digitis , iis singulis sin- 
gulae hae voces applicantur etc. » V, 171. 

Tocou. Fari un toccu, dui tocchi ecc. Vale vedere a chi 
tocchi in sorte alcuna cosa, il che si fa alzandosi da eia- 



NEL SEC. XVIII 429 

scuno uno , o più diti a suo talento , e facendo cader la 
sorte in quello , in cui termina la contazione , secondo il 
numero de' diti alzati, fare al tocco, V, 219. 

Tortula, Diz. ms. ant. v. Strummulay Ter tuia di ventu. 
Turbo vacuus, Diz. ms. ant. v. Strummula di ventu. V, 223. 

Vooalanzita, lo stesso che Vozzica; v. Vozzica, Presso 
P. ms. nella voce Voca a la *nzita si legge : Yoca ecc. 
« Ita se mutuo adhortantur bini pueri insidentes utrique 
extremo asseris, vel Ugni in aequilibrio super lapidem con- 
sistentis, quum unus deprimitur dum alter attoUitur ; hoc 
est remiga scilicet deprimere tanquam si essemus in na- 
vicula , dum ego attoUor (quod innuit to voca) » ecc. Ma 
presso Vinci leggiamo : « Vocasia, duae voces contrariae 
simul junctae a gr. Boav voan vocare , et 6t8av sigan ta- 
cere; hac voce utimur, cum quis sedens una cum sede semet 
librans antrorsum, ac retrorsum se jactat, et tunc dicitur 
fari vocasiay ducta similitudine a nautis, qui vocando, i- 
dest clamando remigant, tacendo vero, quod est etyav sigan, 
remos cohibent. » E da qui direi scorrettamente ne fosse 
originata la voce vocalanzita. V, 348. 

Voccula di corda, o voczica. S. N. (Scobar nel Dizio- 
nario Nebrissense) v. Yozzica, V, 349. 

Voculanzioula. P. B. Yozzica. V, 349. 

Vozzica , è un giuoco che fanno i fanciulli , i quali se- 
dendo sopra una tavola sospesa tra due funi pendenti da 
alto o in altra guisa, la fanno ondeggiare, altalena, oscil- 
latio. Da vucariy vuculiari , vuczziari, e da qui quasi vu- 
cazzica, scorciato vuzzica, vozzica. V, 352. 

Zarbatana, trumba di cannizzola pri Cacciari o tirari bad- 
diceddi ecc. Spat[afora] ms. V, 387. 



MODI DI DIRE PROVERBIALI 



DERIVATI DAI GIUOCHI 



Ad acu^a e cruci, come vien viene, con esito incerto. 

A frtcstt4Stù (p. 273), a catafascio. 

A lu Jocu di lu citrolu, fare a dare o a darsi addosso còme vien 
viene, alla cieca, all'impazzata. 

Armari jocu (108), essere il primo a proporre, primo a comin- 
ciare un divertimento, primo a dar Tesempio ecc. 

Ciampedda rutta né tira né paga (134), cosa guasta , persona 
caduta non conta più. 

EssiHcci la Nanna pigghia-cincu (p. 90), esservi confusione, dis- 
ordine, parapiglia. "^ 

Essiri nnuminatu *nta la Nanna pigghia-cincu (90), per ischer- 
zo, essere ridicolosaraente celebre. 

Essiri un soutampiszu, essere un fronzolo, una fraschetta, o una 
persona leggiera. 

Fari ftrriari a unu comu *na strummula, far girare uno come una 
trottola, un arcolaio ecc. per un urto, un colpo qualunque datogli. 

Fari la Nanna pigghiorcincu, {slt chiasso, confusione: ed anche 
tagliar corto e romperla. 

Fari *na cosa ad anca ed ancona (172), farla a casaccio, disordi- 
natamente. 

Farisi lu paru e sparu, fare li per li i propri calcoli, e decidersi 
per il meglio, senz' altrimenti esitare. 

Finivi a ciuciuleu (267) , finire in gran confusione , disordina- 
tamente. 



432 MODI DI DIRE PROVERBIALI 

Firriarisi comu *na strummula (162), affaticarsi molto in un 
affare, andare attorno, esser sempre in mezzo. 

Gtuxstari % hrigghia (137), sconcertare una cosa mentre si sta 
conducendo innanzi. * 

Jiri 'w palazzu (107), eccedere in una cosa, sia contando , sia 
versando un liquido, sia mettendo una data quantità di polvere, 
sia ancora giungendo molto più tardi d'un' ora convenuta, ecc. 

Jucari a scarrica-cana^i (212) , gettarsi addosso la colpa V un 
r altro. 

JìÀcarisi ad unu a la badduzza (92), abbindolarlo, aggirarlo. 

Jucarisi unu a lu balluni^ canzonare, prendere per minchione 
una persona. 

Passeri lu rumè (280) , battere a distesa , zombai*e indistinta- 
mente. 

Putirisi jucari *na cosa a paru o spam (85), tra due cose' non 
buone non sapere quale preferire. 

Re di li brigffhia (137), persona da nulla, ridicola. 

ScunmaH li brigghia (437), guastar le uova nel paniere. 




G>v<>co>CCò&/ 6' ® ouCoccKv 



lAVni 



%.// 





Fw.1^ 



%/^. 



F^rs. 




PUré: &vu/ycfiufoorioiM,ÌUschi 



j 



Q^U><>cxjtC<y&/ e ^xxjBo<:<:Aa/ 



wr.w 




Fière Gvjuochi/ fcaicudUschi/ 



O, Pmà.^ Giuochi fanciulleschi fS 



GLOSSARIO 



(Voci siciliane spiegate secondo il significato che hanno 

nel predente volume) 



A. (à), prep. art., delia || Contr. da a 
la, alla. 

*A., per aferesi di to, art-, la. 

.A.bballarixiu , agg., che balla, 
saltella. 

.A.ooattarl,o*Coattari, v. tr.,com- 
prare. 

i^oootta ( Cianciana ) , probabil- 
mente alterato da accerta, *nser- 
ta, V., da 'nzirtari: indovina. 

ik<x>li2a]iai*i, V. tr., salire. 

^<x3ia, 1, s. f., sedano. 

.AjOouasì» arv., cosi. 

i^oiddu (Noto), avv., dim. di aoiu 
(adagio): adagino.^ 

.A.ddivixxtari^ v. intr., divenire. 

A.ssliiuttiri,- V. tr., inghiottire. 

jA.SzxlddusBzu , i, s. m. dim. di 
agneddw. agnellino. 

AJLUooari, v. tr., leccare. 

.AjxuxLaraesiarùi. v. intr. rifl., 
patire travaglio di stomaco per 
mal di mar*;. il Confondersi, smar- 
nrsi. 

Ajtnxuarra-paxàza, s. m., specie 
di grossolano camangiare, coni- 
posto di uva passa e nchi secchi, 
o solo di questi, tagliuzzati, ed 
avvolti in pasta mollastra, che 
i oaramilara in Palermo vendo- 
no a' fanciulli o danno in premio 
a coloro di essi che vincono al 
giuoco. 

AjaaxnuooiariRó, v. tr.rifl., nascon- 
dersi, rimpiattarsi. 

i^noddu,. i, a, s. m., anello. 

.AAga, glii, s. f., mola. 

Ajiiiiiixlii, iy a, s. m., arcolaio. 



.A.ppianiooari«i (Avola), intr. riiPl.» 
dormir sonno profondo, e qui di- 
cesi della trottola nel girare. Nel 
dialetto comune Appinnicarisi 
vale invece appisolarsi. 

i^ppinnutu, part. pass, da ap- 
penniri: appeso. 

.A.ppiz95ari, V. tr., appuntare. [[(Pa- 
gina 27) dare, appuntando. 

^ppressu o ^ppriessu , avv. , 
dietro.! (Dopo, poscia. 

AppìusEari, v. i., andar sotto. V . 
a pa^. 19. 

.A.rasoiu (Modica) , per Adaciu, 
avv., adagio. 

i^jrìooliia, i, s. f., orecchia. 

Aj!iooia (Modica ) , Io stesso che 
Ariochia, 

Ajcv&amxxj avv., discosto, lontano. 

Aj*FiA*ittatu , part. pass., rifrit- 
to (I) 

iknixxiiiiari, v. tr., dimenare, a- 
gitaré. 

.Ajrru.bbaxdy V. tr., rubare. 

A.ti (àti), pres. indie, del v. aoiri; 
voi avete. 

'A.tta, per gatta , i» 8. f., gatta , 
gatto. 

i^ttuooari, V. tr., toccare, appar- 
tenere, spettare. IKSirac usa), y. 
Tuccarì. 

i^tturratuy part. pass, da attur- 
rari: abbrustolito. 

Aixi (Noto), per aoiti, avete V.dti. 

J^xxse^a,. i (Modica), s. f., ago. 

A.ura (Noto), per ura, ora, mo- 
mento opportuno. 

A.u.x*iooia (Licata), V. Ariochia. 

^Tiasfisari (Licata), v. tr., conser- 
vare, serbare. 



436 



GLOSSARIO 



A.v)«0itn, di alcune parlate, invece 
di 8i tu avi88i, se tu avessi. 

A.vvi0ari (Borgetto), v. tr., indo- 
vinare. 

AKsaruyS. m., acciaio. 

B 

Sàooai», i, (di alcune parlate^,». 

f., brocca. 
Sacx»redda, i, s. f., dim. di bac- 
carà o beicara: brocchetta. 
Badda, i, s. f., palla. 
Baddru. CMazzara^, io stesso che 

pisula. 
Baddunsa,!, s. f., dim. di bculda, 

pallina, 
j^ienana, v. Pappana. 
Balata, i, s. f., lastra. 
Bazioareddiif i, s. m., deschetto. 
Banna, i, s. f., banda, parte, lato. 
Barraoani, s. m., barracane, sorta 

di panno tessuto di pelo di capra. 
BattasgùoLU. (Modica), agg.,che ha 

batacchio. 
Beddu, agg., bello. 
Bidduzzii, agg., dim. di beddu: 

bellino. ^ 

Bonu, agg. buono. |i Avv., bene, 

rp. 178). 
Botta, i s. f, colpo. 
Bòttulci, i, (Messina), s. m., botta, 

colpo, scoppio. 
Bozza, i, s. t., specie dì cantinplo- 

ra, che si crolla su due aste. 
Brixaoa, aolxi, s. f., bruschettà, filo 

di paglia. Il Verghetta o gettone 

d'albero. 
Buddiou. olii (Messina), s.m.,bel- 

lieo, omoellco. 
BtiflUniari, v. tn, canzonare, cor- 
bellare. 
Buluzxi (A.), avv. presto, a volo. 
Buzxxxxia, i, s. f, bomba. 
Busa, i, s.f., mazzettina di legno, 

o canna, che serve al giuoco di 

Manoiagghia (p. IM). 



Ca, pron., che, il quale, la quale. 

Gèk, cong. perchè. 

Oaooiariari ( Taormina ), v. intr. 
saltellare. 

Caznxaisa, i, s. f., camicia. 

Canigghia, s. f., crusca. 

Oaiuia,!, s. f., canna-U Misura equi- 
valente a metri 2,00. 

OàzLoara, voce alterata, e di nes- 
sun significato evidente. 



Oa nnàr a» i, s. f., canneto. 

Pannata, i, s. f., boccale. 

Oaxxneddu, i, s. m., cannello. No- 
me del giuoco « Al sussi. » 

Oaixi&iìezu, i, s. m., canniccio, gra- 
ticcio. 

Cannolu, i, a, s. m., dolce di cial- 
da dolce accortocciata e ripiena 
di crema. 

Cazxn.uUooli.iu, i, a, s. m. dim. di 
carinola: cannellino. || Zipolo. 

Oantàru, a, s. m. quintale, misura 
antica pari ad 80 chiiogr. 

C^ziuorvu CRiesi), titolo di giuoco 
composto da cani uoroa , cane 
cieco. 

Cauuszu, i, s. ni. dim. di cani : 
cagnolino. 

Capitanu, i, a» s. m., fondello. 

GapizzolsC (p. 4' ), voce senza si- 
gnificato evidente. 

CappidduBzu, i, s. m. dim. di cap- 
peddu: cappellino. 

Oapu|((*27) m testa , sopra. Jiri 'n 
capu, V. a p. 19. 

Caraoozza, i, (^Mazzaia) s. f. pri- 
gione, catorbia. Nel dial. comune 
Caracoggu, caraòbozza, carcUh 
bozza (spagn. Cataboze). 

Caranailaru, i, a, s. m., venditore 
ambulante di caramelle. 

OaroarawzaC atania), v.. Taran- 
tella. 

Cardiddu, i, s. m., cardellino. 

Carrinleddu o Oarriueddu, i, a* 
s. m. dim. di carrinut carlino. 

Carriziu, s. m., carlino, una mo- 
neta di Sicilia, del valore di cen- 
tesimi 21 di lira. 

Oaaoavaddu, i, a, s. m., cacioca- 
vallo. 

Ca8oiuneddx*u o Casoiunadda, 

U «*, (Marsala), s. m., dim. di ca- 
sciani: cassettino. 

Casedda, i, s. f., buca (p. 138). 

Caaioavaddi, v. Casccwaddu. 

Castelterzxxixii, (Cianciana) s-, Ca- 
steltermini, comune della prov. 
di Girgenti, illustrato dalle re- 
centi Notizie storiche di Gaeta- 
no Di Giovanni. 

Cauoiu, 1, s. m. calcio. 

Oaudda, nome di giuoco di Mes- 
sina; dove, come agg., vaie ccUda. 

Càudu, agg., caldo. 

Oauria fórru f Avola), scaida-fer- 
ro, sinonimo del giuoco Aearfa- 
mana. 

Oàvudu (Mazzara), per caudu» 
caldo. 



GLOSSARIO 



437 



Ooà, avv., qui. 
'Ooattari per Aooattari» v. tr., 

comprare. 
Cobi (RiesO, parrebbe tronco da 

chistu \ ma udendolo dalla viva 

voce, m questo solo esempio 

sembra l'avv. qui. 
Ooi o Ci» pron., gli, a luì, a lei, a 

loro. (|Avv., là, colà. 
Coiàxnpula, i, s. f., muriella V. 

Ciampedda. 
Coiù, ai a leu ne parla te,per cchiìiy 

avv., più. 
Cou, ni alcune parlate, prep., con. 
Clxi, pron., che, il quale, la qtrate. 

llChe cosa. || Gong., che. 
Chi, lo stesso che Cà, cong., per- 
chè. 
Clilaicnaxi, v. tr., chiamare. 
Cliiantedda , i, s. f, striscia di 

cuoio tra il tomaio e il suolo 

delle scarpe. 
CbiavtuBza, i, s. f., dim. di chiavi: 

chiavino. 
Chiddru (Mazzara), v. Chiddu. 
ClLiddu, pron., quello, colui. 
Chiè olxiè airi) (S. Ninfa), detto 

di trottola, vale saltellare, bar- 

berare. 
Chinu, agg., pieno. 
CliistUy agg. e pron., questo, que- 
sti. 
Cliiujiriy V. tr., chiudere, serrare. 

Pres. chiuj'u ; imo. chiujeva o 

chiaija ; pass, chiujici ; part 

pass, chiujutu, chiusa. 
ChiuTumu., s. m-, piombo. 
Ciaooatura , i, s. f-* fenditura , 

spaccatura. 
Ciaznari (Ragusa), V. Chiamari. 
Ciampedda, i, s. f-, muriella. 
Cianu (Modica) , per chiana , s. 

m. piano, largo, piazzale. || Agg., 

piano. 
Ciappedda, v. Ciampedda. 
Ciareddu, i, a (Milazzo), s. m., 

capretto. 
Cianrari, v. intr., far odore. |jTr., 

odorare. 
Ciazsa^i (Chiara monte) per chiaz- 
zai s. f., piazza, mercato. 
Cioou, 8. m., Francesco. 
Oioiredda, i, s. f., dim. di cicira, 

cece: cecino. 
Cioiru, o oicdra, i, 8. m. e f, cece. 
Ciffiiitedda» i, s. f-, dim. di cigna., 

cinghia. 
Cina (Ragusa), forse alterato da 

cima. 
Cinon, agg., cinque. 



Cioooa, oolki, 8. f., chioccia. 

Cirou, ohi, s. m., circolo, cerchio. 

Ciu«oiiuii, a, accresc. di ciitsciu, 
8. m., forte soffio. 

Còoula, i (Trapani), s. f., lo stes- 
so che boccia. || (Érice) trottola. 

Ooddu,i, s. m.fCoWo. \['Ncoddu 
ciaredduy a cavalluccio. 

Comu, avv., come, siccome. 

Coppa (*N"), avv., sopra, in alto; 
ma è voce non siciliana. 

Còppula, i, 8, f., berretto. 

Cori, i, 8. m., cuore. 

Corpu, i, a, s. m., colpo.|| Corpo. 

Coaszu, i, 8. m., occipite. |j Costola 
del coltello. 

CrosssBa, i, s. f. , cranio. 

Crisoenti, s. m., lievito. 

Criaointeddru, i (Marsala), s.m., 
dim. di criscenti, lievito. 

Cruna, i, s. f, corona. 

Cu, prep., con. 

Cu* o oui, pron., chi, colui il qua- 
le, colei la quale. 

Cùooia , i ( Noto ) , per cacchia, 
coppia. 

Cuddiredda ( Modica ), v. Cud^ 
duredda. 

Cudduredda, i, s. f., dim. di eud' 
dura', ciambelletta. 

Cuxnnaà', tronco da cammari,6. 
f., comare. 

Cuzxiznari, i, a. f., comare. 

CuxxxpÀ*, tronco da cumpari, s.m., 
cogapare. 

Cuzxisffiu, i (Modica), s. m., per 
cuniffghiu, coniglio. 

Cunigliasysu , i (Licata ), s. m., 
accr. di cartiglia, coniglio. 

Cuntari (Taormina), v.tr.,contare, 
fare al conto. V. a p. 2i. 

Cunurtari, v. tr., confortare. 

Cruiisari,v.tr., acconciare.||- ^tt Ut" 
tUt rifare il letto. 

Cuòùri (Riesi), per còciri^ v. tr., 
cuocere. 

Ourdioedda, i, s. f, dim. di cordai 
funicella. 

Curxiieddu , i , a , 8. m., dim. di 
corna: cornicino. 

Cuauzsa, i, s. f., dim. di cotai co- 
setta, cosuccia, e per lo più di- 
cesi di chicche, giocattoli, ecc. 

Cutellu, i, a, 8. m., coltello. 

Cutusnu, a, s. m., melacotogna. 



I>**a, prep. art.t della. 
Darre, avv. di luogo, dietro. 



4^ 



^Lt^AltlO 



(JL)9 QW., da quella 
parte. 

I^uoolìiixiii CA.;, «w., ginoc- 
chioni, in ginocchio. 

IMpo*, avv., dipoi, poi, indi. 

jy*Ò9 prep., art. per rf"tt, del, dello. 

jy^xXf prep. art-t dello. 

lyvLXkxiij avv., donde. 



"Èlzki per paragoge, è. 

Bisairi , v. intr. , essere. Pres . 

sugna; imp. era; pass. Jm.\ fui; 

fut. sarrót sarò, saroggiu; part. 

pass. 5tata;ger. *8ennu, ^ssennu- 



Vaooi* s. f., faccia, viso, volto. 
F'aooiu.m» s. m., acc. di /accit 

faccia. 
Vedetta o fbdetta o iWttdetta o 

fòdedday i, s. f., gonnella. 
IRaxniselùu 9 is s. m., liamiglio, 

stalliere. 
S^Goiu per f^unnxi , fanno , pres. 

indie. 3« pers. del pi. delv. fari. 

WmeU V. a., fare. Preé. fossa; imp. 

facia; pass. Jtci; part. pass./af- 

Éit.||— d toccup contarsi. 
JETedda, i, s. f., fetta. 
B*etu, s. m., puzza. 
TFà/onausa^ i, s. f., dim. di ^cu, pic- 
colo lieo. 
S^iddruasBa, i (Mazzera), lo stes 

so che flddazjsa, fettina. 
Fiffglxiari, v. intr., figliare. || Par- 
torire. 
B'iSSliiu, i, s. m., figlio. 
B^iSSia, i ^Modica), s. f., per^^- 

ghiaj figlia. 
BUnciari (Modica), \.Jtggki«ri. 
Fiegiata, i (Modica),invece di^^- 

ghiatUf puerpera. 
B'iggivi, i (Modica), vedi ^gghia. 
Wixkòmoia, (Ragusa^ per Jtnestrat 

8. f., finestra. 
BUx&i&ooieddu, i CRagusa^ per^- 

nuochieddu , dim. ai Jlnocchia, 
■ finocchio. 
Birlazzeddu (Licata),v.^rre(iei{a. 
S^irvedda, i, s. f., dim. di /erra, 

piccola ferula. 
E^irriari, v. tr., girare. 
F'ittu (Messina) perfrittUf part. 

pass., da. frijri: fritto. 
F'oret» avv., fuori. 
inora, condiz. pres. del v. esairi, 

sarebbe. 






B'òrrasdi alcune parlate, per/dra 
sarebbe. 

S^raaB»»ta, i, s. f., coperta di lana 
per letto, schiavina. 

EVwoliiettu» i, s. m., zufolo. 

fPriaoliittieddu, i, s. m., dira, di 
friachiettu: fischiettino, zufolino. 

Erittatii, part. pass., rifritto. 

WviSt pres- indie, o imper. del v. 
fùj'ri ofuiri, (fuggire) fuegi. 

S^Ataxxuna, U s. T., accr. ai fun- 
tana, grande fontana. 

BMiriii, ii (Calatafìmi), s. ih., fu- 
ria. H Sfuriata. 



Gtoddetta» i, s. f., buca. 

Gtaddma»!, s. f., gallina. 

GfculdrixiarMazzara), v. gaddina. 

Gtaddru. (Mazzara), v. gaddu. 

G^eddu» i, s. m., gallo. 

GKàggia» i> s. f., gabbia. 

Gtòrgìa, i, s. f-, gola, fauci. 

GKu*zixxiMs s. m., nella campagna 
è Tuomo addetto a* più bassi ser- 
vigi, cioè a governare, a menar 
le i)estie da soma, a trasportar 
fimo, ecc. 

Gtòbbia, ii, s. f., vivaio. 

*GHBiùtciri, per agghiuttiri (Mo- 
dica), V. agghiuttiri. 

GKliirì, lo stesso che^'iré, andare. 

GMiiuoeuri, per jucarU giocare. 

G^iamti, agg., giallo. 

Q-Uestri (Messina), a^g., celeste. 

Q-zxirxivS avv., no, e si dice in sin- 
golare dando del voi\ ed in plur. 
parlando a più persone. 

G^ràxioia, i« s. m., granchio, noto 
crostaceo. 

Gl«axiu, i, a, s. m., moneta del 
valore di cent. 2 di lira. 

GKr4piriy v. tr., aprire. 

Ghrattalor«s i, s. f., grattugia. 

O-uglia, i (Riesi), s. f., invece di 
agugghia, ago. 

O-raera, i, 8. f., collana. 

H 

Xlaju, pres. indie, del v. ajoiti, ho. 
Uè, lo stesso che Aa/a, ho. 
»1, invece di li , art., plur. di 'o. 
lu» li, le. 



Iddu, pron., egli, lui. 
s. f., esca. 



QLOSSARIO 



43» 



Ji, «Ti* (Riesi ecc.\ per ù>, che pu- 
re dicesi, Reconao i dialetti, m, 
ieut Jeutjiai ecc. 

Jàoula 9 dì alcune parlate , per 
acula, i, H. f., pquila. 

Jaddina, di alcune parlate, inve- 
ce di gculclina, t, s. f., ga Ulna. 

Jaddn, i, b. m., p r padtìuf gBÌÌo. 

JalofVu, i (p. 33j , di alcune par- 
late, garofano. 

Jaxiou (Noto), agg., bianco. 

Jatta, i, di alcune parlate , 8. f., 
gatta. 

Jattaredds i (Noto),dim. dìjatta: 
gattina. 

Jetaxxx (p. 1^3), invece di jamu, 
andiamo, pres. ind. del v. Jiri, 

Jiooari, vedi Jittarù 

«Tidi-tn» a, s. m., dito. 

Jixnezita, 1,8. f., giumenta 

Jippuzìi, a, 8. m., farsetto, giup- 
pone. 

Jiri, V. i., gire., andare. Ij — 'nca- 
pu, andar sopra, e dicesi di chi, 
al conto, non vada sotto. H— «at- 
eo, andar sotto; v. pag. 19. 

«Titali» a, s. m., aitale. 

Jittari, v.tr.,gettare.||Fare al conto 
gettando > le mani. 

Joooa, i (Noto), s. f., chioccia. 

Jnou, olii, 8. m., giuoco. 

Jooari» V. tr., giocare. 



Xiavnri, a, s. m., la biada semi- 
nata, ancora in erba^ 

X^ajBsu, i, 8. m., laccio. 

ILdiia Cp. >2), probabilmente alte- 
razione della voce gallina. 

ILdnnaa, s. f., semehno. 

Ijittuaa (p. iV'i), voce, che io sap- 
pia, senza signifìcato apparente. 

Ziti» art., lo, il. 

ILtuoi, s. m., fuoco. 



1^14 (Riesi) per me o mia, agg., 
mio, mia. 

l^Aàa, 8. f., madre. 

AAaiatinA (p. 2 '-31), voce senza 
significato evidente. 

^lamxxia, 1, s. f., capo-giuoco, e 
si dice tanto di maschietti, quan- 
to di bambine. 

Manaocdata » 1 1 8. f., colpo dato 
con la mano. 



IManltta, 1 (Messina), dim. di ma- 
rta.* manina. 

Manoiarl, v. tr., mangttire. 

Manna» pres. ind. e irap. , da 
mannari: manda. 

^«laxiixÀrl, V, tr., mandare. 

Alaxxuy u, 1, s. f., mano. 

^laiiusBa, 1, s. f., dim. di marta, 
mano: manina. 

^«lansiorzxu, s. m., mezzogiorno, 
le ore t2 m. 

^Xartusasa, 1, s. f., scimia. 

*4àaoin ( Chiaramonte , Modica , 
ecc.) per modera, mastro. 

Aflaainnò, avv., altrimenti. 

Màasolu (Modica e Chiaramonte) 
invece di m^ascru, maestro. 

MABtru, 1, 8. m., capo-giuoco. 

A^ataoluni, a» s. m., zimbello. 

Afansunl (B*axi) ( Spaccaforno) , 
detto del saltellare che fa la trot- 
tola. 

AdC^, agg., mio, mia. 

Alènixula, 1, s. f., mandorla. 

IMCòntlri, invece di metciri, v., 
mettere. 

Alenza-oaniua» i , s. f. , misura 
che valeva m. I, 03. 

Afensu, agg., mezzo, metà. 

Alaroa, olii, s. f., mira. 

Alia, agg.f.,mia; ma spesRO è caso 
obli((^uo,e vale me; di mia,di me; 
a mia , a me; pi mia^ per me. 

IVfilinoiaxia, 1, s. f., petrunciana. 

AlinÀru, agg. di lupo : mannaro. 

Allnna i, s. T., mammella, poppa. 

Alinnleddayl, s. f. ,d m.di minna, 

AI ixxnulloolkla , i , s. f. , dim. di 
mannaia, 

lMl««a, 1, s. f., messa. 

*Mxneassa , comp. da 'n m£szu , 
in mezzo. 

Sflmiddarl (Messina) v. tr., dar 
buffetti. 

AdiiilrdasaBa , i , s. f. , accr. di 
mmercla; ma qui è titolo di giuo- 
co, p. 1(>2. 

'Alzxiuooiàrial, v. arhmucciarisi. 

*'M.nxxCÌBx\ o A.nixnuUupi, v. tr., 
aguzzare. 

Aloddu, agg., molle, piacevole. 

Slorti, 8. L, morte, e si dice della 
lastra che nelle vie copre i bot- 
tìni.||Ultimo scompartimento del 
giuoco A nicchia 6 pdfoéu» 

'Aapalaci, v. tr., legare a un palo, 
e si dice delle viti che si legano 
alle canne. 

'l^pennlH, v. tr., appendere, ap- 
piccare. 



440 



WJ^UABIO 



*KTtii<1 1 Igni ììmàit V. tr.,inipigiia~ 

re. II ^rruflare. 
'BCpraa, 8. f., accpja, Cvoce barn- 

binesoa). 
ttuooa, preceduto da *n:ia bocca . 
BCussliievi» i» s. f-, moglie. 
ACunneddu» i. a» s. m.» misura 

di cauacità, ora abolita» pari a 

litri 4, 29t<. Il Altra misura di e- 

stensione, pari ad are 2,7285. 
BSirnnu, 8. iom mondo. 
ItftuuBecLdUt 1, a» s. m.« muc- 

chietto. 
Mnn xirXfi wmmvit i, a» s. ra., dim. 

di mufuieddu: mucchietto. 
BCuaulinettUy i, a, s. m., dim* di 

muauHnut mussolina. 
AltMt&liixu, i, s. m. , mussola, 

mussolina. 
Iblusaàcliiari, lo stesso che muS" 

sioarif V. tr., mordere. 



ingro- 



*Nt per aferesi, in. 

tr, m qualche parlata (v. a p. 3f>^ 
fa le veci <li urit un, uno. 

'tN'a» pron. e art. fem.. una. 

ITanna, i, s.f., vecchia. I| La par- 
te posteriore dell' anello aetto 
Raoo<inhia. \\ Fari nanna t f&r 
entrai-e da essa parte la palla. || 
Nel giuoco della trottola, vale 
barberare, saltellare. 

*Z7apoou., avv. , un pochino , un 
tantino. Il Agg., molti. 

*I9'oa, per aferesi, invece di dun- 
ca, avv., adun(][ue. 

'17oaiciiàa*Lai, v. mtr. rifl., il 
gnarsi, stizz rsi. 

IToaxxnari, v. tr. incannare. 

'IN'oaiiiiiilatii » part pass. , di 
'ncannulari', inanellato. 

*I7^ouooia-zx&uru, (Jk.) ( Avola ), 
titolo di giuoco, che suona: ad 
unire , ad accostare al muro 
Cncuc ciani per *ncucchiari). 

'M'ouddariy 'y. tr., incollare. 

*I9'orisnari, v. tr., accostare, av- 
vicinare. 

•Ndi f^Uiesi), V. nni. 

19'è«ciri»v.intr., uscire.j|Tr.,mette* 
re, cavar fuori. Pres. neacta,imp., 
niaciii; pass-, nisoivi'^ part pass., 
nisoiuCu. Il Dicesi di chi, nel fare 
ai conto, venga sorteggiato, o di 
colui nel quale cada Fultimo nu- 
mero. 

ITòula o xxòvula, i, s. f., cialda. 

X7i o nui, pron., ne || Prep., in. 



"NUnxt agg , piccolo. 

ITinu* s. m., Antonino. 

291urQ» agg., nero. 

ITivuUDnx, i» a» s. m., venditore 
di cialde. 

19'iia lu« prep. art., nei. 

IVxuwl» avv., si, gnorsl. 

I9'n*é* prep, art., per nn'*i, nni li, 
nei, nelli, negli, nelle. 

ITni o ni» pron., ci, a noi, ne. 

ITnioolua,!, s. f., nicchia, casella, 
scompartimento. 

^lUxnoxiia* il, s. m., demonio. 

*Ntdgna*U v. tr., insegnare. || In- 
dicare. 

*17tB» *ntl, *ntra, prep., dentro, in. 

*I7tra, avv., dentro, in. 

'ITtuppatiedd'a o attuppated- 
dn« i» s. m., marinella {Helix 
nuHcoicles Draparn). 

'M'u, di alcune parlate, per una, 
un, art., un, uno. 

l^uoidda, i, s. f., avellana. 

K'uddu » pron. e agg., nessuno , 
nullo. 

'^aBs^ari, v. tr., provare, mettere 
a prova. Il Tentare. 

*I9'ziFtari, v. tr., indovinare, ap- 
porsi. Il Riuscire a trovare per- 
sona o cosa. 

*I7aurru« agg., duro, aspro. 



O» (ò^ contrazione di a lu, allo. 
On» (òxk) contr. da. a un o unu, ad 
un o uno. 



Z*** V>U pvi* prep., per. 

Padda, i CMessma), s. f., palla. 

Pàlaari, si usa quasi sempre nel 
sing., specie di muriella; di che 
V. a p. Ul. 

Palerà, i, s. f., parola.. 

Palvuodina, i, s. f., colomba. 

Pantizziu, i (Siracusa), s.m.,palmo. 

Panarieddu, i, a» s. m., dim. di 
panar w. panierino. 

Paniouttieddru ( Mazzera ) , o 
panicuCteddu , s. m. , dim. di 
panicottu (pancotto),che è comp. 
da panit cotta. 

Pannlgjgna, i» 8. m., pannicino, e 
dicesi specialmente di quelli on- 
de s'avvolgono i i>ambmi. 

Pan.nr&, i, s. ra., pannolino. 

Pappadiari (Barcellona), v.intr^ 
barberare, proprio della trottola. 



GLOSSAKIO 



441 



Pappana, voce di cui non vedesi 
chiara la significazione, perchè 
alterata. 

Papuxieddu, agg., leggiero e 
agile di molto, accr. Axpapunt, 
vapore (?) 

Parzxxu, i, s. m., palmo. 

Parrina, i, s. f., tnadrina. 

Parrineddu , dira, di parrinu, 
padrino. 

Parrinisoa (à o a la), avv., alla 
pretesca, alla maniera dei preti. 

Parrinu,i, s. m ., padrigao.||Pret€. 

Parruooianu, i, s. m. e agg., av- 
ventore. Il Bottegaio. 

Para, a, s. m. , paio. || A para e 
sparUf a pari e caffo. ^ 

Passiddà, voce con la quale si 
caccian via i cani, composta da 
passa cldà, passa là, va via. 

Peddi, i, 8. f., pelle. J}Fig, corpo. 

Pi, prep., per. 

Piooa» avv., poco. 

Piooiriddu, i, s. m., bambino, 
fanciiillino.j|Agg.,piccolino.||Fig., 
vale il latino penta. 

Piooiuottu, i, s. m . , ragazzo, fan- 
ciullo, ecc. 

Piooiutteddu , agg. ( ed anche 
sost.), dim. di piccìottu: giova- 
netto, ragazzetto. 

Piditeddu , i , a , s. m., dim. di 
pìdicu, peto. 

PigSliiaFiyv.tr., pigliare,prendere. 

Plssl3Liiila ( Catania > , lo stesso 
che piatila. 

Piggiari (Modica), perpìgghiarìj 
V. tr., pigliare, prendere. 

Pisgiari (Noto), V. tr., per pig- 
ghiari. 

Pignatedda, i, s. f., dim. di pi- 
gnata: pentolino. 

Piguana, \., pappana. 

PigniK, i, a, s. m., pegno. || Pino, 
noto albero. 

Pilàriai, v. /ifl., strapparsi i ca- 
pelli per disperazione e dolore. 

XHngula (p. SI), se non è corrotto 
da apingulay spillo, non so che 
cosa possa significare. 

Piniiay i, s. f., penna, piuma. 

Pixitiixxu. (-A.), avv., a basso, in 
giù, a pendio. 

Pìntaluoru ( Riesi^, i f a» s.m., 
per puntalorUf punteruolo. 

Pir, prep., per. 

Piriddu, i, a» 8. m., dim. di pini, 
piccola pera. 

Pirripipixioiu (p. 1 \ .' ), voce sen- 
za significato apparente. 



PirripizBiu ( p. iI5), voce senza 

significato apparente. 
Pirtumx, a, s. m. buco, foro. 
Pisiila, i, 8. f., una d 8 o 16 palline 

di creta, o terra cotta, colle quali 

si gioca, (v. a ;p. 110). 
Pitansa, i, s. f. pietanza. 

PitFèddula(Chiaramonte),lo stes- 
so che piatila. 

Pitrudda, i, s. f., dim. di petra: 
sassolino, pietruzza. 

Pitrùddula (Messina^, lo stesso 
che pisula. 

Pitrusixiu, s. m., prezzemolo, (a- 
pìum petroaelìnum L.) 

Pitturila , i , s. f., quella partQ 
della camicia dal cinto fino al 
collo, che copre il petto, dentro 
la quale sogliono specialmente i 
ragazzi del popolo con.servareo 
raccogliere frutta, roba od altro, 

Pizzata, i, s.f. lo stesso che pig- 
Sinnongtilu. 

Pizziouxieddii o Piasiouxxed- 

drti, i, a, s. m., dim. di pizziciinU 
pizzicotto, pulcesecca. 

PiCKixmòngixlu , i, s. m, colpo 
dato col ferruzzo della trottola 
sopra una palla qualunque. 

PÌ2S2U, i, s. m., becco. ItFerruzzo 
piantato sulla trottola. 

Pizasuddu, s. m., dim. joe^^w.- pez- 
zetto. 

PizzTxlrmi, a, s. m., becca ta.||Piz- 
zicotto, pulcesecca. 

PiKznnata, i, s. f., lo stesso che 
piszin nong ulu. 

Posta, i, s. ra., luogo di riposo .o 
appoggio (p. 142). 

Pozzu, pres. indie, del v. putiri^ 
io posso. 

Ppi, di alcune parlate, prep., per. 

Prattioeddu, i, a, s. m., dim. di 
prattti o jDia«a.-piattino,tondino. 

Priari, v. tr., pregare. 

PriòtOa, i, s. f., pergolato. 

Pù, prù (pag tó») voci alterate 
e tronche, delle quali non cono- 
sco il significato. 

Pùlioi, s. m., pulce. 

Puxnu, a, 8. m., naela. 

Puoi, di alcune parlate, avv., poi, 
dipoi. 

Pu«?itn, agg., tarlato. 

Puddascredda , i , s. f . , dim. di 
puddaatra: pollastrina. 



I Quadiari, v. tr., riscaldare. 



442 



GLOSSARIO 



Quanta* avv., quanto. J| Agg. di 
tutti i generi e di tutti i numeri, 

guanto, quanta, quanti, quante, 
olo qualche parlata ha guanti 
al plur. m. ef. 

Quartara, i, s. f., brocca. 

Quarttiooiu, i» a, 3. m. , misura 
di capacità , pari a litro 0, 75. || 
Giuoco nel quale si mandano 
verso le lastre de' bottini palle 
o melarance. || Altro giuoco, nel 
quale si salta sulle mani di due 
giocatori seduti per terra. 

Quaaareddru (Mazzara) oQoa- 
oarecLdu, i, s. m , dim. di qua-' 
aarut zoccolo de' ruminanti. 

Qnaaetta, i, a, s- f-, calza, calzetta. 

Qoattòclioi (Milazzo), agg., invece 
di quartoddici, o quattordici ^ 
quattordici. 

Qulxxnioi, agg., quindici. 

Quìsina ^C andana), o GKxìalzia, 
i, 8. f. , biacco , serpe non vele- 
lenosa. 

R 

R* »a (di molte parlate), prep. art. 

della. 
*Raiiu ( e più al plur. 'raixa), s. 

m., grano, monetina del volere di 

cent. 2 di lira. 
Ravosghia , i , s. f . , anello di 

ferro che per una punta si pianta 

in terra. 
Ri, (di molte parlate), prep., di. 
Rizmixiedda, i, s. f-, dim. di riti- 

ninat rondinella. 
Riri CHagusa), invecedi <^f'W,dire. 
*Rrubbarì, vedi arrubbari. 
Ruxnò, s. m., zimbello. 
Rntedda , i » s. f., dim. di rota: 

rotella. 
Ruzx ultuiedidu , i, s. m., dim. 

di ruzzulunU chefraccr. di roz- 

Zulu ecc. piccolo sdrucciolo. 

8 

Saaaoiuvax&ni, San Giovanni (Bat- 
tista). 

Sans^lareddn ( Alcamo ) , dim. 
di aangularUf s. m., lo stesso 
che gangularuy mascella. 

Salari, V. tr., sapere. Pres. 8àe- 
0^0; imp., sapeva , sapia\ pass. 
sappi; rut. sapirrò, sapirò; part. 
pass, saputa; ger. sapennu. 

Sapnritu, agg.» belio, avvenente. 
V. tr., salvare. 



Satari, v. tr. e intr., saltare. 

SautanapizBiL , i, s. m., salta- 
martino. Comp.da sauta 'n pitzu 
salta in punta. 

Santari, v. intr., saltare. 

Sbatareddu, ì, s. m., quasi svol- 
tarello. 

Sbutari, v. tr., svoltare. 

Soaoari, v. int., cessar di girare, 
proprio della trottola. 

Soantàrisi , v. intr. riti. , aver 
paura . 

Soappuooixii, frati Cappuccini. 

Soarrioari» v. tr., scaricare. 

Soavii, i, s. m., schiavo, servo. 

SoavuMzuy i» s. m., dim. di scavu. 

SoKìoaru* lo stesso che spara. 

Sobinu, s. m., schiena. 

SobittiUiddu, agg.dim., di schiet- 
ta, scapolo-ii Detto di donna, vaie 
ragazza. 

Soiaolri (Cianciana), v., spatri. 

Soiddioedora, i, s. f., sdrucciolo. 

Soiddioata» i, s. t, sdrucciolata, 
sdrucciolo. 

Soìnxxiri, V. tr. scendere. 

Sooooa, oobi, s. f, nodo. || Ciocca 
di frutte, fiori, toglie, ecc. 

Sorivana (Licata), v. tarcuUella. 

Soupitta, iy s. f., spazzolino. 

SounxxTi, i, s. m., scombro {scom- 
ber L.) 

SounNnala, motto di giuoco. Ve- 
di a p. 22. 

Sourunarly v. tr., rompere la co- 
rona, il circolo, l'ordine de' gio- 
catori, ed anche dar comincia- 
mento al giuoco. 

Soutulata i, s. f., scossa , scrol- 
lata, il Spolverata. 

SdirrubbariyV. tr., diroccare, di- 
rupare» abbattere, demolire. 

Sòssies K^'tr sedia. 

noMglrtj 1 ( Girgenti ), pietra per 
Mdervisi. Il ( Messina y, la parte 
posteriore ael corpo, sulla quale 
si siede: il sedere^ 

SUkoiri (Oitania), v. spàiri. 

Sfinoiamaddci , i , a, s. m., dim. 
di ^noiuni, che è una focaccia 
di pasta con sopravi olio, e che 
si vende da 1 aa 8 cent, in Pa- 
lermo. 

Sfirxiariai. v. tr., rifl., svoltarsi, 
rigirare, contorcersi. 

Si% sei, del verbo essiri. 

Siddu» oong., se. 

Sisnirusau, dim. di Signori, s. 
m., il Signore Iddio. 

Siffzxuri, s. m., iddio. 






GLOSSARIO 



443 



Sùxkulidda, s. f., dim. di simula: 

semolino. 
Sinxiu, i (Noto), s. m., segno. 
Sonnu, s. m., sonno. |) Sogno. 
Spaoirl, V. spatri» 
SpÀiri o SpaJJH , v. tr. , con- 
tarsi. Pres. apaisoiu ; irop. spa- 
ija 'j pass, apaijoi ; part. pass. 
spaijutu. 
Spasnàri«d » v. intr., rifl., avere, 

prendersi paura. 
Spanghittedclu i» a, s. m., dim. 

di spangu, piccola spanna. 
Spari (Termini), v. spatri. 
Sparo, agg., dispari. || A para e 

spartij a pari e caffo. 
Spiooliiti , preceduto dall' agg. 
beddu, fig. vale uomo cattivo o 
da nulla. 
Spinolriai » v. tr. rifl. , alzarsi, 

sollevarsi, levarsi su. 
Splngmla, i, s. f., spillo. 
Spinnariy v. tr., spennare. 
Spriveri* a» s. m., sparviero. 
Spuntonata» i* s. f, lo stesso che 

pizsinnongulU' 
Seo, agg., per chissà ^ codesto. 
Stanno (da «taxijl, .3* pers. plur. 
d<»l pres. indie: stanno. || Gerun- 
dio, stando. 
Stano ( Ragusa ) , per stannu, 

stanno. 
Stari, V. intr.,- stare. Pres, sùe^Ut. 
ìmp. stoma; pass, stetti o etesii 
part.pa88., «to^u/ger.pres., stan- 
nUf stando. 
St&xmirty V. tr. , tendere., detto 
specialmente della biancheria 
messa ad asciugare. 
Stropplàriei , v. rifl., farsi male. 
Sto, agg., questo. 
Staooari, v. tr., stroncare , spez- 
zare. 
Su*t persannu o sunu. sono, terza 
pers. pliir. pres. ind., del v. essere. 
So, (sec. XVl, pag. 192) per ssu, 

agg., codesto, 
Soddo , di alcune parlate , per 

siddUy part condiz., se* 
Sogno, pres. indie, delv. essiri, 

io sono. 
Soppa, i, s. f., zuppa. Il jF*ari««p- 
pa (Chiara monte^, detto di trot- 
tola che giri, vaj^ saltellare. 
Sorella, i, s. f., sorella. 
Sotta, avv., sotto. ||/{W sutta^&n'^ 
dar sotto, e dicesi di chi, facen- ' 
dosi al conto , è condannato a 
rimanere nel mezzo» a far da pa- 
ziente» ecc. 



Taddarita, i, s. f., nottola (oesper^ 

tilio di L.) 
Tà&ra, i, s. f., piattello della bir- 

lancia. 
Tafaroni, accr. di tafana. 
Tantiooliia, avv., un pochino, un 

pocolino. 
a?arantella, s., f., e forse n jjg. detto 
di trottola che nel girarsi sal- 
tella o barbera. 
7arì, s. m., antica moneta Sicilia- 
na , equivalente a 4^ ctìntesinii^ 
di lira. 
a?a8tari, v. tr., assaggiare. 
^Tata, s. m., padre. 
Tà.vola, i, s. f., tavola. 
QHano, i, s. ra., tegame. 
Ti l a nn a r o, i, s. m., telai uolo, ri- 

vendugliolo di tela. 
Tiznpolata, i, s. f., guanciata. 
Tirdinari, a, s. m., antica mo- 
neta in uso in Sicilia, del valore 
di cent. 1 di lira, circa. 
a?irnitati, s. f, Trinità. 
Tò, agg., e pron., tuo. 
Tomo, i, s. m., circolo. 
a?otò, s. m.. Salvatore. 
a?ràairi, v. intr., entrare. 
Tri, agg., tre. 
TriooliitrÀ o TrtooUtteaootbii» «. 

m., saltarello. 
Trinca, nel senso di 'p. 1 70, pro^ 
babilmente non ha signiócato. 
E così trincai. 
Tvlnoliisi ( PolizEk > , voce senza 

significato ap|>arente. 
Trippa, s. f., viso butterato dat 

vainolo. 
Tvippiajri, v. intrr, ruzzare , prcH 

prio de' fanciulli. 
Triifw, i, s. f., treccia, ^r-dijhtiky. 

filza o resta di flehi. 
Tronsari, v. tr., truociareyurtftiw. 
TrozBia, i, s. m., urto. 
Toooari, v. tr., toccare. ||Fiive^I' 

tocco, (V. p. 21). 
Tofano, s. m.. Teofanie.' 
Toxna o Toxnma , 8.> f. , cactO/, 

fresco non salato, ravtg>giolo.. 
Tonninasoa, s. f.> acc.,di tuflr,., 

nina, tonno. 
Toppo, i, 8. m., cioffo, crocchi^ 

toupet de' frano. 
Toriddo, s. m.. Salvatore. 
Tomeddo, i, s m., dim. di tor* 
nuy piccolo circolo. 



444 



GLOSSARIO 



*U» per aferesi di lu. Io, il. 
TJooa, per aferesi di Ducoa, s. f., 

bocca. 
TJnoa, uvv., dunque. 
XJnixi* avv., dove. 
XJòriu, s. m., orzo. 
XJrdiri, V. tr., ordire. 
'IJtti, i, s. f., botte. 



Vacanti» (•N;, avv., a vuoto. 

V aia ti sBa , U s. f., bilancia. 

Vampuliari, v. tr. , avvampare, 
bruciare. 

VanolxitcìdcLu, i, a, g. m., dim. di 
. canea: panchettino. || Predeilina . 

Vanxii, 8. m.f Giovanni. 

Varcxwu, a» s. m., albicocca. 

Varda-peouri ( Avola), guarda- 
pecore, detto di trottola, v. Ta- 
rantella. 

Varva, 1, s. f., barba. 

Varvarutteddu , s. m. , dim. di 
naroarottUf mento. 

Vaaari, V. tr., baciare. 

i, 8. m., vascello. 
• contr. da noèèia , che lo 
è di voaaignuria, vostra signo- 
ria; vale Ella. 

Vaatedda» 1, s. f., focaccia. 

Vattìnni, imperativo del v. Jiri: 
vattene, va via. 

Vavaluoeddu , i ( Cianciana ) lo 
stesso che baòbuluoiUf chioccio- 
la (Heliof L.) 

Vaoolxiu, agg., vecchio. 

"Vkoixi o Vizxiri, v. intr., venire. 
Pres. oegnu; imp. oiniaf oi/teoo; 
pass, vinni: part. pass, vittutu. 

'V^ams i, 8. f., guerra. 

VioolxiaaBau»!» accr. di veoohiu: 
vecch laccio. 

Viooiareddu, i, s. e agg., dim. di 
veooiUf (Ragusa), vecchierello. 

Vioiarrèy s. m., viceré. 

Vlanarn, 1, s. f.» bisaccia. 

Viteddu, 8. m., dim. di Vita, Vito. 

Vivirl, V. tr., bere. 

Voi, 8. m., bue. 

Vói» contr., da oitoi, pres. indie, 
del V. outiri: vuoi. 

contr. da vostra 'ooil- 



lenza, e per alto rispetto, si usa 

invece del Leu 
Vrooouli, si usa quasi sempre in 

plur., s. m., broccoli. 
Vrusoa, v. Brusca» 
Vn*, pron., voi. 

VoAntri, o Vuatriypron., voialtri. 
Vnoariy v. tr., vogare. 
Vuoouxxettu (di dama) i» s. m.^' 

dolciume di mandorle, zucchero 

e torli d'uovo. 
Vì:i|ara, a; s. m., boaro, boattiere. 
Vuliifi, V. tr. , volere. Pres. j>og~ 

ghia; imp., vulia, ouleca; pass. 

vosi; part. pass, valuta; ger. i>u- 

lenna. 
Vurvloari, v. tr., sotterrare, Bep- 

pel lire. 
Voaoa, v. Brusca. 
Vatari, v. tr., voltare, girare. 



Za» 8. f., zia: ma quasi sempre ò 
titolo che 81 dà a donna del basso 
volgo: Za Peppa^Za Vanna ecc- 

2Sa» cont, da zia. Vedi za. 

Za«aredda» i » s. f. , nastro , fet- 
tuccia. 

gtàTTìTnara, i» s. f., sasso. 

Ziooliittari» v. tr., dar buffetti. 

Zioolxittata, i, s. f.. buffetto. 

Zlpara» lo stesso che spara. 

Zltedda, i» s. f., ragazza.UOetto di 
trottola, vale agile, svelta come 
ragazza. 

ZitiddujBHb » i » s. f. , ragazza. || 
Sposa. 

2:itu, i» s. m., sposo, fidanzato. 

SEix, contratto da siut Zio; ma è 
anche titolo che si premette ai 
nomi m. di persone del popolo. 

Zncoaro» s. m., zucchero. || Certo 
dolce fatto con zucchero e non 
so che altra materia vischiosa, 
per la quale pifflia la forma fila- 
mentosa , e mdurendo si rompe 
a biscottini. 

ZosaUnix (p. 24S Avola ,) forse 
violino. 

Zusaù.» voce onomatopeica del 
suono del violino. 



Xiuri ( Cianciana ) , per duri, g. 
m.i fiore. 



AGGIUNTA 



La stampa di questo volume era molto innanzi quando l'e- 
gregio prof. A. Gianandrea mi dava notizia di un libro, poco 
o punto conosciuto in Italia, Le Usanze e i Pregiudizi del 
popolo fabrianese per la prima volta esposti e dichiarati 
da Oreste Marcoaldi; Fabriano Tipografia G. Crocetti 1875 
(in-8, pp. 240); e con isquisita gentilezza me ne procurava 
e favoriva un esemplare. 

Un cap. di questo libro comprende 100 « Giuochi de* fan- 
ciulli, degli adolescenti e adulti del popolo fabrianese » ed 
io son lieto di notare, a comodo. degli studiosi, i riscontri 
che vi trovo coi nostri. Dei numeri, il primo richiama alla 
presente mia Raccolta, il secondo a quella del M. 

N. 1=30, Cavallo; 13=10, Battimano; 21=21 Cavalliere e 
soprammiere; 23 = 55, Pugliole o Spille; 27 = 59, Paro e 
caffo; 33 = 5, Arme e lettere o Santo e arme e 23, Cara- 
che; 34=21, Cappelletto-, 40=4, Anello anello; 42 = 70, 
Sassetto; 47 = 39 Ditello, e 73, Scalino; 47 = 1 1 , Battimuro; 
49 = 17, Brucia e non brucia; 52 = 42, Fossetta ; 54 = 15, 
Breccetta; 57;= 63, Pizzutello; 59 = 66, i2otoZo»e/ 62=48, 
Mandola; 65 = 25, Caselle o Castelli o Capanelle, e 65, 
Rizzo: 66 = 20, Caporale; 68=22, Capretta; 71=13, Bocce, 
e 33, Ciampre; 72 = 95, Formaggio; 75 = 88, Toto; 76 = 19, 
Campana; 82 = 56, Pallai 86 = 44 Giramuscola e Muscola; 
87 = 34, Cibicù; 91 = 53, JNascondaglie ; 13 = 36 , Compar 
^o' tocco; \00=^Mattaceca; 129=61, Piede piedello;\3^=^, 
Tessara e tela; 143= 67, Ruffa raffa; 144=84, Toccaferro; 

O. PiTRB. — Giuochi fanciulleschi 29 



446 AGGIUNTA 

148 = 41, Forbici; 159^=3 e 32, UaneUo e Ciabatta; 180=40^ 
Fiocca e falso, e 45, Lepre e cacciatore; 192 = 71, Sbirri e 
ladri; 208 = 18, Calzolaio o Ciabattino; 209 = 35, Civetta;^ 
215 = 37, Cucuzzaro; 351-62, Pizzico e non rido; 239 = 72,, 
Scaldamano; 241 = 24, Casella; 243 = 74, Scaricabarili in 
due; 244 = 2 e 6 Canofiina e Balensa; 254 =14, Bolle di 
sapone o Impolle; 256 = 16, Breccia; 274 =64, Ranocchia; 
275 = 9, Baraccola o Ventola; 278 = 78, Sega; 282 = 68, 
Ruzzola; 284 = 8, Bandierola; 286 = 26, Castagnola o Bi- 
rarella; 293 = 76, Schioppetto; 296 = 43, Freccia; 297 = 51 ,. 
Mazzafronnola. 



FINE, 



INDICE 



DEL PRESENTÌ! VOLUME 



Dedicatoria pag. V 

Avvertenza » VII 

Dei Giuochi fanciulleschi . » XYII 

Bibliografia dei Giuochi fanciulleschi in Italia. » 1 
Paesi nei quali sono stati raccolti i Giuochi. » 17 
Regole e avvertenze generali sui Giuochi . » 19 
Canzonette e filastrocche dei fanciulli per con- 
tarsi » 26 

GIUOCHI 

1. Varvarutteddu » 45 

2. Manu modda » 46 

3. Manu manuzzi » 48 

4. Voca, voca, voca » 49 

5. Manu manuzzi » 50 

6. Grànciu, grànciu, grànciu. .... » 51 

7. Mmè, mmè, mmè ì» ivi 

8. Chistu havi fami » 55 

9. Chista è la funtauella » 56 

10. Manu manuzzi ole! » 57 

11. Rota rutedda » 58 



448 INDICE 

12. Lu cavaddu pag. 61 

13. A scarfa-manu » ivi 

14. A Tuppi tuppi . » 62 

15. A Cavuliceddi cotti. » 67 

16. A lu Lattàru » 68 

17. A la Pappa-cucinedda » 60 

18. A li Cummari » 70 

19. A Quali chiuj di chisti? » 71 

20. A Vivu o mortu ? » ivi 

21. A Sivaleri » 72 

22. A Tavula vecchia » 76 

23. AirUschidda » 7» 

24. A Simulidda » 80 

25. A Quinnici quinnici vogghiu fari . . » 82 

26. A Passa-tridici cu li manu . , . . » 84 

27. A Paru e spam » 85 

28. A 'Mmucciari • . . » 86 

29. A la Strummulidda » 87 

30. A lu Firrialoru » 88 

31. A la Nanna pigghia-cincu {con tavola) » 89 

32. A la Badduzza » 91 

33. Ad Acula e cruci » 92 

34. A 'Rriminari » 94 

35. A Lisciu o.rucciulusu.?. ...... » 95 

36. A Puntari » ivi 

37. A 'Ggibbari » ivi 

38. A Tagghiari » 96 

39. A lu Lazzu » ivi 

40. A TAneddu » 97 

41. A la Pitrudda » 98 



' INDIOB 449 

42. A Sbutareddu pag. 98 

43. A Ciusciuni » 99 

44. A li Cannuzzi >> ivi 

45. A Lasagnedda » 100 

46. A Truzzareddu >y ivi 

47. A lu Spangu » 101 

48. A la Boccia, a cu* va cchiù luntanu . » 102 

49. A la Singa y» ivi 

50. A Zicchittari » 108 

51. A la Fussetta «. . » 104 

52. A la Badda . » 106 

53. A la Gaddetta » ivi 

54. A li Pisuli » 110 

55. A Spumposta » 112 

56. A Cincu » 116 

57. A lu Truzzu «118 

58. A Ruè. » 119 

59. A la Sciddicalora » 121 

60. Ad Annasari » 122 

61. A 'Nzirtari la nuci » ivi 

62. A Bancu apertu » 123 

63. A un ossu piggMa deci y> ivi 

64. A Murari . n ivi ^ 

65. A Tirari a lu munzeddu » 128 

66. A li Castedda » 129 

67. A lu Granu supra la nuci » ivi 

68. A lu Canneddu » 131 

69. A lu Gaddu e la gaddina » 132 

70. A hi Tornu » 13» 

71. A li Ciampeddi, o A li Bocci. ... » 134 



450 INDICE 

72. A lu Cascavaddu pag. 135 

73. A li Brigghia ^y ivi 

74. A la Morti o A Quartucciu .... » 137 

75. A li Caseddi. » 138 

76. A Nnicchia o pàlasu {con tavola) . . » 141 

77. A Sciancatedda » 144 

78. A li Bruschi » 146 

79. A li Zoppi » 148 

80. A Zu Annia » 149 

81. A li Baddi » 150 

82. A lu Balluni. » ivi 

83. A Manciugghia » 151 

84. A lu Lignu santu » 156 

85. A Bocci e ravogghia {con tavola) . . » ivi 

S6, A la Strummula . » 158 

87. A Cancara e bella » 169 

SS, A Gadduzzu » 175 

89. A Tuma e ricotta » ivi 

90. A lu Frischiettu ........ » 176 

91. A Ruè » 177 

92. Ad Accetta ca nun cc'è nuddu !.. » 180 

93. A Caca-linusa . » 182 

94. A Pumu russu » 184 

95. A lu Mutu » 186 

96. Ad Àttuppa-occhi. » 187 

97. A TAcitu. . » 188 

98. A lu Lupu piccicuneddu » 189 

99. A Cani canuorvu y» ivi 

100. AirOryu-cimineddu » 191 

101. A lu Citrolu » 194 



« 



INDICE 451 

102. A 'Ntuppatieddu pag. 195 

103. A Muntagna-marina » ivi 

104. AirOcchi di cucca » 196 

105. A li surci » 197 

106. A li Lavannari ì> ivi 

107. A Cumpagnu, guardati sta bottai . . » 198 

108. A lu Bimazzuni » 199 

109. A Tàfara e tafaruni ....... » 200 

110. A Cumpagnu, su' firutu! » ivi 

111. A Tirrichi tirrichi » 201 

112. A Sdirrubba-jnuntagni » 203 

113. A Sciimi, scìnniy rinnineddal. ... » 205 

114. A Scinni e gravacca >► 209 

115. A Satari » 210 

116. A Setammuru . » 211 

117. A Tintirinti y^ ivi 

118. A Scarrica-canali {con tavola) ... » 212 

119. A S. Giuseppi » 215 

120. A la Vara di S. Calòiru » ivi 

121. A Quartucciu [con tavola) » 218 

122. A Stivala cuzza e calati la crozza. . » 219 

123. A Deci » 220 

124. A Primera » 226 

125. A eàudda • » 228 

126. A Scavu su' mastru I » 229 

127. A Unnici e vinti » 230 

128. A Travu longu. » 231 

129. A Milla pappana » 232 

130. A Peppi e 'Ntoni Viviranza .... » 236 

131. Ah I ca passa lu diavulu {con tavola) . » 240 



462 INDICE 

132. A Tila, tila, tila {con tavola) . . . pag. 341 

133. A lu zu Picuraru » 345 

134. A Mànnira e lupu » 249 

135. A Sìgnura Doim'Anna Maria. ... » 250 

136. A Santa Catarina (con tavola) ... » 254 

137. A Santa Catarina di Sena » 258^ 

138. A la Matrl Batissa . » %9 

130. A li Calura. » 261 

140. A Vola vola lu mortu {con tavola). . » 263 

141. A Morsi Sanzuni » 265 

142. A lu Sguiccivecciu ....*... » 267 

143. A Ciuciuleu » ivi 

144. A Toccamuru » 263 

145. A Gaddru » 270 

146. A li Quattru Cantuneri » 272 

147. A Ognunu si guarda la so peddi . . » 273 

148. A Frustustù » ivi 

149. A Sgrezza-murtaru » 274 

150. A tia vogghiu, a tia nun vogghiu . . » ivi 

151. A TApuni » 2» 

152. A Cercati canzu » 276 

153. A Vacci tu » ivi 

154. A Rumò {con tavola) » 278 

155. A la Cristaredda . » 281 

156. A Guarda lu lumi ! . n ivi 

157. A Pedi zoppu . : . » 282 

158. A la Scarpazza » 283 

159. A la Tappina y* ivi 

•160. A lu Cardiddu » 284 

161. A Cotta cotta la vavalucedda ... » 285 






XNDI^ 458 

1^. A la Gatta e lu sutqì pag. 285 

163. A Figghi^u 'a jiatta » 286 

164. Ad Anghi di purceddri » 287 

165. Ad Allelluja » 288 

166. Ad Ajutami tu I » <t?i 

167. A lu Lupu . » 289 

168. A Varda-mugghieri » 290 

169. A Signa malipatuta » 291 

170. A Martuzza, chi pista ? » 292 

171. Ad Amenta e pitrusjnu » 293 

172. A Nia, nia, nia » ivi 

173. A li Cunigghia » 294 

174. A lu Raloggiu » ivi 

175. A lu Tempiu . » 295 

176. A S. Micheli » 296 

177. A lu Cudduruni • • • » ivi 

178. A Lupu, lupu, chi ura è ? » 297 

179. A lu Cani e lu Lupu » 298 

180. A li Puddicini » 299 

181. A li Corvi » 300 

182. A Ciciruni • » 301 

183. A li Ficu • . . . » 302 

184. A lu Lupu minàru ....... » 304 

185. A la Zafarana » 305 

186. Ad Arrassu arra^su di la luna ... » ivi 

187. AirOssu » 306 

188. Ad Ammucciativi li testi » ivi 

189. A Pani càudu ^ » 308 

190. A Tiri » ivi 

191. A li Malati » 809 



454 INDICB 

192. A Latri e Sbirri pag. 312 

193. A li Latri e lu Judici » 313 

194. A li. Latri » 314 

195. A li Briganti » 315 

196. A lu Judici . » 316 

197. A lu Judici e lu Latru » 317 

198. A lu Casteddu » 318 

199. A li Palazzi » 320 

200. A la Pitruliata. . . '. » 321 

201. A la Verrà » 322 

202. A lu 'Mmasciaturi » 324 

203. A li Paladini [con tavola) » 325 

204. A li Varrili • » 327 

205. A lu Meccu » 328 

206. A rovu n ivi 

207. A lu Marinaru. » 329 

208. A lu Scarparu » 330 

209. A FApuni » 331 

210. A lu Vujaru » 332 

211. A rOciddaru » 333 

212. A lu Pignateddu n ivi 

213. A lu Mulunaru » 334 

214. A li Cavaddi n ivi 

215. A lu Cucuzzaru. » 335 

216. A Culu 'n terra » 336 

217. A chi servi la canna? n ivi 

218. A rUrfanedda, o A lu Pìrchi ... » 337 

219. A la Pignata » 338 

220. A li Patri » 339 

221. A Fabbricari la chiesa » 340 



INDICE 455 

222. A li Nnomi pag. 341 

223. A Vinni 'na navi càrrica di ... . » ivi 

224. A lu Spropositu » 342 

225. A Vola vola Taceddu » ivi 

226. A TAcidduzzu vulau vulau .... » 343 

227. A lu Viddaneddu chi chiarita la fava. » 345 

228. A Ferru a focu e ferru a Tacqua . . » 348 

229. A Passàri lu rumè » 349 

239. A lu Santu Papa .....*.. » ivi 

231. A lu Firraru » 351 

232. A lu Tavuleri » ivi 

233. A lu Tilannaru » 352 

DIVERTIMENTI, PASSATEMPI, ESERCIZI 

234. A Cu' ridi prima » 355 

235. A Ciusciàrisi 'mmucca » ioi 

236. A Vùncia » ivi 

237. A Fari lu scupittuni » 356 

238. A lu Jocu di focu » 357 

239. A Manacciati » ivi 

240. A la Buffa , . . » 358 

241. A Cavu-cavuseddu » ivi 

242. A la Varca » 360 

243. A la Bozza » ivi 

244. A Vocanzita. » 361 

245. A Pedi all'aria e A la cazzicatùmmula. » 363 

246. A Sfirriàrisi » 364 

247. A Scorna-voi » ivi 

248. A lu Carritteddu » ivi 



456 moim 

249. A Natari pag. 86& 

250. A Sciddicalora » 367 

251. A Curriri supra la Qiaca ..... » 368 

252. A li Cursi » it?i 

253. A li Cavaddi » 369 

234. A Fari li ballunedda » wi 

255. A Fari lu bottu » 370 

256. A Cui uni mancia cchiù assai ... » 371 

257. A li Giraci y> itH 

^8. A la Gòrgia » 372 

259. A li Gallittini » iW 

260. A li Pitanzi . » 378 

261. A li Paparini » ivi 

262. A Fari lu Casteddu » 374 

263. A la Muntagnola » 375 

264. A lu Carru di puma » 376 

265. A Fari la gebbia n ivi 

266. A Circari chiova » 377 

267. A lu Roggiu a suli » 378 

268. A li Mazzoli >y ivi 

269. A lu Coppu » 379 

270. A Fari lu specchiu vt ivi 

271. A Fari li stiddi » ^t?t 

272. A li stiddi di menzijornu » 380 

273. A Ura di mètiri è ! » ivi 

GiOCATTOU E BALOCCHI 

274. Lu Sautampizzu {con tavola). ... » 383 

275. La Stidda [con tavola) » 384 



276. La Virdunera {con tavola) .... pag. 387 

277. La Serra » 388 

278. La Marredda {con tavola) » ivi 

279. Biancu e russu {con tavola) . . . .- » 389 

280. La Badda alFaria » 390 

281. Lu Riccicu » 391 

^2. Lu Ruzzulu : .... n ivi 

283. Lu Mulinu , » 392 

284. Lu Firrialoru {con tavola) .... » 393 

285. La Strummulicchia » 394 

286. Lu Tornu » ivi 

287. L'Aneddu » 395 

288. Lu Roggiu {con tavola) ..... » 396 

289. Lu Firrianciònciulu (con tavola) . . » ivi 

290. L'Animulicchiu » 397 

291. La Trumma e càccami » ivi 

292. Lu Sgriccialoru » 399 

293. Lu Scupittuni {con ta/cola) .... » ivi 

294. La Scupetta {con tavola) » 401 

295. L'Ammazzamuschi {con tavola) ... » 402 

296. La Fileccia » 403 

297. La Ciunna » 404 

298. Lu Mariolu » 405 

299. Lu Friscalettu » 408 

300. Lu Titiriti {con tavola) » 409 

301. La Cciàmpula » 410 

302. Lu Chiamu » 411 

303. Lu Tutùi ^> ivi 

304. La Sampugna » ivi 

305. La Ciaramedda. . » 413 



458 INDICE 

306. La Trumma pag. 413 

307. Lu Tuturutù ^ ivi 

308. Lu Fràutu » 414 

309. Lu Sirpenti y> ivi 

310. Lu Lapuni » 415 

311. Lu Cirriu {con tavola) » ivi 

312. La Tròccula (con tavola) » 417 

313. Li Scattagnetti » 418 

314. La Cicala {con tavola) » 419 

315. La Badduzza di yentu n 420 

316. Jochi di carta (con tavola) . * . . » 421 

Giuochi fanciulleschi siciliani* nel sec. xvin. » 423 

Modi di dire proverbiali derivati dai giuochi. » 431 

Glossario » 433 

Aggiunta » 445 



TAVOLE 



giuochi 

A la Nanna pigghia-cincu » 89 

A Nnicchia ò pàlasu » 141 

A Bocci e ravogghia » 155 

A Scarrica-canali » 212 

A Quartucciu » 218 

Ah ! ca passa lu diavulu ! >» 240 

A Tila, fila, tila » 241 

A Signura Donn'Anna Maria » 250 

A Vola vola lu mortu » 263 



TAVOLE 450 

A Rumè pag. 278 > 

A lì Paladini » 325 

GIOCATTOLI E BALOCCHI 

Tavola I. 

1 . Lu Firrianciònciulu, da riferirsi a p. » 396 

2. L'Ammazzamuschi » 402 

3. La Marredda » 388 

4. La Cicala » 419 

5. Lu Firrialoru » 393 

Tavola IL 

6. Biancu e russu » 380 

7. La Stidda » 384 

8. La Scupetta » 401 

9. La Virdunera » 387 

10. Lu Scupittuni » 399 

Tavola III. 

11. Lu Roggiu » 396 

12. Lu Sautampizzu » 383 

13. Lu Cirrlu » 415 

14. La Tròccula » 417 

15. Lu Titiriti » 409 

Tavola IV. 

16. Lu Cavadduzzu » 421 

17. La Varcuzza >^ ivi 

18. La Fileccia » ivi 

19. Lu Balluni . » ivi 

20. Li Vèrtuli ^^ ivi 




COMINCIATO A STAMPARE 

IL Dì XXV FEBBRAIO 

FINITO IL XV LUGLIO MDCCCLXXXIII. 



CORREZIONI 



Pag. 5, l n. 21 leggi: MDCCCXXIX; — p. 45, l. 2?, ccè; - p. 64, 1. 14, 
20, 21 sta; - p. 112, 1. U piaali; - p. 139, 1. 19 i paesi nei quali; - p.ll68, 
I. 23, nel VII canto, v. 378: - p. 176, 1. \h, zappa;— p. 208 , 1. 21 Mazzar- 
runi;^p. 209, 1. Il, sciccazzu;— p. 224, 1. 30 T'àmu a .'mpenniri stasira; 
— p. 282, 1. 19, tutti; - p. 318, 1. 1 dimesso e. 

La dove è stampato Biceglie leggasi sempre Bisceglie. 



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